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Negli ultimi vent‘anni sono stati compiuti notevoli sterzi per insegnare lingue artificiali soprattutto agli scimpanzé. In anni pìu recenti la ricerca si è concentrata prevalentemente sull’uso del linguaggio come strumento per esplorare il mondo mentale degli animali. Il lavoro compiuto per esempio da Matsuzawa nel campo della designazione dei colori fa pensare che gli scimpanzé vedano effettivamente il mondo in maniera assai simile alla nostra, per lo meno nel senso che si può insegnare loro a indicare i colori con gli stessi nomi che usiamo noi. Per prima cosa Matsuzawa insegnò ai suoi scimpanzé a identificare un particolare simbolo (o «parola») con una carta del colore di una lunghezza d’onda specifica nello spettro. Dopo che gli scimpanzé ebbero superato questo test, li mise alla prova usando carte con l’intera gamma di tonalità. Disponendo le parole designanti i colori usate dagli scimpanzé sull’intero spettro dei colori, Matsuzawa ottenne una distribuzione corrispondente esattamente a quella che gli antropologi Berlin e Kaye avevano ottenuto qualche anno prima in una ricerca eseguita sugli esseri umani.
Proprio come gli uomini, gli scimpanzé tendevano a fare scelte arbitrarie quando dovevano designare gradazioni intermedie tra i colori di riferimento, ma non usavano mai un termine del tutto sbagliato. Questa è una caratteristica davvero singolare che si riscontra nei vocaboli per designare i colori in tutte le culture umane. Nella loro ricerca, Berlin e Kaye dimostrarono che i termini che diverse culture usavano per descrivere particolari tonalità, per esempio i colori simili all’azzurro, tendevano a raggrupparsi nello stesso punto dello spettro dei colori. Ad alcune lingue, però, mancano completamnente i termnini per indicare determinati colori. Così, certe lingue dell’India meridionale non distinguono tra viola e verde, molte lingue dell’Africa occidentale non distinguono tra azzurro e verde, mentre il kisuaheli, una lingua dell’Africa orientale, usa lo stesso termine per il rosso e il marrone. Gli antropologi hanno spesso sostenuto che simili scoperte dimostrano che culture diverse vedono il mondo in modi diversi. Purtroppo, una tale inferenza consegue da una totale ignoranza della fisica dei colori. Tutti questi esempi hanno in realtà un minimo comnune denominatore: i colori che vengono confusi sono sempre adiacenti l’uno all’altro nello spettro. Il rosso è adiacente al marrone, il viola al verde e il verde all’azzurro. Nessun popolo confonde mai il nero con il verde, o il rosso con il viola.
Se alcune culture non hanmto termini per designare certi colori è solo perché il linguaggio ci costringe a classificare in unità discrete quello che in realtà è un continuo. Nonostante i panegirici che ne se fanno, il linguaggio è in verità un mezzo di comunicazione sorprendentemente povero per descrivere il mondo naturale. Poiché troviamo estremamente difficile parlare di un fenomeno naturale come di un continuo, lo scomponiamo in categorie discrete. Quando queste vengono imposte a un continuo, i confini sembreranno mevitabilmente piuttosto arbitrari. Ciò significa che alcune lingue chiameranno azzurro quel che noi potremmo chiamare verde se il colore in questione (poniamo l’acquamarina) si trova al confine tra i due colori «puri», anche se i parlanti di entrambe le lingue converranno che il verde è verde e l’azzurro è azzurro quando si considerano le tonalità al centro della gamma di ciascun colore. Tali discrepanze dipendono solo dal modo in cui è costruito il nostro sistema di percezione dei colori.
Ecco un esempio di comprensione intuitiva del comportamento degli animali. I fulbe, un popolo di pastori dell’Africa occidentale, da un millennio allevano bestiame dalle lunghe corna nella regione dell’alto Niger. Dale Lott e il suo collega Benjamin Hart furono colpiti dal modo in cui i fulbe del Niger controllavano gli animali sfruttandone il comportamento sociale naturale. Il mandriano si introduce nella naturale gerarchia sociale del branco adottando il comportamento di un animale dominante e imitandone i privilegi. Senza essere provocato, egli attacca i membri dominanti (soprattutto i maschi), e nel contempo blandisce e accarezza gli altri allo scopo di stabilire e conservare lo status di capobranco. In questo modo riesce a controllare i movimenti della mandria sia durante il pascolo sia durante il viaggio dalla stalla al pascolo. Lott e Hart osservarono che, a differenza degli allevatori europei e americatti, che usano da sempre montare a cavallo, i fulbe, essendo privi di equini, non possono intimidire il bestiame affidandosi all’imponenza fisica che ha un uomo a cavallo. Così hanno imparato a sfruttare quelle tendenze comportamentali innate che gli animali, molto prima di venire addomesticati, hanno sviluppato nel corso dell’evoluzione per sopravvivere in gruppi. Se dubitate di questa spiegazione, posso solo invitarvi a cercare di condurre la più vicina mandria di bovini dalla stalla al pascolo senza aiuto.
Un altro esempio riguarda i borana, un popolo di pastori dell’Africa orientale. Come molte altre tribù, i borana sfruttano il comportamento di un uccello grande come un merlo, chiamato indicatore, per trovare gli alveari delle api da miele selvatiche. Le api costruiscono gli alveari in cavità rocciose, termitai abbandonati o alberi cavi. L’indicatore individua le arnie seguendo le api mentre queste tornano all’alveare doo essere uscite a procacciarsi il cibo. L’uccello però ha un problema: non puo entrare nelle arnie a rubare il miele, sia perché il favo è di solito costruito in uno spazio troppo piccolo per le sue dimensioni, sia perché, se anche provasse a entrare, verrebbe attaccato dalle api. Esso cerca allora un mandriano che si trovi nei dintorni con i propri animali, ne attira l’attenzione posandosi su un ramo ad altezza d’uomo ed emette un richiamo caratteristico. Dopo essere riuscito nel suo intento, l’uccello guida il mandriano fino all’alveare. L’uomo allora scaccia le api con il fumo, estrae il favo, ma lascia sempre una parte del bottino all’indicatore.
È un rapporto simbiotico in cui sia l’uomo sia l’uccello traggono beneficio dalla collaborazione. Ma funziona solo perché l’uomo riesce a capire il comportamento dell’uccello e sa ciò che quel comportamento significa. Sa che quando l’indicatore gli svolazza intorno ed emette quei particolari richiami vuol dire che ha trovato l’alveare e non che cerca di sviare l’attenzione di un predatore che si sta avvicinando al suo nido (tipo di comportamento comune a molte specie di uccelli). Sa anche che deve seguire l’indicatore per incoraggiarlo a mostrargli la strada, che deve aspettare per permettere all’uccello di ritrovarlo se per caso i due perdono il contatto, e che deve nicompensanlo con una parte del favo se vuole ripetere l’operazione in futuro. I borana sanno inoltre che possono indurre l’uccello ad avvicinarsi facendogli capire che sono interessati a trovare il miele: per segnalare il loro interesse emettono un caratteristico fischio acuto che si sente anche a un chilometro di distanza.
Affascinati da questo fenomeno, gli ornitologi Husein Isaak e Hans Ulli Reyer studiarono abbastanza in dettaglio il rapporto tra i borana raccoglitori di miele e gli indicatori. (In realtà, Isaak, biologo di professione, è lui stesso un borana e conosce fin dall’infanzia il comportamento degli indicatori.) I borana sostenevano di saper dedurre dal comportamento dell’uccello non solo la direzione, ma anche la distanza dell’alveare. Questa distanza, affermavano, è indicata: 1) dal tempo trascorso prima che l’uccello ritorni dopo avere contattato l’uomo la prima volta; 2) dalla distanza tra i rami su cui, successivamente, l’uccello aspetta l’uomo che lo segue; 3) dall’altezza dei rami sui quali si posa (questi diventano progressivamente più bassi man mano che l’uccello si avvicina all’arnia). Isaak e Reyer raccolsero dati quantitativi su tutti e tre questi punti, e anche su vari altri aspetti del comportamento dell’indicatore (tra cui il numero di soste che esso fa e la distanza totale coperta nel momento in cui fa una sosta). Riuscirono a confermare che solo i tre particolari menzionati dai borana erano decisamente connessi alla distanza dall’alveare in qualsiasi punto dato del percorso, e rimasero molto colpiti dal fatto che i borana capissero così bene il comportamento dell’animale.
Dunbar R., “Non sparate sulla scienza”, Longanesi, pag. 60
Richard Herrnstein ha compiuto una lunga serie di studi sulla capacità dei piccioni di formulare concetti astratti. Il progetto sperimentale è semplicissimo. A un piccione si presentano due minuscoli schermi su cui vengono proiettate diapositive. Beccando uno schermo il piccione ottiene una ricompensa in cibo, mentre beccando l’altro non ottiene nulla. Lo schermo associato al premio è quello su cui viene proiettata mina diapositiva che illustra un particolare concetto), mentre sull’altro schermo viene proiettata una diapositiva con un ‘immagine completamente diversa. L’immagine premiata viene proiettata a caso sull’uno o sull’altro schermo per impedire al piccione di imparare involontariamente una regola sbagliata (conte «Becca sempre lo schermo di destra, indipendentemente da quello che vi appare »). Poiché gli schermi tra cui scegliere sono solo due, ci attenderemmo che il piccione ne scegliesse uno a caso e indovinasse quello giusto il 50 per cento delle volte. Per ottenere risultati sostanzialmente migliori, dovrebbe imparare la generalizzazione corretta (ossia un concetto).
Tra i tipi di concetto insegnati c’è quello di albero (o « alberità»). Durante l’addestramento, al piccione vengono mestrate centinaia di esempi differenti del concetto), comprendenti particolari alberi di specie diverse, visioni aeree di foreste, primi piani di foreste, rami d’albero, hoschi d’inverno, boschi d’estate e così via. A queste immagini vengono associate altre immagini non di alberi, conse staccionate oli legno), case di legno, tralicci dell’elettricità e aste di bandiere. Se il piccione impara a reagire in mamìmera attendibile tentando sempre di beccare lo schermo dell’albero, viene messo alla prova con una serie completamnente nuova di diapositive mai viste prima che riportano esempi diversi del medesimo concetto. La precisione con cui i piccioni rispondono ai test èstraordinaria. Anche se non è ancora chiaro in che modo esattamente riescano a indovinare, è chiaro che questi animali pervengono a generalizzazioni che funzionerehbero benissimo come concetti nel senso quotidiano. Forse tali generalizzazioni non si possono ritenere concetti astratti nel senso che daremmo noi al termine se consultassimo nel vocabolario la definizione formale di «albero» e, in base a essa, identificassimo nuovi alberi spuntando un elenco di caratteri fondamentali. Ma probabilmente i piccioni fanno press’a poco la stessa cosa che facciamo voi e io quando, nel mondo meno formale della vita quotidiana, capiamo che cosa intende qualcuno quando afferma che «una quercia è un tipo d’albero
L’aspetto più interessante di questi esperimenti è che siano stati condotti con piccioni. In genere i piccioni non sono considerati gli Einstein del mondo degli uccelli. Dato dunque che essi risultano capaci di prestazioni così elevate, non dovremmo stupirci nello scoprire che specie avanzate come i primati possono fare ancora meglio. E, come potremmo attenderci, i primati sì comportano effettivamente meglio in
compiti cognitivi più complessi. Per valutare la capacità di un animale di imparare una regola astratta, gli psicologi usano un test standard volto a verificare se l’animale è in grado di generalizzare la regola di risposta appresa (“Per ottenere una ricompensa in cibo, premi la leva sotto le immagini di tipo A, ma non quella sotto le immagini di tipo B”) applicandola ad altri esempi dello stesso tipo generale. Recentemente lo psicologo giapponese Tetsuro Matsuzawa e colleghi hanno dimostrato che i piccioni riescono ad apprendere rapidamente un concetto come quello di « essere umano
(contrapposto a quello di « essere non umano ») e che generalizzano poi la risposta estendendola ad alcune trasformazioni semplici del concetto (come quelle di facce umane lontane contrapposte a facce non umane): tuttavia i piccioni non sono riusciti a estendere la risposta appresa nè ad altri tipi di trasformazione (come facce umane lontane contrapposte a facce umane vicine) né ad altri tipi di confronto (per esempio) scimmie contrapposte a non scimmie o piccioni contrapposti a non piccioni). Le scimmie cinomorfe, anche se più scarse nell’estendere le generalizzazioni al primo tipo di trasformazione (forse a causa della vista meno acuta), le hanno prontamente estese a trasformazioni del secondo tipo. Ciò si deve forse al fatto che i piccioni imparano a distinguere gli stimoli sulla base di caratteristiche specifiche, mentre le scimmie imparano a riconoscere caratteristiche più generali. Attualmente non è chiaro perché sia così, ma forse c’entra il fatto che queste due specie hanno stili di vita assai diversi per i quali sono necessari tipi differenti di raccolta delle informazioni.
Dunbar R., “Non sparate sulla scienza”, Longanesi, pag. 87
Quando, in sessanta secondi, gli studenti dovettero elencare tutte le parole di sette lettere terminanti in -ing che venivano loro in mente e in altri sessanta secondi tutte le parole terminanti in -. n. (dove ogni punto sta per una lettera a piacere), scrissero in media 6,4 parole della prima categoria e solo 2,9 della seconda. Eppure tutte le parole della prima categoria sono incluse nella seconda (assieme, naturalmente, a molte altre): la seconda categoria deve essere più vasta della prima. Sembrava semplicemente che i ragazzi non riuscissero a rendersene conto. E non era solo un problema di memoria o di riconoscimento delle parole. Quando a un altro gruppo fu chiesto di valutare il numero di termini dei due tipi in un brano di circa duemila parole tratto da un romanzo, gli studenti scrissero in media 13,4 termini in -ing e 4,7 termini in -. n.; forse più preoccupante è il fatto che quando Tversky e Kahneman provarono a sottoporre a un test analogo dei medici ospedalieri (usando come variabili sintomi di malattie), anche questi fecero lo stesso errore!
Queste tendenze sono dovute in parte al fatto che analisi scientifiche dettagliate sono irreparabilmente inefficaci nel contesto della sopravvivenza quotidiana. L’evoluzione ha abituato la nostra mente a identificare quelle regole pratiche che ci permettono di raggiungere il più in fretta possibile i nostri obiettivi quotidiani. Ma esiste un altro elemento che sembra importante nel contesto delle scienze più tradizionali: il fatto che la mente umana sembri più predisposta a comprendere le dinamiche sociali che la natura del mondo fisico.
Dunbar R., “Non sparate sulla scienza”, Longanesi, pag. 157