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Fricke W., Il caso Gesù
Rusconi da pag. 101 in poi
Si sono avverate le profezie?
Il teologo evangelico Bornkamm osserva che l’ampiezza data dai vangeli al racconto della passione di Gesù non ha la sua prima ragione nel fatto che gli autori avessero a disposizione maggior copia di materiali, bensì nella volontà di far apparire la mano di Dio dietro lo svolgimento dell’azione e di presentare Gesù come colui che realizza i decreti di Dio e ne subisce l’avveramento. In tal modo avrebbe dovuto mitigarsi un poco il contraccolpo che i seguaci di Gesù avevano subito di fronte alla fine ingloriosa del loro Maestro. «La pietra dello scandalo - per usare le parole di Paolo - fu l’uccisione come un comune criminale di chi era considerato
Messia. Così si spiega anche come i racconti della passione richiamino e si appoggino all’Antico Testamento più di qualsiasi altro testo dei vangeli.».
In effetti, l’intera narrazione, dall’ingresso in Gerusalemme fino all’ultima parola di Gesù, può essere scomposta in citazioni desunte dall’Antico Testamento. Ecco alcuni esempi:
Nell’ingresso in Gerusalemme si avvera Zaccaria (9,9):
Rallegrati molto, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco il tuo re a te viene: egli è giusto e vittorioso, è mite e cavalca sopra un asino, sopra il puledro, figlio dell’asina.
Le parole di Gesù all’ultima cena (Mc 14,18):
Uno di voi, che mangia con me, mi tradirà,
rispecchiano SI 41,10:
Anche il mio intimo amico, quello in cui nutrivo fiducia, quello che mangiava il mio stesso pane, ha alzato il calcagno contro di me.
Il motivo (che si vuole infamante) di un Giuda assetato di denaro, in Mt 26,15, è una reminiscenza di Zaccaria (11,12-13):
Essi mi pesarono il mio salario: trenta sicli d’argento... Allora presi i trenta pezzi d ‘argento e li gettai nella casa del Signore, al fonditore.
La purificazione del tempio realizza le parole di Jsaia (56,7):
La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutti i popoli.
Chi legge la sentenza di morte emessa dal Sinedrio corre con la mente al Salmo (31,14):
Uniti contro di me tennero consiglio e deliberarono la rovina dell’anima mia.
L’evangelista Marco (14,61-62), quando il sommo sacerdote domanda a Gesù se egli è il Cristo, formula la risposta in questi termini:
Sì, sono io! E vedrete il Figlio dell ‘uomo, seduto alla destra della Potenza, venire con le nubi del cielo,
una risposta in cui confluiscono Daniele (7,13) e il Salmo (110,1):
Ecco sulle nubi del cielo venire uno simile ad un Figlio dell’uomo...
Oracolo del Signore al mio signore:
«Siedi alla mia destra».
Il silenzio di Gesù davanti al Sinedrio e a Pilato è un motivo di Isaia (53,7):
Come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori, non aprì bocca.
Il grido della folla: «Crocifiggilo!», riecheggia il Salmo (31,14):
Ho udito la diffamazione di molti, terrore da ogni parte! quando uniti contro di me tennero consiglio e deliberarono la rovina dell‘anima mia.
La flagellazione di Gesù ha il parallelo in Isaia (50,6):
Presentai il mio dorso ai percuotitori, le mie guance a quelli che mi strappavano la barba. Non nascosi la mia faccia agli oltraggi e agli sputi.
Mt 27,34 e 48 corrisponde a Sl 69,22:
Le tenebre che dall’ora sesta all’ora nona avrebbero coperto la terra echeggiano Amos (8,9):
In quel giorno, oracolo del Signore Dio: farò tramontare il sole a mezzo il giorno e ottenebrerò la terra in un giorno luminoso.
L’accorata invocazione del Salmo (22,2):
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?,
corrisponde alle ultime parole che Marco (15,34) e Matteo (27,46) fa pronunciare a Gesù sulla croce.
Infine, Luca (23,46) mette in bocca a Gesù le parole del Salmo 6):
Nelle tue mani affido il mio spirito.
Non credo si debba arrivare al punto di presumere che Gesù si sia comportato intenzionalmente in modo da far avverare in sé e nella sorte le predizioni dell’Antico Testamento. Tuttavia anche queste circostanze - come per gli altri periodi della vita di Gesù - dobbiamo ragionevolmente ammettere che gli evangelisti disponevano affatto di materiale biografico. Anzi, si vede più che mai che la loro intenzione esplicita era di evidenziare come le predizioni dell’Antico Testamento si fossero avverate anche nell’ultimo scorcio della vita di Gesù.
103
La fuga dei discepoli
La fuga dei discepoli - secondo Marco (14,52), uno sarebbe addirittura fuggito nudo - dovette esserci stata realmente. Infatti da ciò che Marco e Matteo dicono esplicitamente, e che in Luca trapela dal contesto, balza evidente un episodio che per le sue circostanze ingloriose difficilmente sarebbe stato tramandato se non corrispondesse a verità. Anche dal vangelo di Giovanni apprendiamo senza difficoltà che i discepoli abbandonarono il Maestro, con l’unica differenza che - secondo lo stile che caratterizza il vangelo di Giovanni - le cose sono presentate con un rilievo diverso: i discepoli non fuggono, ma operano una specie di ripiegamento, perché Gesù aveva autorevolmente comandato agli sbirri (Gv 18,8):
Se dunque cercate me, lasciate andare via costoro.
Secondo i sinottici, anche durante la crocifissione nessuno di quelli che erano stati molto vicini a Gesù fu presente, con la sola eccezione di Maria Maddalena. Invece nel vangelo di Giovanni leggiamo che era presente anche la madre di Gesù. Se una circostanza così rilevante avesse avuto una base storica, anche gli altri evangelisti l’avrebbero messa in evidenza. In più, Giovanni menziona ancora Maria Maddalena e un’altra Maria, che sarebbe stata la sorella della madre di Gesù (Gv. 19,25) e perciò la zia. Ai piedi della croce ci sarebbero dunque state tre donne di nome Maria, di cui due sorelle con lo stesso nome.
In fatto di storicità l’evangelista Giovanni è poco affidabile; lo dimostra, fra l’altro, la circostanza che egli si presenta come testimone oculare di tutti i fatti narrati nel suo vangelo (Gv 21,24), provocando in tal modo l’errata identificazione fra lui e il cosiddetto discepolo prediletto Giovanni. In molte scene della crocifissione, accanto alle tre Marie compare il discepolo prediletto Giovanni, a dimostrazione di una commovente fedeltà che contrasta con l’”infame tradimento” del discepolo Giuda e con il «vile rinnegamento» del discepolo Pietro.
Secondo la testimonianza dei sinottici erano presenti soltanto alcune donne di Galilea. A parte Maria Maddalena - il solo Luca non accenna direttamente alla sua presenza - erano donne affatto sconosciute e del tutto marginali rispetto alla vita e al messaggio di Gesù. Eppure queste donne sono ricordate per nome da Marco (15,40) e Matteo (27,56), ciò che comprova la storicità del racconto. Naturalmente, neppure queste donne furono direttamente vicine alla croce; come attestano Marco e Matteo, esse guardavano «da lontano», perché le guardie romane proteggevano tutt’intorno il luogo della crocifissione.
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Profezie
Non sono credibili gli evangelisti quando scrivono che il sommo sacerdote e gli scribi erano accorsi presso la croce e che là coprirono di insulti il Crocifisso (Mc 15,29-30):
Quelli che passavano lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: « Eh! tu che distruggi il tempio e in tre giorni lo riedifichi, salva te stesso, scendendo dalla croce».
Anche questa circostanza, ovviamente, sarebbe l’avveramento di una profezia (SI 22,8-9):
Tutti al vedermi m‘irridono, storcono la bocca, scuotono il capo: «S’è affidato al Signore, lo liberi, lo salvi, se davvero gli vuol bene».
AI di là del fatto della crocifissione, regna il buio sulle vicende di Gesù a Gerusalemme. Si possono fare supposizioni, niente di più.
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I Romani, non gli Ebrei, lo condannarono a morte
La crocifissione era affidata a quattro soldati. Su questo punto l’evangelista Giovanni è preciso (Gv 19,23):
I soldati, quand‘ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato.
I metodi di crocifissione variavano. In genere i condannati erano appesi alla croce con funi, e si sa di casi in cui alcuni di tali crocifissi sopravvissero fino a cinque giorni. Un altro metodo era quello di inchiodare i condannati alla croce, e tale pratica era adottata con frequenza dai Romani dell’epoca; in questo caso la morte sopravveniva presto per collasso cardiaco. Gesù potrebbe essere stato messo in croce con questo secondo sistema.
Tuttavia non possiamo sapere quale delle due consuetudini sia stata effettivamente seguita per Gesù. «Nella cristianità primitiva non prevaleva affatto l’opinione che Gesù fosse stato “inchiodato” alla croce. Ambrogio, per esempio, parla soltanto delle “funi della croce” e dei “lacci della passione”, dimostrando così di non conoscere l’uso di chiodi.» Neppure Luca parla di fori, ma accenna soltanto a cicatrici, che anche le funi possono provocare. Gv 20,25 ss. è l’unico passo a favore dell’inchiodatura: vi si dice infatti che il discepolo Tommaso si rifiuta di ammettere che colui che è comparso è Gesù risorto dai morti finché non vede «nelle sue mani il segno dei chiodi».
In una grotta scoperta a Gerusalemme nel 1968 gli archeologi incapparono nello scheletro di un giovane di 24-28 anni, alto m 1,67, il quale era stato crocifisso intorno all’anno 50. Risultò che l’uomo era stato inchiodato alla croce: il calcagno destro era appoggiato sul piede sinistro e il chiodo, lungo circa 15 centimetri, era stato conficcato attraverso le ossa. Le ossa del carpo non mostravano lesioni, forse perché i chiodi erano stati conficcati sul palo trasversale passando fra il gomito e il radio. Il palo era stato ricavato da un ulivo. Per sostenere il corpo era stato fissato un cavicchio (sedile), così che quell’uomo era morto in posizione eretta.
All’avvicinarsi della notte, per evitare la fuga, ai crocifissi venivano spezzate le gambe (crurifragium), così che il corpo, se non era sostenuto dal sedile, si afflosciava. Questa pratica in genere affrettava la morte. L’evangelista ci informa che ai due compagni di sventura di Gesù vennero spezzate le gambe, ma a lui no, perché era già morto. La morte sarebbe dunque sopravvenuta con inusuale rapidità. Forse questa circostanza è da imputare all’estrema debolezza causata dalla perdita di sangue durante la flagellazione; ne sarebbe una conferma il particolare che lungo il cammino verso il patibolo toccò a Simone di Cirene portare per lui la croce (il palo trasversale della croce).
L’evangelista Giovanni - egli si propone anzitutto di tracciare un parallelo con l’agnello pasquale, le cui ossa dovevano rimanere intatte (Es 12,46) - descrive la scena con crudo realismo (Gv 19,31-34):
I Giudei, siccome era giorno di Preparazione, perché i corpi non rimanessero sulla croce di sabato - quel giorno di sabato era infatti solenne - chiesero a Pilato che spezzassero loro le gambe e venissero rimossi. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe del primo e dell ‘altro che erano stati crocifissi con lui. Venuti da Gesù, siccome lo videro già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con un colpo di lancia gli trafisse il fianco e ne uscì subito sangue e acqua.
La pena della crocifissione mette a nudo tutta la disumanità di cui l’uomo è stato capace attraverso i secoli. Non sappiamo con precisione chi sia stato l’«inventore» di tale punizione. Prima che dai Romani la crocifissione era stata praticata dai Persiani, dai Greci e dai Fenici. Giuseppe Flavio, che ne fu testimone, dice che durante l’assedio di Gerusalemme il generale Tito aveva fatto crocifiggere non meno di cinquecento fuggitivi al giorno (Guerra giudaica V 11,1):
Come venivano catturati, opponevano resistenza per paura di essere puniti, poi, avendo opposto resistenza, sembrava loro troppo tardiva la domanda di grazia. Prima venivano fustigati e sottoposti a tutti i generi di tortura, infine crocifissi e uccisi di fronte alle mura...
Non soltanto coloro che sono passati alla storia come tiranni hanno comandato questo straziante genere di condanna capitale, la più crudele e spaventosa, come la chiama Cicerone. Per Giulio Cesare era una condanna normale, come alcuni secoli prima lo era stata per Alessandro Magno. Nel IV secolo l’imperatore Costantino sostituì alla crocifissione la relativamente umana condanna alla forca.
Esecutori materiali: una invenzione.
Non si può neppure obiettare che i Romani siano stati per puro caso i notificatori e gli esecutori della condanna a morte di Gesù perché la cosiddetta competenza giudiziaria sul sangue spettava esclusivamente ad essi. Anche se formalmente e in linea di massima dovesse risultare esatto che i Romani si erano attribuita la competenza della condanna capitale, sappiamo bene che le autorità giudaiche in quel periodo pronunciarono ed eseguirono condanne a morte. Le vittime più illustri furono Giovanni Battista e Stefano.
Giovanni Battista fu eliminato dall’autorità locale Erode Antipa per motivi politici (pericolo di disordini), dopo che per alcuni mesi era stato tenuto prigioniero nella fortezza di Macheronte. L’opinione prevalente è che Antipa abbia fatto decapitare il prigioniero nella fortezza; ma non si può escludere che sia stato strangolato.
Per quanto riguarda Stefano leggendo gli Atti degli Apostoli si ricava l’impressione che egli fosse stato condannato a morte dal Sinedrio e poi «legalmente» ucciso, e che in tale esecuzione si sia distinto Saulo-Paolo (At 7,58).
Un ulteriore esempio della competenza giudaica di emettere condanne a morte lo si troverebbe - con tutte le riserve sulla storicità del racconto - nell’episodio della donna gerosolimitana sorpresa in adulterio e che dopo un processo avrebbe dovuto essere lapidata se Gesù non l’avesse salvata da sicura morte con le famose autorevoli parole (Gv 8,7):
Quello di voi che è senza peccato scagli per primo una pietra contro di lei.
Gesù stesso durante la sua attività dovette essere stato minacciato di morte dai Giudei (Gv 10,33):
Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un ‘opera buona, ma per una bestemmia»
Anche Giuseppe Flavio dà rilievo alla competenza del Sinedrio di emettere ed eseguire sentenze capitali (Antichità giudaiche X1V 9,3):
La legge, infatti, vieta espressamente che un individuo, per quanto delinquente, venga messo a morte se prima non è stato condannato dal Sinedrio.
Gli Ebrei, entro limiti definiti, potevano addirittura essere giuridicamente competenti a condannare a morte dei cittadini romani. E stato scoperto un blocco marmoreo con la seguente iscrizione greca:
Agli estranei è interdetto l’accesso al Santuario. Le trasgressioni sono punite con la morte.
Questo «avviso» si trovava davanti al tempio di Gerusalemme.
Giuseppe Flavio cita alcune parole che il generale Tito rivolse agli
Ebrei assediati (Guerra giudaica VI 2,4):
Non vi abbiamo forse concesso di punire con la morte i trasgressori di questa prescrizione, fosse pure un Romano?
Nel Talmùd (dove rabbi Eleazar ben Zadok compare come testimone oculare) è tramandato il caso storicamente accertato della figlia di un sacerdote che intorno al 40 era stata condannata a morte dal Sinedrio per impudicizia. Infine, non va tralasciato che Giacomo, fratello di Gesù, fu condannato a morte e lapidato, nel 62 d.C. - seppure illegalmente per vizio di forma (errata composizione della corte) —, in seguito a una sentenza del Sinedrio presieduto dal sommo sacerdote Ananos 12
Si dovrà dunque concludere che la competenza del Sinedrio a infliggere ed eseguire condanne capitali è confermata da un’abbondante documentazione. Eppure la maggior parte dei teologi è ferma nel sostenere che, comunque, nell’anno in cui morì Gesù tale competenza non esisteva, ed è facile capire perché: questo è l’unico modo per conciliare la crocifissione per mano dei Romani con la tesi che vuole addossare agli Ebrei la vera colpa della morte violenta di Gesù. La sentenza di morte sarebbe venuta dal Sinedrio, e da parte ebraica sarebbe mancata unicamente la competenza per l’esecuzione.
Come fonte (pseudostorica) per la presunzione che il Sinedrio avesse dovuto cedere ai Romani la competenza giudiziaria sul sangue viene addotto il vangelo di Giovanni (Gv 18,3 1-32):
Disse allora Pilato: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge». Gli dissero i Giudei: «A noi non è permesso di mettere a morte nessuno».
Come si può pensare che il procuratore avesse bisogno di essere informato sulla spartizione della competenza penale nella Giudea occupata?
La parzialità della versione giovannea appare inoltre evidente quando pretende che Pilato abbia addirittura proposto agli Ebrei di giustiziare essi Gesù, alla maniera romana (Gv 19,6):
Dice loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo».
Un’informazione storicamente molto più affidabile ci viene invece dagli Atti degli Apostoli, dove almeno indirettamente si palesa la competenza penale ed esecutiva del Sinedrio. Quando trent’anni dopo la morte di Gesù l’apostolo Paolo era prigioniero del procuratore Festo, venne sollevato il problema se egli come ebreo dovesse essere affidato alla giurisdizione del Sinedrio, oppure, essendo cittadino romano, a quella dell’imperatore. Paolo pretese di essere deferito a un tribunale imperiale. La sua autodifesa implica che se fosse comparso davanti al Sinedrio, in caso di una sentenza di colpevolezza avrebbe potuto essere condannato a morte e giustiziato (At 25,10-11):
Non ho fatto alcun torto ai Giudei, come anche tu sai molto bene. Se dunque ho commesso qualche ingiustizia o qualche delitto che merita la morte, non ricuso di morire; ma se non vi è nulla di ciò di cui essi mi accusano, nessuno può consegnarmi ad essi. Mi appello a Cesare.
Ugualmente assurda, anche se spesso accampata, è la pretesa che Pilato non avrebbe dovuto far altro che «confermare» una sentenza capitale emessa dal Sinedrio. E la teoria proposta nel 1674 da Johannes Stelter, teologo e giurista di Jena, e che potrebbe essere una propaggine relativamente tardiva della tesi della colpa collettiva degli Ebrei. Ciò non significa che tutti quegli autori i quali in seguito sostennero la «teoria della conferma» intendessero con questo mettere in risalto la colpa collettiva degli Ebrei. Non si può escludere a priori che vi fosse una disposizione per cui una condanna capitale emessa dal Sinedrio dovesse essere confermata dal procuratore prima di diventare esecutiva. Può quindi darsi che la condanna capitale emessa ed eseguita contro Stefano avesse avuto la conferma del procuratore. Ma nel caso di Gesù la «teoria della conferma» è irrilevante. Infatti, trattandosi di confermare una sentenza giudaica che aveva come capo d’imputazione la bestemmia, Gesù sarebbe morto lapidato come voleva la prescrizione giudaica di Lv 24,16, e non crocifisso come voleva l’usanza romana.
Il principio romano della non-interferenza negli affari interni dei paesi occupati comprendeva anche la non-interferenza nella giurisdizione civile e penale La residenza ufficiale del rappresentante romano non era la Citta Santa di Gerusalemme, ma Cesarea Marittima. A Gerusalemme il procuratore si recava soltanto per una visita e un soggiorno di alcuni giorni o settimane. A paragone delle altre province romane la Palestina godeva di privilegi particolarissimi. Per limitarci a due esempi, gli Ebrei erano dispensati dal servizio militare e, come riferisce Giuseppe Flavio, non erano tenuti al culto dell’imperatore. Nel quadro di questi privilegia iudaica i Romani usavano un certo riguardo anche negli affari religiosi 18, naturalmente a condizione che non contrastassero con gli interessi della ragion di Stato romana.
Nessuno mette in dubbio che il governatore romano potesse legalmente perseguire, condannare e mandare a morte chiunque egli volesse. Ma nella storia non si conosce né una norma giuridica né una consuetudine giuridica e neppure un solo caso pratico in cui il governatore militare romano della Giudea abbia confermato e fatto eseguire condanne capitali contro Ebrei emesse in precedenza da un tribunale ebraico. Al contrario, è ben noto come i Romani usassero non immischiarsi nelle controversie interne degli Ebrei, meno che mai nelle loro dispute religiose.
Presunto sedizioso
Contro i ribelli palestinesi i Romani adottarono la pena della crocifissione soprattutto perché da questo genere di esecuzione capitale si attendevano un particolare effetto di dissuasione. Era quindi naturale che per l’esecuzione scegliessero una delle grandi festività ebraiche che richiamavano a Gerusalemme grandi masse di pellegrini.
Se, al contrario, si vuole partire dalla presunzione che le autorità ebraiche avessero come primo interesse l’eliminazione di Gesù, non si capisce perché tutto si sia svolto con tanta precipitazione. Perché mai, dal momento che la Pasqua premeva, Gesù non venne semplicemente arrestato e tenuto in custodia fin dopo la festa, per poi processano tranquillamente e senza fretta? Prigioniero, Gesù non sarebbe stato una minaccia maggiore che da morto.
I vangeli descrivono addirittura una gara avventurosa col tempo: nella tarda sera del giovedì santo Gesù è arrestato; in piena notte viene portato nella casa del sommo sacerdote, che deve radunare gli altri settanta membri del Sìnedrio; segue il dibattimento notturno davanti alla corte. Subito dopo il deferimento ai Romani, un confuso dibattimento davanti a Ponzio Pilato, le masse urlanti, mobilitate e addirittura strappate dal sonno. Ponzio Pilato interrompe il processo, l’imputato viene trascinato nel vecchio palazzo reale degli Asmonei nella parte nord-occidentale della città alta; qui un processo interlocutorio davanti a Erode Antipa; il prigioniero viene riportato al pretorio; continua il dibattimento davanti a Pilato e viene esibito Barabba. Subito dopo una nuova interruzione del processo e l’imputato viene condotto nel cortile interno del pretorio. Il corpo di guardia chiama a raccolta intorno a Gesù tutti i soldati presenti a Gerusalemme, un’intera coorte: la soldatesca inscena una crudele cerimonia di incoronazione 21 durante la quale Gesù è flagellato. Quindi Gesù viene riportato nel pretorio. Pilato prosegue il dibattimento, fa altri tentativi per liberare Gesù e alla fine proclama la sentenza. E sono appena le otto circa del mattino!
Emanata la condanna alla crocifissione, ancor prima delle nove si deve raggiungere il Golgota, di fronte alle porte della città, incluso il trasporto della croce, perché Marco dice che la crocifissione ha luogo alle nove. Gesù muore alle quindici, entro le diciotto il corpo dev’essere deposto dalla croce e sepolto, perché da quel momento cominciano le celebrazioni pasquali (Mc 15,25.33-34.37):
Era l‘ora terza quando lo crocifissero... Giunta l’ora sesta si fece buio su tutta la terra fino all’ora nona. All’ora nona, Gesù esclamò a gran voce: «Eloì, Eloì, lammà sabactanì», che si traduce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»... Ma Gesù, emesso un grande grido, spirò.
E se non fosse morto all’ora nona: che cosa sarebbe successo? Certamente, avrebbero ancora potuto spezzargli le gambe così da affrettare il sopraggiungere della morte in quel corpo completamente afflosciato. Ma neppure questo avrebbe potuto garantire il rispetto dei tempi. Dunque, a voler dare credito al racconto evangelico, Gesù sarebbe morto giusto in tempo perché, letteralmente all’ultimissimo minuto prima del sopravvenire della santa notte del seder, potesse essere deposto dalla croce e messo nel sepolcro.
Si deve registrare il tentativo di opporre, alla cosiddetta passione di un giorno, una passione di tre giorni, allo scopo di raggiungere una maggiore credibilità. Questa tesi è stata proposta e documentata con apprezzabili argomenti dalla studiosa francese Jaubert; ma dopo un iniziale consenso dei circoli scientifici si è di nuovo imposto il computo del giorno unico.
Se lo svolgimento dei fatti non può essere quello proposto dai vangeli, non resta che un modo per renderli plausibili. I Romani avevano puntato gli occhi su Gesù dopo che questi aveva suscitato una certa attenzione o addirittura scalpore con il suo ingresso in Gerusalemme. Zelante religioso qual era, fu considerato anche un potenziale sedizioso; come tale fu arrestato dall’autorità militare e condannato in un processo sommario. Goguel scrive: «Dunque Gesù venne arrestato non come bestemmiatore, bensì come sedizioso o come un individuo sospettato di offrire un pretesto o un’occasione per una sommossa».
Tale interpretazione, oltre ad avere l’appoggio del racconto giovanneo, riceve conferma - benché indiretta - anche dai sinottici. Tant’è vero che Gesù stesso dovette protestare contro il suo arresto ribadendo di non essere affatto un «sedizioso» (Mc 14,48):
Come contro un brigante siete venuti ad arrestarmi con spade e bastoni.
«Brigante» è la traduzione corrente del termine greco lestes usato dagli evangelisti, e indica - anche nella letteratura profana - non soltanto un brigante di strada, ma anche un capobanda, un filibustiere e un ribelle di ogni tipo. A proposito dei gruppi partigiani zeloti, che avevano le loro basi sulle alture giudaiche, Giuseppe Flavio (che era al servizio dei Romani) scrive (Antichità giudaiche XVII 10,8):
La Giudea era dunque un vero covo di briganti e bastava che si formasse un‘accozzaglia di sediziosi perché si scegliessero subito come dei re, con pregiudizio dello Stato. Infatti, mentre ai Romani infliggevano soltanto danni irrilevanti, contro i propri compatrioti infierivano in lungo e in largo seminando morte e scempio.
Anche Barabba, un partigiano che compare con un certo rilievo nello svolgimento del processo davanti a Pilato, è definito lestes. Marco (15,7) scrive:
Intanto ve n‘era uno chiamato Barabba, il quale era stato imprigionato insieme ad altri sediziosi.
Anche i due che vennero crocifissi insieme con Gesù sono detti lestes (Mc 15,27; Mt 27,38): si trattava di due partigiani. Nessuno può dire se Gesù li avesse già conosciuti prima, se eventualmente debbano essere collegati con Barabba o se addirittura appartenessero al movimento gesuano. In ogni caso, per essi l’accusa fu la stessa che per Gesù. In quel venerdì Pilato fece dunque mettere a morte almeno tre Ebrei, perché li aveva trovati colpevoli di ribellione alla potenza occupante e di ostilità nei confronti di Roma. Sono convinto che questi tre siano stati condannati in un unico e identico processo per direttissima di tipo militare. Il diritto penale militare ha da sempre adottato in larga misura il cosiddetto principio dell’economia processuale. Comunque, non vedo un motivo ragionevole perché dovessero svolgersi più processi paralleli, tanto più che con l’occhio della corte marziale si trattava di criminali che oggi nel nostro linguaggio giuridico chiameremmo «complici» (Lc 23,32):
Insieme a lui venivano condotti a morte anche due delinquenti.
Naturalmente, i due compagni di crocifissione vengono posti in una luce negativa perché soltanto in tal modo era possibile scorgervi il compimento di una profezia (Mc 15,28):
E si adempì la Scrittura che dice: «Fu computato con gl’iniqui».
Luca aggiunge che ancora dalla croce uno degli altri due crocifissi scherniva Gesù e che l’altro lo rimproverò (Lc 23,40-4 1) 27:
Non hai proprio nessun timore di Dio, tu che stai subendo la stessa condanna? Noi giustamente, perché riceviamo la giusta pena per le nostre azioni, lui invece non ha fatto nulla di male.
Questo ribelle crocifisso si è dunque rassegnato alla propria sorte, la sorte tipica del partigiano che è caduto nelle mani del nemico ed è giustiziato in base al diritto marziale di questo. Ma la crocifissione, assieme a lui, di Gesù egli la vive come una scandalosa ingiustizia. Egli, zelota, sa che Gesù non ha partecipato ad azioni rivoluzionarie violente, né ha incitato ad esse; sa, invece; che quest’uomo è vittima di un clamoroso «errore giudiziario».
Secondo la testimonianza unanime dei quattro evangelisti, la prima domanda che Pilato rivolse a Gesù fu: «Sei tu il re dei Giudei?». Pilato condusse quindi subito i primi accertamenti con la preoccupazione della sicurezza politico-militare. La domanda sulla dignità regale era affatto logica: bastava infatti che alle orecchie di Pilato fosse pervenuta la voce che Gesù si faceva passare per Messia o che tale era considerato. L’appellativo di Messia include infatti la regalità. Inoltre, come sappiamo da Giuseppe Flavio, «re» era il nome dato al capo di una banda di rivoltosi, sicché esisteva una moltitudine di «re dei Giudei».
Sulla tavoletta che per testimonianza unanime (Mc 15,26; Mt 27,37; Lc 23,38; Gv 19,19) Pilato avrebbe fatto affiggere sulla croce - secondo Luca e Giovanni, addirittura in tre lingue: ebraico (aramaico), greco e latino - è indicata la motivazione della condanna: «re dei Giudei», dunque una motivazione prettamente politica. L’evangelista Giovanni (19,21-22) aggiunge una variante secondo la quale i capi-sacerdoti avrebbero preteso da Pilato che invece di «re dei Giudei» fosse scritto «costui disse: sono il re dei Giudei», ma Pilato avrebbe respinto la richiesta. Ora, questo dimostra che Pilato non badò all’opinione delle autorità giudaiche, ma che si era fatta un’opinione personale che poi divenne la motivazione della condanna e dell’esecuzione capitale.
Se Gesù fosse stato ucciso per bestemmia, cioè per essersi proclamato un essere divino («Figlio di Dio» come dirà poi la predicazione cristiana), sulla tavoletta avrebbe dovuto esserci scritto, non I.N.R.I. (Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum: Gesù Nazareno Re dei Giudei), ma I.N.F.D. (Iesus Nazarenus Filius Dei: Gesù Nazareno Figlio di Dio). Ma ai Romani il Dio dei Giudei non diceva nulla, per loro era indifferente che questo Dio venisse bestemmiato o no. A loro importava far valere la lex Iulia maiestatis (At 18,14-15) 31:
Gallione 32 disse ai
Giudei: «Se si trattasse di un delitto o di un‘azione malvagia, o Giudei,
vi ascolterei pazientemente, come è giusto. Ma se si tratta di questioni
di dottrina e di nomi e della vostra legge, vedetevela voi: io non voglio
essere giudice di queste cose».
Ritengo più che improbabile che, davanti a Pilato, Gesù si sia presentato
come «re dei Giudei» o che a una domanda in merito del procuratore non abbia
dato una chiara risposta negativa. In nessuna parte dei vangeli si trova un
passo in cui Gesù - per esempio conversando con i discepoli - si sia attribuito
un titolo così pretenzioso. Né egli si definì Messia, che tanto per gli Ebrei
quanto per i Romani significava «unto della casa reale di Davide». Perché
proprio davanti a Pilato avrebbe dovuto presentarsi quasi fosse il capo-ribelle,
come il Messia guerriero comparso per la battaglia finale contro l’esercito
straniero dei Romani?
Dunque, se sulla croce comparve effettivamente la scritta «re dei Giudei», questa stessa scritta non poteva essere altro che la motivazione esplicita della condanna: sedizione. Ma è più probabile che la scritta I.N.R.I. sia una creazione degli evangelisti, intesa a sottolineare l’eccezionale importanza che il processo avrebbe
avuto anche agli occhi del rappresentante del potere universale di Roma.
Era consuetudine o addirittura una norma fissare sopra la testa del crocifisso un’iscrizione (titulus) che spiegava la motivazione della condanna. Non sappiamo però quale potesse essere il titulus di Gesù; la supposizione più verosimile è che fosse scritto semplicemente « sedizioso».
In ogni caso, un processo clamoroso contro Gesù non ci fu, come non ci fu per le centinaia e migliaia di compagni di sventura giustiziati da Ponzio Pilato, che pare prediligesse la crocifissione. Gesù subì la stessa e identica sorte di un qualsiasi sedizioso vero o presunto: processo sommario e: «Via, alla croce!».
Arrestato: perché e su mandato di chi?
I vangeli narrano di un ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme, accompagnato dalle acclamazioni della gran massa dei cittadini e dei pellegrini che l’avrebbero trasformato in un’accoglienza messianica. Ma Gesù - per la gioia del popolo (Mc 11,18) e osannato dai fanciulli (Mt 21,15) - fu sul punto di provocare un preoccupante tumulto. I sinottici ci informano che Gesù restò scandalizzato dallo spettacolo che gli si presentava nell’ambito del tempio: sulla spianata del tempio si svolgeva il mercato degli animali destinati al sacrificio pasquale; li comperavano i pellegrini venuti da lontano che non avevano potuto portarli con sé. Più in là avveniva il cambio delle monete romane e greche nello speciale denaro del tempio, la cosiddetta valuta «tiria», perché l’obolo per il tempio non poteva essere versato in valuta pagana.
Ignorando le autorità e il servizio d’ordine del tempio, Gesù avrebbe rovesciato i banchi che si trovavano sulla spianata del tempio e facendosi largo a colpi di frusta avrebbe scacciato dalla zona del tempio mercanti, cambiavalute e pellegrini che nel cosiddetto «atrio (cortile) dei pagani» svolgevano i loro tradizionali traffici. In tal modo si avverava anche la profezia di Geremia (7,11) (Mc 11,17):
Non sta scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni? Voi, invece, ne avete fatta una spelonca di briganti.
L’episodio della purificazione del tempio è sicuramente non storico; è una creazione di Marco poi accolta da Matteo e da Luca. Non può sussistere una base storica anche per il semplice fatto - trascurato dai sinottici - che «un’unica persona non avrebbe potuto far piazza pulita su un’area così vasta e indefinita» (Lohse); basti pensare che si trattava di una zona - per dirla col teologo svizzero Haenchen - ampia «come la città vecchia di Coira». «Si dimentica che l’evangelista (e prima di lui la sua tradizione) non dà una descrizione notarile, ma espone unicamente ciò che gli interessa come teologo, incurante di eventuali incongruenze.»
Se poi consideriamo la vicenda sotto l’aspetto della salvaguardia della sicurezza e dell’ordine pubblico, essa assume addirittura una colorazione avventurosa. Dovremmo credere che Gesù abbia potuto comportarsi sulla spianata del tempio come un energumeno, mentre la polizia del tempio oppure la truppa d’occupazione accasermata nella fortezza Antonia, appena a lato della spianata, se ne stavano a guardare. Giunta la sera di una giornata così turbolenta Gesù si sarebbe ritirato tranquillamente con i discepoli appena fuori delle porte della città (Mc 11,19), così che chiunque avrebbe potuto seguirlo a proprio piacere. E tutto senza che le autorità ritenessero necessario intervenire, rinunciando a qualsiasi sanzione. L’evangelista ci lascia in sospeso anche a proposito della reazione dei mercanti e dei cambiavalute, pur se l’esperienza induce a pensare che abbiano rimesso in piedi i loro banchi e abbiano ripreso i loro negozi.
In ogni caso, nessuno ebbe a ridire quando Gesù, subito dopo un esordio così tumultuoso, riprese a predicare per tre giorni nell’atrio del tempio di fronte a una grande folla. Anzi i capi-sacerdoti, gli scribi e gli anziani si affiancarono a lui in discussioni condotte secondo lo stile tipico delle controversie rabbiniche (Mc 11,27-33; 12,1-40), nelle quali Gesù si dimostrò un controversista particolarmente sottile.
È sorprendente come non si accenni a un qualche timore di Gesù che la situazione potesse diventare rischiosa. Si compiace con gli scribi quando consentono con lui (Mc 12,34), li rimbrotta aspramente quando dissentono (Mc 12,38-40), anzi pare che abbia addirittura «messo a tacere» i sadducei (Mt 22,34). Evidentemente né Gesù né quelli della sua cerchia ritennero di dover prendere precauzioni. Nella notte dell’arresto Gesù è sì sopraffatto da un’angoscia mortale, ma i discepoli rimangono spensierati fino all’ultimo istante: dormono.
Come passa il tempo le autorità del tempio cambiano d’animo, almeno da quanto apprendiamo. All’improvviso Gesù dev’essere arrestato. D’ora in poi il meraviglioso s’impossessa sempre più della narrazione. Non si sa come rintracciare il colpevole e invece di attendere che il giorno dopo egli si ripresenti là dove - senza destare attenzione, purché si sappia scegliere il momento opportuno - con qualsiasi pretesto lo si potrebbe facilmente catturare, la polizia del tempio scatena una caccia assurda (Gv 11,57):
Avevano impartito l’ordine che se qualcuno sapeva dove si trovava, lo denunciasse, così che lo potessero arrestare.
Eppure quasi tutti, in ogni caso una stragrande folla, ma soprattutto le autorità e la loro polizia, dovrebbero sapere dove Gesù si trattiene. A Betania, un villaggio dirimpetto alla città, là lo si potrebbe trovare, come ci informa l’evangelista Giovanni subito dopo aver dato la notizia dell’ordinanza della polizia. Là, dove in precedenza avrebbe risuscitato Lazzaro, sarebbe ritornato e avrebbe accettato che Maria, sorella di Lazzaro, lo ungesse con un prezioso olio di nardo. Vi sarebbe accorsa «una folla numerosa di Giudei» per vedere Lazzaro. Ma nessuno aveva seguito l’appello dell’ordinanza favorendone la cattura. Anche quando Gesù rientra in Gerusalemme, evidentemente lontano dal pensare che sul suo capo possa pendere un ordine di cattura, non viene presa alcuna iniziativa, le autorità competenti sembrano rassegnate (Gv 12,19):
I farisei allora si dissero fra loro: « Vedete che non combinate nulla: ecco che il mondo gli è andato dietro!».
Quando finalmente, il giovedì santo, viene arrestato e portato dall’ex sommo sacerdote Anna, Gesù ha tutte le ragioni di rinfacciare alle autorità il loro comportamento contraddittorio (Gv 18,20):
Io ho parlato apertamente al mondo. Io ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove si radunano tutti i Giudei, e di nascosto non ho mai detto nulla.
Giuda traditore?
La figura di Giuda si è ingigantita sproporzionatamente nella coscienza cristiana. E oltremodo infamante passare per «un Giuda».
«Da un sondaggio condotto nel 1967 risulta che il 91 per cento di coloro che pure sono quasi completamente agnostici, crede tuttavia che Giuda abbia consegnato Gesù nelle mani dei suoi nemici. »
Giuda non trae il minimo vantaggio dal racconto evangelico là dove si parla del profondo rimorso che lo colse e che lo portò al suicidio allorché vide che il suo Maestro era stato condannato a morte (un’eventualità che evidentemente egli non aveva preso in considerazione). Anzi, invece di apparire alla coscienza generale in una luce più indulgente, il suicidio gli viene addebitato come un ulteriore peccato.
Ma neppure un altro aspetto ancor più rilevante aiuta ad attenuare il disgusto per l’azione di Giuda o magari, come sarebbe affatto logico, ad accettarla: si tratta di quella prospettiva in cui lo stesso Giuda rientra come semplice strumento del piano salvifico di Dio. Limbeck scrive: «Nel tradimento di Giuda si realizzò la glorificazione di Gesù da parte di Dio, quella glorificazione alla quale Gesù stesso concorse sacrificando se stesso».
Dio aveva predestinato questo discepolo ad essere traditore, ma, stando al racconto di Marco e di Matteo, la scelta sarebbe potuta cadere su chiunque dei Dodici. Quando durante la cena Gesù annuncia il tradimento, tutti i discepoli ne sono «costernati», anche se per la verità il solo Giuda avrebbe dovuto restarne costernato. Ma, siccome Dio avrebbe decretato che uno di loro sarebbe stato designato come traditore, ognuno dei Dodici doveva aspettarsi che la sorte cadesse su di lui. Tutti si alternano nel domandare al Maestro (Mt 26,22 .25):
«Sono forse io, Signore?»... Giuda il traditore domandò. «Sono forse io, Rabbi?». Gli dice: « Tu l’hai detto!».
Il preannuncio del tradimento non è storicamente sostenibile. Dopo una rivelazione così drammatica, i discepoli avrebbero certamente dovuto insorgere. «La non storicità della denuncia del tradimento risalta anche dal fatto che nessuno della cerchia di Gesù mostrò di sdegnarsi contro Giuda.» E’ impensabile che i discepoli siano stati fermi ai loro posti per consumare fino alla fine il banchetto rituale, e che subito dopo - come se nulla fosse stato - abbiano fatto una camminata fino al Getzemani dove si sarebbero riposati e addormentati di un sonno profondo e beato.
Tutto sommato, c’è da domandarsi se lo stesso tradimento sia un fatto storico, oppure se i pii cronisti - Paolo tace del tutto sul tradimento di Giuda - non abbiano inteso altro che dare una conferma all’elegia davidica del Salmo 41,10:
Anche il mio intimo amico, quello in cui io nutrivo fiducia, quello che mangiava il mio stesso pane, ha alzato il calcagno contro di me.
Ma più sospetta di tutte è la notizia di Matteo (27,5) secondo la quale Giuda, assalito dal rimorso, si sarebbe impiccato, ripetendo la sorte di Achitòfel, il tesoriere del re Davide che aveva tentato di tradire il suo re (2Sm 17,23). (Si tratta degli unici due casi di suicidio riferiti dalla Bibbia 45,) Matteo aggiunge che con la morte di Giuda «si adempì quanto fu annunciato dal profeta Geremia» (Mt 27,9). Infine bisogna considerare che Matteo non si concilia con quanto gli Atti degli Apostoli dicono sulla fine di Giuda. Secondo gli Atti (1,18-20) Giuda non si pentì, anzi col prezzo del tradimento si comprò un piccolo podere, ma poi per un incidente perse la vita.
Particolarmente appariscente è un’altra circostanza. Nel processo davanti al Sinedrio, quindi nel processo che sarebbe seguito a ruota al tradimento e alla cattura di Gesù, Giuda non compare mai come testimone. Questo particolare è tanto più sorprendente in quanto i sinottici sottolineano come il tribunale cercasse invano delle prove perché i diversi testimoni non erano attendibili. Ora, appunto Giuda avrebbe dovuto essere preso in considerazione come classico «testimone a carico», perché egli era perfettamente al corrente, dal di dentro, di tutto ciò che il suo Rabbi aveva potuto fare, dire e pensare.
Simonis è fra coloro che ritengono fantasioso il tradimento di Giuda: «Dopo la Pasqua, il gruppo dei Dodici era a Gerusalemme, e tra essi c’erano Simone e Giuda. I Dodici, fra i quali Simone era indubbiamente il capo, formavano un gruppo particolare all’interno di una cerchia più larga, gruppo dal quale Giuda si allontanò di nuovo. Simone propose di eleggere un sostituto che fu scelto tirando a sorte. L’abbandono di Giuda fu considerato una diserzione, anzi un tradimento della causa comune per la quale i Dodici e il loro seguito si trovavano a Gerusalemme. Giuda divenne perciò una “figura in negativo” un “contro-personaggio”... Quando uno porta il marchio del traditore, è stimato capace di tutto. Non appena cominciò a circolare la storia della fine di Gesù, anche il “traditore” Giuda vi trovò una sua collocazione e la parte “adatta a lui”».
Di avviso opposto è Ben-Chorin, che pure è un autore assai critico, il quale ritiene che la storicità della figura di Giuda e del suo tradimento non possa essere messa in dubbio, perché si tratta di un fenomeno talmente imbarazzante per la comunità primitiva da non poter essere frutto d’invenzione. In questo caso BenChorin si fa portavoce dell’opinione che ha sempre prevalso fra gli studiosi e che già cinquant’anni prima era stata avanzata con parole analoghe: «La storia di Giuda fu per il primo cristianesimo lo scandalo per antonomasia. Non restava che raccontarla, perché c’ erano motivi più che fondati per ritenerla vera».
Però, agli evangelisti poteva venire in acconcio che un tradimento dall’interno godesse del riparo di una profezia. Potevano infatti introdurre un traditore di nome «Giuda», così che un’azione particolarmente infamante venisse associata al nome del popolo dei «Giudei»: Giuda, l’«Ebreo Errante», il prototipo degli infidi Giudei! Undici apostoli entrano nella Chiesa, uno solo nella Sinagoga.
Anche il teologo cattolico Trilling - ovviamente, senza trarre le conseguenze radicali di cui sopra - esprime un pensiero analogo:
«I cristiani vanno collocati nella piena luce della fede, i Giudei nelle tenebre dell’incredulità... Si rifletta che Giuda fu assegnato subito alla parte delle “tenebre” in una maniera così radicale da arrivare al punto di dire che Satana era entrato in lui».
Pure se velatamente, anche l’evangelista Giovanni traccia paralleli fra Giuda e i Giudei. A parte il fatto che il Gesù giovanneo invita addirittura in maniera diretta il discepolo Giuda a passare all’azione (Gv 13,27):
Quello che devi fare fallo subito,
l’evangelista aggiunge che Giuda era stato catturato da Satana, che Satana era entrato in lui (Gv 13,27), addirittura che Giuda stesso era un «diavolo» (Gv 6,70). Una siffatta demonizzazione - peculiare di Giovanni - l’evangelista la riversa sui Giudei in generale (Gv 8,44):
Il diavolo è il padre da cui voi siete e volete compiere
i desideri del vostro padre. Quello è stato omicida fin dal principio.
Per Giovanni, dunque, non soltanto Giuda è un diavolo; figli del diavolo sono tutti quanti gli Ebrei. Sicché il vangelo di Giovanni poté essere invocato a sostegno ogniqualvolta i cristiani, volendo sfogare il loro antisemitismo, scelsero Giuda come simbolo negativo del loro odio. «Ai tempi del Medioevo, che non sono affatto tempi passati, all’approssimarsi della Pasqua le case degli Ebrei venivano chiuse e barricate. Perché non soltanto Gesù era ebreo, lo era anche Giuda... D’improvviso, la gioia per Gesù si tramutava - e si tramuta - in odio per Giuda, poi in rabbia contro gli Ebrei, una vera e propria rabbia omicida.»”
Ma ecco aprirsi uno scenario che contrasta e contraddice l’amore incrollabile che Gesù ha mantenuto, fino alla tragica fine, per questo suo discepolo Giuda. Anche se, come scrivono i vangeli, Gesù sapeva che sarebbe stato tradito da Giuda, lo tratta perfettamente alla pari degli altri discepoli. L’evangelista Luca (Lc 6,12) scrive che prima di scegliere i dodici discepoli Gesù passò l’intera notte in preghiera, il che significa che Giuda fu scelto per divina ispirazione come gli altri. E la riprova della ineluttabilità del tradimento di Giuda, è l’indicazione che questo tradimento è un elemento essenziale del piano salvifico di Dio.
Nel Getzemani si ha un’ulteriore manifestazione dell’affetto di Gesù per Giuda (Mt 26,49-50):
Subito Giuda si diresse verso Gesù e gli disse: «Salve, Rabbi!». E lo baciò. E Gesù a lui: «Amico, perché sei qui?».
Gesù tratta il discepolo rinnegato con l’amore indulgente del maestro. Ben-Chorin scrive: «Adesso chiama “amico” il nemico, non più soltanto discepolo, non più con il distacco da maestro ad allievo: amico! E proprio in questo momento!». Ma c’era proprio la necessità di un perdono? Se sì, chi avrebbe dovuto perdonare, e a chi?
Stando a quanto riferiscono i vangeli, tre possono essere i modi per spiegare il tradimento di Giuda.
Primo: questo cosiddetto tradimento rientrava nel piano salvifico di Dio; sicché Giuda fu lo strumento di Dio, non ebbe né la libertà né il diritto di sottrarsi alla volontà di Dio: di conseguenza, non merita nessun biasimo.
Secondo: Giuda non ha assecondato la volontà di Dio, ma ha agito per bassi motivi; ha abusato della fiducia di Gesù, fu un lupo vestito da pecora, ha perpetrato un volgare tradimento. Tuttavia Gesù non reagisce, ma lo tratta con amore indulgente. Anche questa interpretazione è diffusa: ma a quali conseguenze porta? Gesù si era ingannato, era un essere soggetto a errore. Anzi, non aveva una sufficiente conoscenza degli uomini, un individuo scaltro come Giuda poté aggirarlo, il diavolo poté menano per il naso. Dio non gli risparmiò niente di tutto ciò; quando Gesù stava per scegliere i discepoli, Dio non esaudì la sua pressante richiesta di consiglio.
Terzo: Gesù non poteva essere ingannato; conobbe subito di quale stoffa fosse Giuda, seppe da sempre che sarebbe stato tradito da lui in maniera ignominiosa. Sapeva che Giuda sarebbe caduto nel peccato e che Satana l’avrebbe condotto alla perdizione eterna. Quelli che sostengono questa tesi - una tesi che per diffusione non ha nulla da invidiare alle altre due - devono domandarsi perché Gesù non impedì a Giuda di rendersi tanto colpevole nei suoi confronti. Una sorte tremenda incombeva su questo discepolo, sicché viene da pensare che Gesù dovesse essere ben cinico quando, incontrandolo per l’ultima volta, lo chiamò «amico». Gesù avrebbe dunque tollerato che si realizzasse tutto quello che Luca scrive negli Atti degli Apostoli riallacciandosi alla profezia del Salmo 109 (At 1,18; Sl 109, 7-12):
Precipitando si spaccò in mezzo e si sparsero tutte le sue viscere... Risulti reo dal giudizio e la sua preghiera si muti in colpa... Diventino orfani i suoi figli e vedova la sua moglie. Vaghino i suoi figli mendicando, siano scacciati dalle loro rovine. Prelevi il creditore tutto ciò che gli appartiene e portino via degli estranei i frutti delle sue fatiche. Non vi sia per lui chi abbia misericordia né per i suoi orfani chi abbia pietà.
Pur potendo impedire tutto ciò, Gesù non provò neppure a distogliere Giuda dai suoi propositi, ma lasciò che corresse diritto verso la rovina, anzi perfino lo spinse ad agire. Come si concilia tale comportamento, potremmo domandarci, con il comandamento dell’amore del discorso della montagna, come si accorda con la preghiera che Gesù stesso aveva insegnato ai discepoli: «.. .e non c indurre in tentazione»? Proprio lui, il maestro, fa nei confronti dell’allievo ciò che Dio è scongiurato di non fare. Gesù non aveva nulla da perdonare a Giuda, anzi, il contrario. Un pensiero terrificante! Né le cose migliorano se, attenuando un po’ l’interpretazione, diciamo che Giuda era pur sempre responsabile delle sue libere scelte. Infatti, ciò non toglie che Gesù, essendo a conoscenza di tali propositi, dovesse almeno impedirne l’esecuzione; altrimenti non sfugge all’accusa di complicità “.
Nel 1960 un francescano tedesco - con il consenso del suo ordine - tramite il patriarca latino di Gerusalemme prese l’iniziativa di avviare un lunghissimo processo nel quale avanzò la proposta di canonizzare Giuda, adducendo la seguente motivazione: «Prego la Santa Sede di dichiarare che Giuda è entrato nella gloria celeste e merita la pubblica venerazione. A lui infatti, e a nessun altro, dobbiamo se si è avverato ciò che la Legge e i Profeti hanno detto sul Figlio dell’uomo... Senza Giuda non ci sarebbe la croce, senza la croce non si sarebbe attuato il piano della salvezza. Non c e Chiesa senza quest’uomo; non c’è tradizione senza tradente».
A proposito dei motivi del «tradimento» non si contano gli scritti e le congetture. Alcuni pensano che Giuda fosse uno zelota che mirasse a provocare una ribellione contro i Romani costringendo Gesù a prendere una decisione. Per altri, Giuda avrebbe fatto mostra di tradire per spingere Gesù a manifestarsi come «signore del mondo». Quasi nessuno ormai pretende che Giuda sia stato spinto da grossolana cupidigia: trenta sicli erano il prezzo di un giovane schiavo. Teneva lui la borsa comune, e avrebbe potuto scomparire assieme a quei denari.
Infine, così come lo presentano i sinottici, si tratta di un tradimento assolutamente superfluo. In primo luogo, avrebbe avuto una ragion d’essere soltanto se la vittima del tradimento - Gesù —non avesse operato allo scoperto, ma di nascosto. In secondo luogo, da come i sinottici coinvolgono Giuda, Gesù stesso viene degradato a un piccolo e insignificante predicatore itinerante di Galilea, a un guastafeste che per essere arrestato suscita addirittura problemi di identificazione.
La cattura nel Getzemani
L’emissione di un mandato di cattura e il coinvolgimento di Giuda si inquadrano in un tale complesso di incongruenze da rendere plausibile la congettura che lo stesso arresto di Gesù non sia stato una iniziativa delle autorità giudaiche, ma dei Romani. Sembra che la squadra incaricata dell’arresto sia arrivata al Getzemani, dove Gesù s’intratteneva con il gruppetto dei discepoli, senza neppure sapere come fosse di faccia il catturando. Se non ci fosse stato Giuda a indicano, avrebbe potuto essere arrestato uno qualsiasi degli altri. Non c’è altro modo per spiegare tanta difficoltà di identificazione se non ammettendo che si trattasse di un plotone
delle forze d’occupazione. In realtà, non si poteva pretendere che un ufficiale romano conoscesse di faccia Gesù, sicché è verosimile che egli si facesse indicare da un conoscente l’individuo da arrestare.
Secondo il racconto di Marco e di Matteo, accanto ai soldati romani armati di spada c’erano soltanto funzionari inferiori del Sinedrio («servi» o «inservienti»). Si osservi che soltanto i legionari romani potevano portare la spada, mentre gli sbirri del Sinedrio dovevano accontentarsi di randelli e verghe.
Giovanni tace il celebre episodio del riconoscimento di Gesù a opera di Giuda, e la stessa scena dell’arresto è già descritta secondo la prospettiva del Cristo glorioso: il plotone arriva, come in una processione, «con lanterne e fiaccole» (Gv 18,3) e cade a terra quando Gesù si presenta loro in carne e ossa (Gv 18,6). Giovanni non può permettersi di apporre a Gesù il marchio dell’anonimato, perché non si adatterebbe alla figura di Gesù Figlio di Dio.
D’altronde, lo stesso vangelo di Giovanni conferma l’ipotesi che Gesù sia stato catturato da militari romani. In Gv 18,3 e 18,12 ricorrono i termini speira e chiliarchos, rispettivamente «coorte» e «comandante». La coorte (decima parte di una legione) era costituita da 600 uomini, quindi (come anche Marco, Matteo e Luca intendono: Mc 13,16; Mt 27,27; At 21,31) era l’intera truppa romana di stanza nella fortezza Antonia. A capo della coorte stava un comandante (chiliarchos).
Viene naturale domandarsi se l’evangelista Giovanni non abbia esagerato le cifre, Era proprio necessario impegnare l’intera guarnigione per catturare un solo uomo circondato da undici (in genere non armati) fedeli? Per quanto mi risulta, Stauffer è il solo a rispondere di sì, anzi a far salire la cifra a «mille uomini» (ma questa è fantasia): «In questa notte si muove un grosso e variopinto contingente di truppe che marcia per la valle del Cedron per occupare il monte degli Ulivi, per circondare la zona e con lanterne e fiaccole frugare ogni nascondiglio... Ci sono il comandante della piazza e le sue truppe d’occupazione, una coorte. La truppa è in assetto di guerra. Evidentemente, i Romani pensano a una resistenza armata e prevedono che, nonostante tutta la prudenza, scoppi una sollevazione di massa... Certo, colpisce l’enormità dello spiegamento di forze, ma non è affatto incredibile e straordinario... I discepoli di Gesù hanno portato due spade, non molto contro un contingente di mille uomini, ma sufficiente per mobilitare Dio nella battaglia messianica finale, in quella notte apocalittica in cui angeli e demoni tutti sono all’erta».
A parte la fantasia di Stauffer (alla quale faccio tanto di cappello), resta il fatto essenziale che il contingente incaricato dell’arresto era una truppa delle forze di occupazione al comando di un ufficiale romano. «Non si può pensare che la coorte e il suo comandante siano stati interpolati nel racconto da Giovanni. Si deve quindi presupporre che qui egli segua una fonte che accennava a un azione comune fra Ebrei e Romani, oppure che parlava soltanto dei Romani... Comunque siano andate le cose, o che i Romani abbiano preso l’iniziativa della cattura di Gesù, oppure che vi abbiano soltanto prestato una mano, in entrambi i casi tanto basta, almeno in parte, per addossare loro la responsabilità delle azioni persecutorie. ».
Naturalmente, la pericope giovannea, dove i Romani compaiono fin dal principio con le mani in pasta, non s’inquadra nella cornice pensata da coloro che vogliono far gravare sugli Ebrei il dramma del Golgota. Blinzler, ad esempio, si chiude in un circolo vizioso: gli Ebrei hanno processato Gesù e quindi portano la vera e propria colpa della morte violenta di Gesù, sicché fin dal principio della passione Gesù dovette essere nelle loro mani; non può quindi essere stato arrestato dai soldati romani. Giovanni viene semplicemente alterato col dire che l’evangelista non soltanto è stato impreciso ma avrebbe preso un abbaglio in quanto avrebbe chiamato «coorte» la polizia del tempio e chiliarcos il suo comandante. Ma tale interpretazione è insostenibile per il semplice fatto che l’evangelista distingue fra coorte col suo comandante e servitori-guardie dei Giudei. Inoltre Blinzler è in errore quando dice che la sua interpretazione va guadagnando rapidamente terreno, perché nelle più recenti edizioni della Bibbia, ad esempio quella ecumenica, i protagonisti dell’arresto di cui parla Giovanni sono detti «soldati» o addirittura esplicitamente «soldati romani».
Chi vuole ad ogni costo sostenere che Gesù non fu catturato da un contingente delle forze romane d’occupazione, ma da uno del Sinedrio giudaico, deve onestamente discostarsi dal racconto giovanneo. Ma non può neppure ripiegare sui sinottici. Anche questi, infatti, almeno presuppongono una partecipazione delle forze romane; comunque, il loro racconto non esclude - forse con l’eccezione di Luca - che si fosse trattato di un contingente romano. E vero che dai sinottici non si ricava che l’ufficiale romano avesse il comando dell’operazione, ma da ciò si potrebbe semplicemente dedurre che Gesù sia stato arrestato dalla polizia del tempio per ordine del Sinedrio. Ma questo è tutt’altro che una prova contro l’obiettività della narrazione giovannea, tanto più che, come ho avuto modo di dire, soltanto questa versione può aiutarci a spiegare il «tradimento» di Giuda.
Date queste circostanze, è di secondaria importanza che, come accenna Giovanni (18,3), il contingente romano abbia consultato i funzionari giudiziari ebrei. Dovendo esserci un accordo verbale, è del tutto naturale che le autorità giudaiche dovessero fornire una specie di assistenza legale. Si potrebbe così perfino spiegare come Pietro abbia potuto impugnare una spada e mozzare un orecchio 66 al servo del sommo sacerdote senza essere incriminato per resistenza alla forza pubblica, ferimento grave e magari tentato omicidio. Si potrebbe poi ancora spiegare perché non fu arrestato e tradotto in carcere per maggiore sicurezza l’intero gruppo dei discepoli dopo che fra loro c’era stato chi aveva opposto resistenza armata: infatti i soldati romani avevano ricevuto il mandato di arrestare esclusivamente Gesù, presunto capo partigiano. L’orecchio mozzato di un servo ebreo diventava perciò un fatto trascurabile. Questo, in ogni caso, poté avere inteso il narratore.
Il «piccolo» interrogatorio nel vangelo di Giovanni
Dal vangelo di Giovanni si ricava che ad occuparsi per così dire «ufficialmente» di Gesù sono unicamente le autorità romane:
Gesù viene arrestato da un ufficiale romano; esclusivamente da un tribunale romano è condannato; soldati romani lo crocifiggono.
D’altronde l’evangelista Giovanni è tutto teso a far gravare «sui Giudei» la colpa della morte di Gesù. Già durante la sua attività il Gesù descritto da Giovanni si vede esposto all’insistente ostilità «dei Giudei». Deve risultare che la massa si è data come programma inflessibile la caccia mortale al profeta di Galilea, che il popolo ebraico nel suo insieme ha preso l’iniziativa del processo davanti al tribunale romano, dove compare come accusatore di fronte a Pilato.
Però in Giovanni non si dice che Gesù sia stato dichiarato colpevole da un tribunale ebraico. Soltanto i sinottici narrano di un processo che si sarebbe svolto davanti a un’Alta Corte ebraica.
Un tale silenzio in Giovanni è tanto più notevole in quanto non mette in causa una circostanza più o meno secondaria, bensì, come dimostrano i racconti dei sinottici e la successiva interpretazione ecclesiastica, un fatto d’importanza essenziale. Eppure è naturale che durante il processo davanti al Sinedrio sia stato domandato a Gesù - e tale domanda è innegabilmente il punto culminante del processo - se egli era il Messia, il Figlio di Dio, e che Gesù abbia risposto di sì, o almeno non abbia negato esplicitamente.
A teologi teorici come Stauffer o Blinzler riesce malagevole mettere in sordina, perché non conciliabile con la loro teoria, la versione giovannea della successione dei fatti, salvo poi tentare di ricuperarla il più possibile a quella stessa loro teoria. Dicono dunque che Giovanni ha taciuto la storia del processo davanti al Sinedrio perché la presupponeva nota, senza contare che i cristiani provenienti dal paganesimo avevano «poco interesse» a un dibattimento ebraico.
Ma Giovanni dice ben altre cose. Secondo il suo racconto, il comandante romano della fortezza, dopo avere arrestato e legato il Nazareno, lo conduce in primo luogo nella casa del sommo sacerdote Anna. Questi - ed è un fatto storicamente accertato, sui quale evidentemente l’evangelista non era troppo bene informato 69
- in quel momento non aveva più nessuna autorità ufficiale perché nel 15, cioè tre lustri prima, era stato deposto dal prefetto romano. Il sommo sacerdote in carica era allora Caifa, genero di Anna, anche se il titolo di «sommo sacerdote» viene dato a entrambi (del resto giustamente, perché il sommo sacerdote deposto poteva mantenere il titolo, e in più aveva un seggio e un voto nel Sinedrio.
Dopo essere stato condotto dall’ex sommo sacerdote Anna, Gesù viene subito accompagnato dal sommo sacerdote in carica Caifa. Ma senza che nessuno dei due abbia compiuto un vero e proprio atto ufficiale, il prigioniero viene subito trasferito al pretorio romano (Gv 18,12-13.19-21.24.28):
Allora la coorte, il comandante e le guardie dei Giudei presero Gesù, lo legarono e lo portarono dapprima da Anna. Egli era infatti suocero di Caifa, sommo sacerdote in quell’anno... Il sommo sacerdote [qui s ‘intende Anna] interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina. Gli rispose Gesù: «Io ho parlato apertamente al mondo. Io ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove si radunano tutti i Giudei e di nascosto non ho mai detto nulla. Perché mi interroghi? Interroga coloro che mi hanno ascoltato, che cosa ho detto loro»... Anna allora lo mandò, legato, dal sommo sacerdote Caifa... Allora condussero Gesù da Caifa al pretorio.
Chiaramente qui Giovanni intende dire che Gesù sarebbe stato per tutto il tempo prigioniero del reparto militare romano. Il comandante della fortezza l’avrebbe «dapprima» portato dal sommo sacerdote Anna e questi, dopo aver sottoposto Gesù a un piccolo interrogatorio con domande affatto insignificanti, avrebbe chiesto che il prigioniero, prima di essere trasferito al carcere romano, fosse accompagnato dal genero Caifa. A questo punto, secondo il vangelo di Giovanni, si esaurisce la partecipazione delle autorità giudaiche alla vicenda. Comunque, implicitamente l’evangelista nega che da parte di un personaggio ufficiale giudaico ci sia stato un contributo formale, che ci sia stata un’imputazione o addirittura un processo.
Sempre secondo la versione giovannea, i Romani non chiesero nessuna assistenza legale alle autorità giudaiche. Ed è appunto per questa circostanza che il caso di Gesù si differenzia da quello di Paolo. Negli Atti degli Apostoli (22,30) leggiamo che Paolo, tenuto prigioniero dai Romani, fu condotto davanti al Sinedrio che su delega di Roma condusse un’inchiesta preliminare.
Tornando a Gesù, se non ci fu neppure una richiesta di assistenza legale dobbiamo allora per forza domandarci se quel paio di inezie che Giovanni attribuisce alle autorità giudaiche non siano altro che uno degli espedienti narrativi in cui l’evangelista si distingue. E naturale domandarsi perché un ufficiale romano che aveva fra le mani un ebreo sospetto di sedizione si comportasse con lui in modo così strano. Le forze d’occupazione romane non erano certamente disposte a fare da spauracchio per conto del Sinedrio, meno ancora quando era in causa un predicatore ambulante di provincia. Messa mano in un affare, le autorità romane erano solite far valere il proprio diritto o la propria forza.
Ciò che Giovanni dice sul breve passaggio di Gesù da Anna e le poche informazioni su circostanze secondarie sono affatto marginali a confronto dell’insieme dei fatti, tanto da non dirci assolutamente nulla sulla partecipazione dei Giudei alla condanna di Gesù. In sostanza, nel racconto giovanneo l’arresto e la condanna riguardano esclusivamente i Romani.
Collaborazione dell ‘apparato giudaico?
A questo punto possiamo porci un interrogativo di tutt’altro genere. Le autorità giudaiche non sarebbero state in grado di impedire una cattura che, come risulta dai fatti del Getzemani, era di un estrema semplicità? In tal modo avrebbero evitato a Gesù di cadere nelle mani dei Romani col sospetto di sedizione. Se agli occhi delle autorità del tempio questo profeta di Galilea fosse stato l’uomo al quale potesse essere affidata la liberazione di Israele, allora probabilmente anche i circoli dominanti ebraici si sarebbero lasciati coinvolgere nell’entusiasmo generale e l’avrebbero onorato come, ad esempio, cent’anni dopo lo sarebbe stato il campione della libertà Bar Kochba. Purtroppo, per le autorità giudaiche Gesù non era l’uomo che valesse la pena proteggere nell’interesse nazionale.
In Luca leggiamo ciò che della tragedia del Golgota pensavano i cosiddetti discepoli di Emmaus (tenendo ovviamente presente che, come altrove, Luca cerca di scagionare i Romani) (Lc 24, 19-2 1):
Il caso di Gesù, il Nazareno, che era un profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i gran sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per essere condannato a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui quello che avrebbe liberato Israele.
I discepoli erano delusi del loro Rabbi che aveva trovato una fine così rapida e ingloriosa senza aver dato compimento alle profezie. Ma erano anche delusi e nel contempo sdegnati perché i capi Giudei, non avendo capito l’importanza di Gesù per Israele, avevano permesso che questo «profeta» fosse condannato e messo in croce dai Romani. Qui compare un’idea che si allontana da quella ricorrente nei vangeli e negli Atti degli Apostoli, in quanto non vengono accusati «i Giudei» in massa, ma i «gran sacerdoti» e i «capi»: essi soltanto, e non il popolo semplice, avrebbero avuto il modo di intervenire presso i Romani e di scongiurare la crocifissione.
Il partito che godeva di maggior prestigio e autorità a Gerusalemme, entro i limiti assegnati dai Romani, era quello dei sadducei. La classe dirigente ebraica non perdeva mai di vista la necessità di mantenersi in buona armonia con gli occupanti. I sadducei, da politici realistici, non rifuggivano neppure dal pregare nel tempio per il Cesare romano. Era in un certo senso la contropartita per tutta una serie di privilegi che lo Stato romano aveva concesso agli Ebrei, come ad esempio l’esenzione dal servizio militare, la santificazione del sabato, insomma la possibilità di vivere in conformità della legge e dei riti ebraici.
Non si può escludere che ai sadducei, vale a dire alla fazione di Caifa, facesse assai comodo liberarsi senza troppa pena del profeta eretico di Galilea, del «falegname demagogo» che col suo messaggio stava per abbindolare il popolo. I modi potevano essere diversi: prendere l’iniziativa di catturarlo per poi consegnarlo ai Romani; metterlo in cattiva luce di fronte ai Romani così che questi prendessero l’iniziativa; infine, stare passivamente a guardare e lasciare che le cose andassero per il loro verso nel caso che i Romani avessero deciso di arrestarlo.
Queste stesse persone, «che appartenevano alle famiglie dei sommi sacerdoti» (At 4,6), avrebbero poi perseguitato anche i componenti della primitiva comunità cristiana. Avrebbero però dovuto muoversi con grande cautela per non attirarsi le ire del popolo (At 3,26). Di contro, i farisei, fra i quali si distingueva rabbi Gamaliele, si sarebbero adoperati a tutelare i cristiani contro quelle persecuzioni, ottenendo dal Sinedrio la loro liberazione e la conseguente piena libertà di predicazione (At 5,34-42). È un’ulteriore prova che i nemici di Gesù non erano i farisei, e che il popolo era anche pronto a ribellarsi all’autorità quando questa molestava i cristiani che esso riteneva innocui e indifesi.
Come tutti i centri di potere, anche quelli ebraici erano conservatori e diffidavano di qualsiasi movimento progressista, figurarsi se rivoluzionario. Socialmente privilegiati, adagiati nel loro stile di vita ellenistico, si preoccupavano unicamente di dissolvere ogni dubbio sulla loro realtà nei confronti di Roma. «Gli studi storici recenti hanno dimostrato che la responsabilità della crocifissione [di Gesù] cade essenzialmente sui Romani, e che i “capi” Ebrei che vi erano coinvolti, in realtà non erano rappresentanti del loro popolo, bensì marionette mosse dai Romani le quali conducevano una politica più romana che ebraica.».
Ben-Chorin vede la situazione sotto un aspetto diverso, ma con un risultato identico: «Se cerchiamo di immaginarci l’opprimente condizione che gravava sui popolo ebraico nella propria patria occupata, possiamo capire come i circoli dominanti non risparmiassero mezzi per rendere innocuo un mestatore come Gesù di Nazaret che aveva sedotto il popolo, compresi attivisti politici della risma di Giuda Iscariota».
Anche un ragionamento come quello di Stauffer è plausibile:
«Dopo la caduta di Seiano nell’ottobre del 31 anche Caifa si trovava in pericolo ed erano tuttora in auge le retate di congiurati. Se in quel periodo arrivava a Roma una qualsiasi notizia su movimenti messianici in Palestina, Caifa veniva eliminato. Bisognava dunque sbarazzarsi di Gesù prima che fosse troppo tardi».
Non posso però tacere una riserva nei confronti di questa tesi. Poiché fa riferimento alla caduta di Seiano nell’ottobre del 31, Stauffer data la morte di Gesù alla Pasqua del 32. Ma questa datazione non concorda né con quella dei sinottici (11 aprile 27 o 23 aprile 34) né con quella di Giovanni (7 aprile 30). Inoltre Stauffer, visto che coinvolge Seiano, avrebbe dovuto integrare la sua tesi introducendo altre circostanze, e precisamente: Seiano - che negli anni 23-31 aveva praticamente in mano tutte le leve del comando mentre Tiberio se ne stava ritirato a Capri —, proprio lui che detestava gli Ebrei era il grande protettore e amico personale di Ponzio Pilato, che a lui doveva il posto di governatore militare della Palestina. Caduto Seiano, il potere di Caifa, come appunto dice Stauffer, era in pericolo, ma era soprattutto minacciato quello di Pilato.
Come il Sinedrio vedesse il «problema Gesù» lo dice il vangelo di Giovanni presentando i fatti in un modo che (pur non potendo pretendere l’autenticità storica) riesce bene a darci un’immagine della situazione (Gv 11,47-50):
Allora i capi-sacerdoti e i farisei convocarono il Sinedrio e dicevano: « Che cosa facciamo? Quest ‘uomo compie molti segni! Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il luogo e la nazione». Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: « Voi non capite niente, né vi rendete conto che è più vantaggioso per voi che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca tutta intera la nazione».
È certo inimmaginabile che un seguace di Gesù sia stato messo al corrente del contenuto di una discussione al Sinedrio; tuttavia è possibile che in quel consesso ci fosse chi simpatizzava per Gesù (Gv 12,42-43), forse Nicodemo e Giuseppe di Arimatea. Ma non è tanto importante domandarsi se «si possa dimostrare» che fu proprio quello il tenore della discussione al Sinedrio; conta di più constatare che il racconto è coerente. In primo luogo se ne deduce che quella seduta del Sinedrio non ebbe un carattere giudiziario ma che si trattò di una riunione dei sinedriti. In secondo luogo, leggiamo a chiare lettere che quell’adunanza non ebbe come interesse primario la morte di Gesù, tant’è vero che prevalse l’incertezza sul da farsi riguardo al rabbi di Galilea; e in quell’incertezza Caifa espresse l’idea di sacrificarlo per il bene del popolo, per allontanare dall’intera popolazione la minaccia di sciagure da parte dei Romani. Forse sollecitarono le autorità ebraiche di Gerusalemme quelle stesse considerazioni che avevano spinto Erode Antipa a intervenire nei confronti di Giovanni Battista, ovvero la paura che non movendosi a tempo e lasciando l’iniziativa ai Romani avrebbero poi dovuto rendere ragione a questi dei loro calcoli sbagliati. Gravava comunque sul Sinedrio la responsabilità di mantenere la pace fra la popolazione ebraica e l’esercito di occupazione. Lapide scrive: «Possiamo supporre che Caifa abbia consigliato di sacrificare Gesù perché preoccupato di salvaguardare la libertà come contropartita della soggezione politica a Roma. Ciò non esclude che Caifa non avesse difficoltà a riconoscere l’innocenza di Gesù, come risulta dalla circostanza che egli ne parla come di “un solo uomo” (Gv 11,50) ed evita parole offensive come “brigante” o “ribelle” o “falso profeta”». Oggi definiremmo dunque il comportamento di Caifa come quello di un «politico realista».
D’altronde sembra che proprio le considerazioni che si leggono in Gv 11,47-50, e soprattutto la motivazione della ragion di Stato del versetto 48, siano state sempre considerate dai cristiani come la condanna a morte di Gesù emessa di fatto dal Sinedrio. Tuttavia va osservato che i vangeli, anche quando presentano il processo in una luce sfavorevolissima agli Ebrei e altrettanto favorevole ai Romani, non sorvolano sulla circostanza che Gesù non avrebbe mai potuto essere messo in croce senza un ordine di Pilato e la sua esecuzione da parte dei soldati romani, né sarebbe valsa a cambiare le cose anche la più ferma determinazione del popolo d’Israele.
Forse ci fu anche compiacimento per il sentirsi in grado di tenere sotto custodia un individuo da poter calunniare come sedicente Messia, per poi sbarazzarsene consegnandolo ai Romani a dimostrazione di disponibilità da parte del Sinedrio. Tuttavia era forte il timore che durante le festività potesse accadere uno scontro con le forze di occupazione, perché erano ben note la suscettibilità e la spietatezza del procuratore Pilato. In questo momento le autorità giudaiche avrebbero dovuto muoversi con la massima circospezione, per scongiurare bagni di sangue che la popolazione aveva già sperimentato più volte. Pensavano che certamente si sarebbero conciliati il governatore se in concomitanza col suo arrivo gli avessero consegnato un prigioniero, che essi avrebbero presentato sapientemente come sedizioso per quello che aveva fatto e detto pubblicamente. Sarebbe stata una dimostrazione di buona volontà da parte del Sinedrio, e poi i Romani avrebbero provveduto per proprio conto al destino del prigioniero. Bultmann scrive: «Gesù venne mandato alla croce dal procuratore romano Ponzio Pilato e ormai è difficile definire quale parte vi abbia avuto l’autorità giudaica alla quale la tradizione cristiana avrebbe poi addossato la colpa principale. Probabilmente, come era usa fare, lavorò gomito a gomito con i Romani per amore della pace politica. Però è fuori dubbio che Gesù mori sulla croce come profeta messianico, alla stregua degli altri ribelli».
È dunque da ritenere altamente probabile che, come abbiamo detto, l’intera vicenda, dall’arresto all’esecuzione della pena capitale, venne condotta interamente dai Romani (forse con la presenza di alcuni sbirri ebrei per l’arresto). D’altronde è anche assai verosimile che nel procedimento giudiziario ci sia stato un piccolo contributo ufficiale da parte giudaica. Resta comunque fermo che Gesù fu ucciso dai Romani, non dagli Ebrei.
La fossa anonima di un patriota
I vangeli concordano nel dire che anche morto Gesù resta in potere dei Romani. Infatti l’illustre sinedrita Giuseppe di Arimatea nel tardo pomeriggio si presenta a Pilato chiedendogli di poter disporre della salma per seppellirla secondo le prescrizioni rituali giudaiche.
Per la deposizione dalla croce e per la sepoltura era necessaria l’autorizzazione delle autorità militari romane (Mc 15,42-45) 81:
Fattosi ormai sera, poiché era la Parasceve, vale a dire il giorno prima del sabato, Giuseppe di Arimatea, distinto membro del Consiglio, il quale aspettava anch‘egli il regno di Dio, venne, si fece coraggio, entrò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto. Perciò, chiamato il centurione, gli domandò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione, concesse il cadavere a Giuseppe.
Per i Romani un delinquente poteva restare benissimo appeso per un paio di giorni perché miravano appunto a prolungare l’effetto di dissuasione. Alle autorità giudaiche, invece, importava una sepoltura dignitosa, e ciò presupponeva che Gesù fosse deposto e seppellito - come prescrive Dt 21,22-23 - prima del tramonto, o meglio, prima che comparisse la seconda stella del crepuscolo, perché in quel momento si iniziava il sabato.
Dall’evangelista Giovanni apprendiamo esplicitamente che a Gesù venne concessa una sepoltura signorile nelle circostanze del momento (Gv 19,39-40):
Venne anche Nicodemo, il quale già prima era andato da lui di notte, portando una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. Presero dunque il corpo di Gesù e lo avvolsero con bende assieme agli aromi, secondo l‘usanza di seppellire dei Giudei.
Due alti pubblici ufficiali ebraici avrebbero perciò dato sepoltura a un ebreo morto patriota e martire sulla croce romana. Se la condanna (per bestemmia) di Gesù fosse venuta dal Sinedrio, non sarebbe certamente avvenuto che due sinedriti - Nicodemo avrebbe addirittura contribuito alla condanna a morte! - provvedessero deliberatamente a dare una sepoltura dignitosa al Crocifisso, ciò che avrebbe significato un’automatica riabilitazione. Senza contare che avrebbero commesso una grave infrazione disciplinare se non addirittura un’azione criminosa. Giuseppe Flavio cita una prescrizione della Mishnà (Antichità giudaiche IV 8,6):
Chi ha bestemmiato Dio, sia lapidato, appeso per un giorno intero e seppellito senza onore e di nascosto.
Osserviamo come, mentre si descrive una sepoltura rituale, quasi incidentalmente e per così dire inavvertitamente venga ammesso ciò che i vangeli in genere non sono disposti a concedere: vale a dire che dei Giudei di spicco dimostrano una grande simpatia per Gesù, e tra questi addirittura alcuni che siedono in una istituzione che si pretende l’abbia condannato a morte. Luca che come Marco e Matteo fa campeggiare la figura di Giuseppe di Arimatea nella deposizione dalla croce, negli Atti degli Apostoli (13,27 ss.) dà un’altra versione; qui infatti non compare più soltanto un illustre sinedrita, ma è l’intera popolazione di Gerusalemme che col magistrato provvede alla sepoltura.
Si pone ora un interrogativo di tutt’altro genere: il racconto evangelico della sepoltura può pretendere all’attendibilità storica? O non parte forse dal presupposto fittizio dell’avveramento di Is 53,9 dove si legge che il servo di Dio avrà sepoltura con un «ricco»? Non sarebbe perciò casuale che Matteo (27,57) introduca la figura di «un uomo ricco di Arimatea». E molto più realistico - purtroppo - pensare che i legionari romani abbiano sotterrato Gesù come tutti quelli che venivano crocifissi, ovvero che lo abbiano gettato in una fossa - in seguito non più identificabile - insieme con gli altri due crocifissi.