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Pascal Dibie, “Storia della camera da letto”

La notte delle nozze nell’antica Roma

La notte delle nozze si svolgeva come uno stupro legalizzato e la sposa ne usciva «offesa nei confronti del marito». La formula merita un chiarimento: la consuetudine voleva che, la prima notte, il marito si astenesse, per riguardo, dal deflorare la moglie e si limitasse a sodomizzanla, variazione di cui Marziale e Seneca il Retore parlano proverbialmente e che viene confermata dalla Casina.
Tuttavia i piaceri coniugali erano legittimi e gli invitati alle nozze non esitavano ad alludervi e a vantarsi allegramente delle proprie performances amorose.
Pascal Dibie, “Storia della camera da letto”, Bompiani, pag. 51

 

Il vero libertino nell’antica Roma

Il vero libertino era colui che trasgrediva tre divieti: fare all’amore prima che fosse scesa la notte senza provocare il buio; fare all’amore con una partner completamente nuda (soltanto le «donne perdute» amavano senza reggiseno; negli affreschi dei bordelli di Pompei le prostitute conservano però quest’ultimo velo); accarezzare con la mano destra, giacché i palpeggiamenti si dovevano fare solo con quella sinistra.
Un uomo onesto aveva occasione di scorgere qualche nudità della sua donna soltanto se la luna “passava” davanti alla finestra aperta nel momento favorevole. Questo puritanesimo aveva anche un carattere oppressivo che nascondeva un lieve sadismo. Soprattutto, nodo centrale della sessualità greco-romana, era un’evidente prova di vinilità: essere attivi, quale che fosse il sesso del partner passivo, significava essere maschio! Esistevano quindi tre infamie supreme: il cunnilingus, giacché l’uomo spingeva la lascivia servile sino al punto di mettere la propria bocca al servizio del piacere di una donna; lafellatio, umiliazione massima in cui si prende passivamente il proprio piacere e non si rifiuta al partner il possesso di alcuna parte del corpo, pratica che Tertulliano equipana all’antropofagia (lo sperma è già un bambino!); infine l’uomo che spinge la passività (impudicitia) sino a lasciarsi «infilzare».
Roma rifiutò la tradizione d’amore cortese tipica delle passioni efebiche greche, vedendovi l’esaltazione della pura passione. Un Romano innamorato era infatti un uomo perso, piombato moralmente in schiavitù.
Pascal Dibie, “Storia della camera da letto”, Bompiani, pag. 57

Odiosi risvegli. L’invenzione della sveglia

Si dice che il mondo rurale si compiacque a lungo di arrivare in ritardo agli appuntamenti: il tempo orario aveva infatti scarsa presa sul tempo naturale e non era dotato di forza sufficiente a imporsi quale segno di riferimento. Le stagioni, il sorgere e il tramontare del sole, le opere da eseguire — non l’orologio — misuravano la durata dell’attività. I lavori dei campi avevano un assoluto predominio e un ritmo non costante: al sovraccarico estivo faceva seguito la quiete invernale, e di conseguenza il tempo del sonno si restringeva o si allungava.
La città trasformò invece il tempo in esigenza sociale e inventò, affiancandolo al tempo dei lavoro, il tempo del non-lavoro, misurando però minuziosamente entrambi. Dividere il tempo secondo una misura oraria, organizzarlo in momenti funzionali ben differenziati, significa dominarlo. Per noi, salariati che non abbiamo mai tempo o che, per meglio dire, abbiamo dato al tempo un valore commerciale, gli orologiai hanno inventato uno strumento terrificante: la sveglia.
Tirati giù dal letto, grazie alla scuola, sin dalla tenera età da un trillo lacerante, non sappiamo più che cosa sia non alzarsi all’ora prestabilita e saremmo oggi del tutto incapaci di osare quanto osarono i Sibariti: bandire alla città i galli e gli artigiani rumorosi, per tema di essere svegliati...
Il cittadino, sordo alla sveglia degli uccelli, da molto tempo ha inventato mezzi, più o meno ingegnosi, atti a rimediare all’oblio dei sonno. Le clessidre e gli gnomoni esistevano già nell’Egitto faraonico; segnavano le dodici ore della notte e dei giorno, andando dall’ora della «sconfitta dei nemici di Rà» a «quella che vede la bellezza di Rà» proprio prima della «brillante», ma non svegliavano i dormienti. Perché ciò accadesse si dovette attendere Roma, con i suoi horologia ex aqua descritti da Vitruvio: orologi ad acqua dotati di galleggianti automatici che, allo scoccare di ogni ora, lanciavano in aria ciottoli o uova, oppure emettevano sibili affinché l’uomo fosse svegliato meccanicamente... Ciò non impedisce a Seneca di dire che a Roma era più facile mettere d’accordo i filosofi che gli orologi.
Utilizzata originariamente nei conventi, la chandelle réveil pare abbia mietuto maggiori successi. Uno spago, che attraversava la base di una candela, reggeva un peso. Quando la candela era quasi consumata, io spago prendeva fuoco, si rompeva e il peso cadeva risuonando in una coppa di metallo: lo scaccino, di solito il più sempliciotto della compagnia, si svegliava e andava a suonare il mattutino.
Altra soluzione era quella che Anthony Burgess dice di aver utilizzato nell’infanzia, trascorsa nell’Inghilterra settentrionale: dare ogni settimana mezzo penny a un knocker up, un «bussarolo», che all’ora fissata batteva una pertica contro la finestra. Oppure si annodava intorno all’alluce uno spago munito di un cartellino e lo si lasciava pendere dalla finestra: bastava che l’incaricato tirasse dolcemente la corda per svegliare il dormiente all’ora desiderata. Quanto ai risvegli collettivi, tamburo o tromba non hanno mai impedito a collegiali e a soldati, avvezzi ai rumori più assurdi, di continuare a dormire.
L’autentico réveille-matin, pendolo dotato di una suoneria che trilla all’ora sulla quale è puntata l’apposita lancetta, risale al 1440 ed è attribuito a un francese; l’ori loge viene però menzionato nel secolo XIV nel Roman de la rose (1305). Lawrence Wright, in Warm and Snug (Tiepido e morbido, letteralmente) riferisce che il matematico Thomas Allen, nato nel 1542, possedeva un orologio; lo dimenticò un giorno nella camera e la domestica, entrata per rifare il letto, nell’udire il tic-tac credette che quell’oggetto fosse abitato dal diavolo e lo gettò dalla finestra...
In realtà, dal secolo XVII, i cartels de chevet, che suonavano ogni ora, si moltiplicarono: nel 1752 cedettero il posto agli horloges à carillon. Nei secoli XVII e XVIII si impazziva per i pendoli. Non si dice forse che Luigi XII aveva una passione per le sveglie e che viaggiava portandone parecchie con sé? Egli le disponeva sui comodino e passava parte della notte a regolarle, l’una dopo l’altra, poiché non sopportava che non segnassero tutte la stessa ora. Luigi XIV ereditò dal padre, al pari della Corte, le passioni; non riusciva a dormire se non udiva i battiti della sua pendola da capezzale e, quale uomo del progresso, amava essere svegliato dalla suoneria.
Con lo sviluppo delle pendole e degli orari obbligati il tempo assunse nuovo valore. Il timore di un ritardo spinse gli uomini a raffinare il supplizio: si doveva poter leggere
l’ora anche al buio. Musy, orologiaio a Parigi, fabbricò nel 1762 una lampada da notte che, oltre a dare una luce smorzata, poteva svegliare un malato all’ora prevista per la somministrazione dei farmaci. Nel 1768 un modello più perfezionato consentì anche di tenere in caldo una tazza di minestra.
Più elaborata, benché un poco brutale, fu l’invenzione del marsigliese Morgues che, nel 1781, creò un orologio il quale, all’ora desiderata, sparava un colpo e accendeva al tempo stesso una candela.
R.W. Savage sistemò nel 1851 nel Crystal Palace l’alarum bedstead, rete-sveglia in grado, se la suoneria non aveva avuto effetto, di invitare ad alzarsi tirando via le lenzuola; se anche ciò non dava i frutti sperati, si inclinava di quarantacinque gradi e gettava a terra l’occupante. Una variante più gentile di questa rete iraconda fu presentata alla fiera di Lipsia: se tre suonerie, progressivamente più forti, non davano risultato, un braccio meccanico toglieva la berretta da notte del dormiente mentre un altro braccio brandiva un cartello il quale annunciava che era ora di alzarsi. Seguiva un estremo tentativo: la rete buttava a terra il recalcitrante e un terzo braccio articolato presentava una tazza di caffè, tenuta sino allora al caldo sopra una lampada da notte.
Uno dei dispositivi più traumatizzanti rimane l’antica sveglia in latta a doppia suoneria che, non appena si scatena, balia e cammina sul piano del mobile, con il rischio di cadere per terra e di rompersi in mille pezzi (la qualità dell’oggetto è sempre pessima) se non si interviene immediatamente per calmare la crisi di agitazione... Pascal Dibie, “Storia della camera da letto”, Bompiani, pag. 180

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