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Nemici intimi

Da: Goleman D., “Intelligenza emotiva”, BUR Rizzoli, pagina 160

Le donne arrivano al matrimonio già preparate al controllo delle emozioni

Forse il più grande passo avanti nella comprensione dei fattori che tengono insieme un matrimonio o lo mandano in pezzi è stato compiuto grazie all’uso di sofisticate misure fisiologiche che consentono di seguire, istante per istante, le sfumature emozionali nel corso di un’interazione fra i membri di una coppia. Gli scienziati sono oggi in grado di rilevare, in un marito, scariche di adrenalina e rialzi della pressione ematica altrimenti invisibili, e di osservare, in una moglie, microemozioni fugaci ma dense di significato cogliendole dal suo volto nell’istante in cui lo attraversano. Queste misure fisiologiche rivelano che alla base delle difficoltà di coppia c’è un elemento biologico nascosto, un livello fondamentale di realtà emozionale solitamente impercettibile e trascurato dagli stessi membri della coppia.

Il matrimonio di lui e quello di lei: radici nell’infanzia

In una coppia esistono due realtà emozionali, quella di lui e quella di lei. La barriera che li divide non è rinforzata solo dal diverso tipo di gioco preferito dai due sessi, ma anche dalla paura, tipica dei bambini piccoli, di essere derisi per il fatto di avere un «fidanzato» o una «fidanzata». Uno studio sulle amicizie dei bambini mise in evidenza che, stando alle loro stesse dichiarazioni, a tre anni metà dei loro amici appartiene all’altro sesso; a cinque anni, la percentuale scende a circa il 20 per cento, e a sette quasi nessun bambino/a afferma di avere un’amicizia importante con un membro dell’altro sesso. Questi universi sociali separati si intersecano raramente finché non cominciano i flirt dell’adolescenza.

Nel frattempo, maschi e femmine ricevono insegnamenti molto diversi sul come gestire le emozioni. Con la sola eccezione della collera, in genere i genitori discutono le emozioni più con le figlie che con i figli. Per quanto riguarda le emozioni, le bambine sono esposte a un maggior numero di informazioni rispetto ai maschi: quando i genitori inventano delle storie da raccontare ai propri bambini in età prescolare, usano un maggior numero di parole riferite alle emozioni quando parlano alle figlie che non quando si rivolgono ai figli maschi; quando le madri giocano con i loro bambini molto piccoli, mostrano una gamma di emozioni più ampia alle femmine che non ai maschi; se parlano di sentimenti con le figlie, discutono più dettagliatamente gli stati emozionali di quando lo fanno con i figli maschi,  sebbene con questi ultimi scendano in maggiori dettagli sulle cause e le conseguenze di emozioni come la collera (forse con intenti preventivi).
Si ipotizza che nelle bambine, lo sviluppo più precoce del linguaggio, le porti ad
essere più esperte dei maschi nell’articolare i propri sentimenti e più abili nell’uso di parole che esplorano e sostituiscono reazioni emotive quali ad esempio gli scontri fisici; d’altra parte, essi osservano, «i bambini di sesso maschile, nei quali la verbalizzazione degli affetti è de-enfatizzata, possono diventare in larga misura inconsapevoli degli stati emozionali propri e altrui».
All’età di dieci anni, nei due sessi c’è all’incirca la stessa percentuale di soggetti apertamente aggressivi e inclini al confronto diretto sotto l’impulso della collera. Ma a tredici anni, ecco emergere una significativa differenza: le femmine diventano più inclini a tattiche aggressive scaltre come l’ostracismo, il pettegolezzo maligno e le vendette indirette. Quando sono irritati, i maschi, in linea di massima, continuano a confrontarsi direttamente come prima, del tutto ignari di queste strategie più subdole.

Quando le bambine giocano insieme, lo fanno in piccoli gruppi in cui regna l’intimità, e dove si cerca attivamente di ridurre al minimo l’ostilità e di massimizzare la cooperazione; i giochi dei maschi, invece, si svolgono in gruppi più numerosi, nei quali viene dato massimo risalto alla competizione. Una differenza chiave fra i due sessi emerge quando i giochi in corso sono interrotti perché qualcuno si fa male. Quando l’incidente capita a un maschio, e l’infortunato si mette a piangere, gli altri si aspettano da lui che esca dall’azione e smetta di lamentarsi, in modo che il gioco possa proseguire. Se la stessa cosa accade in un gruppo di bambine, il gioco si ferma e tutte si raccolgono intorno all’amica che piange per aiutarla. I maschi vanno orgogliosi di un’indipendenza e un’autonomia tipica del tipo duro e solitario, mentre le femmine si interpretano come elementi di una rete di connessioni. Pertanto, i bambini si sentono minacciati da qualunque cosa possa mettere in discussione la loro indipendenza, mentre le bambine lo sono di più da una rottura nelle loro relazioni interpersonali. Queste diverse prospettive indicano come uomini e donne vogliano, e si aspettino, cose molto diverse da una conversazione: i primi sono contenti se possono parlare di «fatti», le donne cercano invece nessi emozionali. Le bambine diventano «brave a leggere segnali emozionali verbali e non verbali, come pure a esprimere e a comunicare i propri sentimenti», mentre i maschi imparano a «minimizzare le emozioni che hanno a che fare con la vulnerabilità, il senso di colpa, la paura e il risentimento».

Goleman D., “Intelligenza emotiva”, BUR Rizzoli, pagina 163

Le donne arrivano al matrimonio già preparate al controllo delle emozioni

Le donne sono più empatiche degli uomini, almeno per quanto riguarda la capacità di leggere i sentimenti altrui dall’espressione facciale, dal tono di voce o da altri indizi non verbali. Analogamente, in genere è più facile leggere i sentimenti sul volto di una donna che non su quello di un uomo. Le donne sperimentano tutta la gamma delle emozioni con una maggiore intensità e transitorietà degli uomini — in questo senso, le donne sono più emotive.

Tutto questo significa che, in generale, le donne arrivano al matrimonio già preparate al controllo delle emozioni, mentre gli uomini ci arrivano avendo compreso molto meno l’importanza di questo compito per la sopravvivenza di una relazione.

Per le mogli, l’intimità significa parlare — soprattutto della relazione in se stessa. Gli uomini, in linea di massima, non capiscono che cosa vadano cercando le loro mogli. Essi dicono: “Io voglio fare delle cose con mia moglie, ma lei non vuole far altro che parlare”. Durante la fase del corteggiamento gli uomini sono molto più disposti a passare il tempo parlando, per adeguarsi al desiderio di intimità delle loro future mogli. Ma una volta sposati, passavano sempre meno tempo a parlare in questo modo con le proprie mogli, senza più sentire il bisogno di discutere e trovando un sufficiente senso di intimità nella condivisione di alcune semplici occupazioni come potare le rose in giardino.

In uno studio sul matrimonio, gli uomini avevano una visione più rosea delle donne praticamente su tutti gli aspetti della loro relazione — dal rapporto sessuale, agli aspetti economici, i legami con i suoceri, la capacità di ascoltarsi l’un l’altro, il peso dei propri difetti. Le mogli, in generale, sono più esplicite dei mariti nelle proprie lamentele, soprattutto nelle coppie infelici. L’inerzia degli uomini nell’affrontare i problemi di una relazione è senza dubbio aggravata dalla loro relativa incapacità di leggere le emozioni dalle espressioni facciali. Le donne, ad esempio, sono più sensibili a un’espressione triste sul volto di un uomo di quanto non lo siano gli uomini nel rilevare la tristezza dall’espressione di una donna.” Perciò, una donna deve essere davvero molto depressa perché un uomo cominci a notare i suoi sentimenti; non parliamo poi di quanto dovrebbe esserlo per indurlo a chiederle che cosa la renda così triste.

Ciò che davvero conta per il destino del matrimonio, è il modo in cui la coppia discute queste dolenti note. Ai fini della sopravvivenza della relazione coniugale è fondamentale raggiungere un’intesa sul come non essere d’accordo; nell’affrontare difficili situazioni emozionali, uomini e donne devono superare le loro innate differenze di genere.

Goleman D., “Intelligenza emotiva”, BUR Rizzoli, pagina 164

Comportamenti coniugali sbagliati: critiche, disprezzo, ostruzionismo

In un matrimonio sano, marito e moglie si sentono liberi di dar voce a un rimprovero. Ma troppo spesso nella foga del momento, i rimproveri vengono espressi in modo distruttivo, come un attacco diretto alla personalità del coniuge.

Le differenze fra una protesta e una critica personale sono semplici. In una protesta, la moglie indica specificamente che cosa l’ha infastidita e critica l’azione del marito, spiegando come essa l’abbia fatta sentire, senza scagliarsi direttamente contro di lui: «Il fatto che hai dimenticato di prendere i miei vestiti in tintoria mi ha dato la sensazione di essere trascurata». Questa è un’espressione di elementare intelligenza emotiva: sicura, senza aggredire né mostrare passività. Ma in una critica personale, la donna avrebbe usato la rimostranza specifica per lanciare al marito un attacco globale: «Sei così egoista e privo di attenzioni. Questo non fa che dimostrare che faccio bene a pensare che tu non ne possa mai combinare una giusta». Questo tipo di critica provoca in chi la riceve sentimenti di vergogna e di colpa, oltre alla sensazione di non essere amato — tutte percezioni che scateneranno con maggiori probabilità una reazione difensiva, e non un reale tentativo di migliorare le cose.

Questo è più che mai vero quando alle critiche va ad aggiungersi il disprezzo, un’emozione particolarmente distruttiva. L’espressione facciale caratteristica del disprezzo è una contrazione del muscolo che tende gli angoli della bocca verso i lati (di solito verso sinistra), mentre gli occhi ruotano verso l’alto. Quando uno dei due partner assume rapidamente questa espressione, l’altro, in un tacito scambio emozionale, va incontro a un aumento della frequenza cardiaca di due-tre battiti per minuto.

Un abituale atteggiamento critico, e il disprezzo o il disgusto, sono segni di pericolo perché indicano che il coniuge ha silenziosamente formulato un giudizio molto negativo sul proprio partner, che nei suoi pensieri è fatto oggetto di costante condanna. Questi pensieri negativi e ostili portano naturalmente ad attacchi che mettono chi li subisce sulla difensiva — o lo preparano a passare al contrattacco.

Nella reazione di combattimento o fuga, ciascuna delle due opzioni rappresenta un modo in cui un coniuge può rispondere all’attacco dell’altro. La soluzione più ovvia è quella di rispondere contrattaccando, con un’esplosione di collera. Questa via solitamente porta a uno scontro verbale violento e privo di frutti. Ma la risposta alternativa, la fuga, può essere ancora più pericolosa, soprattutto quando consiste nel ritirarsi in un silenzio ostile.

L’ostruzionismo è l’ultima difesa. L’ostruzionista è inespressivo, e si ritira dalla conversazione rispondendo con impassibilità e silenzio. In tal modo, invia un messaggio potente e snervante, qualcosa di simile a una combinazione di distacco glaciale, superiorità e disgusto. L’ostruzionismo compare soprattutto nei matrimoni che vanno verso la crisi; nell’85 per cento di questi casi il marito fa l’ostruzionismo in risposta a una moglie che lo attacca con disprezzo e atteggiamento critico.14 Come risposta abituale, l’ostruzionismo è devastante per la salute di una relazione: esclude infatti ogni possibilità di ricomporre il disaccordo.

Goleman D., “Intelligenza emotiva”, BUR Rizzoli, pagina 167

Pensieri tossici: il «sequestro» emozionale

Questi pensieri sono potenti; essi inceppano il sistema d’allarme neurale. Una volta che la convinzione di essere una vittima, nutrita dal marito, scatena un «sequestro» emozionale, egli ricorderà e rimuginerà tutta una lista di esempi che gli rammenteranno i numerosi modi in cui la moglie fa di lui una vittima innocente, senza ricordare nulla di ciò che, nell’arco di tutta la loro relazione, ella può aver fatto e che smentirebbe la sua idea. Questo mette la donna in una posizione perdente in partenza: qualunque cosa ella faccia per essere intenzionalmente gentile, osservata attraverso lenti così negative, può essere reinterpretata e liquidata come un debole tentativo di negare la verità, ossia che il marito è vittima della moglie.

I partner che non hanno idee di questo tipo, fonte peraltro di tanta sofferenza e disagio, possono interpretare in modo più benevolo le stesse situazioni, e così hanno meno probabilità di andare incontro a questi «sequestri» emozionali — o se gli capita, si riprendono più in fretta.

Chi assume un atteggiamento pessimista sostiene che il partner è di per se stesso in difetto, e che la situazione, immodificabile, garantisce infelicità: «È egoista e pensa solo a se stesso: è stato allevato così e sarà sempre così; si aspetta che lo serva di tutto punto e non potrebbe importargliene meno di come mi sento io». La concezione ottimistica, al contrario, potrebbe essere: «Adesso è molto esigente, ma in passato ha avuto molte attenzioni per me; può darsi che sia di cattivo umore — forse qualcosa lo ha contrariato sul lavoro». Questo è un modo di vedere le cose che non liquida il marito (o il matrimonio) come irrimediabilmente compromesso o senza speranza. Il primo atteggiamento porta a un continuo disagio; il secondo semplifica la situazione.

I partner che assumono la posizione pessimista sono estremamente soggetti a «sequestri» emozionali, vanno in collera, si offendono e comunque soffrono per il comportamento del coniuge; una volta che l’episodio è cominciato, permangono in uno stato di disturbo.

Il loro disagio interiore, e il loro atteggiamento pessimista, naturalmente, rendono molto più probabile che essi ricorrano alle critiche e al disprezzo quando si confrontano con il partner; questo a sua volta aumenta la probabilità che l’altro si metta sulla difensiva e ricorra all’ostruzionismo.

Goleman D., “Intelligenza emotiva”, BUR Rizzoli, pagina 169

L’«inondazione» è un «sequestro» emozionale che si autoperpetua.

Gottman usa il termine calzante di inondazione per indicare la suscettibilità al frequente turbamento emotivo; in queste condizioni, i coniugi sono talmente sopraffatti dalla negatività del partner e dalle proprie reazioni ad essa che vengono «inondati» da sentimenti terribili, completamente sfuggiti a ogni controllo. Questi soggetti non possono udire alcunché senza distorcerlo, né reagire con lucidità; trovano difficile organizzare il proprio pensiero e fanno ricorso a reazioni primitive. Essi vorrebbero solo che tutto si fermasse, oppure vorrebbero fuggire o, ancora, a volte, restituire il colpo. L’«inondazione» è un «sequestro» emozionale che si autoperpetua.

In alcune persone la soglia per raggiungere questa condizione è elevata, ed esse resistono facilmente alla collera e al disprezzo; altre invece possono essere travolte dalla «piena» non appena il coniuge indirizza loro una leggera critica. In queste condizioni, diventa sempre più difficile riprendersi dallo stato di attivazione fisiologica; questo, a sua volta, rende più facile considerare uno scambio innocuo sotto una luce sinistra, innescando nuovamente l’inondazione.

Questo è forse il punto di svolta più pericoloso in un matrimonio, una tappa catastrofica nella relazione. Il partner «in piena», a questo punto, pensa in continuazione le cose peggiori del coniuge, interpretando tutte le sue azioni in una luce negativa. Piccoli problemi diventano gravi conflitti; i sentimenti vengono continuamente feriti. Con il tempo, il partner che si sente travolto comincia a considerare grave e irresolubile ogni singolo problema del matrimonio, in quanto ogni tentativo di sistemare le cose viene regolarmente sabotato dalle ondate di piena. Quando questa situazione si protrae, comincia a sembrare inutile parlarne, e i due partner cercano di mitigare la propria sofferenza ognuno per conto suo. Essi cominciano così a condurre vite parallele, essenzialmente isolati l’uno dall’altro e sentendosi soli all’interno del matrimonio.

In questa traiettoria che porta alla separazione, le tragiche conseguenze della mancanza di competenze nella sfera emozionale sono fin troppo evidenti. Quando una coppia viene presa nel circolo vizioso della critica e del disprezzo, degli atteggiamenti di difesa o di ostruzionismo, dei pensieri negativi e delle ondate di «piena» emozionale, questo stesso ciclo riflette una disintegrazione dell’autoconsapevolezza e dell’autocontrollo emozionali, dell’empatia e delle capacità di calmare se stessi e gli altri.

Goleman D., “Intelligenza emotiva”, BUR Rizzoli, pagina 171

Uomini: il sesso debole. L’ostruzionismo è controproducente

I mariti vengono travolti «dalle piene» emozionali in corrispondenza di una negatività meno intensa rispetto a quella necessaria per «inondare» le loro mogli; fra coloro che reagiscono alle critiche del coniuge facendosi travolgere dall’inondazione, ci sono più uomini che donne. Una volta «sommersi», gli uomini secernono più adrenalina delle donne, e il flusso di questo ormone viene innescato da livelli di negatività inferiori a quelli necessari per attivare la stessa reazione nelle donne; inoltre, agli uomini è necessario più tempo per riprendersi dalla «piena» emozionale.

La ragione per cui è tanto probabile che gli uomini ricorrano all’ostruzionismo, secondo Gottman, è il tentativo di autoproteggersi dalle «piene» emozionali; la sua ricerca ha dimostrato che una volta intrapresa la strategia dell’ostruzionismo, la loro frequenza cardiaca scende di circa dieci battiti per minuto, il che comporta un sollievo soggettivo. Ma — e questo è un paradosso — quando gli uomini cominciano a fare l’ostruzionismo, è la frequenza cardiaca delle loro mogli a innalzarsi a livelli che segnalano un elevato disagio. Questa specie di tango del sistema limbico, nel quale ogni sesso cerca conforto con degli stratagemmi, porta ad atteggiamenti molto diversi verso gli scontri emozionali: gli uomini cercano di evitarli con lo stesso impegno che le donne mettono nel tentare di innescarli.

Proprio come è di gran lunga più probabile che siano gli uomini a rifugiarsi nell’ostruzionismo, è più facile che le donne ricorrano alla critica. Questa asimmetria deriva dal fatto che le donne si assumono una funzione di controllo sulle emozioni. Quando cercano di alleviare e risolvere il disaccordo e le controversie, gli uomini sono più riluttanti a impegnarsi in quelle che sono destinate a diventare discussioni roventi. Non appena la moglie vede il marito che si ritira, alza il volume e l’intensità del rimprovero, cominciando a criticarlo. E quando egli si arrocca sulla difensiva o replica facendo l’ostruzionismo, la donna si sente frustrata e in collera, e così aggiunge all’interazione il proprio disprezzo, per sottolineare l’intensità della sua frustrazione. Accorgendosi di essere oggetto delle critiche e del disprezzo della moglie, l’uomo comincia a cadere nei pensieri da vittima innocente o da marito giustamente indignato che sempre più facilmente scatenano la «piena» emozionale. Per proteggersi da essa, egli si mantiene sempre più sulla difensiva o semplicemente si trincera in un ostruzionismo totale. Ma quando i mariti adottano questa strategia, essa innesca la «piena» emozionale nelle loro mogli.

Goleman D., “Intelligenza emotiva”, BUR Rizzoli, pagina 172

Matrimonio — consigli per lui e per lei

Gli uomini e le donne, in generale, hanno bisogno di una differente sintonizzazione emozionale. Agli uomini si consiglia di non evitare il conflitto, ma di comprendere che quando la moglie solleva una rimostranza o evidenzia un punto di disaccordo, potrebbe farlo come atto d’amore, cercando di mantenere la relazione sana e vitale (anche se possono esserci benissimo altri motivi dietro all’ostilità di una moglie). Quando i rancori covano sotto la cenere, si accrescono di intensità finché non esplodono; quando vengono elaborati e lasciati liberi, la pressione trova invece uno sfogo. Ma gli uomini devono comprendere che la collera o il disprezzo non sono sinonimi di un attacco personale — le emozioni delle loro mogli hanno semplicemente la funzione di evidenziare l’intensità dei loro sentimenti sull’argomento.

Gli uomini devono anche guardarsi dal tagliar corto durante la discussione offrendo troppo presto una soluzione pratica — solitamente, per la moglie, è più importante sentire che il marito ascolta le sue lamentele ed empatizza con i suoi sentimenti (anche se non deve necessariamente essere d’accordo con lei). La donna può interpretare l’offerta di una soluzione come un modo per liquidare rapidamente i suoi sentimenti tacciandoli di incoerenza. I mariti che invece di liquidare le loro proteste come insignificanti, riescono a sopportare gli scoppi di collera delle mogli, le aiutano a sentirsi ascoltate e rispettate. Soprattutto, le mogli vogliono vedere riconosciuti e rispettati i propri sentimenti, anche se il marito non è d’accordo con loro. Molto spesso, quando una moglie si rende conto che il suo punto di vista viene ascoltato e che il marito prende nota dei suoi sentimenti, si calma.

Per quanto riguarda le donne, il consiglio è assolutamente parallelo. Per gli uomini l’esagerata intensità con la quale le donne danno voce alle proprie proteste rappresenta un problema fondamentale; le donne, quindi, dovrebbero fare uno sforzo mirato per stare attente a non attaccare i propri mariti — a protestare per quello che hanno fatto, senza criticarli come persone o esprimere disprezzo verso di loro. Le proteste non sono attacchi alla personalità, ma piuttosto la dichiarazione che una particolare azione ci ha causato sofferenza. Quasi sicuramente, un collerico attacco personale porterà il marito a mettersi sulla difensiva o a ricorrere all’ostruzionismo, il che sarà quanto mai frustrante per la donna, e non farà che esacerbare lo scontro. È anche utile che le proteste della donna siano collocate in un contesto più ampio, nel quale lei rassicuri il marito del suo amore.

Goleman D., “Intelligenza emotiva”, BUR Rizzoli, pagina 173

Lo scontro positivo: evitare le divagazioni, empatizzare con il partner e ridurre la tensione

Le liti coniugali sono occasioni fondamentali per portare l’intelligenza emotiva nel matrimonio. Ad esempio, nelle unioni di lunga durata, le coppie tendono a concentrarsi su un argomento dando fin dall’inizio a ciascun partner la possibilità di affermare il proprio punto di vista. Ma questi coniugi compiono anche un ulteriore passo, dimostrando di sapersi ascoltare reciprocamente. Poiché spesso ciò che il partner offeso desidera è di vedere ascoltati i propri sentimenti, da un punto di vista emozionale un atto di empatia è un sistema magistrale per ridurre la tensione.

Nelle coppie la cui unione sfocia nel divorzio si osserva una notevole assenza di tentativi, da parte di entrambi i partner, di ridurre la tensione. Durante gli scontri coniugali, la presenza o l’assenza di modi per ricomporre gli screzi costituisce una differenza fondamentale fra le coppie che hanno un matrimonio sano e quelle che alla fine si separeranno. I meccanismi di riparazione che impediscono a una discussione di degenerare in una tremenda esplosione sono semplici accorgimenti, quali ad esempio evitare le divagazioni, empatizzare con il partner e ridurre la tensione. Queste mosse fondamentali sono una sorta di termostato emozionale, e impediscono che i sentimenti espressi trabocchino sopraffacendo la capacità dei partner di concentrarsi sul problema.

Una strategia generale per far funzionare un matrimonio è quella di non concentrarsi su problemi specifici sui quali le coppie solitamente entrano in conflitto — l’educazione dei figli, il sesso, il denaro e i lavori di casa — ma piuttosto di coltivare un’intelligenza emotiva di coppia, aumentando così le probabilità di risolvere i problemi. Alcune competenze emozionali — soprattutto la capacità di calmarsi (e di calmare il partner), l’empatia e la capacità di ascoltare l’altro — possono aumentare le probabilità che una coppia riesca ad appianare efficacemente i propri screzi. Questo rende possibili quelle sane litigate — «gli scontri positivi» — che consentono al matrimonio di prosperare e contribuiscono al superamento delle negatività che, se lasciate crescere, possono distruggere l’unione.

Goleman D., “Intelligenza emotiva”, BUR Rizzoli, pagina 174

Calmarsi: un intervallo di circa venti minuti

Ogni forte emozione deriva da un impulso ad agire; controllare quegli impulsi è fondamentale ai fini dell’intelligenza emotiva. Questo, tuttavia, può rivelarsi particolarmente difficile nelle relazioni amorose, nelle quali la posta in gioco è tanto alta. In questo caso, le reazioni innescate toccano corde sensibilissime — il nostro profondo bisogno di essere amati e di sentirci rispettati, la paura dell’abbandono o di essere emozionalmente deprivati. Non c’è dunque da meravigliarsi se nelle liti coniugali ci comportiamo come se fosse in gioco la nostra stessa sopravvivenza.

Anche così, se il marito o la moglie sono nel bel mezzo di un «sequestro» emozionale, nulla può risolversi positivamente. Per i due partner, una fondamentale competenza coniugale è quella di imparare a tenere a freno i propri sentimenti negativi. Essenzialmente, ciò significa avere la capacità di riprendersi rapidamente dall’ondata di piena causata dal «sequestro». Poiché durante questi picchi emozionali la capacità di ascoltare, pensare e parlare con lucidità va perduta, quello di calmarsi è un passo fondamentale, senza il quale non può esserci ulteriore progresso nella risoluzione della disputa.

Nel caso di una reazione fisiologica pronunciata, la coppia necessita di un intervallo di circa venti minuti, nel quale i due partner dovranno separarsi per calmarsi prima di riprendere la discussione. Sebbene possa sembrare sufficiente un intervallo di cinque minuti, il vero tempo di recupero fisiologico è più graduale. La collera residua innesca altra collera; un intervallo più lungo dà all’organismo più tempo per riprendersi dalla precedente attivazione fisiologica.

Per i partner che, comprensibilmente, trovano strano monitorare la frequenza cardiaca durante una lite, è più semplice accordarsi in anticipo, dando la possibilità a entrambi di chiedere una sospensione della discussione ai primi segni di «inondazione» emozionale in uno dei due. Durante questo intervallo, è possibile ritrovare la calma e riprendersi dal «sequestro» emozionale aiutandosi con una tecnica di rilassamento o un esercizio aerobico.

Goleman D., “Intelligenza emotiva”, BUR Rizzoli, pagina 176

Detossificare il discorso interiore: liberarsi dalla morsa dei pensieri imparando a metterli in discussione

Dal momento che la «piena» emozionale è innescata dai pensieri negativi riguardanti l’altro, può essere utile se il partner sconvolto da questi aspri giudizi riesce a bloccarli direttamente. Sentimenti come «Non ho intenzione di sopportare questa situazione un minuto di più» o «Non merito questo tipo di trattamento» sono gli slogan della vittima innocente o del partner giustamente indignato. Come sottolinea il fondatore della terapia cognitiva, Aaron Beck, un coniuge può cominciare a liberarsi dalla morsa di questi pensieri imparando a riconoscerli e a metterli in discussione, senza permetter loro di innescare una reazione di collera o di ferirlo.

Per ottenere questo risultato, è necessario monitorare tali pensieri, capire che non bisogna credere in essi e compiere uno sforzo intenzionale per richiamare alla mente fatti o prospettive che li mettano in discussione. Ad esempio, una moglie che nella foga del momento pensi «Non gliene importa nulla delle mie necessità, è sempre talmente egoista» potrebbe mettere in discussione questo pensiero ricordando tutti gli atti del marito che, in effetti, erano segni di premura. Ciò le consente di reinquadrare il suo pensiero in questa forma: «A volte dimostra che gli importa di me, anche se ciò che ha appena fatto è stato irriguardoso e mi ha fatto andare fuori di me». La seconda formulazione offre una possibilità di cambiamento e consente di intravedere una soluzione positiva; la prima, invece, non fa che esacerbare la collera e il risentimento.

Goleman D., “Intelligenza emotiva”, BUR Rizzoli, pagina 177

Ascoltare e parlare senza stare sulla difensiva

Anche nel caso del litigio peggiore, i partner possono analizzare il messaggio, ignorando le parti ostili e negative dello scambio — il tono villano, l’insulto, le critiche che trasudano disprezzo — per coglierne il significato principale. A tal fine è utile che i partner cerchino di interpretare la negatività dell’altro come un’affermazione implicita della grande importanza attribuita al problema — come una richiesta di attenzione sulla questione. Se la donna strilla: «Vuoi smetterla di interrompermi, per la miseria!», il marito dovrebbe riuscire a dirle, senza reagire apertamente alla sua ostilità: «Va bene, va’ avanti e finisci».

La forma più potente di ascolto, in un individuo che non assuma un atteggiamento difensivo, è, naturalmente, l’empatia, ossia la capacità di ascoltare davvero i sentimenti che si celano dietro alle parole. Se un partner empatizza davvero con l’altro, significa che riesce a calmare le proprie reazioni al punto da essere abbastanza recettivo rispetto alla propria fisiologia, e da poter quindi rispecchiare i sentimenti dell’altro. Senza questa sintonia fisiologica, la percezione, da parte di un partner, delle emozioni dell’altro è completamente priva di fondamento. L’empatia si deteriora quando i sentimenti di un partner sono talmente forti da travolgere qualunque altra cosa, non consentendo un’armonizzazione fisiologica con l’altro.

Nella terapia di coppia viene comunemente usato un metodo per «ascoltare» efficacemente le emozioni che viene chiamato «rispecchiare». Quando un partner dà voce a una protesta, l’altro la ripete con le proprie parole, cercando di cogliere non solo il pensiero che la anima, ma anche i sentimenti che l’accompagnano. Il partner che sta «rispecchiando» l’altro controlla insieme a quello che la sua riformulazione non abbia mancato il bersaglio, e in tal caso, riprova finché non colpisce nel segno: sembra una cosa semplice, ma a farsi è sorprendentemente difficile. Sul partner, l’effetto di essere «rispecchiato» accuratamente non è solo quello di sentirsi compreso, ma anche di essere in sintonia emozionale. A volte questa percezione può, di per se stessa, scongiurare un attacco imminente, e aiuta moltissimo a impedire che la discussione degeneri in uno scontro.

Il rispetto e l’amore hanno l’effetto di disarmare l’ostilità

Nella coppia, l’arte di parlare senza stare sulla difensiva si basa sulla capacità di mantenere le proprie parole nell’ambito di una protesta specifica, senza sfociare in un attacco personale. Lo psicologo Haim Ginott, padre dei primi programmi di comunicazione efficace, affermava che il modo migliore per formulare una protesta fosse «Xyz»: «Quando hai fatto X, mi hai fatto sentire Y; avrei preferito che avessi fatto Z». Ad esempio: «Quando non mi hai telefonato per avvertirmi che eri in ritardo per la cena, mi sono sentita poco considerata e in collera. Quando fai tardi, vorrei che mi chiamassi» è da preferirsi a «Sei un bastardo egocentrico e senza riguardo». Fin troppo spesso, però, nei diverbi coniugali, il problema viene posto nel secondo modo. In breve, una comunicazione aperta non deve conoscere prepotenza, minacce o insulti. Né consente alcuna forma di atteggiamenti difensivi — scuse, negazione delle responsabilità, contrattacchi con critiche, e simili. Anche in questo caso l’empatia è uno strumento potente.

Infine, nel matrimonio, come in qualunque altra circostanza della vita, il rispetto e l’amore hanno l’effetto di disarmare l’ostilità. Un modo molto efficace per ricomporre un diverbio è quello di far capire al partner che è possibile vedere le cose da punti di vista diversi, i quali possono essere entrambi validi. Un altro sistema è quello di assumersi le proprie responsabilità e di scusarsi quando ci si rende conto di avere torto. Come minimo, riconoscendo la validità della prospettiva dell’altro, il partner gli comunica che lo sta ascoltando, e che riesce a comprendere le emozioni che esprime, anche se non è d’accordo con la sua tesi, «Mi rendo conto che sei sconvolto». E altre volte, quando non c’è una lite, il riconoscimento della posizione dell’altro assume la forma del complimento, trovando nel partner qualcosa che si apprezza davvero e dando così voce a un elogio. Questa strategia, naturalmente, è un modo per aiutare il coniuge a calmarsi, o per accantonare un capitale emozionale in forma di sentimenti positivi.

Un po’ di esercizio

Poiché queste manovre dovranno servire nella foga di uno scontro, quando lo stato di attivazione emozionale è sicuramente elevato, devono essere apprese molto bene per essere eseguite nel momento più opportuno. In quei frangenti, infatti, il cervello emozionale attiva le routine apprese in precedenza durante ripetuti momenti di collera e di risentimento, ormai divenute dominanti. Poiché tanto la memoria quanto il tipo di risposta sono specifici per le singole emozioni, durante gli scontri le reazioni associate a momenti di maggiore calma sono meno facili da ricordare e da mettere in atto. Se abbiamo scarsa familiarità verso una risposta emozionale, per quanto essa sia vantaggiosa, è estremamente difficile riuscire a ricorrere ad essa quando si è sconvolti. Ma se ci si è esercitati al punto da farla diventare automatica, ci sono maggiori probabilità di riuscire ad esprimerla durante una crisi emozionale. Per queste ragioni, le strategie di cui abbiamo parlato devono essere sperimentate e ripassate non solo nella foga della battaglia, ma anche durante scambi privi di tensione: solo così facendo esiste una probabilità che esse divengano una risposta acquisita immediata (o almeno una seconda risposta non troppo ritardata) nel repertorio del circuito emozionale. Essenzialmente, questi antidoti contro la disintegrazione della coppia non sono altro che una sorta di intervento correttivo nella sfera dell’intelligenza emotiva.

Goleman D., “Intelligenza emotiva”, BUR Rizzoli, pagina 179

La critica costruttiva: specifici, risolutori, presenti, sensibili

Una critica abile si concentra su quel che una persona ha fatto e può fare, senza voler vedere, in un lavoro scadente, il segno della personalità del suo autore. Come osserva Larson: «Un attacco alla personalità — dare a qualcuno dello stupido o dell’incompetente — è un’operazione che fallisce il bersaglio. In questo modo, infatti, l’altro si mette immediatamente sulla difensiva, e perciò non recepirà i suggerimenti che gli verranno offerti per migliorare». Questo consiglio, naturalmente, è esattamente lo stesso dato ai coniugi che esprimono i propri rancori.

In termini di motivazione, quando gli individui pensano che i loro fallimenti siano dovuti a un proprio difetto immodificabile, perdono la speranza e desistono da ogni tentativo. La fondamentale convinzione che porta ad essere ottimisti, lo ricorderete, è che le battute d’arresto e i fallimenti siano dovuti a circostanze che possono essere modificate e rese migliori.

Harry Levinson, uno psicoanalista diventato consulente aziendale, dà i seguenti consigli sull’arte della critica, che è strettamente legata a quella dell’elogio:

Essere specifici — Prendiamo un incidente significativo, un evento che denoti un problema fondamentale per il quale siano necessarie delle modifiche, o che faccia emergere una carenza, ad esempio l’incapacità di fare bene determinate parti di un lavoro. Se l’individuo si sente semplicemente dire che sta facendo «qualcosa» di sbagliato, senza che nessuno gli spieghi i particolari, e quindi senza sapere che cosa debba cambiare, si demoralizzerà. Bisogna invece concentrarsi sulle specifiche, dire che cosa è stato fatto bene, che cosa è stato fatto male e come si potrebbe migliorare. Non bisogna mai menare il can per l’aia, o essere obliqui o evasivi; tale atteggiamento confonderebbe il messaggio reale. Questo consiglio, naturalmente, è simile a quello rivolto ai coniugi, di formulare le loro proteste secondo lo schema «Xyz»: dire esattamente qual è il problema, che cosa c’è di sbagliato nella situazione, o come essa vi fa sentire, e come potrebbe essere modificata.

«La specificità» sottolinea Levinson «è ugualmente importante, sia nell’elogio che nella critica. Non voglio dire che un elogio vago non avrà effetto, ma comunque non ne avrà molto, e non se ne potranno trarre insegnamenti.»

Offrire una soluzione — La critica, come ogni utile feedback, dovrebbe indicare un modo per risolvere il problema, altrimenti lascia chi la riceve frustrato, demoralizzato o demotivato. La critica può aprire la porta a possibilità e alternative che l’individuo non si rendeva conto esistessero, oppure semplicemente sensibilizzarlo sulle carenze che richiedono la sua attenzione; in ogni caso, comunque, dovrebbe includere qualche suggerimento sul come affrontare questi problemi.

Essere presenti — Le critiche, come gli elogi, sono massimamente efficaci quando vengono comunicati in privato in un’interazione faccia a faccia. Le persone che si sentono a disagio nel fare una critica — o un elogio — probabilmente hanno la tendenza a rendere meno gravosa questa incombenza inviando tali messaggi a distanza —ad esempio per iscritto. Questo rende però troppo impersonale la comunicazione, e priva la persona criticata dell’opportunità di rispondere o di chiedere un chiarimento.

Essere sensibili — Questo è un richiamo all’empatia, un invito ad essere in sintonia con l’altro e a percepire l’impatto di ciò che si dice e di come lo si dice sulla persona che riceve il messaggio. I dirigenti scarsamente empatici, sostiene Levinson, sono molto inclini a fornire il feedback in modo offensivo, come una raggelante umiliazione. L’effetto netto di queste critiche è distruttivo: invece di aprire la strada alla correzione dell’errore, generano una reazione emotiva negativa di risentimento e di amarezza, spingendo l’individuo a mettersi sulla difensiva e a tenere le distanze.

Levinson dà anche qualche consiglio a chi riceve le critiche. Uno è quello di considerarle non alla stregua di un attacco personale, ma come preziose istruzioni per migliorare. Un altro è quello di guardarsi dalla tentazione di mettersi sulla difensiva, invece di assumersi le proprie responsabilità. Se il colloquio dovesse diventare emozionalmente troppo difficile, Levinson consiglia di chiedere una breve sospensione — un intervallo per assorbire il messaggio e calmarsi un poco. Infine, egli consiglia di pensare alle critiche non come a una situazione di conflitto, ma come a un’opportunità per cooperare con chi le muove al fine di risolvere il problema.

Goleman D., “Intelligenza emotiva”, BUR Rizzoli, pagina 187

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