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Differenza tra il sistema filosofico  fichtiano e schellinghiano

Hegel tra Criticismo e Idealismo

Introduzione all’opera di Alessandro Brunelli

HEGEL A JENA: TRA SPERANZE DI RIGENERAZIONE E  ROTTURE FILOSOFICHE

Verso Jena

Nel gennaio del 1801 Hegel giunge a Jena: ha alle spalle alcuni  anni di lavoro come precettore in famiglie benestanti di Berna e  di Francoforte ed un lavoro ormai abbastanza lungo di ricerca  su argomenti teologici e politici, che non ha mai trovato sbocco  in pubblicazioni e tuttavia gli ha permesso di raggiungere una  certa consapevolezza della collocazione delle sue posizioni  filosofiche nel complesso panorama della filosofia tedesca. A  Jena Hegel si avvia ad intraprendere la carriera universitaria  come libero docente: l’eredità paterna gli consente di  abbandonare l’oscuro lavoro di precettore privato e di fare il suo  ingresso nell’università che è stata il centro dell’elaborazione  della filosofia idealistica e della cultura romantica, realizzando  così i suoi progetti più ambiziosi. Là potrà inoltre incontrare  Schelling: l’amico degli anni di studio a Tubinga; il compagno  degli anni e delle speranze giovanili con il quale, e con altri  compagni, si narra che in una chiara domenica di primavera  abbia innalzato un albero della libertà per festeggiare le grandi  notizie provenienti dalla Francia rivoluzionaria; il collega di  cinque anni più giovane che, pur giovanissimo, ha già compiuto  una folgorante carriera collaborando con Fichte nella  rielaborazione in senso idealistico della filosofia kantiana e  pubblicando opere brillanti di spirito e di ingegno.

 L’arrivo di Hegel è preceduto da una celebre lettera, scritta a  Schelling il 2 novembre 1800, che ci illumina sullo stato d’animo  e sui progetti con cui Hegel si appresta a raggiungere Jena. In  essa si legge:

   "Penso, caro Schelling, che una separazione di diversi anni non    possa impedirmi di fare appello alla tua gentilezza in vista di un    particolare desiderio. La mia richiesta concerne alcuni indirizzi    di Bamberga, dove spero di trattenermi per un certo periodo.    Poiché sono finalmente in condizione di abbandonare i legami    che ho avuto finora, son deciso a passare un certo tempo in una    situazione indipendente ed a consacrare questo tempo a dei lavori    e a degli studi già cominciati. Prima di avventurarmi nel vortice    letterario di Jena voglio fortificarmi con un soggiorno in una terza    località.

   [...] Considero con ammirazione e con gioia il tuo grande    successo pubblico. Tu mi lasci la scelta o di parlarne in tono di    umiltà o di mostrarmi io stesso a te. Userò una via di mezzo:    spero che potremo trovarci di nuovo come buoni amici. Nella    mia formazione scientifica, che ha preso le mosse dai bisogni    più elementari degli uomini, io dovevo essere spinto    necessariamente verso la scienza, e l’ideale della mia    giovinezza doveva necessariamente mutarsi nella forma della    riflessione, in un sistema. Mi chiedo adesso, mentre sono    ancora occupato con tale sistema, quale via cercare per    ritornare a far presa sulla vita degli uomini. Fra tutti gli uomini    che io vedo intorno a me tu sei l’unico in cui vorrei trovare un    amico, dal punto di vista dell’espressione delle idee e dell’azione    sul mondo, poiché vedo che hai concepito l’uomo puramente, cioè    con tutta l’anima e senza vanità. Perciò guardo verso di te con    grande confidenza, affinché tu riconosca il mio sforzo    disinteressato - anche se si pone su una sfera inferiore - e tu    possa trovarvi un valore".

  

"L’ideale della giovinezza" e la cultura tedesca di fine secolo.

 

 Dunque Hegel è consapevole di non aver iniziato il suo  itinerario di ricerca come filosofo sistematico: la sua riflessione  "ha preso le mosse dai bisogni più elementari degli uomini".  Negli anni bernesi e francofortesi si è occupato di argomenti  teologici e politici con scritti come La religione popolare e il  cristianesimo, Positività della religione cristiana, Vita di Gesù,  Lo spirito del cristianesimo e il suo destino, Sulle più recenti  vicende interne del Württemberg. Da tali scritti, tutti inediti,  emerge l’immagine di un pensatore entusiasta dell’unità e  dell’infinito che si trova a vivere in un tempo di scissioni e  lacerazioni, e tuttavia percepisce anche come la sua epoca sia un  tempo di grandiose trasformazioni: di qui il tentativo di rendere  pensabile una ricostituzione nel mondo moderno della bella ed  armonica totalità antica, dove l’individuo era in unità con il suo  popolo, i suoi dei, la natura; e di qui la critica alla religione  cristiana come religione positiva, non popolare, che si impone al  fedele dall’esterno, lo costringe ad una fede dogmatica, gli  contrappone Dio come una potenza infinita ed estranea. È  questo progetto di ricomposizione delle lacerazioni "l’ideale della  giovinezza" di cui Hegel in questa lettera parla, un ideale, si badi,  che Hegel non ha affatto abbandonato: esso, egli dice, si è  "mutato nella forma della riflessione, del sistema". Dai progetti  di una radicale riforma dell’umanità e dallo sforzo di dare alla  sua ricerca una immediata efficacia storica Hegel è approdato  alla filosofia nella forma della riflessione e del sistema, ma  l’ideale che lo spinge è rimasto intatto, diverse sono solo le  forme della sua realizzazione. Non solo: in questo autunno del  1800, mentre l’Europa è scossa dalle guerre e Napoleone ha da  poco trionfato a Marengo, Hegel progetta di cercare una via "per  tornare a far presa sulla vita degli uomini".

 In realtà questo "ideale giovanile", che costituisce la molla  profonda della riflessione e dell’azione del giovane Hegel, non è  affatto un ideale privato, ma è stato patrimonio comune di  un’intera generazione di giovani pensatori, filosofi, artisti, che in  Germania nel clima spirituale della svolta del secolo si sono  sentiti ebbri di assoluto, testimoni di un svolta epocale, ed  hanno sperato in una radicale rigenerazione dell’umanità.  Cerchiamo di vederne alcuni aspetti.

 

L’immagine della rivoluzione francese

 Una prima ragione che induce i giovani intellettuali tedeschi a  ritenere che "la nostra età sia un’età di gestazione e di trapasso ad  una nuova era" è certamente la contemporaneità della  rivoluzione francese. Abbiamo già ricordato come Hegel,  Schelling, Hölderlin e tanti altri studenti dello Stift di Tubinga si  infiammino alle grandi notizie che giungono dalla vicina  Francia: innalzano un albero della libertà, fondano un club  politico, leggono i giornali francesi. Per quanto possa sembrare  paradossale, proprio un fatto tanto concretamente politico come  la rivoluzione francese ha giocato un ruolo fondamentale nel far  decollare una filosofia che può parere così astratta e lontana dai  bisogni della vita come l’idealismo tedesco; per comprendere  questo effetto è d’altra parte indispensabile cercare di  comprendere quale immagine della grande rivoluzione si proietti  oltre il confine renano: in Germania, tra i giovani entusiasti della  libertà e del ruolo centrale che un’altra rivoluzione, la kantiana  "rivoluzione copernicana", ha assegnato all’uomo, la rivoluzione  francese appare come uno spettacolo interamente filosofico.

 Marx ha parlato di una "miseria tedesca" per spiegare come  mentre in Inghilterra gli uomini con un’impresa ciclopica  rivolgevano completamente le condizioni materiali di vita e di  produzione, e si svolgeva la rivoluzione industriale, mentre in  Francia si svolgeva una rivoluzione politica che, oscillando tra  diverse prospettive e speranze, con la lotta e con la violenza  abbatteva l’ancien régime e fondava lo stato moderno, in  Germania la rivoluzione si svolgeva invece nelle aule  universitarie, coinvolgeva poche centinaia di intellettuali e si  risolveva in una "rivoluzione filosofica". Non vogliamo entrare  nel merito della valutazione marxiana: dal punto di vista dei  giovani tedeschi, e forse anche dal punto di vista dello sviluppo  della cultura occidentale, quella "miseria tedesca", fatta di  provincialismo politico, arretratezza economica, chiusura  culturale, fu probabilmente una straordinaria ricchezza. E  tuttavia Marx in una cosa ha certamente colto nel segno: mentre  in Europa tutto cambiava in modo tumultuoso e violento, in  Germania le notizie giungevano attutite e deformate da un  fortissimo filtro filosofico e quei mutamenti venivano proiettati  in un mondo rarefatto dove le lotte politiche, gli scontri sociali,  le innovazioni tecnologiche si trasformavano in fattori ideali,  con tutta la ricchezza e tutta la miseria conseguente a tale  trasformazione: la grande poesia romantica di Hölderlin o  Goethe, la grande filosofia idealistica, la nuova sensibilità per la  storia e per il linguaggio sono risultati anche di quella chiusura e  di quel filtro.

 In particolare la rivoluzione francese poteva in un duplice senso  prestarsi ad una lettura filosofica ed accendere gli entusiasmi dei  giovani tedeschi. In primo luogo, essa veniva interpretata come  un tentativo di dare attuazione concreta agli ideali illuministici,  di realizzare, nella storia e nel tempo, un’"enciclopedia vivente"  nell’esistenza e nelle vicende degli uomini. Ecco dunque che la  rivoluzione francese assumeva agli occhi dei tedeschi una  portata innovativa che probabilmente gli stessi francesi,  abbagliati dalle vicende politiche e dalle lotte quotidiane,  difficilmente potevano percepire: essa si presentava come il  primo tentativo storico di "mettere il mondo sulla testa", di dar  forma allo stato secondo i dettami della ragione, di realizzare  nella storia il regno dell’assoluta libertà e razionalità. Ancora una  volta è il caso di sottolineare che a questa lettura sfuggono molti  degli aspetti particolari delle vicende storiche francesi, e tuttavia  forse essa coglie qualcosa di essenziale: la grande rivoluzione fu  effettivamente all’origine di quell’ansia di realizzare l’assoluto  nella storia che è stata una delle forze fondamentali nelle  vicende europee dell’800 e del 900, nella loro grandezza e nel  loro orrore, e che è stata un fenomeno del tutto nuovo (se si  eccettuano, forse, alcuni aspetti delle lotte religiose del 500 e del  600). Quegli stessi tedeschi, che hanno percepito questo aspetto  grandioso e titanico con cui la rivoluzione francese segnava una  svolta nella storia europea, saranno anche tra i primi a potersene  ritrarre inorriditi: di fronte allo spettacolo della rivoluzione di  luglio del 1830 Hegel potrà parlare di una "brama di novità senza  scopo", e Goethe potrà trovare più che mai sconveniente "in tale  rivoluzione il volere una "diretta aspirazione  all’incondizionato","in questo mondo assolutamente  condizionato"".

 Ma agli occhi dei tedeschi la rivoluzione francese non  rappresentò solo l’irrompere dell’eternità nel tempo, l’irrompere  dell’assoluto, della ragione e della libertà nella storia umana: essa  si prestava anche ad un’altra lettura altrettanto filosofica e, per  molti versi, mitica. Con l’eguaglianza politica e la nascita del  cittadino rivoluzionario, con le sue mode che tentavano di dare  concretezza a tale eguaglianza, con le sue feste popolari, la sua  religione civile, il suo nuovo patriottismo che portava ad  un’immediata identificazione del cittadino con lo stato e con il  suo popolo, la rivoluzione francese offriva, agli occhi di chi  volesse cercarvelo, lo spettacolo di un popolo che supera la  scissione ed il soggettivismo della modernità, di un popolo in  cui l’individuo si trova in immediata fusione con il tutto, lo  spettacolo, in definitiva, della restaurazione della bella totalità  del mondo antico, di quella bella armonia in cui il singolo si  identificava interamente con il suo popolo, con i suoi dei, con la  natura circostante, ed essi vivevano, immanenti, nel singolo.

 Come sottolinea Lukács, per il giovane Hegel "l’antichità è un  esempio attuale e vivente; essa è passata, sì, ma si tratta di  rinnovare la sua grandezza, e questo rinnovamento costituisce  appunto il compito centrale politico, culturale e religioso del  presente", e "l’entusiasmo di Hegel per la democrazia antica è  intimamente e profondamente connesso con il suo  atteggiamento verso la rivoluzione francese". Dunque la Francia  rivoluzionaria pare mostrare una via per la restaurazione della  bella armonia del mondo antico e per la conquista di quell’uomo  totale e onnilaterale, non più scisso dal tutto né lacerato, al suo  interno, tra sensibilità e ragione, che anche Schiller annunciava  nelle sue Lettere sull’educazione estetica dell’umanità.

 

La "rivoluzione filosofica" in Germania

 

 L’"ideale della giovinezza" di cui Hegel parla nella sua lettera a  Schelling era stato dunque nutrito innanzitutto dall’entusiasmo  per questa immagine-deformazione filosofica della rivoluzione  politica francese, ed era l’ideale della realizzazione della ragione,  della libertà, della bellezza nel mondo umano. Gli eventi  rivoluzionari dovevano ben presto deludere gran parte di quei  giovani entusiasti: prima il terrore, poi le guerre rivoluzionarie e  napoleoniche, con l’occupazione e la devastazione di tanti  territori tedeschi, travolgeranno quell’ingenua fede nella  rivoluzione, ma l’ideale che è nato dalla riflessione su di essa  rimarrà intatto. Se i tedeschi hanno trasposto i successi dei primi  anni rivoluzionari nel cielo della filosofia, la delusione per gli  sviluppi della rivoluzione li indurrà a rinchiudersi ancor più  entro quel cielo filosofico: i fallimenti della rivoluzione vengono  spiegati con un’insufficienza della filosofia illuministica che ha  guidato i protagonisti degli eventi francesi, e si diffonde la  convinzione che una vera rivoluzione possa essere conseguita  solo mediante un radicale rinnovamento dell’umanità operato  dalla filosofia. Ecco dunque che nel nuovo clima  politico-filosofico l’illuminismo viene visto come una filosofia  della scissione e dell’intelletto, una filosofia dunque del tutto  inadeguata a fondare quell’armonica totalità che la rivoluzione  aveva lasciato sperare, e destinata a portare gli eventi storici  verso l’esito drammatico del terrore. Ed ecco, dunque, che si  presenta il compito di ritornare alla filosofia, concepita ormai  come l’istanza fondante gli eventi storici, per produrre una  filosofia della totalità e dell’assoluto capace di portare ad una  vera rivoluzione.

 In tale ritorno alla filosofia il punto di riferimento non può che  essere Kant, l’autore della prima rivoluzione filosofica tedesca  ed il fondatore della filosofia trascendentale. In un’altra lettera di  Hegel a Schelling, del 16 aprile 1795, si legge:

   "Dal sistema kantiano e dal suo più alto perfezionamento prevedo    in Germania una rivoluzione, che partirà dai principi già    esistenti, che devono solo essere elaborati per poterli applicare a    tutto il sapere esistente. Resterà sicuramente sempre una filosofia    esoterica e l’idea di Dio, considerato come l’Io assoluto,    apparterrà a questa filosofia. Studiando i postulati della ragione    pratica, avevo avuto l’impressione di ciò che tu chiaramente mi    spieghi nella tua ultima lettera, di ciò che ho trovato nella tua    opera e di ciò che i Fondamenti della dottrina della scienza di    Fichte mi fanno interamente capire. Le conseguenze che si    trarranno, lasceranno a bocca aperta molti signori. Si proverà la    vertigine di fronte a questa suprema altezza della filosofia. Ma    perché si è giunti così tardi ad elevare ulteriormente la dignità    dell’uomo, a riconoscere la sua facoltà di essere libero che lo    pone sullo stesso piano di tutti gli spiriti? Credo che non vi sia    nessun altro segno dei tempi migliore di questo: che l’umanità è    rappresentata come degna di stima in se stessa. Questa è una    prova che va scomparendo l’aureola attorno al capo degli    oppressori e degli dei della terra. I filosofi dimostrano questa    dignità e i popoli impareranno a sentirla; non si accontenteranno    più di esigere i loro diritti calpestati nella polvere, ma essi stessi    li riprenderanno e se ne approprieranno".

 Queste righe esprimono bene un clima intellettuale e politico  diffuso tra gli intellettuali tedeschi: dopo la delusione per gli esiti  della rivoluzione francese si ritiene che spetti ai filosofi  insegnare ai popoli la dignità dell’uomo e la sua capacità di  essere libero, e da questo insegnamento potranno scaturire  conseguenze che, dice Hegel, "lasceranno a bocca aperta molti  signori". Come abbiamo detto, è Kant il punto di partenza di  questa rivoluzione insieme filosofica e politica, e tuttavia è bene  notare due aspetti di queste aspettative rivolte al sistema  kantiano: in primo luogo non è tanto la Critica della ragion  pura, quanto la Critica della ragion pratica l’opera a cui si  rivolge l’attenzione di Hegel; è in quest’opera che viene abbattuto  ogni dogmatismo, il soggetto morale viene dimostrato come  causa incausata, come cosa in sé, e la realtà si risolve  interamente nell’"io assoluto". In secondo luogo è da notare che  la filosofia kantiana viene percepita negli ambienti filosofici  tedeschi come una filosofia incompiuta: è dal suo "più alto  perfezionamento" che potrà scaturire la rivoluzione tedesca. Non  è il caso di ripercorrere qui il dibattito che si svolge già a partire  dagli anni ottanta sulla filosofia di Kant: basti ricordare che,  basandosi su passi della Critica della ragion pura (specialmente  delle due prefazioni e dell’introduzione) in cui Kant afferma  esplicitamente che la Critica è soltanto una propedeutica e che il  sistema della filosofia trascendentale deve essere ancora dato, i  giovani filosofi tedeschi, ebbri di assoluto e animati di speranze  rivoluzionarie, sono convinti che si debba portare a compimento  l’opera iniziata da Kant e dare il sistema della filosofia. Da  queste premesse muoveva Fichte, che con la sua "dottrina della  scienza" riteneva di non dire nulla di diverso da Kant e di  compierne l’opera eliminando il dualismo che nella Critica della  ragion pura ancora sussisteva tra soggetto e cosa in sé, forma e  materia, intelletto e sensibilità. E dalle stesse premesse muoveva  Schelling che nelle Lettere sul dogmatismo e il criticismo  (l’opera a cui si riferisce Hegel nella lettera sopra riportata)  sosteneva che, in quanto propedeutica, la Critica di Kant  rendeva possibili due sistemi, e che la scelta dipendeva da  ragioni morali, di temperamento, di carattere.

 Nel silenzio di Kant, che viene interpretato come un tacito  consenso, gli ultimi cinque anni del Settecento vedono i filosofi  e gli intellettuali tedeschi impegnati nella grande impresa  collettiva, fatta di collaborazione e di polemiche, di portare a  compimento il sistema kantiano e di attingere il sapere  dell’assoluto ed il sistema della libertà. Il centro più attivo di  questo sforzo collettivo è l’università di Jena, ed in  quest’impresa giocano molti fattori, non solo filosofici. Da Jena  Fichte ha dato la propria "dottrina della scienza", a Jena è giunto  nel 1798 il giovanissimo Schelling (ha solo 23 anni), entusiasta  del fichtiano sistema della libertà e desideroso di portare il  proprio contributo alla rivoluzione filosofica; attraverso l’opera  di questi due autori il criticismo kantiano va trasformandosi  nella metafisica idealistica: la cosa in sé kantiana viene respinta  come un residuo di dogmatismo, l’oggettività viene dedotta a  partire dalla pura attività e dalla libertà del soggetto, la filosofia  si torna a presentare (sull’esempio della filosofia di Spinoza)  come un sistema in cui tutto viene dedotto da un unico  principio: la soggettività pura.

 

Il clima romantico e l’esaltazione per l’assoluto

 Ma all’entusiasmo per l’assoluto non contribuisce solo la lettura  idealistica di Kant: l’altro grande fattore è il movimento  romantico, con cui d’altra parte Schelling entrerà in stretti  rapporti. Anche questo movimento spinge potentemente a  superare quelli che vengono visti come residui dogmatici della  filosofia kantiana: la rivendicazione di una tradizione scientifica  tedesca, la polemica contro la scienza newtoniana ed  illuministica, il dibattito sul presunto spinozismo di Lessing,  spingono uomini come Herder e Goethe (del 1790 è la  Metamorfosi delle piante, ma la stessa concezione è espressa in  poesie e nei progetti del Faust) verso un naturalismo che vede  nella natura non un morto meccanismo, ma unità e vitalità  infinita che si dirama nella miriade di forme degli enti naturali.  Ecco che al tema kantiano ed idealistico della libertà dell’uomo  si affianca il tema dell’infinità e vitalità della natura; in parte i  due temi entrano in conflitto (nelle due prime Critiche kantiane  e nella fichtiana "dottrina della scienza" la natura e la sensibilità  si presentano come semplice materia, morta sensibilità che tocca  al soggetto determinare ed unificare), in parte tuttavia sono  possibili insospettate sintonie: perfino Kant nella Critica del  Giudizio (1790) cerca un punto d’incontro tra il soprasensibile  che sta a fondamento della natura ed il soprasensibile che nel  soggetto si presenta come libertà e ragione pratica. Dunque,  ancora una volta, il mondo tedesco ci appare percorso da  tensioni e conflitti, eppure animato da una comune esigenza di  fondo: la ricerca dell’unità, dell’armonia, dell’assoluto.

 A tale ricerca, nuovamente più vicina al versante  artistico-romantico che a quello filosofico-idealistico,  contribuisce un’ulteriore componente: la riscoperta e la  mitizzazione del mondo classico. Non si tratta solo della  riscoperta dell’arte e della bellezza greca: con le Lettere  sull’educazione estetica dell’umanità (1795) Schiller ha  proposto un’immagine della classicità capace di esercitare  suggestioni profonde sui giovani intellettuali tedeschi. L’uomo  greco viene in queste lettere visto come un uomo totale e  onnilaterale, che non ha ancora subito le scissioni e le  lacerazioni della modernità: un uomo in cui sensibilità ed  intelletto convivono in perfetta armonia, e dunque è bello; un  uomo che è certamente individuo singolo, ma non si è scisso dal  tutto: nel cittadino greco vivono, immanenti, la sua patria, i suoi  dei, la natura che lo circonda. Questa unità tra senso e ragione,  tra singolo ed universale, tra finito e infinito è andata perduta, e  in tale perdita consiste la miseria dell’uomo moderno, che solo  l’arte può permettere di superare. Scriveva Schiller:

 "I greci non solo ci superano per una semplicità che è estranea al  nostro tempo; essi sono contemporaneamente i nostri rivali, spesso  anzi i nostri modelli negli stessi pregi con cui siamo soliti consolarci  del pervertimento dei nostri costumi. Ricchi di forma e in pari tempo  di contenuto, filosofi e artisti, delicati ed energici al tempo stesso, noi  li vediamo unire in una magnifica umanità la gioventù della fantasia e  la virilità della ragione.

 [...] Per quanto in alto salisse, la ragione si traeva sempre dietro  amorosamente la materia, e per quanto sezionasse con sottile minuzia,  non mutilava mai. Essa dissociava, è vero, la natura umana, e la  proiettava, ingrandita, nel magnifico circolo degli dei, ma non  spezzettandola, bensì variamente combinandola; poiché ogni singolo  dio racchiudeva l’umanità intera. Come ben altrimenti avviene presso  di noi moderni! Perché anche presso di noi l’immagine della specie è  proiettata, ingrandita nei singoli individui, - ma in frammenti, non in  varie combinazioni, così che si deve andar cercando da individuo a  individuo per ricomporre la totalità della specie. Si sarebbe quasi  tentati di affermare che presso di noi le forze dell’animo si  manifestano anche nell’esperienza così separate come lo psicologo le  divide nella teoria. Infatti noi vediamo non solo singoli soggetti, ma  intere classi di uomini, sviluppare solo una parte delle loro attitudini,  mentre le altre, come nelle piante deformi, sono appena accennate con  deboli tracce.

 [...] Quale moderno si presenterebbe singolarmente, uomo contro  uomo, a competere con l’ateniese singolo per il premio dell’umanità?

 Donde deriva questa inferiorità dell’individuo malgrado la superiorità  della specie? Perché il greco come individuo poteva qualificarsi come  rappresentante del suo tempo, mentre il moderno non può osare fare lo  stesso? Perché quello prese le sue forme dalla natura, che tutto unisce,  questo dall’intelligenza, che tutto separa.".

 L’uomo moderno è dunque un uomo deforme e sgraziato, che,  separato dalla totalità, sviluppa all’estremo una sola facoltà, si  aliena e specializza, ma non vale nulla in confronto a chi ha in sé  il tutto. E l’uomo moderno è un uomo in sé lacerato: la morale  kantiana ha proposto un’immagine del soggetto morale in cui la  ragione domina assolutamente sui sensi e sull’immaginazione; in  quanto soggetto sensibile l’uomo kantiano è sempre uno  schiavo, in quanto soggetto razionale-morale è sempre un  tiranno. Sullo sfondo della riflessione schilleriana troviamo  ancora una volta Kant, e questa volta il Kant della Critica della  ragion pratica, il maestro che ha avviato la rivoluzione  filosofica, ma anche il maestro che deve essere superato e la cui  filosofia esige un adeguato perfezionamento.

 C’è, infine, una terza direzione in cui la cultura romantica  tedesca parte da Kant per muovere verso l’assoluto: la Critica  della ragion pura ha dimostrato che l’assoluto non può in alcun  modo essere oggetto di conoscenza intellettuale, che le nostre  conoscenze sono limitate alla sfera dell’esperienza possibile.  Questa concezione kantiana non comporta tuttavia una rinuncia  all’assoluto: rimane aperta la via di un approccio alogico ad  esso. È questa la via battuta da pensatori come Jacobi o  Schleiermacher, che ritengono possibile e necessario un  rapporto del soggetto finito all’assoluto mediante il sentimento,  l’intuizione, la fede.

 Vitalismo e senso estetico della natura, nostalgia per la bella  totalità del mondo antico, rivalutazione dell’intuizione e del  sentimento, sono tutti spunti che cooperano negli ambienti  romantici a produrre un clima di esaltazione per l’assoluto, di  attesa spasmodica di rigenerazione e rinnovamento. Uno dei  centri più attivi di questo tentativo di produzione di un sapere  estetico-sentimentale dell’assoluto è ancora una volta Jena: qui  non solo operano filosofi idealisti come Fichte e Schelling, ma  si è formato un attivo circolo romantico intorno alla rivista  Athäneum fondata dai fratelli Schlegel. L’ambiente jenese è  agitato da tendenze diverse e contraddittorie, ma, ripetiamo, tali  tendenze possono essere percepite come tentativi, moventisi in  direzioni diverse, di assolvere un unico compito assegnato  collettivamente agli intellettuali tedeschi.

 

L’università di Jena e la rottura dell’unità dell’idealismo  tedesco

  È verso questo centro brulicante di idee nuove e di indistinte  aspirazioni ad una radicale rigenerazione dell’umanità, animato  dal confuso sentimento di una missione comune, che Hegel  ritiene di dirigersi. Abbiamo visto nella lettera a Schelling del  novembre 1800 che Hegel affronta questo trasferimento con una  certa esitazione, tanto che dichiara di voler soggiornare qualche  tempo in un’altra località, possibilmente a Bamberga, prima di  "avventurarsi nel vortice letterario di Jena"; egli tuttavia  rinuncerà a questo progetto e giungerà direttamente a Jena nel  gennaio del 1801. In realtà la situazione di Jena a questa data  non è più quella che Hegel si aspettava di trovare: tra il 1799 ed  il 1801 la confusa ed entusiastica unità di sentire comune degli  intellettuali tedeschi ha cominciato a dissolversi e le diverse  anime del movimento romantico ed idealistico si sono separate  ed avviate in direzioni divergenti. La rivista degli Schlegel,  Athäneum, ha cessato le pubblicazioni ed alla scuola romantica è  venuto a mancare l’organo con cui ha diffuso in forma brillante  e provocatoria le proprie posizioni. Anche i rapporti tra  Friedrich Schlegel e Schelling si sono guastati, sia per ragioni  teoriche che per motivi personali. E, soprattutto, per la filosofia  idealistica tedesca è arrivata l’ora della resa di conti. Ancora una  volta è stato il vecchio Kant a prendere l’iniziativa di questo  chiarimento teorico: abbiamo già detto che nell’ultimo decennio  del Settecento Fichte, e poi Schelling con lui, hanno lavorato  alla rielaborazione in senso idealistico del criticismo kantiano  convinti di realizzare così lo spirito più profondo della filosofia  di Kant, e che il silenzio del filosofo di Königsberg è stato in  generale inteso come un tacito consenso a tali rielaborazioni.  D’altra parte, come avremo modo di vedere più avanti, nei testi  di Kant non mancano i passi che giustificano l’interpretazione  della Critica della ragion pura come di una propedeutica ad un  sistema ancora da stendere, né mancano passi (soprattutto nella  prima edizione della Critica della ragion pura) che ben si  prestano ad una interpretazione idealistica: pare dunque al  pubblico filosofico tedesco che Kant, Fichte, Schelling  costituiscano una unità filosofica ed espongano in forme diverse  lo stesso contenuto.

 In realtà il silenzio di Kant è dovuto, paradossalmente, alla sua  grandezza filosofica: egli, dopo aver pubblicato nel 1786 i Primi  principi metafisici della scienza della natura, è impegnato nel  lavoro arduo, probabilmente impossibile, di passare dalla  "metafisica della natura" alla fisica; chiuso nel suo studio scrive  le sue annotazioni in grandi fogli dove si accavallano il testo  principale ed una moltitudine di annotazioni, nello sforzo di  mantenere uniti pensieri ed argomenti differenti, e riceve  distrattamente i clamori filosofici che risuonano fuori dalla sua  camera di lavoro. Della stessa opera di Fichte, che il pubblico  filosofico tedesco ha salutato come il geniale prosecutore ed  inveratore della sua filosofia, Kant ha probabilmente solo una  conoscenza di seconda mano, mediante estratti e recensioni: in  un appunto Kant scrive del "pacco delle opere di Fichte, che  giace sul pavimento dell’anticamera". Tuttavia finché dura quel  silenzio si può pensare ad un sostanziale accordo degli esponenti  dell’"idealismo trascendentale". I malintesi, le differenze, le vere  e proprie ostilità latenti nella scuola idealistica divengono  espliciti nel 1799.

 Nel luglio 1799 Fichte, accusato in un opuscolo anonimo di  ateismo per le posizioni sulla religione sostenute nell’articolo  "Sul fondamento della nostra fede in un governo divino del  mondo", dopo la cosiddetta "disputa sull’ateismo" è costretto a  dimettersi dall’università di Jena e a trasferirsi a Berlino. È  questo per Fichte e la sua scuola un momento di debolezza, ed  ecco che solo un mese più tardi Kant ritiene giunto il momento  di prendere posizione sulla dottrina fichtiana diffondendo una  dichiarazione pubblica con cui si dissocia dalla filosofia di  Fichte e la condanna esplicitamente. In tale dichiarazione si  legge, tra l’altro:

 "... dichiaro con la presente di considerare la dottrina della scienza di  Fichte un sistema del tutto insostenibile. Pura dottrina della scienza è  infatti né più né meno che mera logica la quale, con i suoi principi,  non può presumere di arrivare fino all’elemento materiale della  conoscenza; essendo pura logica, astrae dal contenuto di questa, e  volerne tirar fuori un oggetto reale è fatica sprecata, ed è un’impresa  alla quale non s’era ancora messo nessuno; e se poi la si tenta si è  costretti, ammesso che sia valida la filosofia trascendentale, a passar  subito oltre di essa, e a finire nella metafisica. E per ciò che riguarda  la metafisica secondo i principi fichtiani, sono tanto poco disposto ad  accettarla che, rispondendo a una sua lettera, gli consigliai di  coltivare, in luogo di infruttuose sottigliezze, le sue buone qualità di  espositore, le quali si potevano applicare con utili risultati alla  Critica della ragion pura; ma egli rifiutò cortesemente, dichiarandomi  che non avrebbe cessato di interessarsi all’elemento scolastico.

 [...] Al riguardo devo fare ancora un’osservazione: non riesco proprio  a capire come mi si sia potuta attribuire l’intenzione di dare soltanto  una propedeutica alla filosofia trascendentale, e non il sistema stesso  di tale filosofia. Un tal proposito non ha mai potuto venirmi in mente,  perché io stesso ho affermato che la trattazione integrale della pura  filosofia, nella Critica della ragion pura, era il segno più attendibile  della verità di essa. Infine, il recensore afferma che la Critica, a  proposito delle parole con cui essa spiega la sensibilità, non va presa  alla lettera, ma che chiunque la voglia comprendere deve situarsi  anzitutto nella prospettiva giusta (di Beck o di Fichte), perché la  lettera kantiana, come quella aristotelica, uccide lo spirito; ed io  dichiaro ancora una volta che la Critica dev’essere intesa soltanto alla  lettera, e che bisogna accostarvisi soltanto con l’intelletto comune,  purché esso sia sufficientemente educato a tali analisi astratte.".

 Con l’allontanamento di Fichte da Jena, con la fine dei rapporti  quotidiani e personali tra lui e Schelling, e con questa  dichiarazione di Kant si dissolve l’unità, in buona parte fondata  su malintesi, del primo idealismo, ed i pensatori idealisti devono  fare i conti con le loro differenze e la loro gara a superarsi nella  formulazione di un sistema dell’assoluto. È ben vero che durante  la disputa sull’ateismo e di fronte alla condanna di Kant  Schelling manifesta piena lealtà verso Fichte: in una lettera del  12 settembre 1799 egli scrive a Fichte:

 "... il dichiarare da parte di Kant di non aver niente in comune con la  Sua filosofia è la prova più evidente che per lui è già venuta la  posterità, la quale (come egli stesso disse una volta di Platone) lo  capisce meglio di quanto egli stesso non si sia capito; e poiché ognuno  può dire la sua soltanto nella propria epoca, egli, che non sa andare al  di là dei limiti di essa, ha perduto ogni diritto di continuare a parlare,  ed è filosoficamente morto. Ha tutte le ragioni di non voler ammettere  altro che la Critica; dato però che l’andare oltre la critica non solo è  possibile, ma si è già verificato, per cui non può sussistere alcun  dubbio sulla sua possibilità, ecco che esiste qualcosa che è posto del  tutto al di fuori del suo orizzonte, che per lui appartiene già alla  posterità, e dove egli non ha assolutamente alcun diritto di parlare".

 Tuttavia già dal 1800 le posizioni teoriche di Fichte e di  Schelling si vanno allontanando: il Sistema dell’idealismo  trascendentale (1800) mostra una maggiore autonomia  filosofica di Schelling da Fichte, ed è l’occasione di uno scambio  di lettere tra i due da cui emergono dissensi sulla concezione  della natura e sulla possibilità di una deduzione completa che  faccia dell’idealismo un sistema di tutto il sapere. A tali dissensi  si aggiunge un deterioramento dei rapporti personali quando  Schelling nel 1801 non gradisce di essere definito da Fichte un  "mio brillante collaboratore" e con l’Esposizione del mio sistema  filosofico si sforza di presentare al pubblico una propria  filosofia dell’identità, esposta oltretutto in una forma che si  ispira più all’Ethica di Spinoza che alla Dottrina della scienza.  Con l’emergere di questi dissensi tuttavia la rottura tra Fichte e  Schelling non è ancora né compiuta né del tutto giunta a  consapevolezza: il confuso sentimento di cooperare in  quell’impresa comune che è la rivoluzione filosofica continua ad  avere degli effetti; inoltre Schelling probabilmente non si sente  ancora pronto per una pubblica rottura con il maestro, e Fichte  non ha alcun interesse ad accentuare ulteriormente il proprio  isolamento nell’ambiente universitario tedesco.

 Il fatto nuovo, che costringe i due pensatori a prendere atto della  presenza nei loro sistemi di elementi inconciliabili, è l’apparire  nel dibattito filosofico tedesco di questa Differenza fra il sistema  filosofico fichtiano e schellinghiano, con cui Hegel, da poco  giunto a Jena, si presenta per la prima volta al pubblico e precisa  la sua posizione in quel complesso panorama che ci siamo  sforzati di tratteggiare. In quest’opera Hegel si presenta al  pubblico come pensatore decisamente schellinghiano: come  sottolinea Lukács "la filosofia di Schelling non viene qui  sottoposta a nessuna critica: una critica del genere non viene  neppure accennata. Tutt’al più, il lettore attuale, a cui sono più  chiare le differenze tra Schelling e Hegel, può vedere in molti  punti che Hegel attribuisce alla filosofia schellinghiana un senso  e una tendenza più corrispondenti alla continuazione della sua  propria linea filosofica che a quella di Schelling". Tuttavia la  comparsa di questo testo costituisce una svolta nel dibattito  interno al primo idealismo tedesco per almeno due ragioni: da  un lato, come avremo modo di sottolineare, Hegel porta un  contributo di tematiche e riflessioni nuove alla discussione  filosofica; dall’altro quest’opera rende esplicita quella differenza  tra l’idealismo "soggettivo" di Fichte e l’idealismo "oggettivo" di  Schelling che il pubblico non ha affatto colto e di cui  probabilmente gli stessi Fichte e Schelling non sono ancora del  tutto consapevoli. Come avrà modo di sostenere lo stesso Hegel  in un corso di lezioni tenute a Jena,

 "la Dottrina della scienza di Fichte e il Sistema dell’idealismo  trascendentale di Schelling null’altro sono che i tentativi di esporre  puramente per sé la logica o la filosofia speculativa. Fichte ha  notoriamente preso le mosse dal grande, ma unilaterale punto di vista  della coscienza, dell’Io, del soggetto, e ciò gli ha reso impossibile una  trattazione libera e completa. Schelling parte dallo stesso punto, ma lo  supera in seguito e, per quanto riguarda la filosofia speculativa,  sembra in questi saggi che la coscienza non sia stata presente,  proprio perché non si è trattato d’altro"

 Dunque Schelling avrebbe superato Fichte nel cammino verso  un sistema della totalità, ma non ne ha avuto la coscienza:  l’opera che costringe Schelling a prendere coscienza della sua  originalità ed autonomia è proprio questa Differenza.  Quest’opera presenta quindi un primo elemento di interesse in  quanto, prima opera pubblicata da Hegel, ci mostra un filosofo  della sua grandezza che fa i conti con l’evoluzione del pensiero  filosofico che ha portato alla sua filosofia, esamina il pensiero  degli autori che l’hanno preceduto ed assegna loro una posizione  ed un ruolo.

 È pur vero che agli occhi del pubblico questo scritto ha scarsa  originalità: la Stuttgarder allgemeine Zeitung avrà modo di  scrivere che "Schelling era andato a prendersi nella sua terra un  robusto difensore e per bocca di costui annunciava al pubblico  sbalordito che anche Fichte rimaneva molto al di sotto delle sue  idee". Tuttavia questo robusto difensore e fedele scudiero del  pensiero di Schelling, proprio nel suo essere schellinghiano con  una coerenza che nemmeno lo stesso Schelling raggiunge,  comincia a mostrare sfumature nuove: fa emergere in forma  nuova l’indispensabile ruolo della riflessione per la filosofia,  accosta alla schellinghiana intuizione trascendentale la  "riflessione filosofica", formula in forma nuova l’esigenza di  cogliere l’identità di soggetto e oggetto, e tutto questo  rappresenta per noi, che conosciamo gli sviluppi successivi del  pensiero hegeliano, un ulteriore elemento di grande interesse: ci  dà la possibilità di assistere alla nascita del pensiero hegeliano  della maturità. D’altra parte anche il solo comprendere  consapevolmente quello che in Schelling era un’esigenza  inconsapevole è già porsi oltre Schelling, avere una notevole  autonomia filosofica e addirittura cercare di condurre il  compagno più celebre verso sviluppi teorici che Hegel, non  Schelling, prevede e vuole. Hegel avrà modo di raccontare di  aver detto per primo all’amico Schelling "che egli (Schelling) si  era posto fuori sia dalla filosofia kantiana, sia dalla filosofia  fichtiana, e che con ciò aveva raggiunto in campo filosofico una  sua propria collocazione, mentre lo stesso Schelling riteneva di  stare ancora all’interno dei confini dell’idealismo soggettivo".  Come scrive Pöggeler, Hegel

 "sottolinea che Schelling stesso non ha avuto alcuna consapevolezza  del fatto che abbia dovuto completare lo sviluppo puramente  soggettivo di Fichte dell’identità Soggetto-Oggetto con lo sviluppo  oggettivo. La Differenz, nella misura in cui mostra espressamente  questa necessità, era già un andare oltre Schelling!".

 

 LA DIFFERENZA FRA IL SISTEMA FILOSOFICO  FICHTIANO E SCHELLINGHIANO

 

Hegel storico della filosofia

  Con questa Differenza fra il sistema filosofico fichtiano e  schellinghiano Hegel fa dunque la sua comparsa nella battaglia  in corso nella filosofia tedesca per portare alla parola l’assoluto.  Come abbiamo detto egli ha alle spalle un ormai lungo lavoro di  ricerca su temi non sempre strettamente filosofici, ma di questo  lavoro il pubblico non sa nulla: il compito che Hegel si propone  con questo scritto è determinare la propria posizione entro lo  sviluppo della filosofia idealistica tedesca. La Differenza si  presenta dunque anche come un’opera di storia della filosofia, e  questo aspetto non è certo quello che desta in noi il minor  interesse: nel fare i conti con gli sforzi che prima di lui sono stati  fatti da Kant, Fichte, Schelling e Reinhold, Hegel getta una luce  sul pensiero di questi autori e ce ne offre un’interpretazione ricca  di profondità ed acume. Certamente non possiamo aspettarci da  quest’opera un esame filologicamente accurato né un’esposizione  letterale del pensiero dei suoi predecessori; lo scritto di Hegel è  polemico, opera (specialmente nel ripercorrere il pensiero di  Kant e di Fichte) forzature, ricerca limiti e contraddizioni: è  insomma un’interpretazione, ma lo è nel senso migliore.

 A partire dalle posizioni teoriche che egli stesso ha raggiunto,  Hegel ripensa la filosofia kantiana e fichtiana, se ne appropria e  ne indica il significato ed i limiti: una tale opera è certamente  parziale, ma quale lettura di un autore non è una forzatura ed  un’interpretazione? Qui per lo meno abbiamo l’interpretazione di  grandi filosofi compiuta da un grande talento speculativo qual è  quello hegeliano, un’interpretazione certamente più ricca e  stimolante di tante esposizioni che ripetono stancamente indice e  contenuto della Critica della ragion pura o della Dottrina della  scienza. E d’altra parte questa interpretazione farà epoca: oggi si  possono dare dell’opera di Kant interpretazioni molto lontane da  quella hegeliana, ma resta il fatto che tutta una generazione di  pensatori (e di quei pensatori che probabilmente hanno fatto  l’ultima grande stagione del pensiero occidentale) ha letto  nell’opera kantiana la fondazione di una metafisica idealistica e  le premesse per una nuova concezione dell’assoluto. Possiamo  anche rigettare una tale lettura, ma è un dovere comprenderne le  ragioni e la possibilità, se non altro perché prestare ascolto a  quelle interpretazioni di Kant (o di Fichte) ci permette di gettare  luce e mettere in rilievo aspetti del pensiero kantiano che  altrimenti rischiano di sfuggirci.

 È questo il difetto di tutti i grandi pensatori che si occupano di  altri pensatori: nel comprenderli li deformano alla luce del  proprio pensiero, eppure quale acutezza interpretativa, quale  ricchezza di spunti in tali deformazioni. Come Aristotele nel  primo libro della Metafisica ci dà una ricostruzione ricchissima  della filosofia greca prima di lui, e se pure opera forzature e con  la sua personalità filosofica ci nasconde molto di chi lo ha  preceduto, nello stesso tempo ci offre un’apertura ed uno  spiraglio per comprendere i primi filosofi, così Hegel in questa  Differenza (e poi in tante altre occasioni, dalla Fenomenologia  alle Lezioni di storia della filosofia) definisce un contenuto  delle dottrine dei pensatori che l’hanno preceduto, assegna loro  un ruolo nella storia della filosofia, offre un’interpretazione  unitaria di sforzi teorici che altrimenti potrebbero apparirci  contingenti e casuali: ci offre insomma una chiave interpretativa  del primo idealismo tedesco di cui difficilmente possiamo  liberarci e che certamente non dobbiamo ignorare.

 D’altra parte c’è anche un altro motivo per prestare attentamente  orecchio alla ricostruzione che Hegel fa della filosofia che l’ha  preceduto: nel 1801, quando stende questo scritto, Hegel sta  faticosamente tentando di giungere a se stesso, alle proprie  autonome posizioni filosofiche, ed il metodo che segue è quello  della discussione, dell’Auseinandersetzung, con i filosofi  precedenti. Hegel giunse al proprio sistema assorbendo le  filosofie precedenti, comprendendole e superandole: nella sua  polemica contro Kant e Fichte non si deve cercare solo volontà  di confutazione o malevolenza, ma la conclusione di un  processo costituito dal far proprie e comprendere le posizioni  dell’avversario. Come scrive il Rosenkranz nella sua Vita di  Hegel

 "il suo sistema crebbe lentamente e sempre attraverso un’estraneazione  da se stesso. Inizialmente la produttività di Hegel si congiunse  criticamente a qualcosa di dato; mentre essa era alle prese col dato,  venne a galla anche il suo proprio genio. L’alienazione all’estraneo era  la corvée per mezzo della quale si liberava dall’essere legato  attraverso la propria immediata profondità. Da tale abbandonarsi e da  tale critica rientrava poi in se stesso più certo di sé. [...] Non temeva  di arrecar danno alla propria originalità attraverso lo studio di altre  personalità originali, come accade alle nature deboli, che  istintivamente si tengono lontane dalle opere altrui, perché hanno  paura che la conoscenza di esse possa render superflue le proprie".

Ancora una volta, dunque, l’interpretazione del primo idealismo  offertaci da Hegel è certamente una interpretazione, e dunque  parziale e deformante come qualunque altra, ma è passata  attraverso la concreta esperienza ed il rivivere il pensiero dei  suoi predecessori, e quindi tanto più interessante.

 

La concezione hegeliana della storia della filosofia

 Le considerazioni precedenti ci portano ad affrontare uno degli  aspetti più originali del pensiero hegeliano: la concezione della  storia della filosofia. Su tale argomento Hegel ha raggiunto già  nel 1801 la consapevolezza che la storia della filosofia non può  risolversi in dossografia, in raccolta di opinioni, ma che le  diverse filosofie, datesi in epoche e tra popoli differenti, sono  manifestazioni di un’unica verità, una verità che in quanto una e  molteplice insieme, unione di infinito e finito, di universale e  particolare, deve esporsi in forme differenti. Come tali, come  figure diverse mediante le quali la verità giunge a sapersi nella  sua ricca semplicità ed articolata unità, vanno lette le filosofie, e  non come una semplice collezione insensata di bizzarre opinioni.  Nella Differenza si legge:

 "Come ogni figura vivente appartiene nel contempo al fenomeno, così  una filosofia come fenomeno si è consegnata a quella potenza che può  trasformare il sistema in una morta opinione e, fin dall’inizio, in un  passato. Lo spirito vivente che abita una filosofia esige, per svelarsi,  di essere generato da una spirito affine; egli sfiora appena, come un  fenomeno estraneo, l’atteggiamento storico che parte da un qualunque  interesse verso la conoscenza di opinioni, e non manifesta il suo  intimo; può restargli indifferente dover servire ad ingrossare la  restante collezione di mummie ed il generale cumulo di casualità,  poiché egli stesso è sfuggito tra le mani al curioso raccogliere  conoscenze. Quest’ultimo rimane fermo al suo punto di vista  indifferente verso la verità, e mantiene la sua autonomia, sia che  accetti opinioni, sia che le rigetti, o non si decida; esso non può dare  ai sistemi filosofici nessun altro rapporto a se stesso se non quello  secondo cui sono opinioni, e tali accidenti, come le opinioni, non gli  possono nuocere; non ha riconosciuto che la verità esiste".

 Già ai tempi della Differenza risulta dunque chiaro a Hegel che  l’atteggiamento verso la filosofia precedente non può essere né  quello del curioso collezionista, né quello di chi va cercando nel  passato opinioni da accettare o respingere semplicemente, ma  che si tratta invece di far rivivere in un sistema filosofico lo  "spirito vivente" che lo "abita", e che ciò può avvenire solo in  un rapporto simpatetico con la filosofia passata, che permetta di  generare tale spirito mediante uno "spirito affine". Si tratta  dunque, ancora una volta, di rapportarsi alla filosofia  interpretandola e rivivendola, non con mera curiosità erudita,  non ripetendo come una filastrocca le opinioni dei filosofi del  passato: è evidente che da un atteggiamento del genere non  possiamo attenderci l’"obiettività" nel rendere le opinioni altrui,  ma è anche evidente che solo questo sguardo penetrante, che  cerca nei sistemi passati una verità sempre vivente, fa di quei  sistemi veramente filosofie, e non farfalle o francobolli da  fissare con spilli in un album. È questo secondo Hegel l’unico  modo dotato di senso di leggere i filosofi del passato:  rivolgendo loro domande, facendoli rivivere, accostandoli con  la simpatia e la passione che il filosofo prova per l’altro filosofo,  che l’amante del sapere prova per chi prima di lui ha percorso la  strada dell’amore per il sapere; ed in questo atteggiamento non  erudito, non curioso, ma appassionato Hegel anticipa critiche  che verranno rivolte all’atteggiamento colto ed erudito da altri  pensatori dell’800 e del 900, primo tra tutti Nietzsche: come non  ricordare quel bellissimo passo di Così parlò Zarathustra  titolato "Del paese dell’istruzione" dove, a proposito degli eruditi  del presente, si legge:

 "Mai il mio occhio aveva visto tanti colori mescolati a screzio. Risi e  risi mentre il piede mi tremava, e anche il cuore: "ma questa è la  patria di tutte le vernici!" - dissi. Verniciati con cinquanta chiazze sul  viso e sulle membra: così ve ne stavate assisi, a mio stupore, uomini  del presente! E circondati da cinquanta specchi, che lusingavano e  ripetevano la varietà dei vostri colori! In verità non potreste portare  maschera migliore del vostro stesso volto, uomini del presente! Chi  mai potrebbe - riconoscervi! Ricoperti dei segni del passato, e anche  questi segni ripassati con la vernice di segni nuovi: così vi siete ben  nascosti a tutti coloro che sanno interpretare i segni! E, anche a saper  scrutare fin nelle reni: chi mai crederà che ancora voi abbiate reni! Di  colori sembrate impastati e cartapesta. Un guazzabuglio di tutte le  epoche e le nazioni traspare dai vostri veli; un guazzabuglio di tutti i  costumi e le fedi si esprime nel vostro gestire. [...] Perché così voi  parlate: "noi siamo in tutto e per tutto reali, e senza fede né  superstizione": così vi impettite - ahimè senza petto! Certo, come  potreste essere capaci di credere, voi esseri dipinti a screzio! Voi che  siete la pittura di tutto quanto fu creduto in passato! Confutazioni  ambulanti siete voi della fede stessa, e - in voi - tutti i pensieri si  fracassano l’ossa. Indegni di fede: così io vi chiamo, o reali! Nei  vostri spiriti cianciano l’una contro l’altra tutte le epoche; e i sogni e le  ciance di qualsiasi epoca sono sempre stati più reali di quanto non sia  il vostro essere svegli!".

 Da questa polemica contro la curiosità erudita Hegel dovrà  passare negli anni successivi ad elaborare una teoria capace di  spiegare in positivo la diversità delle filosofie, di spiegare come  e perché, come si legge già nella Differenza, la storia della  filosofia sia la vicenda di una "ragione eterna e una che si  espone in forme infinitamente molteplici". Ciò avverrà già a  partire dalla Fenomenologia dello spirito, dove Hegel metterà in  atto lo schema del "superamento": ogni filosofia, come ogni  figura dello spirito, conserva e supera in sé le precedenti, ed  Hegel può pensare il sapere assoluto, e dunque la propria  filosofia, non come la negazione delle concezioni precedenti, ma  come il loro compimento e perfezionamento, in cui le passate  filosofie vengono "tolte", ovvero negate ed insieme conservate.  Il risultato più maturo di questa elaborazione si trova nelle  Lezioni sulla storia della filosofia, dove Hegel tornerà ad  insistere sul tema che la filosofia non è un’accozzaglia di  opinioni, ma la verità nel suo sviluppo:

 "La filosofia - si legge - non contiene opinioni perché non vi sono  opinioni filosofiche. Si avverte subito la mancanza dei fondamenti  della cultura in uno scrittore, sia pure uno storico della filosofia, che  osi parlare di opinioni filosofiche. La filosofia è scienza oggettiva  della verità, e la scienza della sua necessità, è conoscenza concettuale,  non un’opinione o un tessere opinioni".

 Dunque la filosofia è la verità tutta intera, o meglio la scienza  dell’unica e indivisibile verità, così come si è consegnata alla  coscienza di un popolo o di un’epoca. Rimane da spiegare la  molteplicità delle forme che tale verità assume; la soluzione di  tale problema dipenderà dalla concezione hegeliana dell’assoluto  come idea e come spirito, ovvero come universale concreto che  comprende in sé il particolare, non unità vuota ma unità di  determinazioni differenti; ecco dunque che

 "perciò l’idea, in quanto è concreta e si svolge in se stessa, è un  sistema organico, una totalità che contiene in sé molti gradi e momenti.  La filosofia è appunto di per sé la conoscenza di questo svolgimento e,  in quanto è pensiero concettuale, è essa stessa questo svolgimento  pensante: quanto più lo svolgimento è rigoroso, tanto più perfetta è la  filosofia".

 Dunque l’idea, avendo in sé la differenza e lo sviluppo, non può  che esporsi in figure differenti: tali figure possono esporsi  secondo l’ordine temporale che hanno assunto nella differenti  filosofie, o secondo l’ordine e la connessione necessaria del  sistema, ed Hegel può sostenere:

 "Io affermo dunque che la serie dei sistemi filosofici, quale si presenta  nella storia, è uguale alla successione che si presenta nella deduzione  logica delle determinazioni dell’Idea. Io sostengo che, se si spogliano i  concetti fondamentali dei sistemi che apparvero nella storia della  filosofia di tutto ciò che riguarda la loro formazione, la loro  applicazione al particolare ecc., si ottengono i diversi gradi della  determinazione dell’idea nel suo concetto logico. [...] È bensì vero che  sotto un dato aspetto vi è differenza tra la serie dei concetti presentata  come successiva nella storia e la loro serie nell’ordine dei concetti:  ma il trattare questa differenza ci allontanerebbe troppo dal nostro  compito. Osservo solo che, da ciò che si è detto, risulta che lo studio  della storia della filosofia coincide con lo studio della filosofia  stessa: e non potrebbe essere diversamente".

 E già in questa Differenza si legge:

 "Ma se l’assoluto, come la ragione, sua manifestazione, è eternamente  uno e lo stesso, come infatti è, allora ogni ragione che si è rivolta a se  stessa e si è riconosciuta ha prodotto una vera filosofia e ha risolto il  proprio compito, il quale, come la sua soluzione, è in ogni tempo lo  stesso. Poiché nella filosofia la ragione, che conosce se stessa, ha a  che fare solo con sé, sta dunque anche in lei stessa tutta la sua opera  come sua attività, e riguardo all’intima essenza della filosofia non si  danno né predecessori né successori".

 È evidente che un simile modo di concepire la storia della  filosofia, che Hegel raggiungerà nella maturità ma già nella  Differenza è chiaramente abbozzato, comporta una notevole  ambiguità: da un lato tutte le singole filosofie vengono  considerate come diverse manifestazioni dell’unica filosofia,  "scienza oggettiva della verità", ed Hegel può giungere ad  affermare che "dobbiamo però fare distinzione tra il principio  particolare di queste filosofie in quanto particolare, e la  manifestazione di questo principio attraverso tutta la concezione  del mondo. I principi rimangono conservati, e la filosofia più  recente è il risultato di tutti i principi anteriori. In questo senso  nessuna filosofia è stata confutata"; dall’altro tuttavia Hegel cerca  nei filosofi del passato solo se stesso e la sua propria filosofia,  operando forzature e deformazioni inevitabili a partire da queste  premesse. E tuttavia, lo ripetiamo, è di grande interesse, e non  solo per comprendere Hegel ma anche per comprendere il primo  idealismo, ascoltare con la massima attenzione la voce di questo  filosofo quando ricostruisce le vicende che nella filosofia  tedesca hanno preceduto e preparato le sue concezioni. Nelle  prossime pagine ci soffermeremo su alcuni aspetti  dell’interpretazione del pensiero di Kant, Fichte e Schelling  proposta da Hegel nella Differenza.

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