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Haffner S., “Hitler - Appunti per una spiegazione”

Una straordinaria povertà di vita personale

Nell’esito finale – con il suo suicidio - l’uomo politico Hitler si rivela ancora una volta un fallito, seppure in grande stile. Ma soprattutto perché, dietro la facciata ufficiale, l’esistenza personale di Hitler continua a essere misera e povera di contenuto anche nella seconda parte della vita. Viceversa, a un più attento esame, la sua vita politica interiore rivela già negli anni di gioventù, esteriormente insignificanti, molti tratti insoliti che preludono a quanto seguirà.
La scissione che effettivamente attraversa la vita di Hitler non è una scissione trasversale, bensì longitudinale. Non è vero che ci sia debolezza e fallimento fino al 1919, forza, capacità ed efficienza dopo il 1920. Prima e dopo c’è una straordinaria intensità nel vivere la politica, cui si contrappone una straordinaria povertà di vita personale.
A questa esistenza manca - sia «prima» sia «dopo» - tutto ciò che normalmente conferisce a una vita umana peso, calore e dignità: l’istruzione, la professione, l’amore e l’amicizia, il matrimonio, la paternità. Se prescindiamo dalla politica e dalla passione politica, è una vita priva di contenuti; non certo felice quindi, ma singolarmente leggera, di poco peso, che si può gettar via facilmente. Perciò una costante disposizione al suicidio accompagna dall’inizio alla fine la carriera di Hitler. E un suicidio, com’è logico, ne è il coronamento finale.
L’assenza di prole e di vincoli matrimoniali è nota. Anche l’amore ha avuto nella vita di Hitler un ruolo insolitamente limitato. In tutto un paio di donne, che trattò come faccende di poco conto e che non rese felici. Per il dispiacere di essere trascurata e continuamente offesa (« mi usa solo per certi scopi»), Eva Braun tentò due volte il suicidio; quella che la precedette, la nipote di Hitler Geli Raubal, lo attuò, probabilmente per lo stesso motivo. Col suo gesto Geli costrinse Hitler - per una volta, un’unica volta - a interrompere per amor suo ciò che per lui era più importante, un giro elettorale. Hitler la pianse e la rimpiazzò. Questa triste storia è ciò che nella vita di Hitler si avvicina maggiormente al grande amore.
Hitler non aveva amici. Amava sedere per ore in compagnia di lavoratori subalterni - autisti, guardie del corpo, segretari -, monopolizzando la conversazione. In questo ambiente trovava distensione. Per tutta la vita rifiutò un’autentica amicizia. I suoi rapporti con uomini come Góring, Goebbels e Himmler rimasero sempre freddi e distaccati.
Haffner S., “Hitler - Appunti per una spiegazione”, Garzanti, pag. 28

 

L’istruzione e la professione

Un curriculum di studi ordinato non fa parte del suo bagaglio culturale; solo un paio d’anni di scuola media, con brutti voti. Certamente, negli anni in cui fa vita vagabonda legge molto ma, per sua stessa ammissione, di quanto legge trattiene solo ciò che comunque crede già di sapere. Per quanto riguarda la politica ha la cultura propria dell’accanito lettore di giornali. In un unico campo è realmente ferrato, quello della tecnica e dei problemi militari.
Hitler non ha mai avuto né ha mai cercato di acquisire una professione; anzi, l’ha sempre rifiutata. La fobia per il lavoro è un tratto della sua personalità altrettanto appariscente della fobia per il matrimonio e per l’intimità. Non lo si può nemmeno definire un politico di professione. Agli albori della sua carriera politica, di volta in volta indicava come mestiere quello di pittore, scrittore, commerciante, propagandista. In seguito fu semplicemente il Fizhrer che non doveva rispondere a nessuno: dapprima il Fiihrer del partito, poi il Fuhrer tout court. La sua prima carica politica fu quella di cancelliere del Reich; e va detto che da un punto di vista professionale era un cancelliere sui generis: viaggiava a piacimento, leggeva come e quando voleva gli incartamenti o non li leggeva, convocava o non convocava il Consiglio dei ministri, finché dal 1938 smise di convocarlo. Il suo stile di lavoro non fu mai quello del più alto funzionario dello stato, semmai del libero artista che crea seguendo l’ispirazione: l’attende per giorni e settimane, in apparenza oziando e poi, quando arriva, si getta a capofitto in un’attività febbrile. Hitler esercitò per la prima volta un’attività regolare nei suoi ultimi quattro anni di vita, in qualità di comandante supremo delle operazioni di guerra. Stavolta era impossibile evitare le due Lagebesprechungen, le due discussioni quotidiane sulla situazione; e così l’ispirazione fu sempre più assente.
Haffner S., “Hitler - Appunti per una spiegazione”, Garzanti, pag. 30

 

Il confronto con altri uomini ambiziosi

Forse si obietterà che l’inconsistenza della vita privata non è infrequente in uomini che si dedicano interamente alla grande meta che si sono prefissi e che hanno l’ambizione di fare la storia. Ma non è così. Quattro – con quinto Stalin, da considerare a parte - sono i personaggi con cui Hitler - per motivi che variano caso per caso - è chiamato a confrontarsi, sebbene poi non regga il confronto. Si tratta di Napoleone, Bismarck, Lenin e Mao. In nessuno di questi, neppure in Napoleone, si riscontra un fallimento paragonabile a quello di Hitler: ed è il motivo principale per cui Hitler non regge il loro confronto. Ma lasciamo perdere. Ciò su cui vogliamo porre l’accento è il fatto che nessuno di loro, al pari di Hitler, fu un politico puro da un lato e una nullità in tutti gli altri campi. Tutti e quattro, molto colti, esercitavano una professione in cui si erano affermati prima di «gettarsi nella politica» ed entrare nella storia: erano stati generale, diplomatico, avvocato, insegnante. Tutti e quattro erano sposati, Lenin fu l’unico senza figli. Tutti conobbero il grande amore: Josephine Beauharnais, Katharina Orlow, Inessa Armand, Ciang Cing. Questi aspetti li rendono umani; e certamente senza la loro piena umanità alla loro grandezza mancherebbe qualcosa. Così come manca a Hitler.
Haffner S., “Hitler - Appunti per una spiegazione”, Garzanti, pag. 30

Hitler non è mai maturato nel carattere e nella personalità

Nella sua evoluzione non c’è una sostanziale maturazione del carattere e della personalità. Il suo carattere è presto fissato - forse sarebbe meglio dire bloccato - e rimane sempre singolarmente uguale a sé medesimo; niente vi si aggiunge. Un carattere per nulla accattivante. Mancano tutti i tratti teneri, amabili, concilianti, a meno di voler considerare un tratto conciliante una fobia del contatto che a volte dà l’impressione della timidezza. Le sue qualità positive - forza di volontà, temerarietà, coraggio, tenacia - sono tutte qualità «dure». Quelle negative sono ancora più dure: assenza di scrupolo, sete di vendetta, infedeltà e crudeltà. A tutto ciò si aggiunga, e anche questo fin dall’inizio, una totale mancanza di capacità autocritica. Per tutta la vita Hitler fu straordinariamente infatuato di sé stesso, e dal primo all’ultimo giorno non smise di sopravvalutarsi. Stalin e Mao sfruttarono freddamente il culto della loro persona come strumento politico, senza con questo perdere la testa. Hitler non fu solamente l’oggetto, ma anche il più precoce, instancabile e fervente dei propri ammiratori.
Haffner S., “Hitler - Appunti per una spiegazione”, Garzanti, pag. 31

La decisione di Hitler di diventare un uomo politico

E ora veniamo alla decisione di Hitler di diventare un uomo politico, quella fra le molte decisioni che egli definì come «la più difficile della mia vita», e che fu resa possibile dalla rivoluzione del 1918.
Prima, nell’impero tedesco uno straniero della condizione sociale di Hitler non avrebbe mai trovato il minimo appiglio per intraprendere la carriera politica, tranne forse che nel partito socialista. Fu proprio la rivoluzione ad aprire la strada del potere statale ai partiti, sconvolgendone a tal punto il tradizionale sistema da offrire anche a quelli nuovi la possibilità di affermarsi. E in effetti nel 1918 e nel 1919 ne sorsero un’infinità.
Persino la cittadinanza austriaca di Hitler non costituiva più ostacolo alla sua partecipazione alla politica attiva. L’Anschluss, l’annessione dell’«Austria tedesca», come allora la si chiamava, se era vietata dalle potenze vincitrici, veniva invece caldamente auspicata da ambo le parti della frontiera a partire dal 1918; e già interiormente precorsa, per cui in pratica un austriaco in Germania non era più considerato uno straniero.
Quanto alle barriere sociali, non esistevano più per chi faceva politica in Germania dopo una rivoluzione che aveva spazzato via il potere dei principi e i privilegi della nobiltà.
Insistiamo su questo punto perché è sempre trascurato.
Dato che Hitler si presentò politicamente come nemico giurato della rivoluzione del 1918, del «crimine di novembre», si stenta a riconoscerlo come un suo prodotto. Ma oggettivamente lo era, come Napoleone della rivoluzione francese, di cui tuttavia in un certo senso finì per avere ragione. Ambedue non sarebbero concepibili senza la precedente rivoluzione. Ambedue si rifiutarono di ripristinare ciò che la rivoluzione aveva abbattuto. Le erano nemici ma ne accettarono l’eredità.
Haffner S., “Hitler - Appunti per una spiegazione”, Garzanti, pag. 35

 

Il suo programma politico in otto punti concatenati

Cerchiamo di chiarire che cosa è contenuto in questo «mai più un novembre 1918»: molti elementi.
In primo luogo il proposito di rendere impossibile una futura rivoluzione in una situazione come quella del novembre 1918.
In secondo luogo, per contro (altrimenti il primo proposito sarebbe rimasto del tutto astratto) il proposito di ristabilire una situazione del genere.
E questo significava, in terzo luogo, riprendere la guerra perduta o data per perduta. In quarto luogo la guerra doveva essere ripresa a partire da una situazione in cui non fossero presenti forze potenzialmente rivoluzionarie.
Col che si arriva facilmente al quinto punto: soppressione di tutti i partiti di sinistra - e perché non tutti i partiti?
Tuttavia non era certo possibile eliminare ciò che stava alle spalle dei partiti di sinistra, cioè i lavoratori, bisognava quindi conquistarli politicamente al nazionalismo. Questo significava - punto sesto - che bisognava offrir loro un qualche socialismo, ma di un genere particolare, per l’appunto un nazionalsocialismo.
Tuttavia - e siamo a sette - bisognava estirpare il loro precedente credo, il marxismo.
Questo significava - otto - l’annientamento fisico degli uomini politici e intellettuali marxisti, tra i quali per fortuna c’era una gran quantità di ebrei.
Cosicché - punto nove e primordiale desiderio di Hitler - era anche possibile eliminare tutti gli ebrei.
Come si vede, nel momento in cui Hitler faceva il suo ingresso nella politica il suo programma di politica interna era già pressoché completo.
Vale la pena di notare che l’intero edificio concettuale riposava su un errore: l’errore di ritenere che la rivoluzione fosse stata la causa della sconfitta. In realtà ne fu la conseguenza.
Ma era una convinzione che Hitler condivideva con moltissimi tedeschi.
Haffner S., “Hitler - Appunti per una spiegazione”, Garzanti, pag. 37

L’ingresso nella vita pubblica di Hitler nell’autunno-inverno 1919-20

«Siamo ora all’ingresso nella vita pubblica e politica di Hitler nell’autunno-inverno 1919-20. Dopo il «risveglio» del novembre 1918, fu questa la sua esperienza di «sfondamento». E lo sfondamento non stava tanto nel fatto di diventare rapidamente leader del Partito tedesco dei lavoratori (Deutsche Arbeiterpartei), presto ribattezzato Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori (NSDAP). Per questo non ci voleva molto. Quando vi entrò, il partito era un oscuro circolo da retrobottega con poche centinaia di membri di scarso rilievo…». Afferma Haffner in “Hitler - Appunti per una spiegazione”, Garzanti, pag. 37.
Non è così, è peggio: il partito prima di Hitler aveva solo sei membri nel comitato e forse trenta simpatizzanti.
Haffner S., “Hitler - Appunti per una spiegazione”, Garzanti, pag. 37

La scoperta della propria potenza oratoria

L’esperienza che lo portò a «sfondare» fu la scoperta della propria potenza oratoria.
Può essere datata con esattezza al 24 febbraio 1920, quando Hitler tenne il suo primo discorso in un raduno di massa riportando un grande successo.
È nota la capacità di Hitler di trasformare un consesso delle persone più diverse - tanto più efficacemente quanto più alto è il numero e più grande la diversità - in una massa omogenea e plasmabile, di trascinare dapprima questa massa in una sorta di trance, e quindi di procurarle qualcosa come un orgasmo collettivo. Questa capacità non era capacità oratoria in senso stretto (i suoi discorsi iniziavano in modo lento e stentato, avevano poco costrutto logico e a volte mancavano di un chiaro contenuto; inoltre erano declamati con una voce rauca, «ruvida» e gutturale), ma capacità ipnotica. La capacità di una forza di volontà concentrata, tesa a impadronirsi di un inconscio collettivo ogni volta che se ne presentava l’occasione. Questo potere ipnotico sulle masse fu il primo e per molto tempo rimase l’unico capitale politico di Hitler. Sulla sua forza esistono innumerevoli testimonianze da parte di chi la subì.
Haffner S., “Hitler - Appunti per una spiegazione”, Garzanti, pag. 41

Hitler riesce a ribaltare la propria scarsa autostima

Ma più importante ancora dell’effetto sulle masse fu la rivelazione di Hitler a sé stesso. La si può capire immaginando l’effetto che può avere, su un uomo che ha validi motivi di ritenersi impotente, il fatto di trovarsi di colpo in grado di realizzare il miracolo della potenza. In precedenza era già avvenuto, nelle riunioni coi commilitoni, che improvvisamente Hitler rompesse il suo normale silenzio per scatenarsi in sfrenate e ardenti allocuzioni quando il discorso cadeva su qualcosa che lo toccava intimamente: la politica e gli ebrei. In quelle occasioni aveva suscitato solo stupore guadagnandosi la fama di svitato. E ora lo svitato si ritrovava improvvisamente dominatore di folle, diventava il «Tamburo», il «Re di Monaco». La silenziosa e amara presunzione dell’incompreso si trasformava così nell’inebriante sensazione del successo.

L’unico comandante del suo partito

A un certo punto a tutto questo dev’essersi aggiunta l’ulteriore convinzione - una convinzione niente affatto ovvia - che in questo gioco di concorrenza la posta non era semplicemente la ripartizione delle cariche e la collocazione gerarchica in un futuro governo di destra, ma qualcosa di assolutamente inedito: la posizione di un dittatore a vita onnipotente, non limitato da una costituzione o da una divisione dei poteri, non frenato da una direzione collegiale.
Si avverte qui il vuoto lasciato dalla scomparsa di una monarchia non più recuperabile, un vuoto che la Repubblica di Weimar non era riuscita a riempire. All’inizio degli anni Venti si diffuse uno stato d’animo in cui, secondo le parole di Jakob Burckhardt, «diventa irresistibile la nostalgia di qualcosa di analogo al potere precedente», una nostalgia che «lavora a favore dell’uno». E non era soltanto per compensare la perdita dell’imperatore che una parte consistente della nazione desiderava ardentemente «l’uno», ma anche per un altro motivo: per l’afflizione della guerra perduta e l’astio impotente contro il trattato di pace, avvertito come un’imposizione oltraggiosa.
La risoluzione di diventare «l’uomo» che tutti aspettano e da cui tutti aspettano il miracolo richiedeva indubbiamente una veemenza e un’audacia che allora e in seguito
nessuno ebbe tranne Hitler. Nel primo volume del Mein Kampf, dettato nel 1924, questa risoluzione si presenta già perfettamente maturata, e con la rifondazione del partito nel 1925 fu per la prima volta tradotta nei fatti. Nella nuova NSDAP ci fu fin dall’inizio, e una volta per tutte, una sola volontà: quella del capo, del Fuhrer. Il successivo estendersi del ruolo di Fuhrer a un ambito molto più vasto costituì nell’evoluzione politica interiore di Hitler un salto di minore importanza rispetto alla decisione iniziale di volerlo comunque assumere.
Il partito su sempre suo, e non accettò mai di avere un “secondo”, come mostra la brutta fine fatta da Rohm.
Hitler non raggiunse il potere assoluto di Fuhrer, che non deve rispondere di sé a nessuno, nel 1933, ma nel 1934, con la morte di Hindenburg. Quando divenne Fuhrer aveva dunque quarantacinque anni.
Hitler impiantò tutto in funzione della propria insostituibilità, su di un perenne «io o il caos», di un «dopo di me il diluvio». Nessuna costituzione; nessuna dinastia (che del resto, anche prescindendo dalla fobia per il matrimonio e dall’assenza di prole, era divenuta anacronistica); ma anche nessun partito effettivamente in grado di fare da supporto allo stato, di produrre dei Fuhrer e di sopravvivere loro. Il partito per Hitler fu solo lo strumento della presa del potere personale, non c’era nulla che assomigliasse a un politburo, né egli permise che vi emergesse un delfino. Si rifiutò di pensare e di provvedere oltre la durata probabile della sua esistenza. Tutto doveva accadere per mano sua.
Si impose così una fretta che doveva portarlo a decisioni politiche precipitate e inadeguate.
Haffner S., “Hitler - Appunti per una spiegazione”, Garzanti, pag. 43

 

Hitler ha meditato spesso sul suo suicidio

Dopo il fallimento del putsch di Monaco del 1923 dichiarò che voleva farla finita e spararsi. In una successiva crisi, nel dicembre 1932, quando il partito minacciava la spaccatura, espresse a Goebbels, che l’ha riportata, la stessa intenzione: «Se il partito si spacca, in cinque minuti la faccio finita con un colpo di pistola».
Non si possono liquidare queste affermazioni come pure chiacchiere, tenendo conto del suicidio reale il 30 aprile 1945. Nella dichiarazione a Goebbels sono particolarmente rivelatrici le parole «in cinque minuti». Nelle successive dichiarazioni sullo stesso tema i minuti divennero secondi e infine addirittura «una frazione di secondo».
Per tutta la vita la mente di Hitler fu manifestamente occupata dal problema della rapidità e della facilità con cui era possibile compiere un suicidio. Dopo Stalingrado diede sfogo alla sua delusione per il fatto che il feldmaresciallo Paulus si fosse consegnato ai russi invece di suicidarsi: «In questo caso c’è l’obbligo di spararsi, come un tempo i condottieri si gettavano sulla spada quando si rendevano conto che la loro causa era perduta [...] Che paura ci può essere dinnanzi a questo passo, a questo secondo in cui ci si può liberare dall’afflizione, quando il dovere non ci trattiene in questa valle di lacrime! Suvvia!». E dopo l’attentato del 20 luglio dichiarava: «Se la mia vita avesse avuto termine, posso dire che per me personalmente sarebbe stata soltanto una liberazione da preoccupazioni, da notti insonni e da una grave sofferenza nervosa. È solo una frazione di secondo, poi si è liberati da tutti questi assilli e sopravvengono il riposo e la pace eterna».
Perciò il suicidio di Hitler non destò sorpresa. La vita personale di Hitler era diventata troppo vuota perché ai suoi occhi valesse la pena di conservarla nella disgrazia; e la sua vita politica quasi fin dall’inizio fu una vita del «tutto o niente». Ottenuto il niente, il suicidio era scontato.
Haffner S., “Hitler - Appunti per una spiegazione”, Garzanti, pag. 45

Demagogo e incoerente, ma capace di farsi obbedire dal partito

Tra il 1933 e il 1939, nei primi sei anni dei dodici del suo dominio, Hitler stupì amici e nemici con una serie di performance, dimostrazioni di capacità che nessuno prima gli avrebbe accordato.
Fino a quel momento Hitler aveva goduto unicamente la fama di demagogo. Le sue capacità di oratore e di incantatore di masse non erano mai state messe in discussione. Ma nessuno si aspettava che, una volta arrivato al potere, si dimostrasse un governante capace.
Governare, si diceva, è tutt’altra cosa che tenere discorsi. Tra l’altro a nessuno sfuggiva che nei suoi discorsi, in cui insultava sfrenatamente i governanti, chiedeva per sé e per il suo partito pieni poteri; che agli scontenti di tutte le tendenze diceva con noncuranza le cose più contraddittorie; che non faceva mai una sola proposta concreta, per esempio, che cosa si dovesse fare contro la crisi economica e la disoccupazione, allora le preoccupazioni dominanti. Tucholsky parlava per molti quando scriveva: «Dell’uomo non c’è traccia; egli è solo il baccano che fa». E grande fu il contraccolpo psicologico quando dopo il 1933 «l’uomo» si rivelò un operatore eccezionalmente energico, efficiente e ricco d’idee.
Eppure c’era qualcosa, oltre la sua potenza oratoria, che avrebbe dovuto colpire gli osservatori e i critici di Hitler anche prima del 1933. Osservando con maggiore attenzione, avrebbero rilevato il suo talento organizzativo, più precisamente la sua capacità di foggiare degli apparati di potere efficienti e di dominarli. La NSDAP della fine degli anni Venti era in tutto e per tutto una creatura di Hitler, e dal punto di vista organizzativo era già superiore a qualsiasi altro partito, ancor prima di cominciare ad attrarre masse di elettori all’inizio degli anni Trenta.
Haffner S., “Hitler - Appunti per una spiegazione”, Garzanti, pag. 48

La NSDAP era in tutto e per tutto una creatura di Hitler

Eclissava di gran lunga la rinomata organizzazione della SYD, il partito socialista, ed era già uno stato, un controstato in dimensioni ridotte, più di quanto non lo fosse stata la SPD sotto l’impero. Inoltre, a differenza della SPD presto trasformatasi in una macchina pesante e autarchica, la NSDAP di Hitler possedette fin dall’inizio un formidabile dinamismo. Obbediva a una sola volontà dominante (la capacità di Hitler di livellare o eliminare in ogni momento con grande facilità concorrenti e oppositori era un altro segno premonitore del suo successivo comportamento, che avrebbe dovuto balzare agli occhi degli osservatori perspicaci già negli anni Venti), ed era intrisa di combattività fino alle sue più infime articolazioni: una macchina elettorale funzionante a pieno ritmo quale non si era mai vista in Germania. Anche la seconda creatura di Hitler degli anni Venti, la sua truppa per la guerra civile, la SA, faceva apparire al confronto associazioni piccolo-borghesi zoppicanti tutti gli altri raggruppamenti politici combattenti: gli Elmetti d’acciaio (nazional-tedeschi), il Vessillo del Reich (socialdemocratico) e persino la Lega rossa dei combattenti al fronte (comunista). A tutti era di gran lunga superiore per combattività e irruenza, e naturalmente anche per brutalità e sete omicida. Era l’unica a essere realmente temuta.
Haffner S., “Hitler - Appunti per una spiegazione”, Garzanti, pag. 48

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