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Soren Kierkegaard: una figura enigmatica
La comprensione del pensiero di Kierkegaard si presenta agli occhi del lettore odierno tutt’altro che facile poiché presenta caratteristiche del tutto nuove rispetto ai pensatori precedenti: "non si tratta né di un semplice giro di pensiero che si svolge come un Tutto (Spinoza, Hegel), né di una intuizione che si dilata da se stessa in sistema (Fichte, Schelling) e neppure di una vita che si fa riflessione di pensiero (Pascal) o di un pensiero che scandaglia gli abissi della vita (Agostino)" [S. Kierkegaard, "Opere", a cura di C. Fabro, Sansoni editore, Firenze 1972, p. XI].
La figura di Kierkegaard è certamente enigmatica e complesso risulta il dominare la vastità delle sue opere; le varie interpretazioni date al suo pensiero, inoltre, non fanno altro che allontanare il lettore dalla decifrazione del lavoro di questo genio. Quale è la causa di tutte queste difficoltà? Sicuramente il fatto che il pensiero di Kierkegaard parte dalla inesauribile complessità dell’esistenza la quale non può essere mai racchiusa in un sistema; ecco perché è un "pensatore oscuro e complesso, labirintico e abissale" [S. Quinzio, "Kierkegaard, il cristiano moderno", in S. Kierkegaard, "Opere", ed. PIEMME, Casale Monferrato 1995, vol. I, p. XIV]. A questo si aggiunge il fatto che le letture del filosofo danese appaiono molteplici, Kierkegaard era solito nascondersi sotto vari e numerosi pseudonimi, fino al punto di disegnare più figure dell’autore, letture tutte parziali che sono strutturalmente incapaci di restituircene l’immagine intera. Esistono principalmente due ordini di difficoltà per comprendere il pensiero del filosofo danese:
1.la sua lingua che risulta essere complessa e disarmante anche per gli stessi danesi; infatti, per capire Kierkegaard non basta conoscere le sue opinioni, "ma bisogna anche studiare la forma letteraria con la quale egli riveste i suoi pensieri" [S. Kierkegaard, "Opere", a cura di C. Fabro, Sansoni editore, Firenze 1972, p. XII, nota 2]; 2.la triplicità dei piani con cui si presenta la produzione letteraria kierkegaardiana suddivisa in: scritti pseudonimi, scritti edificanti e "Carte" del Diario, quest’ultime ormai unanimemente riconosciute come fonte primaria e riferimento diretto dell’espressione originaria dei suoi pensieri.
Detto ciò si comprende come mai "la chiave ermeneutica dell’interpretazione oggettiva della produzione di Kierkegaard è soggettiva, ossia anch’essa dipende da una decisione radicale da parte del lettore di mettersi in sintonia con la sua scelta" [Ibid., p. XIII]. Ma i problemi non finiscono qui; Kierkegaard è, in sostanza, un pensatore inattuale, ma proprio in questa inattualità sta la forza dell’universalità del suo messaggio: "estraneo al suo tempo, Kierkegaard rimane ancor più estraneo al nostro che pullula di lassismo morale e religioso e di mediocrità speculativa, mentre si compiace di facili etichette cambiando ideologia a ogni stagione" [Ibid., p. XIV].
"La mia disgrazia, ovvero ciò che rende la mia vita così ardua, è il fatto che la mia tensione è di un tono più alta di quella degli altri uomini; e dove sono io, ciò che intraprendo non ha niente a che fare con la cosa singola, ma sempre con un principio e un’idea" (Diario 1849).
Kierkegaard ha sempre lottato per l’Idea, si è sacrificato per essa al punto che si può affermare senza tema di smentita che la sua è una vita di fedeltà all’Idea. Tutto ciò lo si vede nella sua ricerca assolutamente onestà ed instancabile, nell’aspirazione all’Assoluto, come scopo e compito unico dell’esistere umano, e, infine, nell’accettazione dell’Uomo-Dio come modello unico del cristiano. Tali idee non solo sono state misconosciute dal neokantismo, dal positivismo e dal neoidealismo, ma anche dal marxismo, dalla fenomenologia, dallo strutturalismo e perfino, e questo appare incredibile, dallo stesso esistenzialismo moderno. È vero, l’esistenzialismo dei primi 50 anni di questo secolo si configura esplicitamente come una Kierkegaard-Reinassance, ma il pensiero del danese viene sistematicamente "manipolato" e frainteso [Kierkegaard aveva previsto questo come si legge in una pagina del suo Diario: "L’esistenza più ingrata è e rimane quella di uno scrittore che scrive per scrittori. Gli scrittori si possono dividere in due classi: quelli che scrivono per i lettori e quelli che scrivono per gli scrittori. Questi ultimi il pubblico non li può capire, li tiene per pazzi e quasi li schernisce. Frattanto gli scrittori della seconda categoria saccheggiano i loro scritti, fan furore con quella merce saccheggiata e manomessa e di solito diventano i peggiori nemici degli scrittori della prima categoria; perché è di grande importanza per loro che nessuno riesca a sapere come veramente stanno le cose". S. Kierkegaard , "Diario", tr. it. a cura di C. Fabro, Morcelliana, Brescia, 2a ed. 1963, 2 voll., no 1104].
Le ambiguità dell’esistenzialismo contemporaneo
È un dato di fatto immediatamente verificabile che il primo filosofo esistenziale è stato Kierkegaard, il problema è che per certi versi è stato anche l’ultimo, l’unico. Si può affermare, e dimostrare, che l’esistenzialismo contemporaneo ha completamente tradito il messaggio kierkegaardiano capovolgendone spesso il senso o piegandolo alle proprie esigenze. "Fra la metafisica dell’immanenza di Hegel che chiude il singolo nel Tutto e la teologia della salvezza di Kierkegaard che riporta il singolo nell’alternativa teologica della libertà per Cristo o contro Cristo [Cfr. "La malattia mortale", P. II, cap. III, B], l’esistenzialismo ha optato per l’ontologia dell’esistenza: tra lo storicismo teologizzante di Hegel e la Provvidenza cristiana di Kierkegaard, l’esistenzialismo contemporaneo prospetta lo storicismo radicale dell’esistente umano che si attesta nella scelta di essere se stesso" [S. Kierkegaard, "Opere", a cura di C. Fabro, Sansoni editore, Firenze 1972, pp. LIV- LV]. Il pensiero del grande danese sembra dissolversi; per quanto i vari indirizzi esistenziali divergano fra loro sembrano avere un fatto in comune: il rifiuto del fondamento metafisico-teologico dell’esistenza. Kierkegaard risulta essere così il "grande sconosciuto" dell’esistenzialismo contemporaneo che, sia esso di sinistra o di destra, alla fine stempera la libertà nella dialettica del finito e opta per soluzioni diverse:
a.Sartre ha optato per Cartesio ed il ritorno ad una sorta di dualismo materia-spirito; b.Heidegger ha optato per Kant-Hölderlin-Hegel-Nietzsche considerando il cristianesimo come "platonismo del popolo"; c.Jasper ha optato per Kant-Hegel-Nietzsche-Marx-Weber ed ha considerato la posizione di Kierkegaard come patologica, assolutista e schizofrenica; d.Karl Barth ha optato per la Riforma.
"Se si raffronta dunque la posizione di Kierkegaard con gli sviluppi che essa ebbe ad opera dei pensatori della Kierkegaard-Reinassance sembra legittimo un giudizio di negatività nei loro riguardi. Kierkegaard aveva combattuto il romanticismo proprio quanto alla categoria che ne regolava l’organizzazione categoriale: la necessità. Aveva chiarito che una filosofia della necessità non è in grado di giustificare le categorie cui fa appello per costituirsi. [...] La filosofia si era pertanto rivelata nella sua ineliminabile connessione alla singolarità dell’esistenza. Tale singolarità, contrapposta alla necessità del romanticismo, appariva fondata nella possibilità. Solo se la possibilità era la più pesante di tutte le categorie, solo cioè se essa condizionava quelle di realtà e di necessità, conferendo loro l’ambito della loro validità ricadente dunque all’interno di quello della possibilità, solo a queste condizioni era possibile dare contemporaneamente fondamento ad una filosofia non mistificatrice e ad una singolarità non meramente presenziale ed irrazionale. [...] Ora, in un modo o nell’altro, le correnti che abbiamo esaminato mettono a capo ad una dottrina della impossibilità del possibile nella propria possibilità. Ma questo era proprio la struttura del romanticismo come sistema della necessità. [...] La polemica contro la scienza e la tecnica, la svalutazione della ragione e delle sue tecniche concrete, l’appello a formule piene di nulla ed incapaci di offrire il più piccolo aiuto all’uomo concretamente impegnato, l’equivoco linguistico sovente cercato e mantenuto, questi ed altri simili atteggiamenti che sovente la Kierkegaard-Reinassance ha in comune con il romanticismo, denunciano il fallimento del suo tentativo di oltrepassamento del romanticismo sul piano categoriale, cioè il suo fallimento nell’assunto d’una genuina fedeltà al Kierkegaard filosofo"
[P. Chiodi, "L’esistenzialismo", classici della filosofia, Loescher editore, Torino 1994, pp. XXIX.- XXX]. Alla fine non si può non essere concordi con il giudizio di Fabro: "l’esistenzialismo finisce per essere un’etichetta incollata su di un barattolo vuoto" [S. Kierkegaard, "Il problema della fede", antologia delle opere a cura di C. Fabro, Editrice La Scuola, Brescia 1978, p. XXXII].