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Jan T. Gross, “I carnefici della porta accanto”, Mondadori
Il 10 luglio 1941 metà della popolazione del paese di Jedwabne. in Polonia massacrò altra metà: milleseicento persone, tutti gli ebrei del paese tranne sette. Il villaggio era stato occupato dai tedeschi il 22 giugno. ma ad affogare le donne con i figli in braccio, a bruciare la barba dei vecchi, a decapitare le ragazzine, a bastonare, strangolare, scannare gli ebrei, non furono soldati tedeschi senza volto e senza nome. Furono i compaesani polacchi: compagni di scuola delle vittime, colleghi, amici.
Nel dopoguerra un processo attribuì la responsabilità dell’eccidio ai nazisti. Per sessant’anni la verità è stata tenuta nascosta. Finche Jan T. Gross, attingendo alle deposizioni e ascoltando i ricordi dei testimoni, non è stato in grado di ricostruire quell’orribile giorno d’estate: e in questo saggio shockante ha rivelato verità atroci ma ineludibili, riscrivendo così la storia del Novecento polacco. Un libro che ha riacceso il dibattito sul ruolo della popolazione civile nello sterminio degli ebrei, destinato a diventare un classico della storiogratia sull’Olocausto.
Jan T. Gross insegna Politica e studi europei alla New York University. E autore di numerose opere. fra cui Revolution from Abroad: Soviet Conquest of Poland’s Western Ukraine and Western Belorussia (Princeton U.P. 1988), e ha curato The Politics of Retribution in Europe: World War Il and lts Aftermath (Princeton U.P. 2000).
Jan T. Gross, “I carnefici della porta accanto”, Mondadori, pag. 185
C’è un aspetto importante che accomuna questo ad altri libri sull’Olocausto. Infatti, a differenza degli studi storici che vengono scritti su diversi argomenti, non mi pare che in questo caso si riesca ad approdare a una conclusione. Al termine del volume, insomma, il lettore non avrà l’impressione di avere appagato la propria sete di conoscenza. Certamente io, quando ho finito di scriverlo, non l’ho avuta. Quando sono arrivato all’ultima pagina non mi è stato possibile dire tra me e me: «Finalmente ho capito!», e temo che non sarà possibile nemmeno ai miei lettori.
Senza dubbio in fase di esposizione e di analisi bisogna procedere come se fosse possibile capire, confrontandosi con le maggiori linee interpretative della storiografia. A mio parere, tuttavia, è la natura stessa dell’argomento a far sì che alla fine della storia ci troviamo a sollevare interrogativi su questo o su quel punto. Ed è un bene, perché forse l’unico sollievo che si può sperare di trovare quando ci si confronta con l’Olocausto sta proprio nell’inanellare una serie infinita di simili domande supplementari cui seguitare a cercar risposta. Nello sforzo incessante di trarre lezioni dall’esperienza, per l’umanità l’Olocausto costituisce insomma un punto di partenza più che di arrivo. E se non riusciremo mai a «capire» perché esso è avvenuto, abbiamo però il dovere di capire con chiarezza tutti i suoi risvolti.
Gross J., “I carnefici della porta accanto”, Mondadori, pag. 12
Molti altri furono uccisi direttamente sul posto in cui vennero bloccati. A sinistra della strada, nei campi della tenuta, alcuni civili a cavallo muniti di grosse mazze di legno pattugliavano la zona. Per un uomo a cavallo è facile avvistare e trascinare con sé qualcuno che si nasconde nei campi. Gli ebrei di Jedwabne erano spacciati.
Quel giorno il paese fu squassato da ondate convulse di violenza, che si propagarono in forma di molteplici iniziative simultanee su cui il sindaco e il consiglio cittadino esercitarono solo una supervisione generale (si ricorderà, per esempio, che andavano in giro a cercare gente che montasse la guardia sulla piazza), controllando l’andamento delle operazioni e intervenendo nei momenti critici per garantire che il pogrom procedesse verso il suo obiettivo. Ma per il resto la gente fu libera di fare del suo peggio improvvisando.
Dice Bardon uno dei testimoni: “Incontrai due giovani, Jerzy Laudaiiski e Kalinowskil. Conducevano con loro una persona di fede mosaica, un uomo sposato di nome Hersh Zdrojewicz, proprietario del mulino meccanico presso il quale io avevo lavorato fino al marzo 1939. Lo sostenevano sotto le ascelle, e dalla testa il sangue gli colava sul collo e sul busto. «Mi salvi, signor Bardon» mi pregò Zdrojewicz. Ma io avevo paura di quegli assassini e così gli risposi: «Non posso fare niente per aiutarla». E passai oltre.
Zdrojewicz fu lapidato da Laudaiiski e Kalinowski; davanti alla casa di Goscicki quattro ebrei furono bastonati a morte da qualcun altro; nello stagno vicino a via Lomyiiska un certo «Luba Wladislaw ... fece affogare due fabbri ebrei»; in un altro luogo ancora, Czeslaw Mierzejewski stuprò e poi uccise Judes Ibram; alla figlia minore del maestro — che conoscevano tutti, perché tutti avevano imparato a leggere in casa di suo padre — fu tagliata la testa, su cui poi, veniamo informati, gli assassini infierirono; in piazza, «Dobrzaiiska chiese dell’acqua, era una calda giornata d’estate, poi svenne; a nessuno fu permesso di soccorrerla e sua madre fu uccisa perché cercò di portarle da bere; Betka Brzozowska invece fu uccisa mentre teneva un bambino in braccio».
Gross J., “I carnefici della porta accanto”, Mondadori, pag. 81
«Spingemmo gli ebrei davanti al granaio» ricorderà in seguito Jerzy Laudaiiski. «Ordinammo loro di entrare, e loro dovettero farlo.»
Uno di quelli spinti all’interno del granaio era Michal Kuropatwa, un vetturino che qualche tempo prima aveva aiutato un ufficiale dell’esercito polacco a sfuggire ai sovietici. Quando lo scorsero tra la folla degli ebrei, le persone che si erano messe a capo del pogrom lo fecero uscire, dicendo che poiché aveva aiutato un ufficiale polacco, poteva tornarsene a casa. Kuropatwa rifiutò, preferendo condividere la sorte della sua gente.
Il granaio fu cosparso con il cherosene. Con ogni probabilità il fuoco non si propagò in modo uniforme. A quanto sembra avanzò da est a ovest, forse a causa del vento. Al termine del rogo, nell’ala est dell’edificio incenerito fu trovato solo qualche corpo carbonizzato; qualcuno in più al centro, mentre all’estremità ovest c’era un vero ammasso di cadaveri. I corpi negli strati superiori erano stati sfigurati dal fuoco, ma le persone di sotto erano morte per schiacciamento e per asfissia, e in molti casi i loro abiti erano ancora intatti. «I corpi erano così intrecciati tra loro che non si riusciva a districarli» avrebbe ricordato un anziano contadino che, allora ragazzo, fu mandato con un gruppo di uomini del posto a seppellire i morti. «Nonostante questo, la gente esaminava i cadaveri cercando oggetti di valore cuciti tra gli indumenti. Io toccai una scatola di lucido da scarpe polacco Brolin. Tintinnava. La spaccai con un colpo di vanga e vidi varie monete luccicanti, probabilmente pezzi d’oro da cinque rubli di epoca zarista. La gente si precipitò a raccoglierle e la cosa attirò l’attenzione dei gendarmi di guardia: ci fu una perquisizione generale. Chi fu trovato con qualche reperto in tasca, ne fu privato e venne spinto via. Ma chi aveva nascosto il bottino nelle scarpe riuscì a tenerselo. »
Gross J., “I carnefici della porta accanto”, Mondadori, pag. 84
Per il momento vorrei concludere questo incontro ravvicinato con gli antieroi di Jedwabne con un’analisi del Laudaiiski più giovane, Jerzy, che a quanto dicono tutte le fonti era tra gli accusati il peggior deliquente. Ebbene questo assassino di ebrei finì
Ad Auschwitz. “Nel maggio del 1942 la Gestapo mi arrestò e mi rinchiuse nel carcere di Pawiak, il più importante carcere di Varsavia; poi mi de portò nei campi di concentramento di Auschwitz, Gross-Rosen e Oranienburg, dove condivisi con altra gente tre anni di sofferenza inflittimi perché polacco e prigioniero politico.”
A Jedwabne comuni cittadini polacchi sterminarono gli ebrei più o meno come i comuni cittadini tedeschi del Battaglione 101 dell’Ordnungspolizei fecero a Jozef6w (si veda Uomini comuni di Christopher Browning). Uomini di tutte le età e di tutte le professioni; a volte intere famiglie, padri e figli che agirono di concerto; buoni cittadini che risposero alla chiamata delle autorità municipali, si sarebbe tentati di dire (se il sarcasmo non fosse fuori luogo, data l’atrocità delle loro azioni). Quelli cui gli ebrei si trovarono con orrore e, oserei dire, con stupore di fronte furono volti familiari. Non anonimi individui in divisa, ingranaggi di una macchina da guerra, agenti che eseguivano degli ordini, ma vicini di casa, quelli della porta accanto, che scelsero di uccidere e presero parte a un sanguinoso pogrom come volonterosi carnefici.
Gross J., “I carnefici della porta accanto”, Mondadori, pag. 102
Massacro degli ebrei di Jedwabne in Polonia
UN ANACRONISMO
Davanti al massacro degli ebrei di Jedwabne lo studioso della Polonia moderna resta perplesso, brancola in cerca di una spiegazione: nella letteratura specialistica non si registra né si discute nulla di simile. Nel disperato tentativo di trovare un appiglio, la memoria riscopre in un lontano passato una congerie di immagini in apparenza capaci (grazie alla loro familiarità) di dare un senso a quanto stiamo apprendendo. Non è possibile che i massacri di Radzil6w e di Jedwabne siano stati un anacronismo, frutto di un’epoca affatto diversa?
Sin dalle guerre contadine di Khmielnicki (che l’immaginario mitologico ebraico ricorda con la terribile parola khurban, «catastrofe», preconizzazione della Shoah), gli ebrei furono bersaglio di una furia distruttrice e ostile a tutte le differenze, che pulsava allo stato latente nelle campagne di quella regione e che occasionalmente si manifestava in terribili esplosioni di violenza. Senza dubbio in quei territori «il massacro e saccheggio» restò nel repertorio permanente del comportamento collettivo e sia nel corso dell’Ottocento sia nel corso del Novecento fu messo in atto a più riprese.
Bardon racconta l’episodio in modo più dettagliato nella sua autobiografia, scritta nel 1952, dove afferma che avvenne di sera, quando il granaio era già in fiamme. D’un tratto nel cortile della gendarmeria «fecero la loro comparsa tre giovani civili di ventidue anni che non conoscevo; uno di loro afferrò uno degli uomini che stavano tagliando la legna e lo trascinò a forza nella piazza; gli altri assassini cercarono di portare via i due ebrei rimasti, ma il comandante della postazione, lo Hauptwachmeister Adamy [l’ufficiale tedesco di stanza nel paese], sentendo gridare si precipitò fuori e apostrofò i criminali con queste parole: “Allora, non vi sono bastate otto ore per farla finita con gli ebrei? Dovete venire anche qui? Andatevene!”. Cacciò i delinquenti, e i due ebrei poterono restare (il terzo era già stato portato via)»
Gross J., “I carnefici della porta accanto”, Mondadori, pag. 166
Per un esempio di come la popolazione di un piccolo centro si comportava in circostanze del genere si veda l’annotazione del 13 aprile 1942 in Zygmunt Klukowski, Dziennik lat okupacji zamojszczyzny, Lublino, Ludowa Spòldzielnia Wydawnicza, 1958: «Gli ebrei sono sempre più terrorizzati. Aspettano l’arrivo dei gendarmi e della Gestapo da questa mattina ... Il paese si è riempito di gentaglia; dalla campagna sono arrivati parecchi carri e tutta quella feccia ha passato il giorno intero in attesa del momento in cui potersi abbandonare al saccheggio. Da diverse parti ci giungono voci di azioni infami compiute dalla popolazione polacca e di razzie ai danni delle case abbandonate dagli ebrei. Sotto questo aspetto il nostro villaggio non resterà certamente indietro». Sul fenomeno dell’«ondata di pogrom» e riguardo alla partecipazione delle stesse persone a più pogrom, si veda anche la deposizione di Finkelsztajn sui fatti di Radziléw.
Un anacronismo?
Ecco una descrizione dei disordini che «scoppiarono nel 1919 nell’est della Galizia occidentale, dove ebbero luogo massicce e ferocissime incursioni dei contadini contro gli ebrei, qualcosa di simile al “massacro e saccheggio” che quello stesso territorio aveva conosciuto con le incursioni guidate da Jakub Szela nella primavera del 1846». La citazione è tratta dall’articolo di una insegnante di storia e patriota locale del paese di Kolbuszowa, una persona priva di particolari simpatie per gli ebrei. «Si formarono allora grandi folle di contadini» continua l’autrice, «donne, uomini e ragazzi, che armati di bastoni andarono su dei carri di paese in paese, picchiando e depredando gli ebrei e saccheggiandone le botteghe e le abitazioni ... All’epoca i polacchi cattolici credevano che gli ebrei loro ostili, quelli che li chiamavano goyim, aggiungessero al pane azzimo un po’ di sangue di bambino cattolico ... Sulle origini di questa credenza siamo all’oscuro. Ma comunque sia c’era. Le madri cattoliche erano solite chiamarla in causa per ammansire i bambini indisciplinati: dicevano ai figli che se si fossero comportati male sarebbero stati uccisi dagli ebrei [io ricordo che per farmi stare buono la mia tata diceva che se non avessi messo giudizio sarei stato rapito dagli zingari]. Quando a Glinik una ragazza scomparve, una folla di contadini prese d’assalto le case degli ebrei, malmenando e persino uccidendo i proprietari e saccheggiandone le botteghe e le abitazioni. Ben presto la scioccante notizia [cioè che gli ebrei avevano ucciso la ragazza per fare il pane azzimo] si diffuse tra gli abitanti della vasta area rurale provocando la massiccia e cruentissima reazione dei contadini [olbrzymie i agresywne, niezmiernie okrutne, akcje clilopskiel. All’alba del 1” maggio [1919] grandi gruppi armati di bastoni, asce e forconi assalirono le case degli ebrei ... abbandonandosi a pogrom e saccheggi sfrenati» (Halina Dudzixiska, Kolbuszowa i kolbuszowianie w okresie narodzin Il Rzeczypospolitej Polskiej i walki o ustalenie jej granic, in «Rocznik Kolbuszowski», n0 3, Kolbuszowa, 1994, p. 129).
Al pogrom, che durò quasi una giornata intera (4 luglio 1946), parteciparono centinaia di abitanti di Kielce. Il bilancio finale fu di 42 ebrei uccisi. La scintilla dell’episodio fu la falsa accusa di un ragazzino che, su istigazione del padre, dichiarò di essere stato tenuto prigioniero per più giorni nel seminterrato di un edificio di Kielce in cui vivevano superstiti ed ex profughi ebrei (lo scopo del sequestro sarebbe stato quello di spillare il sangue al ragazzo mediante un omicidio rituale); tra l’altro, sia detto per inciso, l’edificio in questione non aveva alcun seminterrato. Quando una squadra della Milizia cittadina (Mo) fu inviata a perquisire la casa e ad accertare i fatti, si scatenò il pogrom. Nelle uccisioni furono coinvolti sia poliziotti sia militari. Certamente nel modo in cui le forze di sicurezza risposero al corso degli eventi ci fu una buona dose di incompetenza, forse anche complicità. La questione più discussa tra gli storici e i giornalisti polacchi che si sono occupati dell’argomento (nella misura in cui hanno potuto farlo, perché sotto il regime comunista il tema era tabù) è se il pogrom sia stato deliberatamente provocato dalle forze di polizia. Lo studio migliore sul pogrom di Kielce è quello di Bozena Szaynok, Pogrom 2ydéw w Kielcach 4 VII 2946 r., Varsavia, Wydawnictwo Bellona, 1991. Per uno studio ben documentato sul pogrom di Cracovia si veda Anna Cichopek, Z dziejdw powojen nego antysemityzmu: pogrom w Krakowie 22 sierpnia 2945r., Cracovia, 1998, tesi di laurea medita dell’Università Jagellonica.
«Più tardi», scriveva nell’agosto del 1946 il presidente del Comitato ebraico di Czstochowa, Brener, «un bambino cristiano di undici anni si è recato con la madre in via Garibaldi, dove vivono molti ebrei, e ha indicato una casa in cui a suo dire gli ebrei lo avrebbero tenuto prigioniero per due giorni. Questa volta i cristiani del quartiere hanno messo in ridicolo il ragazzo e lo hanno cacciato via ... Ma anche se il pericolo può ritenersi passato e gli animi si stanno calmando, ai nostri fratelli questo episodio ha fatto una terribile impressione. Stavano già cominciando a chiudere le botteghe e le case per prepararsi a al saccheggio inevitabile e scongiurare massacri.
Ma qual era l’origine di quel potenziale esplosivo? Dobbiamo ricordare che sullo sfondo delle violenze contro gli ebrei aleggiava sempre il sospetto di un omicidio rituale, la convinzione che per preparare il pane azzimo pasquale gli ebrei si servissero del sangue innocente di qualche bambino cristiano. Era una credenza profondamente radicata in molti cattolici polacchi, e non soltanto tra gli abitanti delle località sperdute. In fondo anche nelle grandi città polacche, e persino dopo la Seconda guerra mondiale, le voci che attribuivano agli ebrei simili pratiche riuscirono a scatenare folle inferocite. Fu proprio questo il meccanismo che innescò i più famigerati pogrom del dopoguerra, quelli scoppiati a Cracovia e a Kielce rispettivamente nel 1945 e nel 1946. E in quegli anni niente spaventava gli attivisti dei comitati ebraici o gli ebrei sopravvissuti più di una visita al loro quartiere da parte di un genitore cristiano in cerca di un bambino scomparso.
Nella letteratura specialistica la Shoah viene presentata come un fenomeno radicato nella modernità. Sappiamo perfettamente che per eliminare milioni di persone è necessario disporre di una burocrazia efficiente e di una tecnologia (relativamente) avanzata. Eppure lo sterminio degli ebrei di Jedwabne rivela che il sostrato dell’impresa può essere un altro, più profondo e atavico. Non mi riferisco solo ai moventi degli assassini — in fondo gli abitanti di Jedwabne e i contadini della contea di Lomza non potevano avere già assorbito l’infame propaganda antisemita dei nazisti, neppure se fossero stati solleciti e bendisposti —, ma anche alle loro armi e ai loro metodi, arcaici e primitivi: pietre, mazze di legno, barre di ferro, il fuoco e l’acqua, tutti usati senza una vera e propria organizzazione. I fatti di Jedwabne dimostrano che dobbiamo guardare all’Olocausto come a un fenomeno eterogeneo. Da un lato dobbiamo essere in grado di spiegarlo come un meccanismo attivato sulla scorta di un piano preordinato (per quanto in continua evoluzione). Ma nello stesso tempo dobbiamo anche riuscire a concepirlo come un mosaico di episodi ben distinti, improvvisati dai responsabili locali e imperniati sul comportamento spontaneo — Dio solo sa da che cosa innescato — di tutti coloro che all’epoca si trovarono sulla scena del delitto. Quando si tratta di accertare le responsabilità dei massacri e valutare quale effettiva possibilità di sopravvivere avessero gli ebrei, tutta la differenza si gioca proprio qui.
Gross J., “I carnefici della porta accanto”, Mondadori, pag. 105
Non mi fermerò a raccontare come durante l’occupazione la famiglia Wyrzykowski riuscì a salvare Wasersztajn e altri sei ebrei. Ma ciò che accadde loro dopo la liberazione ha a che vedere con il nostro tema.
“Io, Aleksander Wyrzykowski, insieme con mia moglie Antonia, ho deciso di rilasciare la seguente deposizione. Quando arrivò l’Armata Rossa, questi martiri riacquistarono la libertà. Li vestimmo come meglio potemmo. Il primo andò alla sua abitazione, ma la sua famiglia era stata uccisa e così tornò a mangiare da noi. Gli altri rientrarono a casa loro. Un giorno, era sabato, vidi arrivare dei guerriglieri:4 «Oggi verremo a regolare i conti con l’ebreo», dissero. E uno di loro aggiunse che una notte li avrebbero uccisi tutti. Da quel momento l’ebreo andò a dormire nel campo, dentro una buca per le patate; gli diedi un cuscino e il mio cappotto. Andai ad avvertire anche gli altri, che iniziarono a cercare un nascondiglio. Contro le due ragazze fidanzate con costoro, i guerriglieri non avevano nulla, ma quei banditi le avevano ammonite di non avvertire i fidanzati dell’incursione. Quella stessa notte vennero da noi a prendere l’ebreo; ci ingiunsero di consegnarlo, affermando che dopo averlo eliminato ci avrebbero lasciati in pace. Mia moglie disse che ero andato a trovare mia sorella e che l’ebreo era andato a Lom±a e non era rientrato. La picchiarono al punto da non lasciarle un palmo di pelle intatto: solo lividi, dappertutto. Presero tutto quello che vollero e le ordinarono di riportarli indietro. Mia moglie li accompagnò nei pressi di Jedwabne con un barroccio. Al suo rientro, l’ebreo uscì dal nascondiglio e vide come l’avevano conciata. Dopo un po’ sopraggiunse un altro ebreo, fanek Kubrzarjski. Ci consultammo e decidemmo di andarcene via. Ci stabilimmo a Lomza. Mia moglie lasciò uno dei bambini ai miei suoceri. Da Lomza ci trasferimmo a Biatystok, perché temevamo per la nostra vita ... Nel 1946 di nuovo ci trasferimmo a Bielsk Podlaski. Ma dopo qualche anno la cosa si venne a sapere e dovemmo lasciare anche quella località.
Dunque la taccia di avere aiutato gli ebrei durante l’occupazione segnò la famiglia Wyrzykowski indelebilmente, seguendola di paese in paese nonché, si sarebbe poi rivelato, di generazione in generazione. Alla fine Antonia Wyrzykowska attraversò l’oceano e si rifugiò a Chicago. Il figlio di suo nipote, rimasto nella zona di Jedwabne, veniva chiamato «ebreo» dai compagni di gioco ogni volta che questi si arrabbiavano.
Gross J., “I carnefici della porta accanto”, Mondadori, pag. 111
Il nazismo, ripetiamolo con il tedesco Eric Voegelin, filosofo della politica, è un regime che fa leva sugli istinti malvagi degli esseri umani, non solo perché insedia «gentaglia» in posizioni di potere, ma anche perché «l’uomo comune è un uomo ragionevole finché la società nel suo complesso si mantiene in ordine, ma quando da qualche parte si propaga il disordine e la società comincia a cedere, diventa un selvaggio che non sa più quello che fa».
Il secondo conflitto mondiale, o, per essere più precisi, l’occupazione sovietica e quella tedesca da esso provocata, espose per la prima volta la provincia polacca al modus operandi dei regimi totalitari. E non desta sorpresa né che una società così tormentata ne sia uscita in modo non particolarmente brillante, né che entrambe le esperienze collettive abbiano provocato una profonda demoralizzazione. Per cogliere meglio il punto della questione non abbiamo nemmeno bisogno di attingere alle sottili diagnosi di qualche raffinato intellettuale, per esempio all’insuperato studio circa l’impatto della guerra sulla società polacca scritto dal letterato Kazimierz Wyka. Basta volgere la mente alla piaga del banditismo e dell’alcolismo in tempo di guerra, attestata praticamente da tutte le fonti dell’epoca.
Gross J., “I carnefici della porta accanto”, Mondadori, pag. 134
Sentiamo Klukowski, direttore dell’ospedale distrettuale del villaggio di Szczebrzeszyn, vicino a Zamosc. Quando ormai tutti gli ebrei di Szczebrzeszyn erano stati uccisi - una vicenda che nel suo “Dziennik z lat okupacji zamojszczyzny (Diario degli anni dell’occupazione della regione di Zamosc)” il dottore riferisce in tutti i suoi spaventosi dettagli - Klukowski scriveva disperato la seguente pagina, datata 26 novembre 1942:
«Per paura delle rappresaglie, i contadini vanno a cercare gli ebrei nei villaggi e li portano in città o, a volte, li uccidono sul posto. In generale di fronte alla questione degli ebrei la gente si è lasciata trascinare in una terribile caduta morale. Si è fatta cogliere da una psicosi e sta imitando i tedeschi: negli ebrei, infatti, non vede degli esseri umani, ma solo degli animali perniciosi che devono essere sterminati con ogni mezzo, come i cani rabbiosi o i topi».
Prendendo parte alla persecuzione degli ebrei, nell’estate del 1941 un abitante di quei territori poteva contemporaneamente ingraziarsi i nuovi dominatori, trarre benefici materiali dalle proprie azioni (non c’è dubbio che nella spartizione dei beni lasciati dagli ebrei, il meglio toccava a ch aveva partecipato attivamente ai pogrom) e dare sfogo alla tradizionale ostilità dei contadini locali verso gli ebrei. Se aggiungiamo l’incoraggiamento dei nazisti e l’impressione, non difficile a suscitarsi, che si trattava di regolare i conti con la «consorteria giudaica» per le angherie subite sotto l’occupazione sovietica, ch poteva resistere a una miscela tanto diabolica ed esplosiva? Ovviamente gli indispensabili presupposti erano una brutalizzazione delle relazioni interpersonali, una certa caduta dei valori morali e una generale autorizzazione all’uso della violenza. E proprio questi furono i metodi e i meccanismi sfruttati da entrambi gli invasori.
Gross J., “I carnefici della porta accanto”, Mondadori, pag. 138