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Durante il regime il vento del sospetto spirò in ogni direzione: nessuno poteva ritenersi al riparo dalle conseguenze della calunnia o della divulgazione maliziosa di verità interessate. Componente della cultura di governo mussoliniana, la delazione coinvolse pure molti collaboratori del Duce, consapevoli — per esperienza diretta —che la loro posizione non li sottraeva agl’incerti delle denunzie segrete inoltrate da colleghi invidiosi o da cittadini irritati dalla condizione di privilegio di questo o di quel gerarca, ingiustificabile con l’ideologia ufficiale.
In tema di scritti anonimi il regime adottò un doppio registro, sfruttando quel materiale che apparisse funzionale alla lotta agli avversari, mentre le segnalazioni evidenzianti magagne tra i quadri del partito al potere solo in pochi casi furono seguite da provvedimenti concreti. La presenza di numerose missive anonime nei fascicoli di «personalità», significativamente inserite nel carteggio riservato della Segreteria particolare del Duce, lascia una sensazione inquietante sulla valanga di accuse e di diffamazioni lanciate contro i gerarchi e rubricate dalla direzione della Polizia o dai segretari personali del dittatore. Il solo Mussolini poteva disporre, autoritativamente, la distruzione del materiale d’archivio pervenuto a qualunque titolo al ministero dell’Interno, e talvolta lo fece: per esempio nei confronti dell’ex ministro De Stefani, come s’intuisce dall’intestazione del sottofascicolo «De Stefani S.E. Prof. Alberto — Rilievi a suo carico», del quale rimane una scarna annotazione: «Il carteggio contenuto nel presente sottofascicolo è stato eliminato da S.E. il Capo del Governo il 24 marzo I934».
Accuse segrete contro i gerarchi risultano per esempio da due documenti tratti dal materiale d’archivio su De Bono. Una segnalazione anonima dell’agosto 1931 sulle speculazioni nelle colonie africane fu riassunta in un promemoria dalla Segreteria particolare del Duce; eccone la parte centrale:
Forniture ed appalti sarebbero dal Ministero concessi ai meno meritevoli; l’impresa dei Fratelli Scalera (di cui farebbero parte l’on. Diaz e il figlio di S.E. D’Amelio) accaparrerebbe tutto: porti, strade, costruzioni militari. Si inventerebbe perfino lavori buffi come l’esecuzione di un reticolato verso il confine egiziano (per 10 milioni).
Maneggiatore di tutto questo affarismo sarebbe «il colonnello Butturini, segretario vitalizio di S.E. De Bono», le cui «turpi occupazioni» in Tripolitania avrebbero a suo tempo provocato un’inchiesta.
Il Generale Graziani, dopo l’esaltazione avuta da SE. De Bono, sarebbe diventato quasi un criminale per favorire gli amici e perseguitare gli avversari di lui.
L’on. Diaz avrebbe tra l’altro indotto un’impresa di Napoli a concorrere a vuoto per un lotto di strade, col solo scopo di farla ritirare a tempo opportuno e dividere lo scotto.
Se la Segreteria di Mussolini rielaborò l’esposto anonimo sulle presunte ruberie coloniali, significa che i pesanti addebiti sul conto del governatore della Tripolitania Emilio De Bono, del generale Rodolfo Graziani, del maresciallo Armando Diaz e del figlio del generale D’Amelio furono ritenuti in certa misura attendibili. La denunzia aveva una matrice imprenditoriale, quasi certamente opera di concorrenti napoletani dell’impresa Fratelli Scalera, azienda arricchitasi agli esordi del fascismo col commercio dei residuati bellici e che manteneva proficui collegamenti col sottobosco affaristico governativo.
Franzinelli M., “Delatori”, Mondadori, pag. 36
Vi furono casi di delazione connessi al dislivello generazionale stabilitosi tra vecchi operai reduci dalle lotte sindacali dell’immediato dopoguerra e giovani apprendisti forgiatisi ideologicamente nelle organizzazioni di massa del regime. Alla fine dell’ottobre 1939 il diciannovenne Mario Cardurani, neoassunto allo stabilimento ausiliario Scarpa e Magnano, in Savona, appesa una fotografia di Mussolini sulla macchina cui era addetto la indicò al suo vicino, l’elettricista cinquantenne Antonio Cerisola, attendendone il plauso. Costui era un convinto socialista, arrestato il 15 dicembre 1937 e confinato per oltre un anno avendo portato una corona di fiori rossi al funerale di un suo compagno. Lapidario il commento dell’antifascista: «Adesso lo abbiamo anche qui a sorvegliarci e a guardarci; siamo schiavi di questa vita, non si può far più niente: comanda tutto lui!». Il giovane tentò di ribattere, ma inutilmente: «Tu non puoi capire certe cose, perché sei nato nel periodo della galera, ci sei vissuto e ci vivi attualmente. Tu sei istruito secondo il loro metodo, ma sei giovane ed hai ancora tempo ad istruirti ed a capire tante cose che ti sono ignote». L’apprendista, ferito nell’orgoglio di giovane fascista, riferì il dialogo al delegato rionale del PNF, il partito fascista. Cerisola non rimise piede nello stabilimento: due carabinieri lo ammanettarono nottetempo. Bocchini e Mussolini concordarono l’assegnazione al confino di polizia per due anni (interamente scontati) a Pisticci.
Franzinelli M., “Delatori”, Mondadori, pag. 63
Agli inizi del marzo 1935 un cieco, che tirava a campare nella capitale vendendo giornali all’angolo della strada, fu denunziato alla questura da un probo cittadino, secondo cui l’immigrato calabrese Domenico Polimeni, «strillando i titoli dei giornali aveva pronunciato ad alta voce, sulla pubblica via, frasi ironiche nei riguardi della battaglia del grano». Sollecitato da un sottufficiale a seguirlo per accertamenti, l’uomo rispose sgarbatamente e fu immediatamente arrestato. Nell’interrogatorio ammise «di avere strillato, nei giorni precedenti, in senso ironico, per le vie del rione ferrovieri: “Mussolini ha vinto la battaglia del grano ed il pane aumenta!”». Il rapporto della prefettura lo descrisse come «un maldicente impenitente ed un brontolone, che pur non avendo appartenuto a partiti sovversivi, ha — in diverse circostanze — manifestati i suoi sentimenti antifascisti, abusando forse anche della pietà e della commiserazione che desta la sua condizione di cieco». Arbitro della sua sorte fu, al solito, Mussolini: «Presi gli ordini da S.E. il Capo del Governo: merita il confino». Domenico Polimeni — trasferito da Ferrandina a Ustica, da Ponza alle Tremiti — versava in cattive condizioni di salute e nel marzo 1937 beneficiò dell’amnistia. L’ex giornalaio ringraziò il ministero dell’Interno con una lettera in caratteri Braille, piuttosto inusuale: «Grato e commosso di vostra bizzarra magnanimità, ringrazio vivamente, sentitamente l’eccellentissimo ministro per l’inaudita malvagità con cui mi avete trattato. Peraltro non ho la minima intenzione di negare l’esistenza del mio reato, se pur si possa chiamare reato avere un’idea. Anarchico, idealista, filosofo non significa essere un assassino». Ne conseguirono, nel mese di agosto, l’arresto e la riassegnazione al confino, dove l’oppositore impenitente rimase sino a tutto il 1940. Una volta liberato fu iscritto nell’elenco delle persone da arrestare in determinate circostanze e ancora nell’ottobre 1941 fu ammonito per avere espresso opinioni illegali.
Franzinelli M., “Delatori”, Mondadori, pag. 74
Il trucco più diffuso usato contro un concorrente era segnalarlo anonimamente come un personaggio pericoloso, inventandosi situazioni equivoche. Vi era, beninteso, il rischio di essere individuati, come accadde a un barista smascherato dal prefetto di Avellino: «Si ha motivo di ritenere che le accuse siano state formulate da tal Cennamo Giuseppe d’intesa col proprietario del caffè-pasticceria in Atripalda, alla Piazza Umberto I, tal D’Anna Domenico, allo scopo di nuocere, per gelosia di mestiere, al nominato Pensa Alfonso, esercente un caffè attiguo». L’ispiratore dell’anonimo era dunque mosso da ragioni di bottega, mentre l’estensore materiale della missiva per-seguiva la vendetta privata: «Consta che il Cennamo, abitualmente uso a vita viziosa ed intessuta non di rado di espedienti truffaldini, in epoca imprecisata del 1940 venne allontanato dall’esercizio del Pensa per aver contratto, a seguito di varie consumazioni non pagate, debiti rimasti poi insoluti».
Nel 1942 una segnalazione anonima rovinò il comandante delle camicie nere di Ventotene, centurione Zangarini, preposto alla sorveglianza dei confinati. Dal contenuto della lettera s’intuisce che il gerarca fu tradito da un subalterno, insoddisfatto della situazione: «Mantiene col nostro rancio cani e galline, porta via dalla mensa tante cose e adesso che è andato in licenza quattro giorni, prima ha portato con sé sette chili di fave tolti dalla mensa e poi torna come prima ad andare nelle osterie a bere vino e se non può andare nelle osterie va di sera alla mensa e sta fino a tardi a ubriacarsi coi cucinieri in strada e poi ha dei modi da villano e noi vediamo le facce che fanno i confinati che gli ridono alle spalle, e per suo comportamento è cordialmente odiato da tutto il reparto mentre lui crede di essere ben visto noi non ne possiamo più». La lettera funzionò: il centurione fu trasferito.
Franzinelli M., “Delatori”, Mondadori, pag. 83
Una girandola di lettere anonime o apocrife accompagnò nella seconda metà degli anni Trenta la lotta ingaggiata tra due medici di Montemaggiore Belsito: Giuseppe Nicastro e Vincenzo Licata, ognuno dei quali dipinse l’avversario come capo di una fazione pericolosissima di sovversivi. Illuminante il rapporto stilato dai carabinieri di Termini Imerese: «Costoro da anni si lottano scambievolmente e l’uno cerca di compromettere l’altro, ricorrendo a denunce, anonimi, maligne insinuazioni ecc., tanto che tutte le autorità: politiche, amministrative, giudiziarie e di PS, da tempo non fanno che occuparsi di questi due individui i quali cercano di colpirsi nell’onore, nella reputazione privata e professionale senza badare a mezzi anche i più vili — quali gli anonimi — e trascinano nel loro odio parenti ed amici ormai costituiti in due gruppi in sorda lotta tra loro». Le indagini rivelarono lo sconcertante retroterra della serrata lotta:
“Vari anni or sono i rapporti tra il Dr. Licata ed il Dr. Nicastro erano fra i migliori. Il primo, anziano, bacato, uso alle lotte ed alle beghe paesane più per biasimevole tendenza che per naturali istinti di difesa, era il maestro del secondo, giovane ed inesperto. Esiste in fatti una lettera datata 15 maggio 1928 con la quale il Dr. Licata, dichiarando di riprendere la sua attività «poliforme», istigava il suo amico e pupillo Dr. Nicastro, in quell’epoca giovanissimo, a scrivere una lettera anonima contro monsignor Arrigo Raffaele, col quale egli era allora in lotta.
Sembra che a tale odiosa attività si prestasse il Nicastro, il quale rappresentava in quel tempo l’alter ego del Licata. Ma in prosieguo, avendo il Nicastro — secondo le attuali affermazioni del Licata — cercato pure con anonimi di attentare all’onorabilità della consorte di quest’ultimo, i rapporti fra i due vennero troncati e da allora entrambi iniziarono e condussero fra loro una lotta spietata cercando l’uno di sopraffare l’altro mediante querele, anonimi, macchinazioni di complotti e di attentati terroristici contro i quali invano intervennero funzionari e magistrati onde farli riappacificare e scoprire il vero autore delle denunziate anonime macchinazioni di crimini.”
La misura divenne colma quando, nel febbraio 1939, un incendio appiccato da ignoti al portone della casa municipale e un attentato alla sezione fascista vennero attribuiti da alcuni scritti apocrifi al «gruppo Licata» e da altri al «gruppo Nicastro». A quel punto i due nemici furono arrestati e assegnati al confino comune, «per beghismo e gelosie di professione».
Franzinelli M., “Delatori”, Mondadori, pag. 89
Vale la pena di rilevare l’assenza, nella Germania nazista, di un fenomeno analogo: insulti e ironie contro Hitler e i gerarchi furono un fatto abbastanza eccezionale e non, come da noi, diffuso a livello di massa ma al contempo avvertito come evento blasfemo. Conseguentemente, nel Terzo Reich i pochi casi di commenti irrisori furono risolti con un’ammonizione; un recente studio sulle denunzie popolari in epoca nazionalsocialista cita diversi rapporti su un’attrice berlinese che raccontava barzellette sul Fùhrer (fu invitata a smettere) e la segnalazione di un membro del partito che avrebbe definito Gòring «un vagabondo disoccupato» (non ebbe fastidi di sorta). In Italia la previsione di una specifica fattispecie di reato fu la risposta del regime all’inveterata abitudine di sparlare dei governanti.
Tra le grandi e piccole questioni d’ufficio sottoposte da Bocchini a Mussolini, nel corso degli incontri quotidiani, figurava una miriade di episodi minuti sull’arresto dei responsabili di offese al Duce. Il capo della Polizia ben conosceva la vanità del dittatore, interessato a ciò che nel più sperduto borgo si diceva di lui e investitosi del ruolo di giustiziere dei vociferatori. Bocchini annotava in testa alla pratica la pena inflitta ai colpevoli: carcere o confino, a seconda dell’umore del tiranno. Il verdetto di Mussolini era severo: per una frase irriverente, dai due ai cinque anni di confino; come ogni despota egli ignorava l’autoironia, non tollerava le critiche e tanto meno le ridicolizzazioni.
Franzinelli M., “Delatori”, Mondadori, pag. 93
Anche il veneziano Eugenio Crovato, fuochista del Regio arsenale marittimo, incappò in delazioni plurime. All’inizio del febbraio 1939, mente conversava sulla banchina del porto di La Spezia col marinaio Ferruccio Manzione, criticò il Duce, sostenendo «che in Italia vi è una massa di farabutti, di lazzaroni, di traditori, di sfruttatori e di bevitori di sangue a cominciare da S.E. Mussolini». Tradito dall’interlocutore presso i suoi superiori, negò ogni addebito ma fu rinchiuso nel camerone di rigore; dimentico della linea difensiva, interpellato dai marinai Giunta e Vaiarello (suoi compagni di cella) sul motivo per cui era stato punito, precisò «che era in prigione per aver parlato di politica conto la Marina italiana e conto Mussolini», aggiungendo: «Il Duce è ingiusto e non sa governare: me lo lego ai c...!». La sua fiducia fu ingannata per la seconda volta e Crovato fu deferito al Tribunale speciale; invano cercò di screditare gli accusatori, che lo avrebbero diffamato per vendetta (in passato egli aveva sorpreso uno dei marinai mentre rubava un orologio in camerata) e per trarre benefici dalla sua punizione. Fu punito con quattro anni di reclusione militare.
Franzinelli M., “Delatori”, Mondadori, pag. 96
In una situazione in cui la libertà d’espressione era soppressa, la stampa imbavagliata e la corrispondenza controllata dalla censura, gli italiani escogitarono forme creative di critica e di satira politica, con allusioni e battute che incontrarono ampia diffusione passando di bocca in bocca o trascritte su bigliettini distribuiti con aria complice agli amici. Gli aneddoti su Mussolini e sui più noti gerarchi ridicolizzavano le loro tronfie ambizioni, traendo spunto dalla sproporzione tra culto della personalità e reale rispondenza dei capi all’immagine avvalorata dalla propaganda. La circolazione delle barzellette fu irrefrenabile, nonostante la cura con cui camicie nere, Polizia e carabinieri cercarono di individuare i divulgatori. Persone che, in un momento di svago, narravano una storiella sui reggitori della nazione, furono denunziate da «probi cittadini»; scattava a quel punto il primo interrogatorio, seguito da molti alti, in quanto ogni soffiata metteva nelle peste chiunque avesse ascoltato e riferito la facezia, rendendosene corresponsabile.
La storia delle barzellette in epoca fascista s’intreccia col meccanismo della segnalazione anonima e col tentativo di repressione del fenomeno, comunque insufficienti a rallentarne la diffusione. Vale la pena di seguire, attraverso l’esame delle carte di polizia, la caccia ai propagatori dei motti di spirito conto Mussolini e il suo entourage.
La sera del 25 marzo 1933 un confidente dei carabinieri segnalò che il muratore Guglielmo Carmignani, entrato nella rivendita di sali e tabacchi di Borgo a Buggiano (Pistoia), dove si trovavano persone «tutte di buona condotta», tenne banco: «Ora ve ne racconto una io: “Il duca d’Aosta è sepolto a Redipuglia, Vittorio Emanuele a Redipaglia e il Duce a Redipiglia”. Denunziato, imprigionato e posto a disposizione della questura di Pistoia, Carmignani — secondo il prefetto — «pur non essendo iscritto al PNF non aveva mai dato luogo a rimarchi», per cui la sua posizione andava valutata con comprensione, anche perché il muratore non aveva «inteso recare offesa alla Maestà del Re né al prestigio del Capo del Governo», riferendo ciò che aveva sentito «senza comprenderne il significato e unicamente per fare dello spirito». Il fascicolo attirò l’attenzione di Mussolini, che non apprezzò la barzelletta e indicò al capo della Polizia la pena per l’infelice battuta: il confino. Nonostante avesse da un pezzo superato i cinquant’anni, il muratore pagò il motto di spirito col soggiorno obbligato a Ventotene.
Franzinelli M., “Delatori”, Mondadori, pag. 97
A Como la Polizia sgominò al gran completo l’organizzazione clandestina democristiana: il solerte vicecommissario Saletta era riuscito a far «cantare» due donne a contatto con la rete clandestina. Attraverso quali metodi l’Ufficio politico di Como otteneva risultati così significativi? Un tenente dei carabinieri, presente il 22 dicembre 1944 all’interrogatorio di Enrico Caronti, commissario del distaccamento «Gramsci» della 52a brigata «Garibaldi», ha testimoniato il trattamento inflitto al malcapitato: «Ingerimento dell’olio bollente; applicazione della cera ai testicoli e relativa accensione; applicazione di olio bollente sullo stomaco con stiratura mediante due ferri roventi; collocato seduto sulla stufa». Il prigioniero morì tra le mani degli aguzzini, ma la versione ufficiale — divulgata dai quotidiani «La Provincia di Como» e «Corriere della Sera» — accreditò l’uccisione durante un tentativo di fuga.
I partigiani erano consapevoli della possibilità di essere torturati in caso di arresto; alcuni prigionieri, resisi conto della determinazione con cui gli aguzzini infierivano per strappare notizie, s’uccisero nella pausa tra un interrogatorio e l’altro. Impressionante la testimonianza del sacerdote che nel maggio 1944 vegliò per qualche attimo, nel carcere di San Vittore, il cadavere di un detenuto giunto allo stremo delle forze e suicidatosi per non confessare:
“Sono entrato nella cella e sono rimasto solo con l’impiccato ch’era stato disteso già sulla branda: un bel ragazzone robusto, dai capelli d’oro e dagli occhi celesti; sembrava un principe di fiaba vestito da galeotto. Ma gli occhi erano rimasti spalancati ed erano immobili e freddi, così freddi che facevan male a guardarli.
Avrà avuto poco più di trent’anni ed era sposato ed aveva già un amore di bimba. E non s’è impiccato per disperazione, ma per non fare male agli altri, per non tradire nessuno. Aveva già subito tre interrogatori, durante i quali era stato atrocemente torturato perché parlasse, perché dicesse i nomi che interessavano gli aguzzini della Polizia speciale. Ed egli sempre muto. A mezzogiorno l’avevano cacciato a furia di calci fuori della camera dell’interrogatorio. Non si reggeva più in piedi, sicché i compagni hanno dovuto sostenerlo e accompagnarlo fino alla sua cella che è al primo piano rialzato del sesto raggio. Tuttavia appena giunto al suo piano, ha tentato di proseguire e, raccogliendo tutte le sue forze, s’è slanciato per le scale con il proposito evidente di buttarsi giù dal più alto terrazzino interno che gira intorno alle celle dell’ultimo piano. I compagni lo hanno raggiunto e ricondotto nella sua cella. Ed egli smaniava e supplicava: «Fatemi morire! Aiutatemi a morire! Alle 4 devo presentarmi ancora all’interrogatorio e non ho più forza, non potrò più resistere, finirò col parlare, non devo parlare, non voglio parlare, non voglio tradire nessuno! Aiutatemi a morire! Datemi qualche cosa! Almeno una lametta di rasoio...».
I compagni cercarono di calmarlo, gli fecero iniettare della morfina per alleviargli i dolori, gli dettero un po’ di cognac, lo convinsero a buttarsi sul pagliericcio per riposare: «Prima delle 4 verremo noi a svegliarti e ti daremo del cognac».
Prima delle 4 andarono a svegliarlo e lo trovarono appeso all’inferriata della finestra. S’era impiccato con un pezzo di fil di ferro, forse trovato tra la spazzatura della cella.
Povero ragazzone biondo dai begli occhi celesti senza vita... Mi sono avvicinato per chiudergli quegli occhi che mi sembravano stanchi di contemplare la barbarie degli uomini, che lo avevano spinto al suicidio. Mi sono avvicinato per accarezzargli la fronte bianca come il marmo sotto l’onda dei capelli d’oro, e ho visto un piccolo dettaglio che mi ha riempito di ribrezzo. La sua fronte e la guancia destra erano stampigliate col timbro delle carceri... Gli aguzzini, a mezzogiorno, non si erano accontentati di torturarlo, ma l’avevano ferocemente dileggiato stampigliandogli (certo con grandi colpi) il timbro sulla faccia. Cosicché, su quel volto sigillato dalla morte, si leggeva: «CARCERI GIUDIZIARIE - MILANO».
Ed era un tremebondo e incancellabile atto di accusa contro coloro che l’avevano spinto a quell’eccesso.”
Si trattava del comunista Vito La Fratta, abitante a Sesto San Giovanni, immatricolato a San Vittore il 3 maggio 1944 dopo essere stato malmenato dai funzionari dell’Ufficio politico investigativo e depennato due giorni più tardi dal registro matricolare perché «deceduto». Un rapporto redatto per Mussolini espone la versione della direzione carceraria sul suicidio del prigioniero:
“Chiestigli dal ten. Melli e dal ten. Colombo e altri agenti alcuni dati circa l’imputazione per cui era stato arrestato, egli non poté o non volle fornire alcuna informazione, — venne picchiato con nerbo di bue, bastoni e sedie sulla schiena e sulle spalle. — Nel secondo interrogatorio, avvenuto qualche giorno dopo, venne fortemente picchiato malgrado fosse stato già medicato e fasciato nel locale ambulatorio. Verso la mezzanotte del giorno successivo e precisamente il 5 maggio, venne nuovamente chiamato negli uffici dell’UPI per ben 4 ore, ove venne sottoposto ad una quantità di torture, nerbate, calci, pugni, legatura dei polsi alle caviglie ed infine denudatigli i piedi gli infilarono degli spilli tra le unghie. Alle ore 11 dello stesso giorno venne nuovamente chiamato nel predetto Ufficio, ove subì torture peggiori delle prime. Rimandato al suo posto e salito fino al terzo piano, spiccò la corsa con l’evidente intenzione di gettarsi nel vuoto. Un infermiere, tale Guenzati Felice (ora scarcerato), capito il gesto insano che il La Fratta voleva effettuare, con mossa fulminea lo rincorse, riuscendo a viva forza a impedirgli quanto sopra detto. Accompagnato nella propria cella, gli venne praticata una iniezione di morfina per calmarlo. Disse ai presenti che alle ore 16 doveva ripresentarsi ad un nuovo interrogatorio, ma che non si sentiva di poterlo sopportare. Alle ore 15 circa, uno scopino, nel mentre gli portava l’acqua, si accorse che il La Fratta si era tolto la vita impiccandosi all’inferriata, adoperando un pezzo di fil di ferro.”
Franzinelli M., “Delatori”, Mondadori, pag. 219
All’individuazione dei traditori seguiva la condanna a morte, evento comunque lacerante per partigiani trovatisi a uccidere ex compagni o persone sviate da sventatezza o da avidità piuttosto che da volontà di nuocere. L’intima sofferenza di quelle esecuzioni capitali è stata raccontata da Roberto Battaglia, comandante della divisione Giustizia e Libertà lunense:
“Il colpevole è un disgraziato contadino che ha fatto da guida ai tedeschi nel rastrellamento per averne un po’ di denaro e ora balbetta, dice che anch’egli non sapeva, che fu preso a forza mentre dormiva; oppure è un dottore che per avere una migliore «condotta» ha riorganizzato il fascio repubblicano, ma parteggiando in cuor suo — come egli dice — per il Re e per il Pontefice, oppure è una donna che conviveva con i tedeschi e ha denunciato i paesani che la calunniavano come meretrice, senza sapere che li avrebbero arrestati e fucilati.
Nessuno sa niente, nessuno è colpevole. Tutti sono stati costretti, tutti ignoravano le conseguenze delle proprie azioni. «Non ho ucciso — dichiarano quasi tutti — e quindi non sono meritevole di morte.» E non sanno ancora, non sanno, che si può commettere atti ancora più gravi dell’uccidere, come il vendere i propri fratelli per denaro, guadagnare denaro sul loro sangue.”
Battaglia, trovatosi in più occasioni a dover decidere della vita o della morte di persone sospettate di spionaggio o di tradimento, ha rievocato quei momenti scioccanti con un senso di pena interiore e di prostrazione per la fallibilità della condizione umana:
"Tanto più il loro reato è grave moralmente, tanto più sono convinti che ciò che hanno fatto non avrebbe avuto conseguenze in questo paese da carnevale. Posso fucilarli perché privi di questa coscienza che manca a quasi tutti gli italiani, lasciare orfani i figli perché il padre era uno dei tanti che ha visto nella vita pubblica un semplice campo per i propri interessi e non s’è mai domandato se il governo fosse giusto o ingiusto, ma semplicemente se gli convenisse o no porsi al suo servizio?
Muoiono con gli occhi chiusi (anch’io potevo essere uno di loro) senza comprendere, in ciò sono sinceri, che cosa significhi «tradimento». Eppure hanno visto i tedeschi e i fascisti massacrare donne e bambini innocenti e nemmeno su ciò hanno sentito il bisogno di meditare.”
Il comandante partigiano (autore nell’immediato dopoguerra di una storia della Resistenza che ebbe ampia diffusione) respinse la tentazione di delegare il giudizio ai suoi subalterni e — pure provando angoscia — adottò il criterio del massimo rigore laddove dai fatti si evincessero corresponsabilità in arresti e uccisioni: «Non punirli per ciò che hanno fatto sarebbe dubitare delle ragioni stesse per cui combattiamo, ammettere io stesso che nel mio Paese non può esistere una fede e una giustizia».
L’eliminazione delle spie suscitò reazioni discordanti tra le popolazioni: a seconda delle circostanze fu ritenuta atto meritorio o temerario, in quanto se da un lato toglieva dalla comunità individui infidi dall’altro attirava sui civili la rappresaglia.
Franzinelli M., “Delatori”, Mondadori, pag. 207
L’approfondimento delle situazioni delatorie e spionistiche deve considerare, come elemento di riequilibrio e di raffronto, l’esistenza di persone che — sopportando sacrifici enormi — tennero fede alle proprie convinzioni, rifiutando di trasformarsi in una rotella dell’ingranaggio repressivo. L’intransigenza fu pagata con la perdita della salute o addirittura con la vita, dal momento che i prigionieri erano sottoposti a forme brutali di tortura. Vi furono inevitabilmente quelli che cedettero e rivelarono le informazioni in loro possesso. Ammissioni e confessioni derivanti da angherie, violenze e minacce di morte non sono equiparabili a delazione, quantomeno sul piano soggettivo. Gli stessi protagonisti del movimento resistenziale riconobbero che tra i prigionieri piegatisi alle pressioni figuravano persone oneste, rimaste comunque legate ai propri ideali. Soggiacere alla paura non equivaleva alla malafede, denotando piuttosto fragilità psicologica dinanzi a vessazioni spinte sino al sadismo. Uno dei capi dei gappisti romani, Rosario Bentivegna, fu addestrato alle tecniche del sabotaggio nel laboratorio del marmista Domenico Viola, in via del Vantaggio, base logistica della squadra di fuoco guidata da Celestino Avico. Per Bentivegna il ricordo di Viola è amaro:
“Al suo nome è legata una storia molto triste, la storia di un uomo che era stato buono e forte, ma che, dopo aver subito terrificanti torture da parte dei nazisti (si sono potute contare sul suo corpo, dopo la Liberazione, 33 fratture), crollò, inebetito e delirante, e accompagnò in giro i nemici ad arrestare i suoi. Molti compagni vennero catturati, torturati e poi uccisi perché Viola li indicò ai tedeschi.
Pure, non me la sento di condannare Viola come un traditore, di parlare di lui come una spia. Nessuno di noi, tranne forse quelli che hanno provato e superato le torture senza cedere, può avere il diritto di condannare un uomo perché il suo corpo non ha retto più. Sono certo che Alberto Marchesi, Felicioli, Mosca, che sono morti per il cedimento di Viola, e che al contrario di Viola hanno saputo resistere alle torture, se potessero sarebbero d’accordo con me.
Viola fu un pover’uomo, una vittima della guerra, del fascismo e di se stesso. L’ho incontrato, qualche anno fa. Mi ha fermato, piangendo, e mi ha chiesto se anche io mi sarei rifiutato di stringergli la mano. Non ebbi l’animo di farlo: gli ho stretto la mano. L’ho fatto volentieri? In quel momento, senz’altro. Non mi sono sentito di negargli un gesto di umana comprensione.
Piangente, trascinava su due bastoni le sue povere ossa e la sua disperazione.”
Più che mantenersi sulla negativa, conveniva ai prigionieri mescolare parziali ammissioni di colpevolezza con notizie veritiere ma marginali, che compromettessero meno compagni possibile. Così, almeno, si comportò con buoni risultati Gaetano («Nino») Bressan, ex ufficiale esperto nelle tecniche di sabotaggio e comandante del Gruppo guastatori della divisione Vicenza, interrogato dall’ufficio investigativo della X Mas. Ecco la parte più significativa della relazione stilata nel marzo 1945, dopo la fuga dalle carceri di Thiene, con riferimenti al suo compagno Ermes Farina:
“Ermes s’è comportato molto bene; per cinque ore è stato battuto a sangue perché svelasse il suo nome quantunque fosse già stato riconosciuto da un suo paesano che si trovava tra coloro che lo avevano arrestato. Tre giorni dopo il mio arresto sono stato portato a Padova per gli interrogatori presso la S.D.: sono stato torturato perché svelassi i posti ove si trovano le armi e il materiale, i nomi dei vari comandanti delle formazioni, notizie sul Regionale e sulle varie Missioni. Per il materiale ho indicato i luoghi ove si trovava per il passato, ma da dove era stato spostato dopo gli arresti del dicembre scorso; per i nomi ho ripetuto ciò che avevo deposto all’Ufficio «I» della X Mas.”
In un primo tempo, messo a confronto con Farina, «Nino» non lo aveva riconosciuto «talmente lo avevano bastonato: dalle mani al volto, era tutto deformato». In tre settimane di interrogatori e di galera il comandante del Gruppo guastatori s’accorse con inquietudine dei varchi aperti dalla Polizia germanica: «Tutti gli arrestati, chi più chi meno, hanno parlato sulle varie formazioni. È ormai dimostrato che quasi nessun arrestato, l’attività del quale sia conosciuta dalla Polizia, resiste ai mezzi di tortura usati per far parlare; anzi, quando un arrestato non vuol dire qualche cosa, la Polizia usa mezzi tali per cui l’arrestato stesso, reso abulico, svela tutto ciò che conosce».
Gli investigatori puntavano a strappare in tempo breve anche solo un paio di nomi e di recapiti, piste da seguire quando ancora la notizia dell’arresto era segreta; successivamente si diceva al prigioniero che, essendo egli considerato un traditore dai suoi compagni, tanto valeva completasse la confessione, in cambio della libertà. Franzinelli M., “Delatori”, Mondadori, pag. 215