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La setta fondata dal Maestro di giustizia non scompare dopo la morte del suo capo.

La setta fondata dal Maestro di giustizia non scompare dopo la morte del suo capo. Forse il Maestro ha già comunicato loro l’idea del proprio martirio; forse ha detto loro che sarebbe giunto un periodo intermedio, un « tempo determinato dall’empietà », prima dell’avvento del «Messia di Aronne e di Israele ». Ancora una volta il parallelismo con Gesù di Nazaret ha qualcosa di arcano; infatti dopo l’esecuzione del « pastore » le pecore, anziché disperdersi, sono riunite. Il nuovo movimento non collassa né si chiude, ma si ravviva e rinvigorisce. La « casa di Assalonne », che assistette inerte e non fece nulla nel momento del dolore del Maestro, sembra trovare di nuovo la sua via, esattamente come Pietro che, dopo aver perfino negato di aver conosciuto Gesù, diventa il rappresentante principale del movimento del Nazareno.

I sopravvissuti alla spedizione punitiva di Gionata Maccabeo tornano al loro avamposto originario, sulla sponda del Mar Morto, lasciando forse un gruppetto a Damasco per continuare a mantenervi viva la comunità. Con il Maestro deceduto, i suoi oppositori all’interno della setta perdono vitalità e potere. Come tanti capi uccisi, che furono duramente contrastati nel corso della vita, anche il Maestro finisce per essere venerato dopo la morte; come martire egli è inattaccabile e focalizza l’energia degli esseni.

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 72

Il Sorvegliante

Calmate ormai le voci delle opposizioni, emerge un nuovo capo per continuare la missione del Maestro scomparso, un leader chiamato semplicemente il «Sorvegliante». Esiste un eloquente precedente di un simile sviluppo: il mantello di Elia, simboleggiante la sua autorità profetica, non era forse caduto sopra il suo discepolo Eliseo, quando il suo carro mistico lo aveva trasportato in cielo? In modo simile il nuovo capo, questo Sorvegliante, ha ereditato lo spirito e il potere del Maestro; a lui spetta il compito di ricostruire la setta e di renderla ancora più influente nel paese d’Israele e all’estero.

La sua autorità è fuori discussione, da quando comincia a risiedere presso la comunità del Mar Morto detta Ir Ha-Mela kh, la « Città del sale ». Seguaci potenziali accorrono da Gerusalemme e da altre città della Giudea, sentendosi invitati ad abbandonare l’iniquità di « Sodoma e Gomorra » e a tornare nel deserto, dove Dio li incontrerà. L’ordine e la disciplina della comunità sono di grande importanza. I sacerdoti occupano una posizione particolare al suo interno e hanno la responsabilità di vigilare sulla stretta osservanza delle regole. I manoscritti dichiarano: « Questa è la regola di abitazione per gli accampamenti. Cammineranno in essa nel tempo determinato dell’empietà, fino all’avvento del Messia di Aronne e di Israele in gruppi di almeno dieci uomini: per migliaia, centinaia, cinquantine e decine. Nel luogo di dieci persone non manchi un sacerdote istruito nel Libro della meditazione; al suo parere tutti si piegheranno »(Documento di Damasco, coll. 12-13).

« Egli ritornerà »

L’insegnamento del Sorvegliante è chiaro e costituisce il perno attorno a cui la setta si muove; la sua autorità si appoggia su quella del Maestro, che egli venera fin quasi a deificarlo; dichiara che, se il Maestro per ora se n’è andato, verrà il tempo in cui tornerà precisamente nella forma del Messia sacerdotale, dell’Unto d’Israele. Con questo il Sorvegliante non indica una resncarnazione vera e propria, però crede fermamente che lo spirito del Maestro continuerà a vivere e che il Messia sacerdotale della «fine dei giorni » esprimerà l’essenza della vita e del carattere del Maestro.

Sembra che questa forma di reincarnazione sia divenuta popolare nel folklore del popoio d’Israele; secondo gli israeliti, il Maestro cli giustizia si reincarnerà un giorno nella forma del Messia sacerdotale, così come Elia si reincarnerà come precursore del Messia. Ricordiamo la domanda rivolta a Giovanni Battista: «Gli domandarono: “Chi sei tu allora? Sei Elia?”. Egli dice: ‘Non lo sono”. “Sei il profeta?”. Rispose: “No!”» (Gv 1,21).

Da qualche parte, durante questo periodo formativo, comincia a prendere forma un’idea caratteristica, forse escogitata dal Sorvegliante, comunque sicuramente diffusa da lui, cioè la teoria che dopo questo « tempo dell’empietà » non verrà solo un singolo Messia onnipotente, ma ne verranno due! Ci sarà un Messia sacerdotale, discendente dalla tribù di Levi, e un Messia laico discendente dalla casa di Davide.

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 72

La dottrina dei due Messia

Mai nella storia della fede ebraica (o cristiana) c’era stata prima di allora l’idea che da Israele sarebbero usciti due Messia. Il testo della Bibbia dice esplicitamente che il Messia, l’« Unto » futuro, sarà un discendente della stirpe regale del re Davide: « . . .un rampollo uscirà dal tronco di lesse e un virgulto spunterà dalle sue radici » (Is 11,1); « farò sorgere per loro finalmente un pastore che le pascolerà: il mio servo Davide. Egli sì che le pascolerà; egli sarà il loro pastore! » (Ez 34,23). Davide, pur essendo stato un grande re d’Israele, non era naturalmente di stirpe sacerdotale; quindi il Messia biblico non poteva essere di stirpe sacerdotale, ma sarebbe stato, in altre parole, un « Messia laico ». Secondo la dottrina diffusa dalla setta del Mar Morto e dal suo Sorvegliante, tale Messia laico sarebbe stato un guerriero, un liberatore e un giudice, che alla fine dei giorni avrebbe restituito il grande regno di Davide a Israele.

Ma la memoria del Maestro di giustizia martirizzato è per essi troppo cara e sacra per essere relegata in secondo piano e per lasciare che la gloria reale ricada su un Messia della stirpe di Davide. Poiché il Maestro, essendo stato un sacerdote, non sarebbe potuto tornare come il Messia della casa di Davide, ci doveva essere un altro Messia di stirpe sacerdotale nella forma del Maestro reincarnato; questi non sarà un guerriero o un liberatore, ma uno che presiede una comunità purificata, passata attraverso il vaglio del fuoco e uscita vittoriosa.

Giovanni Battista, diversamente da Gesù, era di stirpe sacerdotale, essendo figlio di un sacerdote di nome Zaccaria. Pure lui fu seguito da discepoli, convinti che lui, e non Gesù, fosse il Messia. Se Giovanni Battista fu per un certo tempo membro della setta del Mar Morto, potrebbe esser nata l’idea che lui, e non tanto il reincarnato Maestro di giustizia, fosse il Messia sacerdotale atteso.

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 74

Una nuova generazione:espansione ebrea in Galilea

Col passar del tempo la setta essena viene sempre più ignorata dai potenti sacerdoti che governano a Gerusalemme. I suoi due rami, cioè coloro che vivono vicino al Mar Morto e pref eriscono il celibato e coloro che formano una famiglia, continuano tuttavia a crescere e a svilupparsi. Durante il regno di Giovanni Ircano, successore di Simone, la comunità vivente sulla riva del lago di sale conosce un’espansione esplosiva. Anche se questo ramo molto devoto degli esseni rimane relativamente piccolo, le sue fila superano le duecento unità.

Gli archeologi hanno portato alla luce nella località di Qumran i resti di un insediamento molto antico, fatto di strutture piccole e umili, risalenti probabilmente al tempo del Maestro di giustizia. Ma la fase successiva dell’insediamento risale al tempo di Giovanni Ircano (134-104 a.C.) e i suoi resti, straordinariamente ben conservati e aperti ai turisti dei nostri giorni, sono molto più vistosi: è l’indizio di un grande aumento del numero degli abitanti.

Giovanni Ircano è un governante intelligente, astuto e potente, che sa mettere i suoi nemici l’uno contro l’altro per trarne vantaggi politici. Si allea con i vecchi nemici della Giudea, i siriani, per fronteggiare un pericolo comune proveniente dal deserto, i parti. Alla fine i parti sono sconfitti e il regno siriano si disintegra. Ora Ircano gode di una completa indipendenza e comincia una politica di espansione verso nord, sud ed est; nel corso di questa avanzata conquista un territorio deserto a sud, prima chiamato Edom e ora conosciuto come Idumea. Mentre i suoi antenati erano stati parte di un coraggioso movimento di resistenza, quello dei Maccabei, egli diventa adesso un oppressore e chiede che i suoi sudditi idumei si convertano al giudaismo mediante la circoncisione. Si tratta cli un evento di grande importanza, perché nel giro di due generazioni, a partire da questo momento, un infame despota spunterà da questa medesima Idumea. Egli verrà da una famiglia di convertiti ufficiali all’ebraismo, anche se il suo cuore rimarrà lontano dalla fede di Abramo e il suo nome rimarrà tristemente famoso: Erode il Grande, il futuro re dei giudei.

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 78

Farisei, sadducei e guerra civile religiosa

A un certo punto, durante questo periodo, ha inizio un movimento dal basso, dal popolo, che si accorge del mutato carattere della rivoluzione maccabea. La gente percepisce istintivamente che il potere corrompe e che ha colpito anche la dinastia asmonea. E necessario fare qualcosa: invitare il popolo a tornare alle proprie radici spirituali, compiendo un’opera di purificazione della fede e stabilendo il « regno di Dio ». Come il Maestro di giustizia aveva dichiarato la finalità della propria setta nella sua famosa lettera (« Ci siamo separati dalla maggioranza del popolo... »), così questi nuovi riformatori si riallacciano al termine ebraico che significa « separare » (parash) e si denominano perushim, « i separati » o « coloro che si appartano », mentre le generazioni successive li chiameranno « farisei

I farisei (aspramente condannati nel Nuovo Testamento) sono tutt’altro che malvagi; sono motivati non dalla cupidigia o dall’avarizia, ma dallo zelo religioso. Costituiscono un gruppo politico unito, che si ritira dal governo della nazione e denuncia Giovanni Ircano e tutta la dinastia asmonea. La loro dottrina è semplice: «Perché tu sei un popolo santo per il Signore tuo Dio; il Signore tuo Dio ti ha scelto affinché sia un popoio particolarmente suo fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra » (Dt 7,6). In altre parole, tutti i membri del popolo di Dio sono sacerdoti; ogni dimora in Israele è come un tempio, e ciascuna tavola in ogni casa è un vero altare. Gli israeliti, dal momento che sono sacerdoti, devono comportarsi di conseguenza e compiere cerimonie che formalmente erano eseguite solo dai sacerdoti, specialmente le abluzioni cerimoniali e i bagni rituali. Essi pagano pure scrupolosamente la decima di tutti i loro beni e del prodotto dei loro campi. Molti di loro cominciano a separarsi dai membri meno osservanti della società, che giudicano severamente chiamandoli « gente della campagna ». Alcuni si uniscono a un movimento che si è già allontanato dalla gerarchia giudaica per costituire una società alternativa, esemplare, una città posta sul monte: gli esseni. Qualcuno si aggrega ai celibatari solitari, che vivono nei pressi del Mar Morto.

Nel frattempo un’altra fazione della società giudaica, composta prevalentemente dalla classe sacerdotale, si allea saldamente con il governo asmoneo. Si tratta del segmento più ricco della società, che ha ammassato grandi ricchezze riscuotendo dal popolo le tasse obbligatorie per il sostegno del Tempio di Gerusalemme. Sono pomposi, arroganti e vanitosi; si chiamano « i giusti », in ebraico tz’dukim. La storia li conosce come sadducei. Il potere reale nel Paese è nelle loro mani ed essi approfittano della loro posizione a loro completo vantaggio. I farisei li detestano, pur riconoscendo che il Tempio deve sempre essere nelle mani dei sacerdoti e che la classe sacerdotale è composta dal partito dei sadducei.

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 80

Galilea delle nazioni

I Manoscritti del Mar Morto parlano dei sadducei come di aristocratici potenti e bellicosi, « i grandi uomini di Manasse, gli uomini onorabii..., i suoi uomini valorosi, i suoi onnipotenti guerrieri » (Commento a Nahum, col. 3). Questa definizione deriva dal governatore che comparirà successivamente sulla scena, Aristobulo. In perfetta tradizione asmonea, egli opera come re e come sommo sacerdote; anche se il suo regno dura solo un anno (104-103 a.C.), si tratta di un momento importante:

il regno della Giudea comincia a consolidare la propria autorità sul territorio circostante, specialmente nella regione posta a nord, nella Galilea, chiamata il «distretto delle nazioni » perché abitata soprattutto da pagani che non conoscono il Dio d’Israele. Matutto ciò sta per cambiare. Il profeta Isaia non aveva scritto: « . . .nell’avvenire renderà gloriosa la via del mare, al di là del Giordano, il distretto delle nazioni. Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; sugli abitanti in paese tenebroso risplendette una luce » (Is 8,23 - 9,1)?

Ad ogni modo i metodi usati per portare la luce sono gli stessi usati nell’Idumea del sud, cioè la conversione forzata al giudaismo, accompagnata dall’insediamento di molti giudei provenienti dalla Giudea in questo territorio settentrionale. Per quanto sia discutibile la metodologia, i risultati sono notevolissimi. Nel giro di un secolo, a partire dalla conquista della Galilea per mano dell’asmoneo Aristobulo, l’intera regione non solo diviene ebrea, ma diventa la culla di un movimento ardentemente patriottico, quello degli zeloti ebrei. E in questa situazione che il profeta galileo chiamato Gesù di Nazaret sarà destinato a inserirsi.

Ricordiamo che i Manoscritti del Mar Morto non menzionano specificamente il re Aristobulo o la conquista della Galilea da lui effettuata. Perché mai la politica di una monarchia corrotta, che ha usurpato il sommo sacerdozio, dovrebbe interessarli? Ma lo storico Giuseppe narra che un certo profeta esse-no, denominato Giuda, predisse con precisione la morte del fratello di Aristobulo; così Giuseppe proclama che gli esseni possedevano veramente doti profetiche.

Aristobulo, dopo aver regnato soltanto un anno, muore per una malattia misteriosa, accasciandosi e vomitando sangue. E come se un giudizio divino si fosse abbattuto sul re, una giusta ricompensa per i suoi metodi assassini.

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 81

Giovanni Battista

Sappiamo molto poco del Battista, ma l’idea che per qualche tempo abbia fatto parte degli esseni non è scartata da un buon numero di ricercatori scrupolosi. Gli argomenti che depongono a favore di questa ipotesi sono: gli esseni di Qumran e Giovanni Battista vivevano geograficamente a pochi chilometri di distanza gli uni dall’altro; ambedue pongono l’accento sulla purificazione mediante l’acqua; entrambi predicano la necessità del pentimento interiore ed evidenziano lo stesso passo del profeta biblico Isaia: « Una voce grida: “Nel deserto preparate la via del Signore” » (Is 40,3). Inoltre ci viene detto che Giovanni mangiava locuste, insetti che nei Manoscritti del Mar Morto sono elencati come un alimento kosher. Si tratta di argomenti convincenti.

L ‘espulsione

Giovanni Battista concorda con gli esseni su molti punti, troppi per pensare a una semplice coincidenza: sul battesimo, sul bisogno di accostano a un pentimento interiore, sul cibo da consumarsi in un alto stato di purezza rituale, sul celibato (dal momento che non ci risulta che Giovanni fosse sposato), sul bisogno di ritirarsi fisicamente nel deserto e di adempiere la grande profezia di Isaia relativa alla voce che là grida...

Su altri punti, invece, Giovanni differisce nettamente dalla setta; egli vede venire un unico e onnipotente Messia, non due Messia, uno sacerdotale e uno davidico, e certamente non un reincarnato Maestro di giustizia. Elemento ancora più importante, egli crede che il messaggio del rinnovamento spirituale interiore è destinato a tutto il popolo e non solo a pochi eletti, che vivono appartati pensando solo a se stessi. E chiaro che, a un certo punto, Giovanni rimane deluso dagli esseni e abbandona la setta oppure è da essa esiliato.

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 97

Gesù sfotte gli Esseni

Un grave errore che la gente involontariamente commette, quando cerca di conciliare Gesù e Giovanni, consiste nel fare di Gesù un esseno, spesso viene dipinto come una specie di mistico, con uno sguardo negli occhi molto strano, lontano e stralunato. La gente lo vede come un asceta simile agli abitanti di Qumran, che pratica una santità fatta di autorinnegamento. Una cosa invece è sempre più chiara, man mano che i Manoscritti del Mar Morto vengono decifrati: mentre Giovanni Battista somiglia da vicino agli esseni su molti punti, Gesù è lontanissimo da loro.

Tuttavia Gesù di Nazaret è certamente al corrente della strana setta, che continua a vivere sulle rive salate del lago amaro durante gli anni del suo ministero pubblico. Gli emissari esseni hanno diffuso i loro insegnamenti per tutto il Paese, e molte persone conoscono bene le loro sante pergamene; ma Gesù non ha bisogno del modo particolare della loro rigorosa santità. Osserviamo la scena seguente.

È sabato, il giorno di riposo della tradizione ebraica. Gesù è ospite di un eminente fariseo; ha appena finito di consumare il pasto festivo sabbatico, che si vede posto dinanzi un uomo sofferente per un accumulo di liquidi nel suo corpo. Egli non intende solo guarire quell’uomo, ma anche fare un’affermazione sul tema della guarigione in giorno di sabato. Teniamo presente che nell’antica Giudea si usa fare un’affermazione facendo prima una domanda. Perciò, rivolgendosi ai numerosi ospiti, Gesù domanda: « E lecito di sabato guarire o no? » (Lc 14,3). Nessuno osa rispondere, sapendo che egli cerca di tendere loro una trappola. Allora stende la mano e tocca l’uomo malato, il cui gonfiore subito diminuisce e scompare; tutti rimangono stupiti. Approfittando del loro sbalordimento, Gesù continua con una seconda domanda: « Chi di voi, se gli cade nel pozzo un figlio o un bue, non lo tirerà subito fuori, anche se è di sabato? » (Lc 14,5). I presenti rimangono a bocca aperta, e Gesù l’ha facilmente vinta.

Quello che il lettore moderno non sa è che gli esseni avevano già legiferato su questo tema e che Gesù sta riferendosi direttamente al loro editto. Consideriamo questo passo delle pergamene del Mar Morto: « Nel giorno di sabato... se una bestia cade in una cisterna o in una fossa, non la si tiri su» (Documento di Damasco, col. 11). Gli esseni sono così rigorosi e inflessibili che sono pronti a lasciar soffrire il povero animale, piuttosto che lavorare in giorno di sabato per tirarlo su.

La gente di solito pensa che Gesù nutra una specie di risentimento contro la propria fede, il giudaismo, e che accusi costantemente i seguaci del giudaismo, i fanisei, di preoccuparsi troppo di particolari insignificanti della Legge, di interpretare quest’ultima legalisticamente e di mancare di compassione e amore. Ma i nemici di Gesù qui non sono i farisei; in realtà egli concorda con i fanisei su questo punto e su molti altri.

I farisei avevano una legge speciale, detta pikuakh nefesh, «la salvezza di una vita». Questa legge afferma che il valore più importante del giudaismo è la vita e che la sua salvezza o la preservazione della stessa superano qualsiasi Legge imposta da Mosè. Pure il giorno più santo dell’anno, il Giorno dell’Espiazione (Yom Kippur), va messo da parte se un’esistenza è in pericolo e occorre intervenire per salvarla. Perciò i farisei decretano che un animale va salvato da una fossa anche in giorno di sabato.

Da tutto questo vediamo che non sono i farisei quelli con cui Gesù qui polemizza, bensì la setta del Mar Morto; né ce l’ha con il giudaismo, ma con il fanatismo.

Man mano che egli procede nella sua missione, il carattere del suo insegnamento si allontana ancora di più dall’ aspro dogma degli esseni. Al posto del loro stoicismo e anche di quello del Battista scorgiamo una celebrazione della vita su un fondamento quotidiano; Gesù pratica un suo personale « ministero »fatto di guarigione, di liberazione delle persone dai demoni e da varie afflizioni. Si forma tutta una tradizione che non lo saluta solo come Messia, ma anche come taumaturgo. Egli continua a predicare la gioia della vita vissuta con Dio, prendendo ora deliberatamente di mira gli esseni.

Una dose di sarcasmo

Consideriamo le sue frecciate sarcastiche lanciate contro il Rotolo dei salmi, sconosciuto fino al 1947, ma a quanto pare noto a Gesù. Quasi tutti questi salmi del Mar Morto cominciano così: « Ti rendo grazie, o Signore... », e proseguono con numerose affermazioni relative alla «Lega della falsità » e all’« Assemblea di Belial ». Naturalmente la setta crede che chiunque non sia dentro i suoi confini è alleato di satana e dei suoi demoni; gli esseni sono esclusivisti totali. Un altro salmo di Qumran comincia così: « Ti rendo grazie, o Signore, perché mi hai illuminato con la tua verità nei tuoi mirabili misteri... Mi hai concesso conoscenza ». Ora esaminiamo un certo insegnamento di Gesù, contenuto in un passo del Nuovo Testamento che ci èrimasto finora oscuro. Gesù afferma: « Mi compiaccio con te, o Padre, Signore del cielo e della terra, che hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e ai saggi e le hai rivelate ai semplici » (Mt 11,25).

Gesù possiede, a quanto pare, un meraviglioso senso dell’umorismo, che noi occidentali del XX secolo abbiamo smarrito, un senso dell’umorismo molto lontano dal mondo dei Manoscritti del Mar Morto. Se questi salmi di Qumran sono effettivamente noti a Gesù e ai suoi seguaci, allora lo vediamo prendere intelligentemente in giro i membri di questo culto esclusivo, usando in prestito la loro introduzione preferita ai salmi e rivolgendola contro di essi. I membri della setta di Qumran sono, ai loro stessi occhi, «sapienti e saggi», coloro che hanno avuto il dono della conoscenza. Tutti gli altri, inclusi i discepoli di Gesù, sono solo dei «semplici», dei bambini, Invece Gesù afferma che la verità è nascosta ai «saggi» (cioè alla setta) e rivelata chiaramente ai suoi «semplici» (ai suoi discepoli).

Segreti di Dio

Dal momento che Gesù percorre il Paese in tutta la sua lunghezza, è chiaro che è molto lontano dai fanatici esseni. In realtà egli non è un mistico, né ha negli occhi uno sguardo trasognato e ultraterreno, come vorrebbe Hollywood; porta un tipo di fede pratica, semplice e quotidiana, che pone l’accento sulla giusta condotta verso il prossimo più che su misteri sinistri e messaggi segreti annunciati in oscure parabole. Egli dice: « A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, agli altri invece solo in parabole » (Lc 8,10). In questa affermazione egli prende concretamente in prestito il linguaggio dei rotoli; l’espressione « misteri di Dio ricorre nei salmi di Qumran. I suoi discepoli sono messi al corrente del mistero e non hanno bisogno di parabole per comprendere; agli altri, invece, occorrono le parabole per chiarire e spiegare le vie di Dio. Agli esseni e alle persone come loro, con le loro « rivelazioni speciali », i segreti non sono stati rivelati.

Le implicazioni sono stupefacenti, eppure in realtà molto sem plici. Gesù non chiama necessariamente gli individui a diventare monaci, a ritirarsi dalla società o a tentare di trascendere la realtà; non è un sostenitore del misticismo, dell’ascetismo o della necessità di pnivarsi dei piaceri della vita creati da Dio. Contrariamente agli esseni, di cui si prende gioco, nelle persone preferisce vedere il bene, non il male, incentrando la propria attenzione sulla scintilla divina di fede insita in ognuno e, qualora essa sonnecchi, farla divampare. Esorta a pensare a quello che di giusto e buono bisogna fare oggi, non a perdersi in speculazioni, come fa la Regola della Guerra, quando si dilunga su raccapriccianti dettagli di una futura guerra apocalittica.

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 121

Perché un uomo porta una brocca d’acqua, quando questo è chiaramente un lavoro femminile?

Gesù, giunto vicino a Gerusalemme, dà questo preciso ordine ai suoi discepoli: « Andate nella città da un tale e ditegli:

“Il Maestro dice: ...vorrei celebrare la Pasqua insieme ai miei discepoli presso di te”» (Mt 26,18). Man mano che i dettagli del racconto emergono, diventa chiaro che una buona parte di esso è collegato con tradizioni enigmatiche sviluppate dagli esseni. Osserviamo un dettaglio interessante contenuto nella versione lucana dell’episodio: «Egli rispose: “Quando entrerete in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua. Seguìtelo nella casa dove entrerà” » (Lc 22,10). Perché un uomo porta una brocca d’acqua, quando questo è chiaramente un lavoro femminile? Può essere che la casa, dove Gesù partecipa all’ultima cena (il luogo della « sala al piano superiore »), appartenga di fatto a un esseno o a un gruppo di esseni, che forse seguivano lo stile di vita celibatario di Qumran?

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 130

La Regola messianica e l’ultima cena

I commentatori hanno da lungo tempo rilevato un problema a proposito del racconto evangelico dell’ultima cena, dal momento che secondo la tradizione ebraica la cena pasquale andava consumata la vigilia della Pasqua ebraica. Eppure ci viene detto che Gesù era già stato crocifisso alla vigilia della Pasqua ebraica, il venerdì pomeriggio, stando al racconto evangelico. Questo significa che l’ultima cena deve essersi svolta almeno con un giorno di anticipo. Il problema è risolto se presupponlamo che Gesù la consumò in una casa essena, secondo il calendario esseno, per il quale le feste cadevano in giorni diversi.

Esiste, in effetti, un incredibile documento di Qumran che si occupa degli «ultimi giorni » e che adombra in maniera complicata l’intero racconto dell’ultima cena; si tratta di un’appendice trovata alla fine del rotolo che contiene la Regola della Comunità. A volte è detta Regola messianica e parla della futura età messianica. La porzione finale del rotolo descrive un « pasto comune » della futura assemblea con queste parole enigmatiche: « Questa sarà la seduta dei notabili, chiamati al convegno per il Consiglio della comunità, quando il Messia sacerdote li convocherà. Egli entrerà in testa a tutta l’assemblea d’Israele, con tutti i fratelli, i figli di Aronne, i sacerdoti, i chiamati a convegno, i notabili, e siederanno davanti a lui, ognuno secondo la sua dignità... E quando si raduneranno alla mensa comune per mangiare e bere vino nuovo, allorché la mensa comune sara pronta per mangiare e il vino nuovo sarà versato per essere bevuto, nessuno stenda la sua mano sulla primizia del pane e del vino prima del sacerdote, giacché egli benedirà la primizia del pane e del vino... Dopo, il Messia d’Israele stenderà le sue mani sul pane, e poi benediranno tutti quelli dell’assemblea della comunità, ognuno secondo la sua dignità. In conformità di questo statuto essi si comporteranno in ogni refezione, allorché con-verranno insieme almeno dieci uomini ».

Questo passo strabiiante (possiamo definirlo il « banchetto messianico ») è uno dei testi più sorprendenti pervenuti a noi dal mondo antico; non solo delinea con fenomenale precisione quella che sarebbe divenuta la cerimonia della comunione cristiana primitiva, ma sembra trasformare ogni refezione della setta in una specie di prova generale della venuta del Messia sacerdotale e/o laico. Un’importante domanda viene subito in mente: Gesù conosce la tradizione della setta del Mar Morto, secondo la quale il « Messia d’Israele » stenderà la mano sul pane e sul vino? Queste azioni simboliche di Gesù sono un altro modo per proclamare che egli è il « Messia d’Israele »? E che dire a proposito di altri riferimenti alla cena del Signore reperibili nel Nuovo Testamento? L’apostolo Paolo conosce questa tradizione di Qumran, quando descrive la cena del Signore? « .. .il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane e, reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi...”. Allo stesso modo, dopo avere cenato, prese anche il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue...”. Quindi tutte le volte che voi mangiate questo pane e bevete a questo calice, annunziate la morte del Signore, finché egli venga » (lCor 11,23-26). Quando leggiamo a proposito delle feste dell’amore della Chiesa primitiva, in cui la « cena del Signore » è parte di un pasto completo, vediamo fino a che punto anche la Chiesa primitiva consideri tale celebrazione una prova generale del ritorno di Gesù come Messia.

Un altro particolare è il fatto che il rotolo menziona il « vino nuovo », un vino leggermente fermentato o mosto, che non infrange il voto di nazireato che vietava le bevande forti, fatto probabilmente da certi membri della setta. Anche la giovane Chiesa potrebbe aver usato vino nuovo per la sua celebrazione della cena del Signore, sempre per evitare di creare problemi a coloro che avevano fatto questo voto. All’improvviso scopriamo un pizzico di umorismo; notiamo che, quando i discepoli si radunano nel giorno della Pentecoste (At 2), la gente che li vede si mette a ridere per il loro strano comportamento (« glossolalia ») e dice (At 2,13): « Sono ubriachi di mosto dolce! », intendendo così affermare che i discepoli sono andati di casa in casa e hanno consumato così spesso la cena del Signore che il vino li ha ubriacati!

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 131

La crocifissione

Il cosiddetto « racconto della Passione » dei vangeli culmina non in un trionfo, che sembrava garantito al momento dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, ma in un apparente disastro. I particolari li conosciamo bene e sono ripetuti in ogni celebrazione pasquale; ma certi elementi di questi racconti trovano dei parallelismi significativi nei rotoli segreti della Giudea. Un particolare sorprendente del Rotolo del Tempio ci dice che la crocifissione è una pena capitale usata con frequenza nell’antichità e riservata ai traditori (quindi non una pena inventata da uno scrittore intelligente per enfatizzare, a livello teologico, le sofferenze di Cristo!). Il passo suona: « Se vi sarà qualcuno che tradisca il suo popolo e divulghi notizie dannose al suo popolo in favore di una nazione straniera, o compia qualcosa di male verso il suo popolo, lo appenderete a un albero, affinché muoia. Di fronte alla testimonianza di due testimoni o di fronte alla testimonianza di tre testimoni sarà messo a morte: lo appenderanno a un albero. Quando in un uomo c’è un peccato che lo rende reo di morte, ed egli si rifugi tra le nazioni e maledica il suo popolo e i figli d’israele, appendete anche lui a un albero, perché muoia » (Rotolo del Tempio, col. 64).

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 133

Chiesa ed Esseni

Un’altra idea ricorre quasi con la stessa frequenza sia nei rotoli della Giudea sia nelle epistole del Nuovo Testamento, cioè quella della predestinazione: ogni cosa è stata determinata fin dall’inizio del tempo, inclusi coloro che crederanno e coloro che non crederanno.

Un altro pensiero comune al Nuovo Testamento e ai Manoscritti è l’esclusività, l’idea che soltanto essi sono l’Israele di Dio, i figli della luce, opposti a chiunque altro nel mondo, a quanti sono ancora ‘nelle tenebre.

Abbiamo solo due opzioni per comprendere tutto ciò: o nella Chiesa primitiva si è verificato un profondo cambiamento rispetto alla mentalità di Gesù; oppure (cosa secondo noi più probabile) il pensiero e la letteratura degli esseni sono adesso più conosciuti, fuoriescono di più da Qumran e sono assimilati quasi inavvertitamente dagli autori del Nuovo Testamento. Dopo tutto sembra che la Chiesa e la setta del Mar Morto risiedano per un certo tempo insieme nella città di Damasco (ricordiamo il Documento di Damasco). Questa medesima città è il luogo dove Paolo soggiorna per qualche tempo dopo la sua conversione (At 9,19-25). Non dovremmo perciò stupirci di trovare nel libro degli Atti e nelle epistole elementi che echeggiano l’ « atmosfera » dei Manoscritti del Mar Morto.

Queste coincidenze non indicano, però, che la Chiesa stia diventando essena; il cristianesimo non è, come alcuni ricercatori vorrebbero, « un essenismo che ebbe successo ». Le epistole parleranno di predestinazione, ma non elaborano mai una dottrina rigida come quella che troviamo nei Manoscritti. E la Chiesa, anche se si chiama l’« Israele di Dio », non intende dire con questo che tutti gli altri sono completamente cattivi, pieni di male e destinati all’inferno; al contrario, Paolo esprime la fede che « tutto Israele sarà salvato » (Rm 11,26). Il cristiano moderno dovrebbe ricordare che il capo della Chiesa è Gesù, non Paolo, e che ogni affermazione delle epistole andrebbe bilanciata con la concreta spiritualità di fondo di Gesù.

Tutto sommato, il fatto che la Chiesa sembri aver copiato qualcosa dell’organizzazione e della struttura della setta del Mar Morto (inclusa la vita in comune e l’accentuazione della Pentecoste, Shavuot) , non la rende essena. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno il loro Senato, ma questo non li rende romani e non dà loro un Cesare. In ultima analisi dobbiamo prendere atto che la Chiesa primitiva fu altrettanto profondamente influenzata dalla struttura organizzativa delle antiche sinagoghe, che erano in fondo « case di riunione », dove uomini e donne conveniva-no per studiare le Scritture. Nelle sinagoghe non c’erano coercizioni né alcuna rigida gerarchia, nessun autoritarismo, ma una comunione fatta di gente ordinaria, dedita al servizio del Dio d’Israele. Nei tempi antichi esistevano anche società rabbini-che, in cui gruppi di « amici » (detti haverim) si radunavano attorno a una tavola comune per spezzare insieme il pane e ascoltare la sapienza di uno studioso o di una persona molto saggia. Siamo profondamente convinti che la Chiesa primitiva imitò queste antiche società nella stessa misura, o in misura maggiore, di quanto imitò gli esseni di Qumran.

Gli esseni non scompaiono, però, durante i primi sessant’anni dell secolo; anzi, il loro influsso cresce in tutto il paese d’Israele, man mano che il popolo assume sempre più un atteggiamento di resistenza contro il dominio romano. Il lascito dei rotoli è molto lontano dalla « pace di Dio » promessa dal Nuovo Testamento; è invece una chiamata alle armi e a resistere cruentemente ai minacciosi Kittim. Il culmine ditale resistenza sarà un violento cataclisma destinato a ridurre la nazione in polvere e a scatenare una tribolazione senza uguali nella storia. Come avverte Gesù, « vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai c’è stata dall’origine del mondo » (Mt 24,21).

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 139

Cristiani non combattono, a differenza degli Esseni

C’è, però, una differenza essenziale tra le profezie dei Manoscritti del Mar Morto e quelle del Nuovo Testamento: il popolo dei Manoscritti, gli esseni, crede che dovrà partecipare attivamente all’imminente conflitto cosmico e che ne uscirà vittorioso grazie a un intervento Soprannaturale

Invece i cristiani sono esortati dai loro profeti, da Gesù fino all’apostolo Giovanni, a fuggire quando udranno avvicinarsi i passi cadenzati e quando vedranno gli eserciti comparire in lontananza, e la fuga sarà la loro salvezza. Inoltre, se non saranno capaci di leggere correttamente i segni profetici, correranno il pericolo di essere estinti dal torrente di morte che si abbatterà sulla Giudea.

Mettiamo a confronto alcune delle infauste profezie degli antichi profeti con gli eventi storici di quei giorni.

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 142

Segni premonitori  di rivolta

Siamo nel 66 d.C.; anni di dominazione romana diretta sopra il paese d’Israele, attraverso governatori e « procuratori », si sono rivelati un terribile disastro, un fallimento di immense proporzioni I procuratori sono sempre più corrotti e il loro governo è caratterizzato da totale ignoranza o addirittura da disprezzo per i costumi della Popolazione ebraica; sono crudeli e insensibili, e l’unica loro preoccupazione consiste nel riempirsi le tasche.

Nella Galilea e nella Giudea nasce un partito radicale che propone soluzioni radicali: è la fazione degli zeloti, dei « combattenti per la libertà » antiromani, che aspirano a raggiungere l’indipendenza dalla tirannia di Roma; essi organizzano un movimento clandestino di resistenza e di guerriglia, determinato a vincere. Tutto il Paese è una polveriera, che attende la proverbiale scintila; ancora un sopruso romano, e il vaso trabocche ra. Giuseppe, l’antico storico ebreo, descrive così quel che accadde dopo: « [Il procuratore romano] Floro, come se si fosse impegnato per denaro ad accendere la guerra, manda a prelevare dal tesoro sacro diciassette talenti, adducendo a pretesto le esigenze di Cesare. Subito il popolo si perturbò e, corso in massa al Tempio..., urlava contro Floro insulti vituperosissimi, e portando attorno un canestro domandavano per lui dei soldarelli, come per un bisognoso e disgraziato. Senonché egli.., mosse... su Gerusalemme.., per spogliare la città mediante la paura e le minacce, e diede ai soldati l’ordine di saccheggiare quella chiamata la Piazza Superiore e di uccidere chiunque capitasse. I soldati non solo saccheggiarono il luogo contro cui erano stati inviati, ma irrompendo in tutte le case fecero strage degli abitanti. Il sangue prese a scorrere per la città; tremila e seicento uomini, donne e bambini furono crudelmente massacrati e crocifissi» (Guerra, Il, XIV, 6-9).

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 143

L’inizio delle atrocità

La grande rivolta contro i romani comincia ufficialmente quando, secondo le parole di Giuseppe, « un partito degli spiriti più ribelli attaccò Masada e uccise la guarnigione romana dopo averla catturata ». Masada è un luogo che fa rabbrividire, sinonimo di sfida e di morte; un’altura rocciosa sorgente a precipizio nel deserto della Giudea, imponente e indomabile; una roccaforte inespugnabile, cui è possibile accedere solo attraverso un sentiero tortuoso e ripido, che si inerpica fino alla sua cima su cui si stende un altopiano. Dotata di grandi cisterne e di un com143

plesso sistema di acquedotti, essa possiede vaste riserve di acqua e cibo, che le permettono di resistere per moltissimo tempo a un assedio.

La rivolta si diffonde; i legionari romani sono cacciati da Gerusalemme e subito dopo dalla Giudea e dalla Galilea; la nazione si mobiita per la guerra. Il grido di battaglia risuona anche tra gli esseni, a partire dal loro quartier generale nel deserto a Qumran, sulla riva del Mar Morto, proprio a nord di Masada:

« Issate una bandiera, o voi che giacete nella polvere! O corpi rosi dai vermi. Sollevate un’insegna per la distruzione della malvagità! Il peccatore sarà distrutto nelle battaglie contro l’empio. La tremenda marea, quando avanzerà, non invaderà la fortezza » (Rotolo dei salmi, par. 10).

I cristiani e alcuni dei farisei più moderati sono inorriditi. Mentre il resto della nazione prende le armi e sfida Roma, la Bestia, questo segmento della popolazione rifiuta deliberatamente di unirsi ai ribelli. La comunità cristiana in rapido aumento a Gerusalemme non muove un dito; studia il misterioso libro in codice dell’apostolo Giovanni, l’Apocalisse, e attende.

L’imperatore Nerone, di ritorno a Roma, è messo al corrente della rivolta che sta imperversando nella Giudea; simulando un sentimento di disprezzo, dichiara che i disordini là verificatisi sono frutto dell’inettitudine dei suoi generali e non del valore del nemico. Dentro di sé, però, è turbato e preoccupato e ordina al generale Vespasiano, conquistatore della Germania e della Britannia, di assumere il comando delle legioni della Siria e di sottomettere gli ebrei ribelli della Giudea.

A sua volta Vespasiano manda il figlio Tito ad Alessandria d’Egitto, affinché risalga con la quindicesima legione là dislocata. I Manoscritti del Mar Morto hanno da lungo tempo predetto la natura dei temibili Kittim, che adesso cominciano a marciare in forze contro il paese d’Israele: « Il clamore delle loro grida e simile al fragore di molte acque, simile a una tempesta devastante che divora una moltitudine di uomini; col sollevarsi delle loro onde, il nulla e la vanità si sollevano sino alle stelle »(Rotolo dei salmi, col. 2).

Giuseppe, un testimone oculare degli eventi di quegli anni, descrive con proprie parole l’aria che adesso si respira: « Gli aiuti romani inviati in Galilea.., fecero incursioni nella regione circostante, recando gravi danni a me e ai miei uomini. Tentai una sortita contro i romani, ma fui respinto. Questo provocò la feroce ostilità dei romani, che misero a ferro la Galilea e la fecero grondare sangue, uccidendo gli uomini atti alle armi » (Guerra, III, IV, 1).

Confrontiamo questo racconto con la testimonianza dei Manoscritti del Mar Morto: « i torrenti di satana raggiungeranno tutte le parti del mondo. In tutti i loro alvei un fuoco divoratore distruggerà ogni albero, verde e secco, lungo le loro rive; fino al termine dei loro corsi esso divamperà con fiamme e consumera le fondamenta della terra e la distesa della terra secca. Le basi delle montagne arderanno e le radici delle rocce si trasformeranno in torrenti di pece, che divorerà fino al grande abisso » (Rotolo dei salmi, col. 3). Altrove i Manoscritti affermano:

« La fiamma dei [loro] giavellotti è simile a un fuoco consumatore tra alberi » (Rotolo dei salmi, col. 2).

Gli esseni, lungi dal disperarsi, si sentono sicuramente incoraggiati quando vedono che le profezie dei loro santi rotoli si stanno avverando. Inoltre la loro Regola della Guerra afferma che la vittoria finale appartiene a Dio; l’esito è decretato, predestinato, e nulla può alterare l’inevitabile trionfo. La promessa loro fatta suona così: « Egli invierà un aiuto eterno.., per mezzo della potenza dell’angelo che egli ha esaltato, per mezzo della dignità principesca di Micael... La giustizia gioirà nelle altezze... Voi, figli del suo patto, siate forti nel crogiolo di Dio, fino a che egli agiti la sua mano portando a compimento le sue prove. La sua potenza segreta vi sosterrà sempre » (Regola della Guerra, col. 17).

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 145

I primi cristiani non sono pacifisti; i loro scritti profetici li hanno avvertiti?

Domandiamoci: che ne è dei cristiani? Dove sono durante questi eventi? Gesù li aveva esortati fin dall’inizio a non prendere parte a quella rivolta, a « dare a Cesare quel ch’è di Cesare », a « porgere l’altra guancia » e a «ricambiare il male con il bene ». Essi decidono di stare a guardare. Dobbiamo pensare che i primi cristiani fossero dei pacifisti? C’è da dubitarne. In realtà, se la grande rivolta avesse avuto qualche possibilità di successo, forse la direttiva impartita ai primi cristiani sarebbe stata questa: « Unitevi anche voi! ». Non illudiamoci al riguardo: i primi cristiani non sono pacifisti, non più di quanto lo fosse il generale Giuseppe; ma i loro scritti profetici li hanno avvertiti che l’insurrezione armata sarebbe stata un suicidio.

È un imprevisto ironico della storia che i cristiani, i quali non erano pacifisti, non solo si rifiutarono di partecipare alla grande rivolta, ma fuggirono in una città della Transgiordania, chiamata Pella, al fine di sottrarsi alla ribellione. Viceversa gli esseni, che dagli storici antichi sono descritti come pacifisti, finirono per unirsi alla fazione più decisamente antiromana di tutte, in cima a Masada.

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 146

Gli ultimi giorni di Qumran

Siamo nel 68 d. C.; la tribolazione di quei giorni diventa ancora più orrenda quando Tito, il figlio del generale VesQasiano, arriva dall’Egitto alla guida della quindicesima legione. E a questo punto che l’esercito romano, avanzando verso Gerusalemme attraverso Gerico, si avvicina all’insediamento esseno di Qumran.

I romani sono arrivati dalla Galilea incendiando, saccheggiando e distruggendo ogni villaggio, ogni città e ogni campo fertile lungo il loro passaggio. Gli esseni meditano i rotoli di profeti antichi, convinti che essi hanno predetto tali eventi: « . . .razza feroce e fulminea, che corre su vasti territori della terra per impossessarsi delle case degli altri. E feroce e terribile genìa, si fa da sé il diritto e la legge! Corrono più delle pantere i suoi cavalli, sono più impetuosi dei lupi a sera... i suoi cavalieri arrivano da lontano, volano come aquila che piomba sulla preda; vengono tutti per predare... raccoglie come sabbia i prigionieri... si fa beffe dei re..., ride di tutte le fortezze, costruisce terrapieni e le conquista. Poi il vento passa e se ne va... Empio chi fa della propria forza il suo Dio! » (Ab 1,6-11).

I romani si dispongono ad assediare Gerusalemme e devono eliminare qualsiasi resistenza lungo il loro cammino, inclusa la piccola comunità di pii ebrei, gli esseni, nascosti nel deserto.

Beni preziosi

Gli esseni, prevedendo il violento assalto delle legioni, fanno sollecitamente i loro preparativi, ma non fortificano il loro insediamento né ammassano armi. Non pensano a se stessi, alla loro salvezza personale, ma ai loro beni più preziosi, più importanti della loro stessa vita: ai loro rotoli, alle centinaia dei loro rotoli, accurato prodotto di generazioni di copisti simili a monaci ammaestrati nelle arti della copiatura di testi. I rotoli sono una miniera di regole e direttive, di salmi e proverbi, di folklore, di manoscritti biblici e, naturalmente, di profezie.

C’è poco tempo a disposizione per nasconderli. I duecento e più membri della colonia, sapendo che le legioni di Vespasiano stanno avvicinandosi, svuotano prontamente la biblioteca e lo scriptorium, portano via qualsiasi rotolo e frammento di pergamena, esattamente come i loro antenati avevano stabilito. Sentiamo quasi risuonare ancora attraverso i millenni le loro grida frenetiche:

« I Kittim stanno arrivando! Dobbiamo arrotolare tutti i manoscritti che possiamo, avvolgerli in coperte e chiuderli in vasi di terracotta. Quindi dobbiamo portare i vasi nelle grotte, assieme agli altri rotoli ».

In effetti ci sono molte grotte immediatamente adiacenti, lungo la valle che si diparte dall’insediamento di Qumran; alcune sono quasi invisibili, altre quasi inaccessibii. Nessuno vive al loro interno, perciò esse costituiscono un nascondiglio perfetto per i tesori della setta.

Possiamo immaginare il Sorvegliante della comunità dichiarare: « I rotoli saranno al sicuro nelle grotte. I romani non li troveranno mai. Nessuno mai li troverà in quel posto ».

Gli esseni eseguono gli ordini dei loro capi e portano un vaso di terracotta dopo l’altro nelle numerose grotte che punteggiano la ripida parete occidentale del Mar Morto. Molte giare sono allineate in file diritte lungo le pareti di una grotta, mentre in un~ altra, accessibile solo mediante una fune calata dall’altipiano sovrastante, si svolge un altro tipo di compito frenetico. La grotta è stata per generazioni la grande biblioteca della setta essena e contiene più di cinquecento libri e documenti scelti; ma è troppo pericolosamente vicina all’insediamento, perché dista solo poche centinaia di metri... I Kittim, i romani, la possono scoprire, e uno dei passatempi preferiti dai loro soldati consiste nel dissacrare i rotoli ebraici. Lo scaffale di legno su cui i rotoli sono posati (distesi uno sopra l’altro) è ora smantellato asse dopo asse. Le centinaia di preziosi documenti sono riuniti insieme, dal momento che non c’è tempo per arrotolarli e collocarli in giare, e sepolti sotto un sottile strato di sabbia, di ciottoli e di immondizia lungo il pavimento della grotta; sono lasciati là, abbandonati e dimenticati, a subire le devastazioni del tempo.

Ricostruiamo questo scenario per dare un’idea dell’attuale stato della Grotta 4 di Qumran, così come è stato scoperto. Le pareti portano i segni di quello che sembra sia stato uno scaffale di legno; però non abbiamo alcuna descrizione storica degli ultimi giorni di Qumran, e la tentata ricostruzione va considerata un’ipotesi verosimile.

Un lavoro fatto con amore

L’intero processo del nascondimento dei rotoli è un lavoro fatto con amore; è l’ultimo rantolo affannoso di una comunità di fede di oltre duecento anni; è una misura finale, un’ultima sfida contro i Kittim. A dire il vero l’insediamento di Qumran non è stato costruito a scopo di difesa; le mura non sono fortificate e rinforzate e le porte non sono sufficientemente robuste da resistere alle macchine da assedio del nemico. Qumran è stata una comunità pacifica di uomini pii, dedita alla disciplina religiosa e alla Scrittura. I suoi abitanti non sono mai stati bellicosi, fino a quel momento; hanno parlato e scritto a lungo di un confronto finale con i Kittim, e adesso sembra che quel tempo sia arrivato. Ma Qumran non è il posto dove organizzare l’ultima resistenza; il Sorvegliante ha parlato e le sue parole potrebbero essere state le seguenti:

— Abbiamo fatto quello che l’Onnipotente ha comandato. Abbiamo nascosto i nostri sacri testi. Le nostre sentinelle ci dicono che i Kittim sono già a Gerico. E perciò giunto per noi il tempo di abbandonare questo luogo, prendendo con noi i rotoli che non abbiamo fatto in tempo a nascondere.

— Ma dove andremo? —, domandano gli esseni impauriti.

— Andremo a sud — risponde il Sorvegliante — lungo la costa del grande Mare salato, verso una fortezza inespugnabile, posta sopra un’altura, con mura spesse e rifornimenti sufficienti per anni, chiamata Metzudah [Masada], « la Fortezza ».

Una voce in mezzo alla folla obietta:

— Ma Masada è stata occupata dagli zeloti e dai sicari, detti « assassini ».

Il Sorvegliante risponde:

— Non avete mai udito il proverbio: « Il nemico del mio nemico è mio amico »? Resisteremo con gli zeloti e con i sicari. Resisteremo su quell’altura. Faremo ancora in tempo a vedere la liberazione d’Israele.

Così l’insediamento di Qumran è abbandonato: una carovana di pii ebrei, portando i loro pochi averi, alcuni rotoli e qualche frammento di pergamena, si dirige verso sud lungo la costa di un grande lago salmastro, supera l’oasi di Ein Gedi e prosegue verso l’altura rocciosa che spunta dal deserto della Giudea, Masada.

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 149

La fine di Gerusalemme

In piedi, nel luogo dove sorgeva il Tempio e vestito in abiti sacerdotali, egli diffonde attorno a sé una certa atmosfera messianica, alimentata forse dalle promesse di un Messia sacerdotale contenute nei Manoscritti segreti. Il risultato è che la gente continua a sperare in una liberazione soprannaturale, che però non arriva. Viceversa i romani si rendono conto che i futuri pretendenti al ruolo di Messia possono eccitare la popolazione sopravvissuta, per cui, su ordine di Tito, radunano tutti coloro che possono essere identificati come membri della casa di Davide per metterli a morte. Giuseppe fa questo malinconico commento: « La carneficina fu tale che in molti posti il fuoco fu spento dal sangue che scorreva ».

Poi il luogo dove sorgeva il Tempio è profanato da simboli idolatnici, come Giuseppe racconta: « I romani, dopo che i ribelli erano fuggiti... e che il santuario e gli edifici circostanti erano stati dati alle fiamme, portarono i loro stendardi nel cortile del Tempio, li alzarono di fronte alla porta orientale e offrirono loro sacrifici, acclamando Tito imperatore ».

Le parole ricorrenti dei Manoscritti del Mar Morto sembrano ora pienamente adempiute: « Offrono sacrifici ai loro stendardi e adorano le loro armi da guerra » (Commento ad Abacuc, col. 6). Sotto forma di una nota tragica in calce alla carneficina, Giuseppe ricorda: «Tuo distrusse il resto della città e demolì le mura... Coloro che morirono durante l’assedio furono un milione e centomila; la maggior parte di essi erano ebrei, ma non nativi della città, perché poco prima dell’assedio il popolo era accorso a Gerusalemme da tutte le parti del paese per la festa degli Azzimi. Essi si trovarono intrappolati nella guerra e in un sovraffollamento, che produsse fame e pestilenze. Tale fu la fine dell’assedio di Gerusalemme » (Guerra, VI, IX-X).

Ma la considerevole comunità cristiana di Gerusalemme si era salvata, perché aveva saputo leggere i segni del tempo, preservando così la fede cristiana da quella che sarebbe potuta essere una sua anticipata estinzione. I cristiani vivono ora al di là del Giordano, a Pella. Per i rimanenti zeloti, duri a morire, e per gli esseni l’incubo della guerra continua. Come i cristiani di Gerusalemme erano fuggiti nel deserto, così anche gli esseni fuggirono verso sud, lungo la riva del Mar Morto, giungendo dal loro originario quartier generale di Qumran allo sperone roccioso e fortificato denominato Masada. Per altri tre anni essi fronteggeranno la marea romana, i temibii Kittim. Il fatto di isolarsi sulla cima dell’inespugnabile altopiano, compagni d’ar-me con gli zeloti, fa parte nella loro mente del piano divino, come i loro Manoscritti hanno predetto: « Sarò come uno che entra in una città fortificata, come uno che cerca rifugio dietro un alto muro... Perché tu porrai le fondamenta su una roccia... e porrai le pietre collaudate... per costruire un muro possente, che non vadillerà » (Regola della Comunità, col. 6).

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 155

Lo strano caso del Rotolo di rame

Essi preparano un altro oggetto strano; si tratta di un rotolo dissimile da qualsiasi altro, fatto di fogli di puro rame tenuti insieme da chiodi. I suoi contenuti sono incisi in fretta e metodicamente sul rame. Non c’è tempo per un lavoro accurato, e molte delle minute lettere ebraiche sono appena leggibili; ma le parole prendono forma, anche se un po’ disordinatamente, sui fogli metallici gialli. Si tratta di un inventario del tesoro sepolto: grandi quantità di oggetti consacrati d’oro e d’argento del servizio sacerdotale. Finita l’incisione; i fogli sono arrotolati e portati in una grotta distante, dove sono interrati nella polvere secca.

Un grande mistero circonda il Rotolo di rame. I suoi contenuti indicano il tesoro accumulato dalla setta del Mar Morto? O forse il tesoro del Tempio di Gerusalemme, nascosto nel deserto per paura dell’arrivo dei romani? O un inventano della tassa del Tempio imposta alla popolazione ebraica nel corso di molti anni? Dal momento che il tesoro non è stato ancora localizzato, non lo sapremo mai.

La vera archeologia ha poco da dire sulle avventure e sulle eccitanti peripezie di un Indiana Jones. Invece tra gli oggetti trovati dagli archeologi nel 1932, in una grotta non lontano da Qumran, fu rinvenuto un rotolo quanto mai inusuale, fatto non di pergamena ma di rame. Il rotolo, spezzato in due, era diverso da tutti quelli fino ad allora scoperti nel deserto della Giudea; era arrotolato come gli altri, ma fatto di fogli di rame che erano stati uniti fra di loro con dei chiodi. Questo curioso oggetto non avrebbe avuto alcuna possibilità di sopravvivere, ma l’ingresso della grotta era crollato molto tempo prima e l’aveva sigillata, impedendo all’aria, e ai cercatori di rifiuti e cianfrusaglie, di entrarvi.

Una volta scoperto, subito si affacciò il problema della sua decifrazione. Quali misteri racchiudeva quel « libro » tanto inusuale? Il rame si era da lungo tempo ossidato, per cui qualsiasi tentativo di srotolarlo avrebbe finito per sbriciolare tutto il documento. Furono avanzate varie ipotesi, tra cui quella di inserire una carta fotosensibile tra i fragili fogli di metallo, ma alla fine si decise che l’unico modo efficace per leggere il documento consisteva nell’aprirlo sezionandolo. L’operazione di apertura fu compiuta con una lama circolare molto precisa, del tipo usato per tagliare i diamanti, che salvò il rotolo sezionandolo in tutta una serie di lunghi fogli rettangolari, ognuno dei quali manteneva la stessa curvatura del manufatto originale arrotolato. Sfortunatamente questo metodo sezionò direttamente anche parte della scrittura, fino a rendere alcuni punti del rotolo illeggibili. Inoltre lo stato generalmente misero di preservazione del rotolo complicò notevolmente il compito di decifrare e tradurre il testo. Comunque quanto emerse fu un documento completo, fatto di lettere ebraiche incise sui fogli di rame, che descrivono il contenuto di un enorme tesoro sepolto. Il testo precisa l’ubicazione e la somma di grandi quantità di oro, argento e oggetti consacrati.

Ricordiamo che la produzione di una traduzione accurata del Rotolo di rame rimane un compito scoraggiante e difficile, ma quanto segue rappresenta almeno un discreto tentativo (con la citazione di passi scelti):

Cap. 1. Nella fortezza che è nella valle di Achor, quaranta cubiti sotto i gradini dell’entrata da est: una cassetta di denaro e i suoi contenuti, del peso di diciassette talenti.

Cap. 2. Nel monumento sepolcrale, nella terza fila di pietre:

cento lingotti d’oro.

Cap. 3. Nella grande cisterna che è nel cortile del peristiio, nel tubo di scarico del suo fondo, nascosti in una buca di fronte all’apertura superiore: novecento talenti.

Cap. 4. Sulla collinetta di KHLT: recipienti delle decime, consistenti in misure in log e in anfore, tutto della decima e dell’immagazzinato prodotto del Settimo Anno e Seconda Decima di offerte respinte. La sua apertura è nell’abbeveratoio della condotta dell’acqua, sei cubiti da nord verso la piscina spaccata delle immersioni.

Cap. 5. Nella parte in salita della scala di sicurezza, sul lato sinistro, tre cubiti dal pavimento: quaranta talenti di argento...

Cap. 7. Nella cavità della vecchia Casa del Tributo, nella Piattaforma della Catena: sessantacinque lingotti d’oro...

Cap. 10. Nella cisterna che è sotto il muro a est, in uno sperone di roccia: sei anfore d’argento...

Cap. 12. Nel Cortile di... nove cubiti sotto l’angolo meridionale: vasi d’oro e d’argento per la decima, bacinelle per aspergere, tazze, coppe sacrificali, vasi per la libagione; in tutto seicentonove.

Cap. 15. Nel sepolcro a nord-est della spianata, tre cubiti sotto il cadavere: tredici talenti...

Cap. 59. Nell’apertura della fonte del Tempio: vasi d’argento e vasi d’oro per la decima e argento, in tutto seicento talenti...

L’ultimo capitolo è davvero il più interessante:

Cap. 61. In una fossa confinante a nord, in una buca aperta verso nord e sepolto alla sua entrata: una copia di questo documento, con una spiegazione, e le loro misure, e un inventano di ogni singola cosa.

Che cosa potrebbe essere questo incredibile elenco di tesori? Che cosa potrebbe significare? Una chiave per comprenderlo potrebbe essere il modo in cui il rotolo fu composto; sembra infatti che le lettere siano state incise in tutta fretta e grezzamente nel rame, come se ci fosse stato poco tempo per inciderle bene. Una plausibile spiegazione potrebbe essere la seguente: sappiamo che nel 66 d.C. scoppiò una grande rivolta ebraica contro la dominazione romana della Giudea e che essa fu repressa con grande crudeltà e ferocia. Le legioni romane, dopo essere passate per la località di Qumran e averla rasa al suolo, si diressero verso Gerusalemme, dove distrussero il Tempio e incendiarono la città; gli ultimi gruppi di ribelli si rifugiarono a Masada, dove furono inseguiti dai romani. Potrebbe trattarsi di un inventano dei tesori del Tempio e potrebbe essere che il Rotolo di rame sia stato prodotto in una maniera così affrettata perché le legioni romane si stavano avvicinando e non c’era tempo per stilare un elenco più accurato?

Alcuni studiosi pensano che il Rotolo di rame, così come la maggior parte dei rotoli del Mar Morto, siano stati originariamente prodotti a Gerusalemme e nascosti nel deserto della Giudea in seguito al massacro effettuato dai romani. Ciò presume che l’insediamento di Qumran non sarebbe il luogo dove i rotoli furono scritti; l’insieme delle prove sembra tuttavia indicare che i rotoli furono effettivamente prodotti a Qumran.

Un’ altra possibilità è che non si trattasse del tesoro del Tempio, dal momento che la setta di Qumran respingeva il culto del Tempio, ma del tesoro della stessa setta. Da quando i romani distrussero Qumran, così come Gerusalemme, i membri della setta potrebbero essere stati costretti a nascondere frettolosamente i loro tesori prima dell’arrivo delle legioni.

Recentemente una nuova teoria pone il Rotolo di rame in relazione con il fatto che, dopo la distruzione nel 70 d.C. del Tempio di Erode il Grande, si continuarono a raccogliere denaro e altri oggetti di valore per l’effettuazione dei sacrifici, come se il Tempio esistesse ancora; ma tra il 70 e il 90 d.C. i fedeli ebrei li nascosero accuratamente per il timore che i romani potessero confiscarli. L’idea sarebbe che il Rotolo di rame registrerebbe i luoghi in cui queste « raccolte di tasse per il Tempio » sarebbero state collocate e dove rimasero finché l’imperatore romano Nerva le scoprì e le sequestrò. L’autore di questa teoria mise perciò in guardia « i cacciatori di tesori: questa lettura potrebbe essere pericolosa per le vostre speranze... »

Qualunque sia lo scenario che produsse il Rotolo di rame, l’idea che un tesoro sepolto potesse essere ancora nascosto nelle sabbie della Giudea era troppo allettante almeno per alcuni degli studiosi più avventurosi. Preso dall’eccitazione, un gruppo risoluto di esploratori percorse la Giudea con alcuni metal detector nel tentativo di localizzare i luoghi che il rotolo sembra descrivere. Ma dopo tanto sudore e fatica scoprirono che la maggior parte delle indicazioni del rotolo erano troppo vaghe per poter essere utilizzate. Che cos’è esattamenté la « collinetta di KHLT » e dov’è la « Vecchia casa del Tributo »? Trovarono una collinetta, che potrebbe essere stato il « monumento sepolcrale » descritto nell’inventano del rotolo. Il metal detector registrò in effetti un certo magnetismo nel suo interno; ma risultò impossibile distinguere tra il magnetismo naturale del luogo e quello di possibili metalli sepolti sotto di esso. L’unico modo sicuro per risolvere la questione consisteva nel distruggere l’intero monumento, cosa che gli esploratoni non erano preparati a fare.

In fondo il Rotolo di rame rimane un mistero; non è stata mai scoperta traccia di questo vasto tesoro. Forse fu rubato e saccheggiato molto tempo fa. Un’altra possibilità è che il duplicato del rotolo, menzionato nel capitolo finale, contenesse le vere ubicazioni del tesoro e che quello in nostro possesso fosse un intelligente stratagemma per sviare i saccheggiatoni. O forse tutto il documento è solo un’invenzione divertente al servizio di qualche finalità ignota. Ma perché allora inciderla su un metallo prezioso come il rame? Fatto sta che non lo sapremo mai. Comunque il deserto della Giudea continua a cuocere sotto il sole di mezzogiorno, in attesa di uno spirito temerario con un metal detector e molto chutzpah. Proprio una fantasia del genere diventò realtà, quando il più grande tesoro archeologico di tutti i tempi fu portato alla luce, nel punto dove esso era rimasto sepolto indisturbato per venti secoli, da un sasso lanciato da un ragazzo pastore beduino.

Hanson K., Manoscritti del Mar Morto, Edizioni San Paolo, pag. 194

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