![]() |
|||||
Domandai
a Stan Szmajzner, uno dei deportati, in che modo, secondo lui, era riuscito
a sopravvivere.
Che tipo di persona ha dovuto essere, per sopravvivere ai campi?
Quali speciali qualità bisognava avere?
“Capisco la sua domanda” disse. “Sì, anche noi eravamo corrotti, naturalmente: vivere era la prima cosa. Ricordo com’eravamo furiosi quando i trasporti provenivano dall’Est anziché dall’Ovest. Quelli che venivano dalla Germania, dall’Austria, dall’Olanda, dall’ Ungheria… portavano indumenti, vestiti, e soprattutto roba da mangiare; potevamo andar là a sceglierci quello che ci piaceva. Quelli che venivano dalla Polonia o da altri posti dell’Est non avevano niente, e allora restavamo relativamente affamati. Ed è anche vero che se non ci fosse stato l’oro, noi non saremmo vissuti. E così, in certo senso, la loro morte significava la nostra vita”.
«Non vidi mai Stangl far del male a nessuno” disse alla fine. “La cosa che spiccava, in lui, era l’arroganza. E l’evidente piacere che traeva dal suo lavoro e dalla sua posizione. Nessuno degli altri - benché fossero, per molti riguardi, tanto peggiori di lui - dimostrava questo piacere, e in quella misura. Lui aveva quel perpetuo sorriso sulla faccia... No, non credo che fosse un sorriso nervoso; era semplicemente che era felice».
Gitta Sereny, “In quelle tenebre”, Adelphi, pag. 175
Ludwig venne con diversi altri militari, a comprare del pesce. Portarono dello Schnaps, e si misero a sedere in giardino a bere. Poi Ludwig venne da me - ero anch’io in giardino con le bambine - e si mise a raccontarmi di sua moglie e dei suoi bambini, continuò così per un pezzo. Io ero abbastanza stufa, soprattutto perché puzzava di alcool, e diventava sempre più lacrimoso. Ma pensavo, poveretto, è qui, così solo.., devo almeno ascoltarlo. E poi, d’un tratto, disse: “Fùrchterlich - spaventoso.., è una cosa spaventosa, lei non ha idea di come sia spaventosa “. “Che cos’è, così spaventoso?” gli domandai. “Non lo sa? Non sa che cosa facciamo, là al campo? “. “No,” dissi “che cosa? “. “Gli ebrei” rispose. “Gli ebrei. Li fanno fuori “. “ Li fanno fuori? “ dissi. “Come sarebbe? Cosa intende dire? “. “Col gas” disse. “ Un numero incredibile [unheimliche Mengen] “.
“Proseguì, dicendo che cosa orribile fosse, e poi disse, sempre in tono lacrimoso: “Ma lo facciamo per il nostro Fuhrer. Ci sacrifichiamo a far questo per lui... Obbediamo ai suoi ordini “. E poi disse anche: “Se l’immagina che cosa succederebbe se gli ebrei un giorno prendessero noi? “.
“E
allora gli dissi di andarsene. Non riuscivo neanche a pensare. Stavo già piangendo.
Gitta
Sereny, “In quelle tenebre”, Adelphi, pag. 182
«Io gli dissi: “Ho saputo che cosa stai facendo a Sobibor. Mio Dio, com’è possibile! Che cosa fai, tu, in tutto questo? Qual è la tua parte? “Lui disse: “Senti, piccola, calmati, ti prego. Mi devi credere, io non ho niente a che fare con tutto questo “. Io dissi: “ Ma com’è possibile che sei lì e non hai nulla a che fare con questo? “. E lui rispose: “Il mio lavoro è puramente amministrativo; io sono lì per costruire.., per sovrintendere alle costruzioni.., ecco tutto “. “Vuoi dire che tu non vedi succedere quelle cose?” domandai. “ Oh sì, “ rispose lui “le vedo. Ma io non faccio niente a nessuno.”.
“Naturalmente, non sapevo che lui era il Kommandant: questo non l’ho mai saputo. Lui mi disse che era la Hòchste Charge [il grado più alto]. Mi domandai che cosa voleva dire, e lui disse di nuovo che era a capo della costruzione e che quel lavoro gli piaceva. Io pensai “Mio Dio! “.
“Tornammo a casa, io che continuavo a piangere, a discutere e a pregarlo di dirmi come poteva stare in un posto simile, come poteva essersi messo in una simile situazione. Sono sicura che facevo dei discorsi insensati - non sapevo nemmeno quello che mi dicessi. Ma lui continuava a rassicurarmi - o almeno faceva il possibile.
Gitta Sereny, “In quelle tenebre”, Adelphi, pag. 183
Alla scuola di polizia ci avevano insegnato che un’azione, per essere definita criminale, doveva possedere quattro requisiti: doveva esservi un soggetto, un oggetto, un’azione, e uno scopo. Se mancava uno di questi quattro elementi, allora non si trattava di un’azione punibile”.
«Non vedo come non possa applicare un simile concetto a tutta questa situazione».
«È proprio quello che sto cercando di spiegarle; l’unico modo che avevo per sopravvivere, era di dividere la mia coscienza in compartimenti stagni. In tal modo potevo applicare questo principio alla mia situazione; se il ‘soggetto’ era il governo, l” oggetto’ erano gli ebrei, e l”azione’ erano i gasaggi, allora potevo dire a me stesso che, per me, il quarto elemento, lo ‘scopo’ [lui lo chiamava “volontà libera “] mancava».
“A parte ciò che riguardava l’amministrazione dei valori?”.
“Già. Ma avendo accertata la possibilità di traffici illegali, questa diventava una legittima attività di polizia”.
“Ma questi valori che lei si proponeva - o acconsentiva - di amministrare, non ci sarebbero stati se non ci fossero stati i gasaggi. Come poteva, lei, isolare una cosa dall’altra? Perfino nella sua coscienza?”.
“Potevo, dato che il mio specifico incarico fin dal principio era stata l’amministrazione di questi effetti
“E se fosse stato specificamente incaricato dell’esecuzione effettiva dei gasaggi?”.
“Non lo ero” rispose seccamente, e poi, in tono ragionevole ed esplicativo: “I gasaggi erano fatti da due russi - Ivan e Nicolau, agli ordini di un sottufficiale [Gustav Munzberger]
Gitta Sereny, “In quelle tenebre”, Adelphi, pag. 221
«Sulla piattaforma della stazione, vidi degli uomini con dei bracciali azzurri, ma senza nessun grado. Uno di loro portava uno scudiscio - di un tipo che non avevo mai visto, sembrava uno scudiscio per grossi animali. Parlavano un tedesco molto strano. C’erano annunci ad alta voce, ma tutto quanto era abbastanza moderato:
nessuno ci fece nulla [era la linea di condotta prescritta per i trasporti che arrivavano dall’Ovest]. Io seguii la folla: “Gli uomini a destra, le donne e i bambini a sinistra” ci dissero. Le donne e i bambini scomparvero dentro una baracca un po’ discosta, a sinistra, e a noi dissero di svestirci. Una delle SS - più tardi seppi il suo nome, Kiittner - ci disse in tono conversevole che andavamo a un bagno di disinfezione, dopo di che ci sarebbe stato assegnato il nostro lavoro. Disse che gli abiti dovevano essere lasciati in un mucchio sul pavimento, e che li avremmo ritrovati più tardi. Dovevamo portar con noi i documenti, la carta d’identità, il denaro, gli orologi, e i gioielli.
“La coda cominciò ad avanzare, e d’un tratto notai diversi uomini interamente vestiti, in piedi presso un’altra baracca, un po’ più lontano, e mi domandai chi potessero essere. Proprio in quel momento un’altra SS (si chiamava Miete), mi venne vicino e disse:
“Vieni fuori, tu, rimettiti i vestiti, presto, lavoro speciale “. Fu questo il primo momento in cui ebbi paura. Tutto era molto silenzioso. E quando lui mi disse questo, gli altri si voltarono e mi guardarono - e pensai, mio Dio, perché proprio io, perché è venuto a pescare proprio me? Quando mi fui rivestito, la coda era avanzata, e notai che diversi altri giovani erano stati tirati fuori dalla fila e si stavano rivestendo. Fummo portati nella ‘baracca di lavoro’, che era in gran parte piena di indumenti dal pavimento al soffitto, strato su strato. Molti di questi indumenti erano sporchi - dovevamo separarli a forza, tanto erano incollati dal sudiciume e dal sudore. Il sorvegliante mi mostrò come dovevo legare insieme i mucchi in fagotti, avvolgendoli con lenzuola o con teloni. Capisce, non ci fu tempo, neanche un attimo, tra il momento in cui fummo fatti entrare là dentro e quello in cui fummo messi al lavoro, per parlare con qualcuno, per farci un’idea di quello che stava succedendo... e, naturalmente, non dimentichi che non avevamo alcun’idea dello scopo di tutta quella installazione. Vedevamo questi mucchi di indumenti - immagino che il pensiero ci sarà passato per la mente: da dove vengono? che roba è questa? Dobbiamo aver messo in relazione questi indumenti con quelli che tutti quanti ci eravamo appena tolti là fuori... Ma non ricordo di aver avuto questo pensiero. Ricordo soltanto d’aver cominciato subito a lavorare, a far su quei fagotti come il sorvegliante mi aveva detto, credevo, ma lui si mise a urlare: “Di più, di più, mettine di più se vuoi restare in piedi! “. Nemmeno allora capii che cosa intendesse; mi limitai a mettercene di più. Benché venisse portata roba dall’esterno, ed erano gli stessi indumenti che la gente arrivata con me si era tolta pochi minuti prima, credo che nemmeno allora pensassi nulla; mi sembra impossibile, adesso, ma fu proprio così. Anch’io andai fuori a prendere degli indumenti, e d’un tratto mi sentii arrivare un colpo sulla schiena - come fossi stato colpito da un tronco d’albero; era stata una guardia ucraina che mi aveva colpito con una di quelle enormi fruste.
“Corri!
“ urlò. “Corri! “.
E
da quel momento capii che a Treblinka bisognava fare tutto di corsa.
Gitta Sereny, “In quelle tenebre”, Adelphi, pag. 239
E
allora, proprio all’inizio di marzo del 1943, ci capitò una catastrofe.
Kùttner
annusò qualcosa — non c’è altro modo di dirlo. Intuì che si stava preparando
qualcosa, e con perfetto istinto pizzicò l’unica persona che per noi era pressoché
insostituibile: Zhelo Bloch, l’esperto militare del comitato di rivolta. Prese
la scusa che erano scomparsi certi cappotti da uomo, e che Zhelo era incaricato
della loro sorveglianza. Venne nelle nostre baracche furibondo; due uomini
furono uccisi sul posto, diversi altri furono fustigati. E Zhelo fu mandato
al Campo 2.
Per il nostro morale fu un colpo terribile, è impossibile descrivere ora lo scoraggiamento che ci prese. Non si trattava soltanto del fatto che Zhelo era così necessario, per la preparazione della rivolta, ma anche che era molto amato. A differenza forse di alcuni di noi, egli era molto vicino al popolo. Non mi fraintenda, voglio soltanto dire che, tra tutti noi, egli era l’unica persona che sapesse parlare a chiunque, dare a tutti un senso di fiducia in se stessi, in lui, e nelle sue capacità. Era un leader nato, e della migliore qualità.
Gitta Sereny, “In quelle tenebre”, Adelphi, pag. 283
A Natale, lui mi aveva di nuovo detto che a Treblinka, era “il più elevato in grado” e gli avevo di nuovo domandato che cosa ciò volesse dire. Poiché non disse mai che era il Kommandant — mai. Rispose che ciò significava che tutti dovevano rispondere a lui, e fare ciò che lui diceva. Lo dissi: “Ma allora.., mio Dio, Paul, ma allora tu sei il Kommandant? “. Ma lui rispose: “No, il Kommandant è Wirth “. E di nuovo gli credetti, perché avevo bisogno di credergli, immagino. Dovevo credergli. Come avrei potuto andare avanti, altrimenti? Spesso lo guardavo, e pensavo tra me: “Chi sei? Oh, mio Dio, che tipo sei, da poter sopportare di vedere questo? Che cosa... Oh, Dio, che cosa vedi, con questi occhi con cui mi guardi? “.
E anche quando dissi: “Se fai davvero soltanto cose amministrative, se non fai niente di male, be’, se non altro, non sei al fronte “. Sì, dissi proprio così; e lui rispose: “No, no, devo venirne fuori “.
Mi creda, benché piangessi, oh, quante volte ho pianto, quando pensavo a quella gente che ammazzavano, mai e poi mai seppi che c’erano anche dei bambini, e neanche donne. Anch’io, credo, cercavo di razionalizzare la cosa; mi dicevo, immagino, che eravamo in guerra, e che uccidevano gli uomini, gli uomini, capisce? nemici. Immagino che pensassi — o che mi dicessi — che le donne e i bambini li lasciavano a casa. So che non è logico, ma immagino che non osassi andare più in là col pensiero. Ciò che sapevo e pensavo era già più di quanto potessi sopportare. Però, è vero, tante volte mi dicevo anche: se lui rifiutasse, se scappasse, se gettasse via la sua vita e la nostra, la cosa continuerebbe ugualmente. Ce ne sarebbero centinaia, addirittura migliaia, ben felici di prendere il suo posto. Ecco come l’avevo pensata fino a luglio. Poiché fino ad allora avevo ancora dormito nella persuasione che lui cercava di uscirne fuori, come mi aveva detto, e che un giorno o l’altro sarebbe riuscito a ottenere un trasferimento.
Gitta Sereny, “In quelle tenebre”, Adelphi, pag. 315
Sembra straordinario che i romanzieri ritengano necessario inventare simili frottole, quando l’agghiacciante verità è tanto più ‘drammatica’.
Gitta Sereny, “In quelle tenebre”, Adelphi, pag. 350