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Joseph Ki-Zerbo, “Storia dell’Africa nera”, Giulio Einaudi editore

Errori dei missionari in Etiopia 1603

A seguito della spedizione portoghese erano state avviate in Etiopia delle missioni di gesuiti, e dopo un inizio molto sfavorevole con un certo Mendes, l’opera cattolica aveva riguadagnato terreno grazie alla vita austera del patriarca André de Oviedo. Tuttavia fu l’arrivo del padre spagnolo Paez nel 1603 che portò con sé maggiori conseguenze: questo missionario era un individuo eccezionale, che con varie scaltrezze riuscì, facendosi passare per Armeno, a sgusciare attraverso i possedimenti arabi e turchi e a raggiungere l’Etiopia. Linguista finissimo, con i suoi compagni egli imparò subito alla perfezione il geez e la lingua parlata, l’ama-neo; architetto e muratore, professore emerito, apri delle scuole dove ben presto affluirono i figli della nobiltà che egli incominciò a indottrinane nella fede cattolica. Convocato a corte da Za Dengel per una polemica religiosa, Paez lasciò dapprima la parola a due suoi allievi etiopi che finirono per confondere i teologi della Chiesa copta; poi pronunciò lui stesso un sermone in lingua amanica con una eloquenza e una purezza di dizione che aflascrnarono gli astanti, destando cosi in Za Dengel una simpatia che, come si è visto, doveva costargli la vita.

I missionari continuarono la loro opera e numerosi nobili e lo stesso nuovo re Susenyos furono attratti dalla loro scienza, dalle loro realizzazioni sociali, dall’austerità della loro vita, tanto in contrasto con la licenziosità dei metropoliti copti. Susenyos cercò di riprendere i contatti con il papa e a questo scopo inviò il padre Ferniindez, che tentò di raggiungere la costa orientale dell’Africa attraversando il continente; ma dinanzi a difficoltà insormontabili dovette rinunciare e al ritorno descrisse alcuni sovrani negri animisti, certamente del Kenya odierno, che vedevano dei bianchi per la prima volta: assimilato al sole, il sovrano di questi Gingero non usciva di giorno se capitava che il sole si levasse prima di lui, e veniva sepolto in una pelle di bue in «compagnia» delle sue spose e dei suoi domestici. Allora Susenyos optò per il cattolicesimo e si confessò a padre Paez; ma ben presto scoppiò la rivolta, ancora fomentata dalle mostruose goffaggini del nuovo patriarca Mendes, il quale da un giorno all’altro impose il nibattesimo dei cristiani, la nondinazione dei sacerdoti, il divieto della circoncisione, la messa con il rito cattolico che nessuno capiva, e persino la profanazione delle tombe dei santi etiopi, i cui resti vennero buttati fuori dalle chiese. Nel paese si costituirono dei grossi eserciti, formati soprattutto da elementi popolari, e a Uiana Dega Susenyos schiacciò il proprio popolo cospargendo il cam

po di battaglia di ottomila cadaveri. Mostrandogli quello spettacolo terribile, il figlio Fasiladas dichiarò: «Non è più una vittoria... » Cosi nonostante le insistenze di Mendes che voleva una crociata, Susenyos emise una ordinanza solenne, che fece proclamare in ogni angolo del paese, con la quale dopo tanto sangue versato consentiva che ognuno ritornasse alla fede degli antenati: «E che ci se ne compiaccia!» Dopo di che, resosi conto che il proprio regno era stato una brutta parentesi, abdicò e poco dopo mori nella fede cattolica. Di questo tentativo restano numerose realizzazioni: poiché l’amarico era diventato una lingua letteraria, un inizio di alfabetizzazione, un palazzo e delle chiese, per lo più opera del prodigioso padre Paez che non approvava gli eccessi di Mendes.

Sotto il regno di Fasiladas (1632-67) i gesuiti furono esiliati ad Aksum, e coloro che non seppero approfittare di questa tregua per lasciare il paese furono quasi tutti giustiziati. In seguito la persecuzione arrivò a far abiurare i cattolici discendenti dai Portoghesi come pure gli Etiopi convertiti: i recalcitranti furono giustiziati o abbandonati a una morte sicura nelle solitudini desertiche del Sennar. Fasiladas trasformò questa reazione anticattolica in un rifiuto a qualsiasi influenza europea, al punto di allearsi con i pascià musulmani della costa per impedire l’ingresso in Etiopia a tutti gli ecclesiastici. La grande opera di Fasiladas rimane la fondazione di una nuova capitale a nord del lago Tana, Gondar, in un territorio discosto dallo Scioa infestato dai Galla, dove il clima meraviglioso aveva già attratto Sarsa Dengel e Susenyos; egli vi costrui un immenso palazzo e un bagno lusorio. Come se, chiusa all’Occidente, l’Etiopia si aprisse alle delizie dei palazzi arabi; come se dopo un periodo tormentato gli imperatori volessero abbandonarsi al lusso e ai piaceri raffinati della vita. Ma Gondar, che grazie ai successori di Fasiladas assistette alla costruzione di numerose decine di palazzi, era tutt’altro che un tempio del fasto e del divertimento. I] numero delle chiese superava quello dei palazzi, e le isole traboccavano di conventi dove i monaci si dedicavano allo studio e alla mortificazione. A Gondar stessa ben presto afflui una popolazione cristiana o musulmana: in effetti la rotta dal Darfur al Mar Rosso portava notevoli ricchezze alla città, e la cultura si sviluppò nelle scuole di diritto, di linguistica e di canto.

Il regno del figlio di Fasiladas, Giovanni (1667-82), fu relativamente pacifico: alcuni francescani che cercavano di entrare nel paese furono ancora lapidati, mentre il sovrano dava la caccia alle ultime opere di ispirazione cattolica. Peraltro egli era anche ferocemente antimusulmano, un fanatico della fede copta, che si dilettava delle più inebrianti speculazioni teologiche.
Joseph Ki-Zerbo, “Storia dell’Africa nera”, Giulio Einaudi editore, pag. 438

Gli Zulù rinunciano alle ami da lancio

Ben presto la celebrità di Shaka superò i limiti del dan, e in villaggi lontani le fanciulle tradussero la loro appassionata ammirazione in canti in sua gloria, scatenando cosi una gelosia velenosa da parte dei suoi fratellastri.Temendo per la propria vita, Shaka andò a rifugiarsi dal feudatario di suo padre, Dingiswayo: in esilio, privo d’amore e di famiglia, sazio di persecuzioni e indunito da ogni tipo di sofferenza, Shaka diventò un guerriero dal folle coraggio, dall’energia implacabile, inaccessibile alla pietà: una specie di uomo da preda.

Egli eliminò tutte le decorazioni dei prodi, che consistevano in ornamenti di perle posti tra i capelli, e diventò braccio destro e portavoce di Dingiswayo; poi, alla morte del padre Senza Ngakona, ricevette l’appoggio di Dingiswayo per recuperare l’eredità niservatagli prima che la madre cadesse in disgrazia. Shaka massacrò una parte dei suoi fratellastri e diventò capo del suo dan, effettuò delle incursioni contro i vicini, soppresse gli Ngoana e gli venne promessa in sposa la sorella preferita del sovrano. Questi, impegnato dal canto suo in guerre di conquista, commise l’imprudenza di smobilitare anzitempo: attaccato di sorpresa dal nemico Zwidé, Dingiswayo venne catturato e ucciso. Giunto in ritardo, triste e in ansia, Shaka trovò la testa del suo re impalata su un’asta in mezzo alla pubblica piazza proprio davanti al luogo di riunione del consiglio. Dappertutto vi era confusione e paura. Poiché Zwidé era sempre in agguato, i reggimenti elessero Shaka capo supremo; le truppe nemiche vennero sconfitte e lo stesso Zwide fuggi e mori poco dopo. Shaka diventò cosi il capo della maggior parte delle tribù della popolazione nguni.

Shaka iniziò cambiando nome al suo popolo: Nguni pareva mediocre; egli scelse infatti un nome che risuona come un tamburo di guerra e rimbomba come il brontolio d’un temporale, Zulu, vale a dire il cielo; AmaZULU, quelli del cielo. In questo stesso periodo gli si attribuisce la dichiarazione seguente: «Io sono come quella grande nuvola dove tuona la folgore, nessuno le può impedire di fare ciò che vuole: guardo i popoli ed essi tremano». Per prima cosa Shaka organizzò un esercito di tipo nuovo. I reggimenti (impis) erano composti ognuno da un migliaio di uomini o donne all’incirca della stessa età: il loro capo era l‘induna e nell’intervallo tra due guerre si acquartieravano in accampamenti impegnandosi in esercizi intensivi e quotidiani. Ogni reggimeflfo aveva la sua uniforme e portava un segno distintivo, fascia di colore diverso sulla fronte, colore degli scudi, delle piume di struzzo infilate tra i capelli, ecc. In questo modo Shaka poteva individuare i diversi reparti nel corso della battaglia. Ogni reggimento aveva il suo grido di guerra; i reggimenti formati da donne venivano utilizzati in grande maggioranza nell intendenza (cucina, trasporto, ecc.). Shaka abolii sandali dei soldati perché a suo avviso ne rallentavano i movimenti. Il rancio delle truppe consisteva quasi esclusivamente in carne, ed era fatto espresso divieto di bere latte. Nel corso della battaglia la disciplina era ferrea: indietreggiare o ritornare senz armi comportava la pena capitale, mentre un induna che ritornava senza bottino poteva essere condannato all’eliminazione fisica («inghiottito», come diceva Shaka) talvolta con tutti i suoi uomini. Non bastava il coraggio, occorreva il valore. Una rivoluzione nel settore dell’armamento impresse maggior vigore all’esercito; fino ad allora ogni soldato nguni aveva due armi offensive: la lancia e la zagaglia per il corpo a corpo, entrambe con l’asta piuttosto lunga. Shaka eliminò la prima e mantenne la seconda accorciandone considerevolmente l’impugnatura e allargandone molto la lama, ne fece cosi un’arma per colpire di punta; completavano l’equipaggiamento l’ascia e lo scudo di pelle di bue. In questo modo il soldato zulu non possedeva più armi da lancio, il che ebbe importanza sotto il profilo psicologico: in effetti l’arma lunga sviluppa la paura, il riflesso di allontanamento e di fuga, mentre, se non vuole essere svantaggiato, il portatore di un’arma corta deve costringere il nemico a quel corpo a corpo in cui l’altro è invece impedito dalla eccessiva lunghezza della sua arma. Così la zagaglia corta (come la spada corta dei Romani) incita i guerrieri all’offensiva permanente.

Quanto alla strategia e la tattica, sembra che su questo punto Shaka abbia imparato molto dal suo feudatario Dingiswayo. Egli rinunciò all’usanza tradizionale dell’attacco in ordine sparso, adatto unicamente a gesta individuali. L’impi era un contingente saldo che avanzava in file compatte con l’idea di arrivare a qualunque costo al corpo a corpo.
Joseph Ki-Zerbo, “Storia dell’Africa nera”, Giulio Einaudi editore, pag. 459

Missionari e libertà di consenso della fidanzata

Talvolta i missionari hanno anche svolto una funzione politica più diretta, entrando in conflitto con l’amministrazione locale particolarmente sul terreno sociale: essi hanno incoraggiato ad esempio l’emancipazione delle fanciulle e hanno saputo sfruttare al massimo il decreto Mandel sulla libertà di consenso della fidanzata, creando persino degli accampamenti (da alcuni settori aspramente criticati) in cui le fanciulle erano difese dalle iniziative dei loro pretendenti indesiderati. Seguirono dei contrasti cui le autorità locali avrebbero preferito non assistere. Altri amministratori trasferirono la disputa sul laicismo dalla Francia all’Africa e nei missionari videro degli individui che occorreva tenere a bada prima che corrompessero tutto il corpo sociale. Intervennero anche delle questioni personali e l’abituale collaborazione del comandante e del missionario fu oscurata da spettacolari tempeste. Nel complesso quindi, le missioni cristiane sono state una delle principali leve dell’evoluzione sociale, intellettuale e morale di questi paesi.

Nel 1900 Sir Harry Johnston, console generale britannico, stipulava un accordo con il kabaka del Buganda mediante il quale questi instaurava il regime della proprietà privata, innovazione rivoluzionaria che inseriva di colpo il paese nel sistema capitalistico.
Joseph Ki-Zerbo, “Storia dell’Africa nera”, Giulio Einaudi editore, pag.

La prima atomica americana che ha annientato Hiroshima è stata fabbricata con uranio congolese

Ai popoli africani fu richiesto uno sforzo bellico eccezionale per la fornitura delle materie prime strategiche (minerali, gomma, legname, prodotti alimentari), di cui l’Occidente aveva una grande necessità; è noto che la prima atomica americana che ha annientato Hiroshima è stata fabbricata con uranio congolese.
Joseph Ki-Zerbo, “Storia dell’Africa nera”, Giulio Einaudi editore, pag.

Chiese nazionaliste africane e profeti

In un settore completamente diverso, quello delle chiese, venivano alla luce dei movimenti di carattere nazionalista. Abbiamo già esaminato il contributo dell’Islam alla resistenza africana, ad esempio con il Mahdi ed al-Hadi Omar; oppure le esperienze di collaborazione talvolta organica, come nel caso dell’indirect rule in Nigeria, tra il potere coloniale e le autorità islarniche. Di tanto in tanto in un paese musulmano si annuncia un mahdi (messia) e di solito appare sbandierando un programma anticoloniale. Ma anche nella religione cristiana per quanto importata dall’Europa e dagli Stati Uniti, il nazionalismo si esprimeva attraverso la fede, che d’altronde non aveva forse in sé il seme nazionalista, in ouanto

professava l’origine divina di tutti i discendenti di Adamo e la misteriosa consanguineità di tutti i cristiani in Cristo? Secondo le parole di Paolo i fedeli non sono forse «membri di uno stesso corpo a cui fa capo Cristo, il primogenito di una moltitudine di fratelli? » La maggior parte dei coioni dell’epoca non erano esattamente dei cavalieri della carità cristiana e il razzismo poteva attestarsi in determinati edifici del culto sotto forma di segregazione antievangelica tra bianchi e neri: allora il profetismo e il messianesimo propriamente africani intervenivano per annunciare una era nuova.

Peraltro come l’Islam anche il cristianesimo sostituiva l’animismo con una ideologia religiosa più dinamica perché creava una comunità molto più vasta: gli «dei» del luogo d’origine o della famiglia con caratteristiche limitate al territorio cedevano il passo a una Chiesa universale e introducevano anche tra gli Africani un incommensurabile principio di integrazione’. Ma ancora una volta la realtà troppo spesso si sovrapponeva al concetto di colonia; già l’African Orthodox Church fondata dal giamaicano Marcus Garvey insegnava che gli angeli erano neri e i demoni bianchi. L’idea si diffuse in tutta l’Africa, dove il movimento nazionalista all’interno delle chiese si presentò sotto due aspetti diversi: uno autonomista e uno profetico.

La prima forma si esprimeva ad esempio nella famosa risposta del pastore nero E. J. Nemapare della Rhodesia del sud che aveva operato uno scisma africano nella chiesa metodista e veniva accusato di smembrare il corpo di Cristo: «Nemmeno un protestante può accusarmi di smembrare il corpo di Cristo. È mio diritto di protestante, il protestare...» Molte chiese di tipo «etiopico o sionista» seguirono questa via autonomista; allora il contenuto della fede veniva spesso riformato in senso nazionalista; alle porte del Paradiso bisogna quindi presentare come lasciapassare la pelle nera! E il profeta zulu Isaia Shembe sta personalmente alla porta del cielo per scartare i bianchi, perché questi, essendo tutti ricchi, hanno già conseguito la loro parte di felicità su questa terra... Nel 1913 William Harris, di origine libenana e catechista metodista, predicava nella Costa d’Avorio una religione che gode tuttora di vasta popolarità; ma egli si presentava come il gallo annunciatore dell’alba, come il precursore dei missionari bianchi: in un anno fece centoventimila adepti. Era allegro e ottimista, affermava che Dio voleva essere onorato da canti e danze e non credeva alla penitenza, alla contrizione, al prezzo della sofferenza, alla «valle di lacrime». Harris fu attaccato duramente dai sacerdoti cattolici e, sebbene molto moderato nei confronti del potere coloniale, fu espulso dalla Costa d’Avorio per ritornare in Liberia dove mori.

Nell’Africa Equatoriale e Centrale, nelle regioni dove lo sfruttamento colonialista era più rigido e nei momenti di recrudescenza di questa oppressione, come durante la crisi economica del 1930 e la miseria del periodo bellico del 1940, il profetismo si sviluppava naturalmente come un mistico compenso alla terribile realtà. Figlio di un noto mago, diventato catechista protestante Simon Kimbangu predicò una nuova fede che si diffuse in tutto il basso Congo con la velocità del lampo: egli ordinò la distruzione dei «feticci» e l’abolizione della poligamia; battezzò la sua residenza di Nkamba con il nome di Gerusalemme, si circondò di dodici apostoli, ma contrariamente al «date a Cesare quel che è di Cesare» vietò ai propri discepoli di pagare le tasse e di coltivare il mais. Un giorno i suoi discepoli risposero a un capo villaggio: «Tu devi solo tacere. Non è l’amministratore a dare la grazia». Altri credevano che il 21 ottobre 1921 sarebbe venuta la fine del mondo con un fuoco celeste che avrebbe polverizzato i bianchi. Seguirono degli atti di sabotaggio. Arrestato e condannato a morte, Kimbangu vide la propria pena commutata nel carcere a vita e dopo trent’anni di prigionia mori nel 1951 a Elisabethville. Originario del Congo francese e propagatore di una dottrina altrettanto impegnata, nel 1930 André Matswa fu deportato nel Ciad, dove rimase in carcere fino alla morte nel 1942. Nel 1952 gli Africani detenuti per appartenenza a sette considerate pericolose erano tremilaottocentodiciotto. Mulowozi Wa Yezu (mandatario di Gesù) e Alleluia, capo della setta Kitawala, furono impiccati nel nel distretto di Stanleyville.

Per il fatto di rimettere in discussione l’ordine coloniale partendo dal sentimento religioso diffuso proprio dall’apporto europeo, a giudizio delle autorità coloniali questi leaders neri venuti dalla gavetta erano ancora più pericolosi dei politici: i fedeli della Chiesa nazionale della Nigeria e del Camerun non recitavano forse delle preghiere «al Dio dell’Africa» e delle litanie dove si implorava la liberazione dall’imperialismo?
Joseph Ki-Zerbo, “Storia dell’Africa nera”, Giulio Einaudi editore, pag. 632

I partiti politici africani. Partiti di notabili, di quadri, di massa.

Furono degli organismi molto diversi tra loro a orchestrare il movimento nazionalista dell’Africa nera; ma lo strumento specifico della lotta in questo campo, il vero e proprio esecutore, fu il partito politico. A partire dal 1945 in Africa nera proliferarono centinaia di partiti, legali o meno; non è possibile in questa sede descniverli tutti o anche solo enumerarli’. I partiti politici africani non sono sorti dal nulla, bensi da un gruppo di concatenazioni storiche ben precise: ecco perché i loro contenuti e le loro strutture sono in funzione di fattori precoloniali e coloniali. Spesso i partiti e l’amministrazione hanno sfruttato il meccanismo dell’autorità tradizionale per le loro campagne elettorali e per la loro propaganda; per molto tempo per il popoio la sola convocazione autentica fu quella del capo e con tutta naturalezza determinati partiti hanno cercato il patrocinio di quelle che erano le autorità per consuetudine; certi capi si sono presentati personalmente come candidati, oppure hanno fatto eleggere i loro figli: nel 1945 l’Unione Voltaica opponeva il capo provincia Balum Naba al RDA rappresentato da Houphouèt Boigny, che era anche capo cantone. Altri partiti sono scaturiti da una base «tribale»: le associazioni organizzate per la rinascita della società fang hanno contribuito alla formazione dei partiti dei Gabon; l’abate Fulbert Youlou ha beneficiato del fervore mistico rnobilitato dai profeti congolesi come Matswa; Moulari, del clan nkazi, era cugino di clan del presidente Kasavubu, il cui clan nagani fa parte dei dodici clan della famiglia Congo: di conseguenza, l’appoggio di Fulbert Youlou al presidente Kasavubu si spiega in gran parte proprio con questa appartenenza ttibale comune. Inizialmente il presidente Kasavubu era leader di una associazione tnibale a carattere culturale fondata nel 1949 con il nome di «Associazione dei BaKongo per l’unificazione, la conservazione e la diffusione della lingua kikongo »: questo organismo entrò nella politica con il suo manifesto del 1956. Anche il grande partito della Nigeria occidentale, l’Action Group, ha vissuto le sue prime esperienze politiche sotto forma di raggruppamento etnoculturale yoruba, la «Egbe Orno Oduduwa», mentre la Juvento e il Comitato di Unità Togolese (cuT) erano per certi versi l’espressione politica del movimento pan-ewe che animava questo gruppo attraverso le frontiere dei due o tre territori in cui era diviso.
Joseph Ki-Zerbo, “Storia dell’Africa nera”, Giulio Einaudi editore, pag. 633

Nella boscaglia, dove si affrontavano due partiti rappresentati dal leone e dall’elefante, la campagna elettorale si riduceva spesso a un contraddittonio tra i due candidati sui pregi e i difetti dei due animali

Dato l’analfabetismo della quasi totalità del corpo elettorale, questo fatto introduceva una vena di autenticità, perché sovente proprio nella lingua locale bisognava negoziare la piattaforma ideologica del partito. D’altronde nelle città il leader celebre poteva riunire e arringare per molte ore grandi folle di abitanti appartenenti a diverse etnie parlando loro in francese o in inglese; ma nella boscaglia, dove si affrontavano due partiti rappresentati dal leone e dall’elefante, la campagna elettorale si riduceva spesso a un contraddittonio tra i due candidati sui pregi e i difetti dei due animali. Proprio per la loro periodicità le elezioni hanno svolto una funzione decisiva nell’instaurare un new deal dei concetti tra le masse africane; infatti rappresentavano una posta evidentemente importante dato che se ne toccava con mano la portata nella vita di tutti i giorni vedendo con quali riguardi il governatore bianco trattava il tale parlamentare o con quale rabbia impotente si scagliava contro il tal’altro, venendo a sapere che il tale comandante di distretto era stato sostituito su intervento del deputato nero... Le elezioni avevano anche una componente sportiva non trascurabile, erano i «grandi giochi» della nuova era di accesso al potere; infine, costringevano gli eletti ad avvicinarsi alle masse, a tentare di appagare le loro esigenze concrete: tnivellazioni di pozzi, costruzioni di ambulatori o di scuole, ecc. vero che numerosi uomini politici hanno ben presto imparato l’arte di manovrate lo specchietto per le allodole.., tanto più che l’amministrazione appoggiava apertamente i partiti considerati più sicuri, vale a dire rassicuranti per gli interessi coloniali. Ma in genere questi partiti sono stati eliminati, a meno che non si siano nicostituiti al momento della decolonizzazione.

Ma ancora altri fattori esterni influenzarono i partiti africani. Soprattutto nel settore francofono i partiti metropolitani fornirono un sostegno materiale, intellettuale e morale per nulla trascurabile, anche se spesso intriso di paternalismo; tanto che proprio in questo campo la decolonizzazione si impose. Alcuni partiti particolarmente temuti sono stati costretti a condurre un’esistenza clandestina densa di pericoli:

l’Upc in Camerun dal 1955, il Movimento di Liberazione Nazionale del Sudan, il RIJA nella Costa d’Avorio durante la repressione del 1949-50. Questa situazione ha contribuito a temprare maggiormente l’attivismo degli aderenti e a rafforzare la centralizzazione e la disciplina, costituendo cosi un ferreo nucleo di professionisti della lotta che sempre più si differenziano dalla nebulosa dei simpatizzanti; grazie al rapido susseguirsi degli avvenimenti, molti di questi combattenti, abituati a circolare di notte su sentieri bui, sono stati proiettati improvvisamente in poltrone ministeriali di stati indipendenti.

b)       Partiti di notabili, di quadri, di massa.

Come altrove, all’interno di questi raggruppamenti africani si possono distinguere dei partiti di notabili, di quadri e di massa, per quanto queste distinzioni non siano sempre rigorose. I partiti di notabili sono guidati da individui la cui posizione economica e il prestigio sociale, derivanti da motivi tradizionali o meno, li pone alla testa di clientele politiche; la leadership è loro conferita dalla legittimità dinastica, dalla nascita, dalla venerazione religiosa, dalla posizione economica. I metodi di questi partiti ne risentono fortemente, e in particolare il culto della personalità è una costante naturale. Si tratta in pratica di raggruppamenti a carattere feudale in cui il controllo democratico supera ben di rado le apparenze, perché anche se sussistono delle velleità democratiche nel signore, capo tradizionale o ricco borghese che comanda, difficilmente la massa di aderenti si disfa dell’abito di vassallo o di cliente. In un partito del genere l’inquadramento e la formazione vengono sacrificati a vantaggio del culto del verbo pronunciato dall’alto: in Nigeria settentrionale il Congresso dei Popoli del Nord intorno alla grande personalità del sarduna di Sokoto era un esempio tipico di questo genere di partiti. Ma ben presto si sono costituiti dei partiti di massa che si appellavano molto di più alla partecipazione, se non al controllo popolare. Allora la nozione di mandato assume un significato decisivo: i leaders fanno valere la loro rappresentatività e fanno di tutto per dare una forma organica all’adesione popolare: acquisto di tessere, elezioni a ogni livello, parole d’ordine, referendum, ecc. Da qui lo sviluppo della macchina del partito e la costituzione di un forte nucleo centrale di professionisti e di militanti che garantiscono i collegamenti con le masse: esempi sono il PDG in Guinea, l’Unione Sudanese in Sudan. Molto meno numerosi, i partiti di quadri sono quelli in cui la dottrina, l’organizzazione e il livello di istruzione degli aderenti prevalgono sull’assemblea popolare.

c) L’organizzazione dei partiti.

Le organizzazioni politiche africane hanno assunto le forme più disparate. La denominazione di Congresso significa un raggruppamento delle forze vive di un paese in una organizzazione con articolazioni non molto rigide che si presenta come promotrice della lotta politica a nome di tutto il paese; tale era il RIIA della Conferenza di Bamako nel 1946. Anche il Fronte è il risultato di una concentrazione politica, ma assume un carattere più contrattuale, ad esempio quando in una situazione rivoluzionaria un cartello di partiti si riunisce intorno a un programma di minima e opera in comune, nel quadro di regole precise, allo scopo di conseguire degli obiettivi ben definiti. Il termine partito, invece, significa un organismo politico molto più omogeneo, più ristretto, il quale dovendo fare i conti con le altre forze organizzate sullo scacchiere politico si attribuisce un campo di manovra molto più elastico. Come avremo modo di vedere, tutte queste forme compaiono nell’evoluzione politica dell’Africa nera dalla fine della guerra, sebbene con varianti talvolta stupefacenti. Può accadere che un partito di massa si presenti in una sezione come partito di notabili: ad esempio l’Ups nella regione di Kaolak dal 1948 al 1958 grazie all’autorità di Ibrahima Seydou Ndaw, sovrano (diaraf) del Sin-Salum e inoltre presidente del sindacato dei commercianti.

I partiti sono più o meno bene organizzati a seconda delle influenze esercitate agli inizi, delle esigenze politiche locali, della personalità dei leaders. Alla base si trovano le strutture elementari: comitato di quartiere o di villaggio, sottosezioni, cellule, ecc. Molto raramente si è applicato nell’Africa nera il tipo di organizzazione basato sul posto di lavoro, preferendo l’adozione dell’ambiente dove si abita e si vive in quanto più pratico e più adatto alla mentalità africana per la quale la solidarietà del vicinato è molto sentita e aggrega facilmente persone dalle funzioni sociali più disparate. L’organizzazione delle riunioni risulta semplificata; le parole d’ordine vengono diffuse automaticamente dal famoso « telefono africano», l’opera di reclutamento avviene attraverso una specie di fagocitosi naturale. Peraltro, il criterio di adesione è rimasto molto vago nella maggior parte di questi partiti: mentre nei meglio organizzati comportava come minimo la presenza alle riunioni, il pagamento annuo della tessera e delle quote oltre all’obbedienza alle direttive del partito, in altre organizzazioni erano considerati membri tutti coloro che partecipavano alle grandi manifestazioni del partito, che dichiaravano di dargli il voto, che avevano preso anche una sola volta la tessera, o semplicemente che appartenevano a una famiglia considerata iscritta, In realtà, il contesto africano imponeva alla base delle strutture particolari: la quasi totalità dei membri era analfabeta e non tutti potevano farsi una loro idea personale; di qui l’importanza della parola nell’impegno. Tuttavia, la solidarietà di clan o di famiglia veniva mobilitata in funzione di nuovi obiettivi, donde il carattere talvolta cosi profondo della scelta e degli antagonismi politici. Famiglie intere trasferivano su questo piano i contrasti del passato: la tale moglie di un poligamo oscillava tra il partito della famiglia di origine e quello di suo marito; il tale parente che sceglieva un nuovo partito veniva considerato traditore della famiglia, ecc. Al limite, il fenomeno del partito era integrato al complesso sociologico precedente. In certi casi particolari si conservavano i riti delle società segrete (sacrifici e comunioni rituali). Al di sopra degli organismi di base le strutture intermedie (comitati regionali, sezioni) servivano da cinghie di trasmissione: era a questo livello che venivano reclutati i militanti, gli attivisti che, a uguale distanza dai leaders e dalle masse, formavano l’ala in movimento del partito e talvolta si trasformavano in «giovani turchi» che esigevano radicali riforme nella linea, l’apparato o i metodi del partito. Ciò è ancora più evidente quando il partito ha dato inizio a una esperienza di partecipazione al potere. Talvolta le tensioni irriducibili terminano in secessioni, ad esempio tra l’ups e il PRASenegal nel 1959; per evitare contrasti di questo genere, certi partiti africani riducevano al minimo le conferenze o i congressi previsti dagli statuti.

Fin dall’inizio la leadership dei partiti africani è stata personalizzata in modo molto marcato, e questo senz’altro per il fatto che uno stesso individuo era stato il fondatore del partito e ne aveva creato l’organizzazione, cioè i quadri, polarizzando le speranze e le sofferenze delle masse nel corso di lotte politiche talvolta anche per decenni. In mancanza di riferimenti scritti il leader diventava egli stesso dottrina, programma, statuto e norma del partito, tanto nelle organizzazioni di massa che nei raggruppamenti di notabili. In molti sostenitori la devozione politica si trasformava in una venerazione quasi religiosa che attribuiva poteri magici al prestigioso capo da cui si attende tutto, anche il miracolo.

d) La funzione dei giovani e delle donne.

Il partito politico africano di massa ha saputo captare meravigliosamente il dinamismo di organizzazioni come i sindacati e le associazioni giovanili e femminili; queste ultime erano integrate nella struttura di partito mediante vincoli orizzontali e spesso beneficiavano di una rappresentanza negli organi dirigenti. I giovani, che troppo spesso hanno fruito di una istruzione sommaria per le manifestazioni piuttosto che di una formazione politica, sono stati il gruppo di punta di numerosi partiti: riuniti per esempio al Festival di Bamako nell’agosto 1957 essi prendevano nettamente posizione in favore delle tesi per l’indipendenza e l’unità africana. Quanto alle donne, esse hanno trasferito nell’arena della lotta anticolonialista la passione e l’abnegazione proprie del loro sesso; anche qui come altrove l’ammirazione amorosa nei confronti del leader ha avuto il suo peso. Nessuno meglio di loro poteva riassumere in uno slogan la vicenda di un popolo intero. La partecipazione femminile alle riunioni, soprattutto serali, poneva evidentemente dei problemi sentimentali o sociologici gravi e l’autonomia delle loro sezioni rappresentava la soluzione più efficace: numerose associazioni femminili di danza sono state semplicemente annesse da partiti dinamici. La loro funzione è stata ancora più determinante nelle regioni litoranee del golfo di Guinea dove per tradizione le donne prendevano maggiormente parte agli affari pubblici in ragione della loro più ampia libertà, del regime matrilineare e della loro potenza economica. Le associazioni di donne commercianti nella Costa d’Avorio, Ghana o Togo dominavano il mercato con il monopolio di vendita di determinati prodotti di grande consumo; le più politicizzate tra loro erano delle propagandiste d’urto, la cui attività era permanente e poteva giungere fino a esigere dal cliente la presentazione della tessera del loro partito prima di servirlo. Alcune donne sono rimaste celebri come eroine della lotta anticolonialista; ma l’aumento della rappresentanza femminile negli organismi direttivi è avvenuto con estrema lentezza per ragioni evidenti (minore istruzione, difficoltà e pregiudizi sociologici, ecc.). I grandi raduni dei partiti africani dànno modo a tutte le risorse culturali della società africana di manifestarsi con toni pittoreschi che fanno di queste assise un centro di educazione popolare, una mostra etnologica e una fiesta tropicale. Molte ore prima dell’arrivo dei dirigenti i gruppi naturali di uomini, donne e bambini vengono allineati o inquadrati, talvolta con l’intervento degli ex combattenti ricoperti di decorazioni, che con gioia e fierezza spiegano agli altri gli indimenticabili riti della caserma. Il tam-tam imperversa. Gli stregoni mobilitati inventano arie propagandistiche, oppure nei ditirambi antichi sostituiscono i nomi dei capi di un tempo con quelli dei dirigenti che si stanno aspettando. Altre canzonette ridicolizzano gli avversari politici e vengono riprese in coro dalle donne, alcune delle quali uniscono il gesto al canto e talvolta si lanciano nei capannelli per accennare dei passi di danza freneticamente applauditi; sulle rotondità delloro corpo, le signore sfoggiano delle stoffe stampate con l’effige del leader, il cui viso appare sempre in ottima posizione. I giovani si dànno da fare per tenere sgombri i passaggi; i buffoni e i saltimbanchi divertono la folla con esibizioni e barzellette. Tutto questo fermento che scalda piacevolmente gli animi e i cuori, raggiunge il parossismo quando in una nuvola di polvere appare la carovana del leader.

I metodi di azione di questi partiti sono caratterizzati da una notevole originalità africana e, nonostante programmi talvolta molto dissimili tra loro, spesso la prassi presenta delle analogie in una specie di sottomissione all’onnipresente realtà africana. Ad esempio i regali ai capi e i regali del capo esistevano nelle stesse forme sia nei partiti di notabili sia in quelli di massa; oppure, la notevole preferenza per i metodi della discussione e del negoziato anziché per le prove di forza. A questo riguardo si può notare come la decolonizzazione dell’Africa nera sia stata meno sanguinosa di quella asiatica o dei paesi arabi. Qualcuno si è affrettato a mettere questa evoluzione pacifica sul conto della maturità dei dirigenti negroafricani; senza negare questa qualità, è necessario ricordare altri motivi: prima di tutto la decolonizzazione ha raggiunto l’Africa nera in ritardo, in un momento in cui i colonizzatori, essendosi resi conto del carattere irreversibile dell’evoluzione, vedevano anche i vantaggi di una sistemazione amichevole; in secondo luogo essi avevano bisogno di una transizione pacifica in Africa nera, perché qui reclutavano contingenti per gli altri fronti: Indocina, Algeria, Madagascar. Sarebbe in ogni modo una grossolana semplificazione sostenere che l’indipendenza sia stata acquisita senza scosse da tutti i paesi dell’Africa nera: gli esempi dell’upc, dei Mau Mau, del Congo e dei territori portoghesi sono li a smentirla. In numerosi paesi si sono verificati scontri sanguinosi tra partiti africani o direttamente tra le forze della repressione coloniale e le masse africane che, quasi sempre, avevano per unica arma il loro fiero proposito di arrivare alla liberazione.
Joseph Ki-Zerbo, “Storia dell’Africa nera”, Giulio Einaudi editore, pag. 641

Nkrumah e la prima rivolta nel Ghana 1949

Nel frattempo il movimento nazionalista, già dilaniato da dissensi interni, si era scisso: i dirigenti dell’UGCC rimproveravano a Nkrumah il suo attivismo e il suo desiderio di associare e coinvolgere immediatamente le masse. Da segretario generale egli fu confinato al ruolo di tesoriere; allora all’interno dell’Ugcc fondò un Comitato dei Giovani di cui fu l’animatore. Alle assise successive Nkrumah fu oggetto della stessa diffidenza; allora ruppe con l’UGCC portandosi dietro l’ala trainante del partito, cioè i giovani, le donne proletarie e i cittadini impazienti di agire, e con essi creò un partito di massa, il CRN (Raggruppamento del Partito Popolare). Di fronte alle proposte britanniche i due partiti mostrarono ben presto il loro vero volto. L’UGCC rispose: «Discussione per l’autonomia il più presto possibile», mentre il CPP lanciava lo slogan: «Azione positiva per l’immediata autonomia: self -government now!» In uno scritto dell’epoca Nkrurnah spiegava che in un paese in cui la grande maggioranza della popolazione non sa leggere l’unica scuola valida è quella dell’azione. Venne creata una organizzazione eccellente, ben strutturata e spettacolare: sfilate scandite da canti popolari, slogan o inni religiosi; danze di donne, costumi sgargianti per le orchestre e i portabandiera. Le automobili del CPP battezzate con nomi di battaglia (il Reclutatore, il Militante) si spingevano negli angoli più sperduti della boscaglia. Ma l’azione doveva rimanere non violenta. Il 20 novembre 1949 fu tenuto il primo comizio di massa del CPP che respinse il rapporto Coussey e propose un programma di riforme radicali. Nkrumah fece appello alla disobbedienza civile nel caso in cui questo programma di riforme fosse stato respinto, e i sindacati gli diedero il loro appoggio. Dinanzi al rifiuto inglese il crp lanciò una campagna di azione positiva e i sindacati annunciarono uno sciopero generale per l’8 gennaio 1950: il giorno 7 gli ex combattenti si diressero in fila per quattro verso il palazzo de] governatore per consegnare un programma di rivendicazioni; poiché le miimazioni a fermarsi caddero nel vuoto, l’ufficiale inglese ordinò il fuoco, ma le truppe africane rifiutarono di sparare sui loro anziani. Tuttavia, quattro ex combattenti furono feriti a morte dall’ufficiale inglese. Allora la popolazione scatenata si mise a saccheggiare il quartiere degli affari.

Il governo era scavalcato. Ma l’interruzione dei rifornimenti e la scarsità di tutti i generi provocarono una condizione di miseria tale che i leaders politici e sindacali diedero ordine di sospendere lo sciopero: i membri del comitato esecutivo del CPP furono messi agli arresti e i capi sindacali severamente puniti. Tuttavia, un dirigente del CPP, Gbedemah, che era stato appena liberato mantenne alto il morale dei nazionalisti e il CPP usci vittorioso nelle elezioni parziali di Accra e di Cape Coast: un suo rappresentante riusci anche a far portare l’età degli elettori da venticinque a ventun anni, un grosso successo per un partito che si appoggiava principalmente sui giovani. Fu a questo punto che nel UGCC  venne introdotto il titolo di «diplomato in prigionia», e dei militanti ostentavano con fierezza il berretto riservato ai titolari di questo diploma («prison graduate cap»).

Secondo il rapporto Coussey le elezioni generali avrebbero dovuto svolgersi a febbraio del 1951, il CPP benché fosse contrario al rapporto deliberò di partecipare alle consultazioni elettorali per dimostrare agli Inglesi il suo largo seguito di massa e per ottenere la liberazione dei suoi leaders. In effetti, il CPP ottenne trentaquattro seggi su trentotto. Benché in carcere, ad Accra Nkrumah ricevette il 98,5 per cento dei suffragi. Gli Inglesi furono per il jair play e decisero di rilasciare i dirigenti del partito con un atto di clemenza: uscito dal carcere, anche Nkrumah ostentò il famoso berretto di tela bianca di «diplomato in prigionia» e venne portato in trionfo da una immensa folla delirante. Il governatore, Sir Ch. Arden Clark, entrò immediatamente in contatto con lui e lo riconobbe leader parlamentare, mentre il CPP trasformava la parola d’ordine della disobbedienza civile in quella della collaborazione strategica. L’anno successivo Nkrumah diventava primo ministro (marzo 1952).

Nel 1954 con una nuova costituzione veniva istituita una assemblea composta esclusivamente da membri eletti e toglieva gli Europei da qualsiasi funzione ministeriale. In quello stesso anno le elezioni generali diedero ai ~ 771 seggi su 104, una maggioranza sicura ma non schiacciante: infatti l’opposizione si era ripresa e cristallizzata in raggruppamenti a carattere confessionale o regionalista. In questo senso i partiti più importanti erano il Partito della Gente del Nord (NPP) e il Fronte di Liberazione Nazionale (NLM) incentrato sull’Ashanti. Poiché il governo del CPP aveva aumentato le tasse sull’esportazione del cacao i piantatori ashanti si ritennero lesi nei loro interessi e agitarono lo spettro della dittatura del sud richiedendo l’autonomia finanziaria della loro regione. Alcuni tentativi per raggiungere un compromesso fallirono. Intanto il referendum del Togoland, sotto mandato britannico, grazie a un’attiva propaganda del CPP e contrariamente alle aspirazioni pan-ewe.
Joseph Ki-Zerbo, “Storia dell’Africa nera”, Giulio Einaudi editore, pag. 644

La Sierra Leone.

L’evoluzione della Sierra Leone verso l’indipendenza fu ancora più pacifica. Questo piccolo territorio della Corona comprendeva una regione costiera (la colonia) e una zona interna (il protettorato). I creoli della colonia, meticci discendenti da schiavi rimpatriati, erano circa centoventimila; europeizzati, essi avevano il controllo del commercio sotto l’egida delle compagnie inglesi o libanesi’. Abitato da indigeni temne e mende analfabeti al 90 per cento, il protettorato aveva dalla sua il fattore numerico essendo quindici volte più popoloso. Le esigenze belliche avevano portato allo sviluppo dello splendido porto naturale di Freetown e una manodopera abbondante reclutata nel protettorato entrò in contatto sempre più diretto e più stretto con le cose e le persone della costa. Ne segui una recrudescenza dell’antagonismo tra le due parti: ogni volta che la Gran Bretagna decideva di associare maggiormente gli Africani africanizzando gli incarichi direttivi o aumentando il numero dei sierraleonesi nel consiglio esecutivo, come accadde nel 1943, i creoli ne approfittavano. Nel 1947 il governatore Sir Stevenson approntò una costituzione liberale che assegnava agli Africani la maggioranza nel consiglio legislativo; ma poiché dovevano funzionare le regole della democrazia il protettorato doveva avere quattordici rappresentanti e la colonia sette. Per quanto relativamente favoriti, i creoli rimasero molto indignati. Essi contavano sul loro sviluppo culturale assai avanzato per ereditare il potere coloniale britannico e adesso rischiavano di subire la ferrea legge dei numeri: di conseguenza, tentarono di boicottare la Costituzione attraverso il loro partito, il Consiglio Nazionale della Sierra Leone guidato da Bancole Bright. Ma il protettorato reagi con una potente controffensiva sotto l’egida di Milton Margai che, appoggiato anche da alcuni creoli innanzitutto nazionalisti, creò nel 1950 il Partito del Popolo della Sierra Leone (SLPP) esigendo l’immediata applicazione del dettato costituzionale, come avvenne. Le elezioni che seguirono nel 1951 sancirono la schiacciante vittoria degli abitanti del protettorato, e il governatore scelse i membri del consiglio esecutivo soltanto tra i membri del SLPP che nel 1953 ricevettero il nome di ministri titolari di dicastero. Nel 1954 Margai diventava «ministro in capo»; nel 1956 il consiglio legislativo veniva ribattezzato con il nome di Camera dei Rappresentanti. Una volta diventato unitario, il governo aboli il protettorato e i consigli distrettuali, fino ad allora consultivi, furono trasformati in assemblee deliberanti. Fu in questo periodo che si ebbe la grande corsa alle miniere di diamanti del distretto di Kono; il contrabbando, che sfidava il monopolio della Selection Trust, creò dei nuovi ricchi e sconvolse ancora di più le gerarchie stabilite. L’ultramoderato partito di Margai aveva previsto l’indipendenza per il 1962, ma gli avvenimenti del Ghana accelerarono i tempi: le elezioni con suffragio diretto del 1957 confermarono la sicura maggioranza del SLPP; nel 1958 da ministro Margai diventò capo del governo, l’anno successivo fu nominato cavaliere dalla regina Elisabetta e nel 1960 il governatore gli cedette poteri speciali che ancora deteneva. Nello stesso anno i partiti di opposizione si fusero con il suo formando un fronte nazionale unificato i cui rappresentanti si recarono a Londra per fissare amichevolmente il calendario dell’indipendenza, che fu ottenuta il 27 aprile 1961. Nella serata di gala, l’ingresso del vecchio medico di campagna africano, tutto raggiante al braccio di Sua Maestà la Regina Elisabetta, fece sensazione: era la vera e propria immagine della politica inglese dell’« andarsene per fermarsi meglio».

Dopo la morte di Margai (1964) l’appoggio dei Temni settentrionali diede l’egemonia al partito APC di Siaka Stevens che fu subito rovesciato da un colpo di stato militare per ritornare poco dopo al potere con il «colpo dei sergenti» del 8 aprile 1968.
Joseph Ki-Zerbo, “Storia dell’Africa nera”, Giulio Einaudi editore, pag. 653

I vestiti per gli africani secondo i colonizzatori

Lo statuto dei notabili evoluti dell’Africa Equatoriale venne «proposto come modello a tutte le colonie dell’Africa nera». «Le finalità dell’opera civilizzatrice realizzata dalla Francia nelle colonie scartano qualsiasi concetto di autonomia, qualsiasi possibilità di evoluzione al di fuori del blocco francese dell’impero. L’eventuale costituzione, anche a lungo termine, di un sei/government nelle colonie è da rifiutare. Nella Grande Francia coloniale non vi sono popoli da liberare né discriminazioni razziali da abolire... Vi sono popolazioni che noi intendiamo condurre passo passo allo stato giuridico, le più mature alle libertà politiche, ma che non intendono conoscere altra indipendenza che l’indipendenza della Francia». È  pur vero che nel corso di una seduta il governatore generale Eboué fece conoscere l’opinione degli indigeni sui problemi proposti all’attenzione della conferenza sotto forma di alcuni rapporti redatti dagli «intellettuali neri»; uno di questi definiva la colonizzazione «sotto il profilo umano l’atto con cui l’uomo cerca di stabilire l’equilibrio vitale tra tutti i gruppi che formano l’umanità». E continuava precisando che: «Il nero d’Africa, chiunque egli sia, possiede un rudimento di religione: toglierglielo con l’ateismo o la confusione delle dottrine religiose importate significa sicuramente farne un disadattato. Occorre sceglierne una, e tocca al colonizzatore trovarla». E per quanto riguarda i vestiti: «L’abbigliamento, il modo di vestire dell’Europeo, è considerato la forma di bellezza più perfetta cui sia pervenuto il senso estetico dell’uomo. E il nero può adottarlo tanto più facilmente in quanto non richiede molti sforzi di assimilazione». Insomma, concludeva il nostro, «noi siamo per estendere integralmente la civiltà occidentale in Africa». Davvero gli esperti riuniti a Brazzaville non rischiavano nulla... Potevano persino atteggiarsi a rivoluzionari. Occorre tuttavia notare queste parole dei rapporto di Fily Dabo Sissoko, il quale peraltro considerava la colonizzazione « un dovere di fratellanza»: «Ed ecco le nostre conclusioni: nel Suclan francese occorre che a) il nero resti nero, come vita e come processo evolutivo; b) il bianco cerchi con tutti i mezzi adeguati di far evolvere il nero secondo la linea di sviluppo propria del nero».

Joseph Ki-Zerbo, “Storia dell’Africa nera”, Giulio Einaudi editore, pag. 656

Elezioni sotto il colonialismo

Nell’euforia della vittoria e nell’unanimità della Francia progressista, la

prima Costituente aveva elaborato un progetto alquanto audace (aprile 1946) che prevedeva in particolare all’articolo 41 che «la Francia formasse con i territori d’oltremare da una parte e gli stati associati dall’altra una unione liberamente accettata». Ma con il deteriorarsi della coalizione di centro-sinistra dei partiti francesi e sotto i colpi di un gruppo di pressione e di interessi chiamato «Stati generali della colonizzazione francese», questo progetto doveva venir respinto mediante referendum. La Costituzione dell’ottobre 1946 riprendeva la linea ambigua della Conferenza di Brazzaville; in effetti, nel preambolo (semplice dichiarazione di intenzioni, sia pure) stabiliva: «Fedele alla propria missione tradizionale, la Francia intende condurre i popoli di cui ha preso cura verso la libertà di autoamministrarsi e di gestire democraticamente i propri affari». Ma si trattava anche di «coordinare le loro risorse e i loro sforzi per sviluppare le rispettive civiltà», una concezione autonomista molto netta. Per contro, il titolo VIII faceva prevalere una scelta unitaria: la Repubblica francese, «che comprende la Francia metropolitana, i dipartimenti e i territori d’oltremare», veniva dichiarata «una e indivisibile». L’articolo 72 riservava costituzionalmente al Parlamento francese la competenza legislativa in materia di diritto penale, di organizzazione delle libertà pubbliche e di organizzazione politico-amministrativa per i territori d’oltremare; in altri termini, senza revisione costituzionale, in questi settori il Parlamento non poteva abbandonare certi poteri a vantaggio dei territori d’oltremare. Era chiaro che si prevedeva una rappresentanza parlamentare, ma il suffragio non era universale. Nelle colonie il paese legale era formato da notabili, intellettuali ed ex combattenti come cittadini con stato giuridico. D’altronde, per quanto tutti i loro componenti avessero conseguito «il diritto di cittadinanza allo stesso titolo dei Francesi della madrepatria» la rappresentanza dei territori d’oltren’iare non era proporzionale né paritaria, ma fissata in modo arbitrario affinché, secondo le parole di Edouard Herriot, « la Francia non diventi la colonia delle sue colonie». Tenuto conto della popolazione i territori d’oltremare e i domini d’oltremare avrebbero dovuto avere oltre il 6o per cento dei deputati al Palais Bourbon, mentre la legge 1° ottobre 1956 fissava il numero dei deputati d’oltremare a trentotto, vale a dire un rappresentante ogni ottocentomila abitanti circa, contro i cinquecentoquarantaquattro della sola madrepatria, cioè un rappresentante ogni ottantamila abitanti circa. Era la prima disavventura dell’assimilazionismo... che induceva Jacques Soustelle a scrivere: «Arriviamo alla sbalorditiva situazione attuale in cui il Parlamento di Parigi comprende un certo numero di deputati africani, il che in sé è un’ottima cosa; ma il loro numero è eccessivo se si tratta di votare leggi che interessano soltanto la madrepatria, mentre è troppo esiguo per rappresentare in modo valido le popolazioni africane quando si discutono argomenti che le riguardano direttamente».

Come faceva notare in quel periodo un giornalista, «Non si capisce come un gruppo marginale di deputati poligami possa decidere sul diritto di famiglia di un paese monogamo come la Francia». Questo tipo di anomalia saltava agli occhi anche a livello inferiore; in effetti, a partire dal 1952 era stato creato in ogni colonia un consiglio generale, chiamato assemblea territoriale, con competenza deliberativa per le questioni di bilancio e di opere pubbliche, ma consultiva per tutto il resto. Cosi pure a livello di federazioni africane erano stati istituiti a Dakar per l’Africa Occidentale Francese e a Brazzaville per l’Africa Equatoriale Francese due grandi consigli con competenze analoghe; ma la rappresentanza in queste assemblee locali, come in quelle metropolitane. non era formata da un collegio elettorale unico: l’esistenza di un primo collegio che raggruppava i cittadini con stato civile francese, e cioè di fatto sudditi metropolitanì, mirava a garantire ai coloni una rappresentanza privilegiata se non aristocratica. Fu cosi che il senatore europeo dell’Oubangui venne eletto da quindici elettori. Il sistema segregazionista e discriminatorio del doppio collegio era in contraddizione flagrante con gli articoli 3 e 82 della Costituzione sulla parità dei diritti.

Peraltro, la Costituzione aveva posto il principio della legislazione speciale per i territori d’oltremare al fine di adattare le leggi alla loro particolare situa~ione; per cui fu creata una Assemblea dell’Unione Francese composta da centocinquantadue consiglieri, di cui settantasei d’oltremare e settantasei cooptati dai parlamentari metropolitani. Senza tener conto del fatto che molto spesso l’assemblea serviva da «parcheggio per uomini politici dispensati dalle loro funzioni», essa godeva soltanto di poteri consultivi; i suoi consigli, talvolta basati su studi documentati, erano ascoltati distrattamente dall’Assemblea nazionale che «ignorava sovente le sue deliberazioni e i suoi rapporti». Relegata a Versailles, essa rifletteva nei suoi costumi variopinti provenienti dai quattro continenti tutta la tavolozza dell’universo francese e rappresentava un epifenomeno costituzionale. Per quanto riguardava l’esecutivo, i paesi africani e malgasci erano ancora più lontani dalla realtà del potere 2; la presidenza dell’Unione Francese spettava di diritto al presidente della repubblica, il quale presiedeva anche l’Alto Consiglio dell’Unione che si riuni per la prima volta soltanto nell’ottobre del 1937!

E a giugno del 1955 tra i trentanove membri del governo Laniel non vi era un solo rappresentante d’oltremare. Il ministero chiave per i territori d’oltremare, quello appunto della Francia d’Oltremare, il cui potere ratificato per decreto rimaneva praticamente inalterato, continuò a essere monopolio dei metropolitani; cosi pure nessun Africano fu eletto in quel periodo a una carica di governatore o di alto funzionario. L’Unione Francese (l’aggettivo franco-africano non era ancora di moda...) portava bene il proprio nome.

Non bisogna tuttavia trascurare gli aspetti positivi. Lo stato di cittadino riconosciuto a tutti gli africani aboliva la scandalosa disuguaglianza che distingueva gli originari dei quattro comuni (le quattro vecchie) del Senegal dai loro simili africani. Inoltre, con la revisione del codice penale si eliminava l’odioso regime dell’indigenato e l’estensione delle libertà repubblicane ai territori d’oltremare rendeva possibile la creazione di partiti politici africani, mentre la soppressione del lavoro coatto, nei suoi molteplici aspetti, scaricava dalle spalle di milioni di Africani il peso di un giogo intollerabile; infine, il sistema delle istanze scaglionate ai vari livelli federale, africano e metropolitano, con assemblee ed elezioni periodiche per rinnovarle, instaurava in tutta l’Africa un carosello incessante di consultazioni elettorali. Se queste elezioni non favorivano la calma propizia al lavoro, se spesso erano prestabilite dall’amministrazione, sono comunque servite da scuola parallela per numerosi Africani e hanno fornito parecchie occasioni per animare la propaganda nazionalista allo scopo di spezzare o di superare l’angusto contesto costituzionale dell’Unione Francese, un organismo non orizzontale ma verticale, che per la sua stessa ambiguità darà libero corso, secondo le parole di Duverger, all’irrealismo di sinistra (assimilazione) e all’irrealismo di destra (paternalismo). Dal 1946 al 1948 segui un intenso ribollio politico, e dal 1948 al 1955 un periodo di stagnazione provocò una seconda fiammata nazionalista che la legge quadro cercò di spegnere, ma solo per due anni, fino al referendum del settembre 1958 che fece accelerare il cammino verso l’indipendenza.
Joseph Ki-Zerbo, “Storia dell’Africa nera”, Giulio Einaudi editore, pag. 659

Nyerere e il Tanganica

In Tanganica fu introdotto il suffragio universale: la legge elettorale prevedeva una rappresentanza tripartita e paritaria per i tre grandi gruppi razziali del paese, nel senso che ogni elettore doveva votare al tempo stesso per un candidato europeo, per uno africano e per uno indù. Le consultazioni del 1958 misero in piena luce la personalità di Julius K. Nyerere: studente all’università di Makerere (Uganda) e nel 1949 a quella di Edimburgo, insegnante e professore di storia in alcuni istituti cattolici del Tanganica, egli si era dedicato ben presto al progresso intellettuale, sociale e politico dei suoi compatrioti e ancora studente aveva fondato una sezione dell’Associazione Africana del Tanganica di cui doveva diventare presidente; nel 1934 aveva poi trasformato questa organizzazione di intellettuali in un raggruppamento popolare con programma nazionalista, l’Unione Nazionale Africana del Tanganica (TANU). Invitato al congresso del Partito Laburista e delegato del Tanganica al Consiglio di tutela, Nyerere si convinse ancora di più dell’esigenza della liberazione politica e criticò severamente il èarattere antidemocratico del sistema plurirazziale che accordava la stessa rappresentanza a ventimila Europei, centomila Asiatici e nove milioni di Africani. Per quanto avesse creato delle sezioni fin negli angoli più sperduti della boscaglia e in quasi tutti i villaggi, nei consigli di governo il suo partito non era rappresentato. Nyerete diventò la bestia nera dell’amministrazione inglese, eppure prospettava l’indipendenza tra un quarto di secolo.

Un partito amministrativo, il Partito Unificato del Tanganica fondato nel 1956 per sostenere i programmi multirazziali del governatore Twining, raccLilse un consenso del tutto trascurabile negli ambienti africani, galvanizzando cosi l’entusiasmo dei militanti della TANU, che in segno di saluto lanciavano lo slogan del partito, «Uhuru na kazi» (libertà e lavoro). Ma Nyerere era un partigiano della non violenza; malgrado la sua designazione a membro del Consiglio legislativo insieme al sindacalista Rashidi Kawawa nel 1957, poco dopo egli rassegnava le dimissioni in quanto le sue proposte per una rappresentanza paritaria tra Africani e non-Africani non erano state tenute in debito conto. Comunque, egli accettò di partecipare alle consultazioni elettorali del 1958-59, in cui il suo partito ottenne tutti i seggi africani diventando così l’unico interlocutore valido della Gran Bretagna. In quello stesso periodo il governatore Turnbull sostituiva Twining e jain MacLeod succedeva all’aristocratico conservatore Lennox Boyd: la collaborazione con Turnbuli segnò l’inizio di uno sviluppo pacifico sul cammino dell’indipendenza. Nel 1960 si era intanto formato un governo responsabile (Madaraka), in cui la maggioranza dei seggi del Consiglio legislativo eletto spettava agli africani: su 771 seggi africani 70 andarono alla TANU, e J. Nyerere diventò primo ministro di una compagine ministeriale a maggioranza africana. Nel marzo 1967 il segretario di stato MacLeod si recò a Dar es Salam per negoziare l’ultimo atto di questo cammino pacifico quanto irresistibile e con il 5 maggio fu proclamata la totale autonomia interna: nessun deputato del Consiglio legislativo fu più nominato dal governatore, che a sua volta non fece più parte del consiglio di governo in cui Nyerere assunse il titolo di primo ministro. Acceso sostenitore dell’unità africana, Nyerere avrebbe accettato di ritardare all’occorrenza l’indipendenza del Tanganica per attendere paesi come l’Uganda, il Kenya e Zanzibar con il fine di costituire subito uno stato federale che accedesse all’indipendenza. Prima l’indipendenza o prima l’unità? Il problema si poneva all’incirca negli stessi termini che nell’Africa Occidentale, dal momento che anche qui la potenza coloniale aveva realizzato una forte integrazione amministrativa nell’Alta Commissione dell’Africa Orientale. La risposta di Nyerere fu «Uhuru na umako», indipendenza e unità. Ma come nella parte occidentale del continente, anche qui prevalsero ie forze centrifughe. Alla mezzanotte dell’8 dicembre 1961 il paese conseguiva la piena sovranità nazionale e in quello stesso istante sulla cima del Kilimangiaro, il tetto innevato dell’Africa, veniva issata la bandiera verde, gialla e nera del Tanganica, sublime simbolo della rinascita africana. Dopo aver ceduto per breve tempo la carica di primo ministro a Rashidi Kawawa, Nyerere fu scelto mediante plebiscito primo presidente, quando l’anno successivo il paese si trasformò in repubblica (Jamhuri). Ma il Tanganica era ostacolato dall’immensità di un territorio privo di infrastrutture sufficienti, dalla scarsità di risorse naturali e dalla esiguità di quadri africani; e quando nel 1964 lC rivendicazioni per africanizzare i quadri si estesero alle forze armate, un putsch militare mise in difficoltà J. Nyerere, che per ristabilire l’ordine fu costretto a ricorrere alle truppe inglesi: in effetti, dopo l’indipendenza il Tanganica era diventato il quattordicesimo membro del Commonwealth.

Per quanto riguarda Zanzibar, con Pemba e la frangia continentale situata in un enclave del Kenya, quest’isola fiabesca e profumata, appesa al fianco dell’Africa come un gioiello prezioso, continuò a essere un sultanato sotto protettorato britannico senza grossi cambiamenti fino al 1957. Dal 1926 i membri del Consiglio legislativo venivano nominati. Il monopolio principesco della coltivazione del chiodo di garofano procurava una invidiabile prosperità alle finanze pubbliche. L’apparato amministrativo era totalmente diretto da quadri inglesi. Sotto il profilo socioeconomico la minoranza indù e soprattutto araba di compradores, piantatori e commercianti, dominava abbondantemente la maggioranza degli Africani (Bantu e Shirazi) ridotti a condizioni di mezzadri e braccianti.
Joseph Ki-Zerbo, “Storia dell’Africa nera”, Giulio Einaudi editore, pag. 69

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