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Langbein Hermann,
“Uomini ad Auschwitz“
, Mursia

I suicidi

Pery Broad scrive:
“La fame faceva perdere a questi uomini l’uso della ragione. Ogni sera i morti venivano caricati su dei carri e portati al crematorio di Auschwitz. Coloro che erano quasi morti e che non ce la facevano più a sopportare quelle pene indescrivibili si infilavano spontaneamente sopra i carri e venivano così ammazzati come bestie.”

Anche quando finì il primo e più terribile periodo della costruzione del Lager si registrarono casi singoli di suicidio attuato in questa forma. Charlotte Delbo poté osservare delle donne che si recarono spontaneamente nel Blocco 2.5 dove si trovavano le vittime delle selezioni che aspettavano di essere condotte alle camere a gas. Quando un uomo delle SS si recò nel blocco, che era altrimenti rigorosamente isolato, per un’ispezione, esse sgusciarono dentro dietro di lui. Per due volte un internato polacco si infilò fra i selezionati perché voleva morire e per tutt’e due le volte fu salvato da amici. Egli sopravvisse poi al Lager. Dounia Ourisson-Wasserstrom ha conservato questo ricordo:

“Una volta attraversai una baracca in cui giacevano dei cadaveri completamente nudi. Qui vidi che, fra i morti, si muoveva qualcosa. Era una ragazzina che aveva ancora dei cenci addosso e che ancora si agitava. La tirai fuori del mucchio e la portai sulla strada. Poi le chiesi: “Chi sei?”. Rispose di essere una ebrea greca di Salonicco.

“Da quanto tempo sei qui?”

“Non lo so.”

“Perché stavi qui?”

“Con i vivi non posso più stare. Voglio stare con i morti.” Le diedi un pezzo di pane. La sera era morta.”

Così la signora Wasserstrom chiude il suo racconto.

Pare che anche due iugoslave a Budy si fossero uccise buttandosi nella fogna dove poi annegarono.

Quello che ora viene descritto da Feinstein può essere ancora considerato suicidio? Un giorno la compagnia di disciplina non fu mandata fuori per il lavoro, ma dovette rimanere in attesa fuori dal blocco. Il comandante del blocco, Eckardt, ordinò al capoblocco di mandar all’esterno prima di sera cinquanta morti perché c’era bisogno di spazio per nuovi arrivati. Il Kapo Emil, un noto assassino che portava il triangolo verde, subito domandò a quelli che stavano aspettando se ci fosse qualcuno tra loro che non volesse più vivere:

«Qui i volontari! Farò tutto velocemente, in modo pulito e senza dolori!”. Feinstein scrive che alcune dozzine di uomini andarono verso

Emil:

“Il primo è un ragazzo di Praga dell’età di 16 anni. Si china su un panchetto e dice con dolcezza: “Kapo, però fai presto! “. Un colpo con il bastone sulla nuca del ragazzo. “Avanti il prossimo! “. Questo accadeva nel febbraio del 1943.”

Situazioni particolari talvolta causarono la morte volontaria di internati che, grazie alla buona posizione di cui godevano, erano al sicuro nel Lager. Ad esempio i Kapos tedeschi Reinhold Wienhold e Walter Walterscheid si uccisero nel Bunker perché pare temessero torture da parte della sezione politica.

Il 27 ottobre 1944, quando fu svelato il piano di fuga di un capo del movimento di Resistenza, l’austriaco Ernst Burger, e di tre polacchi, tutti quanti ingoiarono del veleno di cui si erano premuniti, ben sapendo che nessuno poteva prevedere se, sotto le disumane torture delle SS, avrebbe ceduto. Le SS, che avevano interesse a sottoporre a interrogatorio quelli che avevano preparato una fuga, fecero subito praticare a tutti la lavanda gastrica, ma per i polacchi Zbigniew Raynoch e Czeslaw Duzel era ormai troppo tardi.

La capo Lager dell’ospedale nella sezione femminile, Orli Reichert-Wald, compì nell’estate del 1943 un tentativo di suicidio. Dopo che fu salvata da alcune amiche, si scusò dicendo che non ce la faceva più ad avere sempre la morte davanti agli occhi.

Forse Anna Sussmann fornisce la più chiara risposta all’interrogativo del come mai il numero dei suicidi fosse sorprendentemente ridotto ed anche la più significativa confutazione alla tesi di Bettelheim inizialmente citata. Nel 1944 si trovava nell’ospedale e temeva di essere sottoposta a selezioni che, in primo luogo, colpivano le ebree. Così descrive i suoi sentimenti:

“Il mio cuore mi diceva con sincerità e consapevolezza: “meglio che prendano me piuttosto che un’altra” e contemporaneamente prorompeva il desiderio di aver fortuna ancora una volta e di non dover andare a finire nelle camere a gas. “Basta non farsi prendere!” era il veemente grido dentro di me. Come era possibile che avessi nello stesso momento questi due desideri? A quel punto mi sentivo in uno stato in cui avrei dato il benvenuto alla morte come ad un amico.”

Langbein Hermann, “Uomini ad Auschwitz “, Mursia

Le SS costruite come macchine

Uno psicologo chiese al comandante in capo del campo di concentramento:

“Gli chiesi se non si fosse mai soffermato a pensare se gli ebrei che uccideva fossero colpevoli o se si fossero, in qualche modo, meritati un simile destino. Egli cercò ripetutamente di spiegarmi con pazienza che simili domande non erano realistiche perché egli aveva vissuto in un mondo completamente diverso: “Cerchi di capire: noi SS non dovevamo riflettere su queste cose; questo non ci veniva mai in mente. E inoltre era divenuta in un certo senso una cosa ovvia che gli ebrei avessero colpa di tutto”. Insistetti per avere una spiegazione, perché ciò potesse essere una cosa ovvia. “Beh, non abbiamo mai sentito niente di diverso. Non solo era scritto su giornali come lo ‘Stùrmer’, ma lo sentivamo anche in giro, dappertutto. Perfino durante la nostra formazione militare e ideologica era dato per scontato che noi dovessimo proteggere la Germania dagli ebrei...

Solo dopo il crollo cominciò ad apparirmi chiaro che non era forse proprio giusto, dopo che ebbi sentito quello che tutta la gente diceva. Ma nessuno aveva detto prima una cosa del genere; noi in ogni caso non ne avevamo sentito niente”.”

Hoss arrivò a formulare questo pensiero non attraverso la propria coscienza, bensì per effetto di persone che per lui, ora in veste di prigioniero, costituivano un’autorità. È anche caratteristico che durante la prigionia a Cracovia Hoss avesse messo abbondantemente per iscritto tutto ciò che necessitava al suo superiore di quel luogo per gli interrogatori, il giudice istruttore polacco Jan Sehn, benché questi gli avesse correttamente fatto presente che le sue annotazioni avrebbero potuto essere usate contro di lui durante il processo. Hoss cita un altro motivo che lo avrebbe spinto a scrivere così apertamente di se stesso e del campo di sterminio:

“Solo adesso, qui nelle prigioni polacche, ho imparato che cosa sia l’umanità. A me, che come comandante di Auschwitz — sia pure non personalmente o dietro mia propria iniziativa — ho arrecato tanto danno e tanto dolore al popolo polacco, è stata concessa una comprensione umana che più di una volta mi ha fatto profondamente vergognare. Non soltanto da parte degli alti funzionari, ma anche da parte dei più semplici uomini di guardia. Molti fra di loro sono stati internati ad Auschwitz o in altri Lager.”

Si può supporre che Hoss abbia scritto ciò per tentare di giungere a ottenere la grazia pochi giorni prima dell’esecuzione della pena capitale; a questo proposito non si faceva illusioni.

Dopo che fu pronunciata la sentenza capitale Hoss scrisse di sé:

“È tragico: io che di natura ero sensibile, ben disposto e sempre pronto a prestare aiuto sono diventato il massimo sterminatore di uomini che ha freddamente eseguito fino alle conseguenze estreme ogni ordine omicida. Attraverso il ferreo addestramento nelle SS, che aveva lo scopo di fare d’ogni uomo delle SS uno strumento privo di volontà per l’esecuzione di tutti i piani del Reichsfuhrer, anch’io ero diventato un robot che obbediva ciecamente a ogni ordine. Il mio fanatico amor patrio e il mio senso del dovere, saldo fino all’eccesso, costituivano delle valide premesse per questo addestramento. È duro dover alla fine ammettere con se stesso che si è percorsa una strada sbagliata e che così ci si è preparati da sé questa fine.»

Ancora nella lettera d’addio che scrisse a sua moglie pochi giorni prima dell’impiccagione, Hoss non si allontana dal patetismo eroico-mendace del gergo nazista:

«Per tutta la mia vita sono stato un individuo chiuso, non ho permesso che qualcuno potesse vedere ciò che mi agitava nel. profondo dell’intimo, sistemavo tutto ciò con me stesso. Quante volte tu, mia cara, ti sei rattristata e hai avvertito come doloroso il fatto che tu stessa, che eri la persona a me più vicina, potevi condividere così poco della mia vita interiore. Per anni mi sono trascinato anche i dubbi e il senso di oppressione sulla giustezza della mia attività, sulla necessarietà degli ordini che mi venivano impartiti. Io non potevo e non dovevo sfogarmi di questo con nessuno.”

Langbein Hermann, “Uomini ad Auschwitz “, Mursia, pag. 326

Medico e prelievi di tessuti

A suo tempo Kremer aveva ottenuto l’abilitazione alla professione con un suo lavoro dal titolo: “Cambiamenti del tessuto muscolare in stato di denutrizione”. Immediatamente prima d’essere destinato ad Auschwitz aveva pubblicato un altro lavoro sui mutamenti nelle cellule di animali a sangue freddo in stato di fame sperimentalmente procurata. Il direttore medico era venuto a conoscenza di queste sue ricerche. Anni più tardi Krerner avrebbe dichiarato nella sua deposizione:

“Egli mi disse che per i miei esperimenti potevo prelevare materiale umano fresco da quegli internati che venivano uccisi con le iniezioni di fenolo.”

Che Kremer non avesse bisogno di farselo dire due volte è cosa facilmente intuibile. Durante la sua prigionia in Polonia Kremer dichiarò:

«Quando qualcuno degli internati mi interessava perché era molto avanti in un processo di denutrizione, io davo ordine all’addetto sanitario di riservare per me quel malato e di farmi sapere quando egli sarebbe stato ucciso con l’iniezione. Quando era arrivato il momento, gli ammalati che io avevo individuato mi venivano portati nel blocco e distesi sul tavolo anatomico quand’erano ancora in vita. Io mi avvicinavo al

tavolo e facevo all’ammalato domande sui particolari che mi interessavano; gli chiedevo ad esempio quale fosse stato il suo peso prima di essere internato, quanti chili avesse perso, se avesse ingerito medicinali negli ultimi tempi e cose del genere. Dopo che avevo raccolto queste informazioni arrivava l’addetto sanitario e uccideva il paziente tramite un ‘iniezione nella zona del cuore. Io non ho mai fatto personalmente iniezioni mortali. Aspettavo a una certa distanza dal tavolo di sezionamento con i recipienti che tenevo pronti. Immediatamente dopo che era subentrata la morte come conseguenza dell’iniezione, alcuni medici degli internati dovevano prelevare alcune parti dal fegato e dallo stomaco. Io le mettevo poi nei contenitori dove c’era un liquido conservante. In alcuni casi facevo fotografare gli ammalati che dovevano essere uccisi per prelevare dai loro corpi i preparati che mi servivano. I preparati e le fotografie li portavo con me a Mùnster, a casa mia.”

A questo proposito Kremer annota laconicamente nel suo diario: “Oggi è stato fotografato materiale fresco di fegato, milza e pancreas umano”. Questo genere di annotazioni ricorre parecchie volte. Il medico degli internati polacco Wladyslaw Fejkiel riferisce che, un giorno, Kremer richiese due internati allo scopo di esaminarli. Fejkiel non esitò a scegliere due pazienti, in quanto il grado accademico di Kremer era noto nel Lager e Fejkiel non avrebbe mai pensato che un professore universitario potesse prendere delle iniziative criminali. Più tardi egli venne a sapere che entrambi erano stati uccisi e sezionati. Kremer approfittò della sua breve permanenza ad Auschwitz non solo per i suoi lavori scientifici.

Langbein Hermann, “Uomini ad Auschwitz “, Mursia, pag. 359

Medico degli internati

Così scriveva in una lettera da Auschwitz in data 5 settembre 1942. Nei riguardi dei prigionieri Kremer non si comportava in modo arrogante né grossolano. Egli si rivolgeva agli internati usando il “lei”, una rara eccezione. Quando toccava a lui fare le selezioni nell’ospedale, il numero delle vittime era generalmente inferiore a quando la selezione veniva effettuata da Entress. Quando fu terminato il periodo di congedo per ferie, Kremer ritornò alla sua università. “Dovrei quasi vergognarmi di essere tedesco” scrisse nel suo diario circa due mesi dopo aver lasciato Auschwitz. Il motivo di ciò:

Kremer non aveva ottenuto la cattedra di biologia ereditaria a lungo attesa.

“Esiste ancora una giustizia eterna, una Provvidenza e un Dio senza la cui volontà non può neppure cadere un capello dalla nostra testa?”

Questa domanda Kremer non l’annotava con riferimento alle camere a gas che aveva potuto vedere: era stato indotto a porla da un bombardamento su Mùnster nell’autunno del 1943. Gli americani entrarono a Mùnster, la guerra finì e Kremer continuò a redigere coscienziosamente il proprio diario. L’ultima annotazione reca la data dell’11 agosto 1945. Quando, cinque giorni prima, era stato mandato a compiere un servizio di sgombero delle macerie, aveva scritto indignato: «Si deve sopportare una cosa simile perché si èstati medico delle SS”. Evidentemente aveva completamente rimosso le “spaventose scene” di Auschwitz. Non c’è neppure un ‘annotazione nel suo diario che faccia riferimento — dopo che se n’era andato dal Lager — ad Auschwitz e allo sterminio di massa al quale Kremer aveva collaborato. Egli non arrivò per la verità neanche a capire quello che lui stesso aveva rivelato delle sue azioni in questo diario. Quando nel campo d’internamento inglese gli fu comunicato che a casa sua era stato trovato il suo diario egli se ne rallegrò perché riteneva d’avere cosi in mano la prova che era stato trattato male dal regime nazionalsocialista e che quindi non poteva essere considerato un fedele seguace di quel regime. Il caso di Kremer dimostra che persino persone istruite e di elevato livello intellettuale possono rimuovere completamente il senso di consapevolezza. A Mùnster egli venne condannato a dieci anni di carcere, dopo essere stato graziato in Polonia. Nella motivazione di questa condanna il giudice disse:

“Kremer sarebbe ancor oggi senza colpa se, attraverso circostanze che alla fin fine risiedevano di là dalla sua persona, non fosse stato messo in quella situazione dalla quale infine si svilupparono queste azioni passibili di pena. Si è reso colpevole perché non si è rifiutato e non si è ribellato.”

Ci sarebbe stato da aggiungere, perché non evitò di collaborare, benché avvertisse il genocidio come qualcosa di orrendo: si pensi soltanto al “materiale fresco” da lui prelevato e ai suoi pacchetti contenenti oggetti rubati. Quando aveva ottantuno anni e aveva già scontato la sua pena, Kremer fu citato nuovamente in tribunale:

questa volta come testimone, egli dovette rispondere a Francoforte in merito a una sua annotazione nel diario in cui asseriva che molti uomini delle SS facevano a gomitate per partecipare alle azioni di gassificazione perché per esse venivano concesse razioni speciali di cibo e di alcolici. Sorridendo con indulgenza quest’uomo ormai vecchio disse:

“Ciò è umano, assolutamente comprensibile. C’era la guerra e le sigarette e l’acquavite scarseggiavano. Se uno aveva voglia di sigarette...

Langbein Hermann, “Uomini ad Auschwitz “, Mursia, pag. 361

Jan Pilecki, lo scrivano polacco del Blocco II, istruì la sua fidanzata su come doveva comportarsi: secondo quanto aveva osservato avevano ancora una possibilità di salvarsi quei prigionieri che rispondevano concisamente, a voce alta, in buon tedesco e guardando negli occhi gli uomini delle SS. In effetti lei non fu fucilata e sopravvisse al Lager. Dopo la Liberazione i due si sposarono.

Langbein Hermann, “Uomini ad Auschwitz “, Mursia, pag. 388

I civili tedeschi sapevano?

Per la verità le cose stavano come viene descritto da Ernest K. Bramsted:

“Per molti le notizie sensazionalistiche e false degli Alleati [diffuse durante la prima guerra mondiale] costituivano una specie di cortina protettiva dietro la quale potevano nascondere i loro sentimenti per non sentire il bisogno di informarsi degli orrori che il regime nazista attualmente perpetrava.»

Chi non voleva che il suo quieto vivere venisse turbato da notizie drammatiche trovava molti motivi per allontanare da sé l’effetto di queste voci. Non solo non pochi tedeschi che non indossavano l’uniforme delle SS avevano sentito parlare dello sterminio ma molti lavoratori civili erano venuti in contatto con Auschwitz e avevano visto loro stessi che cosa succedesse in quel luogo. Alcune dichiarazioni rilasciate al processo di Norimberga da operai specializzati della Krupp Werke dimostrano come essi, all’atto pratico, non si siano attenuti al silenzio a cui erano obbligati: in quell’occasione Erich Lutat attestò:

“Ovviamente era vietato parlare delle cose che venivamo a sapere sul campo di concentramento. Però fra noi colleghi ne parlavamo e feci anche degli accenni durante le mie visite alla mia famiglia ad Essen.”

Il suo collega Paul Ortmann disse:

“Dopo una quindicina di giorni da che avevo preso servizio andai ad Essen per una breve visita alla mia famiglia e ricordo di aver raccontato con molto turbamento quello che avevo appreso ad Auschwitz.”

Io incontrai nel Terzo Reich per la prima volta tedeschi senza uniforme nella stazione centrale di Monaco: fu quando, insieme con 16 compagni anche loro nella divisa zebrata degli internati, arrivai sul binario dove facevano sosta i treni locali provenienti da Dachau e da qui fummo caricati su un altro treno per essere inviati ad Auschwitz. In quel giorno d’agosto del 1942 l’atrio della stazione era pieno di vita e di movimento. Compresi perfettamente che nessuno osava fare un gesto di compassione: sicuramente avevano timore delle sentinelle delle SS. Che non riuscissi però a leggere la minima traccia di simpatia nei volti di coloro che stavano a guardare fu per me un fatto significativo. Non posso credere che gli sguardi sprezzanti che ci venivano lanciati fossero dovuti solo al fatto che eravamo ritenuti dei delinquenti. A Monaco si doveva ben sapere che nella vicina Dachau venivano tenute prigioniere persone per motivi politici. Eravamo inoltre puliti e ben rasati, dunque non avevamo l’aspetto che la gente volentieri attribuisce ai delinquenti. Pierre Petit, che quasi due anni più tardi passò per la medesima stazione, fu insultato e aggredito fisicamente da alcune persone, tanto che le sentinelle della scorta dovettero difendere lui e i suoi camerati. L’olandese Leo Vos fu internato per 27 mesi in campi di lavoro della Slesia Superiore. Ogni giorno lui e molti altri che portavano la stella di David furono condotti per due volte davanti a civili tedeschi. Anche lui non vide mai in loro una traccia di compassione, tanto che giunse a concludere:

“Anche coloro che non collaborarono attivamente a quegli orrori ne sono responsabili a causa della loro indifferenza e mancanza di sentimento.»

Siegfried van den Bergh fu mandato alla fine del 1944 nel campo di lavoro di Gleiwitz, distante da Auschwitz solo poche decine di chilometri.

Dato che i vagoni dovevano essere messi al più presto a disposizione delle Ferrovie, sia gli uomini delle SS sia alcuni dei Kapos picchiavano i prigionieri durante il lavoro. “Cittadini tedeschi in borghese”, come li definisce van den Bergh, stavano a guardare gli uomini delle SS mentre picchiavano.

“Sentii anche che qualcuno diceva alle sentinelle delle SS: “Non so perché non li ammazzate, quegli sporchi ebrei”. Incoraggiato da queste parole, un uomo delle SS mi lanciò in testa anche un pezzo di carbone conclude questo testimone olandese.

La reazione era molto diversa non appena gli internati incontravano persone che non erano di nazionalità tedesca. Ogni giorno Karl Dubsky veniva portato, incatenato con altri, al campo di lavoro di Jaworzno dove doveva lavorare in una miniera di carbone. Spesso, durante il tragitto, civili polacchi allungavano ai prigionieri pacchetti contenenti generi commestibili. La maggior parte di quegli uomini che passavano incatenati portava la stella di David. Anche internati che lavorarono in una fabbrica di macchine utensili di Sosnowitz riferiscono che operai polacchi passavano loro di nascosto generi alimentari e lasciavano per loro sigarette fumate per metà.

Langbein Hermann, “Uomini ad Auschwitz “, Mursia, pag. 467

Morti dopo la liberazione

Questo è il bilancio fatto da Levi:

“Nell’infermeria del Lager di Buna-Monowitz eravamo rimasti in ottocento. Di questi, circa cinquecento morirono delle loro malattie, di freddo e di fame prima che arrivassero i russi, ed altri duecento malgrado i soccorsi, nei giorni immediatamente successivi.”

Il medico polacco Tadeusz Chowaniec, che entrò nel Lager tre giorni dopo le truppe russe, scrive:

“In alcune costruzioni in muratura trovammo delle internate che giacevano in coppia o in più di due in ciascuna branda. Si era proprio al terzo giorno della Liberazione? Si era fermato il tempo per queste donne, non era proprio cambiato nulla? La sola cosa diversa era che non si udivano più sparare le SS o i loro cani abbaiare...

«Ma le donne portavano ancora le loro divise zebrate. Si muoveva-no con difficoltà. Davano l’impressione che ogni loro movimento fosse ben meditato e calcolato. I loro occhi, per lo più freddi e privi di espressione nei quali non si poteva leggere alcun barlume di gioia, destavano in noi vergogna. Avevano consumato tutta la loro gioia e il loro entusiasmo nel primo giorno della Liberazione, quando tutti i prigionieri si erano buttati fra le braccia dei soldati russi? Sulle brande erano le stesse, ma ora esse erano libere, sapevano che il cibo non sarebbe più stato un problema. Io ero sicuro che la loro indifferenza sarebbe scomparsa e che esse sarebbero arrivate a godere del piacere della libertà quando le loro ossa doloranti, i loro muscoli cascanti e i loro corpi stremati dalla fame sarebbero ritornati al loro stato normale. Quando cioè sarebbero state veramente e completamente riportate in vita.”

La commissione medica russa constatò presso la maggioranza degli internati liberati gravi danni psichici. Primo Levi descrive una persona completamente distrutta dal punto di vista intellettuale. Si trattava di un ragazzo dodicenne, “Klein-Kiepura”, che era stato il favorito del Kapo del Lager e che era conosciuto da tutti come “la mascotte di Buna-Monowitz”. “Nessuno gli voleva bene, a parte il suo protettore” scrive Levi.

“All’ombra dell’autorità, ben nutrito e vestito, esente daI lavoro, aveva condotto fino all’ultimo giorno un’esistenza ambigua e frivola di favorito, intessuta di pettegolezzi, di delazioni e di affetti distorti.”

Essendo convalescente, “Klein-Kiepura” era rimasto nel Lager durante l’evacuazione e come tutti gli altri ammalati era stato portato dai russi da Monowitz al Lager principale che era meglio attrezzato. Qui Levi lo rivide:

«Tacque per due giorni: se ne stava in cuccetta tutto raggomitolato, con lo sguardo fisso nel vuoto e i pugni serrati sul petto. Poi prese ad un tratto a parlare e rimpiangemmo il suo silenzio. Il Klein-Kiepura parlava da solo, come in sogno: e il suo sogno era di avere fatto carriera, di essere diventato un Kapo. Non si capiva se fosse follia o un gioco puerile e sinistro: senza tregua, dall’alto della sua cuccetta vicino al. soffitto, il ragazzo cantava e fischiava le marce di Buna, i ritmi brutali che scandivano i nostri passi stanchi ogni mattina e ogni sera: e vociferava in tedesco imperiosi comandi a uno stuolo di schiavi inesistenti. “Alzarsi, porci, avete capito? Rifare i letti, ma presto: pulirsi le scarpe. Tutti adunata, controllo dei pidocchi, controllo dei piedi. Mostrare i piedi, carogne! Di nuovo sporco, tu, sacco di m... fai attenzione, io non scherzo. Ancora una volta che ti pesco, e te ne vai in crematorio.” Poi, urlando alla maniera dei militari tedeschi: “ In fila, attenti, allineati. Giù il colletto: al passo, seguire la musica. Le mani sulla riga dei pantaloni”. E poi ancora, dopo una pausa, con voce arrogante e stridula: “Questo non e un sanatorio. Questo è un Lager tedesco, si chiama Auschwitz, e non se ne esce che per il camino. Se ti piace è cosi: se non ti piace, non hai che andare a toccate il filo elettrificato.”“

Elie Wiesel era stato trasferito a Buchenwald e qui era stato liberato. Egli scrive:

«La nostra prima azione da uomini liberi fu che irrompemmO nel magazzino dei generi alimentari. Non pensavamo a nient’altro, ne alla vendetta né ai nostri genitori: a nient’altro che al pane.»

Wiesel era ancora un bambino quando era stato internato nel Lager.

Langbein Hermann, “Uomini ad Auschwitz “, Mursia, pag. 487

Il ricordo del campo e la mutata interpretazione del mondo

“Ancora oggi l’impressione che provai il primo giorno ad Auschwitz, in un certo senso un misto di inferno e manicomio, non mi ha abbandonata del tutto.”

Poco dopo mori, all’età di 52 anni. Grete Salus scrive:

“Se anche il nostro corpo ha magari soltanto subito una batosta, la lacerazione nel fondamento della nostra esistenza come esseri umani è molto più difficile da sanare.»

David Rousset riassume cosi le sue riflessioni:

“Il mondo dei campi di concentramento è incapsulato in se stesso. Esso esiste sulla terra come una stella filante che porta con sé la morte. Le persone normali non sanno che tutto questo è possibile. Perfino quando le prove obbligano la loro ragione ad ammetterlo, visceralmente non vogliono crederci. Quelli che sono stati nei campi di concentramento lo sanno. Il soldato che è stato al fronte per mesi ha fatto conoscenza con la morte. Per gli internati, la morte condivideva con loro ogni momento della loro vita. Essa ha mostrato loro tutti i suoi volti. Tutti l’hanno toccata con mano. Hanno vissuto la paura come un’idea obbligata costantemente presente. Hanno davanti agli occhi l’umiliazione delle percosse, la debolezza del corpo sotto i colpi di frusta. Hanno imparato a quale disfacimento può portare la fame. Per anni hanno vagato nello scenario incredibile in cui ogni forma di dignità umana era stata distrutta. Essi sono separati dagli altri da una esperienza che non può essere comunicata.”

Psichiatri tedeschi riferiscono di un’ebrea che fu deportata dalla Francia ad Auschwitz all’età di diciotto anni e che ritardò in ogni modo il suo rientro in patria per il timore di ciò che l’attendeva a casa. Alla fine comunque ritornò e descrisse così le sue sensazioni:

“Io arrivai convinta che, dopo tutto quello che avevo passato, sarei stata accolta in un altro modo. L’indifferenza della gente nei confronti di quel che era successo mi fece male. Non riuscivo più a capire le persone e loro non riuscivano più a capire me. Non riuscivo a sopportare la superficiale compassione dei miei correligionari che erano stati risparmiati.”

Jenny Spritzer scrive:

«Sono in corrispondenza con la maggior parte delle mie amiche e colleghe [di Auschwitz] che hanno vissuto la fine della guerra e con essa la Liberazione. È  straordinario, ma tutte sostengono, all’unisono, che, per la verità, sono deluse dalla vita e dalla libertà. Da che cosa dipende? Nella nostra fantasia ci siamo forse immaginate la vita troppo bella?”

Grete Salus dà risposta a questo interrogativo:

«Noi abbiamo creduto che avremmo trovato serenità nel cuore di un mondo che batteva per noi, per il nostro destino. Il fatto che così non sia rappresenta un duro colpo per noi tanto che ci rende difficile riacquistare la coscienza di noi stessi. Sicuramente siamo troppo esigenti e durante la nostra prigionia abbiamo sognato di un mondo che non esiste, che non può esistere. Abbiamo sperimentato una condizione estrema, ciò che è davvero il male. Adesso credevamo di sperimentare il contrario: ciò che è davvero il bene. Abbiamo perso il senso delle giuste proporzioni e adesso dobbiamo trovare per prima cosa la strada fra questi due estremi.”

Lucie Adelsberget:

“Non solo è cambiato il mondo intorno a noi, ma anche noi ci siamo modificati. Si legge nelle favole e nelle leggende che gli angeli e i messaggeri del cielo che vengono mandati sulla terra si perdono e non riescono più a ritrovarsi. Qualcosa di simile vale anche per quelli che, dall’inferno, tornano sulla terra. Le idee e i parametri umani si erano dissolti. Là era tutto sovradimensionato ed eccessivo nella sua dinamica, cosicché i nostri concetti sono stati modificati ed è difficile ritornare su binari normali. Dopo tanta bassezza e infelicità ci si aspetta un eccesso di bontà e di felicità che non è di questo mondo.”

La Adelsberger segnala anche un altro mutamento:

“Anche sotto un altro punto di vista i nostri criteri di riferimento sono cambiati. Forse questo deve essere visto come un difetto. Quando si èsperimentato come tutto se ne vada, e soldi e beni, e onore e fama e ciò che resta è soltanto l’atteggiamento interiore dell’essere umano si arriva a una profonda svalutazione delle esteriorità della vita.”

Molti confermano questo atteggiamento. Ad esempio, molti sopravvissuti dichiararono a un gruppo di psichiatri polacchi:

“Le faccende materiali sono diventate per me una cosa della minima importanza”, oppure: “Nella lotta per la vita di tutti i giorni sono diventato minimalista: mi basta avere da mangiare e un tetto sulla testa.”

Si devono registrare anche altre reazioni al passato in un campo di concentramento: persone che, quand’erano ancora quasi bambini, hanno appreso nel Lager che si può sopravvivere solo se ci si pone di là da regole e divieti e si osserva un solo comandamento: non farsi scoprire, sono diventate, non di rado, delinquenti. Le remore morali sembrano loro ridicole. Le ammonizioni dei più anziani le mettono da parte perché questa gente, con le sue remore morali, ad Auschwitz, è miseramente fallita mentre loro, riferendola a loro stessi, sono riusciti a padroneggiare molto meglio la vita. La corazza intorno al nostro mondo emotivo che ci era stata di protezione nel Lager, una volta in libertà ci separa dalle persone di normale sensibilità.

“Per molto tempo mi sono parse ridicole le persone che piangono durante le sepolture”: una dichiarazione di questo genere viene citata come tipica dal team di psichiatri polacchi. Dov Paisikovic una volta mi disse: “Non avverto né gioia né dolore”.

Lord Russel di Liverpool ha riscontrato un simile vuoto di sentimenti in Kitty Hart, deportata ad Auschwitz all’età di quattordici anni:

“Essa ritiene che in sostanza non esistano limiti a tutto ciò che un essere umano può moralmente sopportare: inizialmente si prova un odio impotente ma poi improvvisamente si raggiunge un punto in cui tutti i sentimenti di amore e di odio sono annientati e non rimane nient’altro che una sorta di indifferenza. Perfino quando, dopo la fine della guerra, apprese della morte di suo padre, non senti alcun dolore benché lo avesse molto amato. Ella fece di tutto per addolorarsi della sua fine ma in lei non c’era più alcun sentimento. Né amore, né odio, né amarezza.”

Si manifestano invece abitudini del tutto particolari: per lungo tempo ho provato fastidio quando qualcuno mi cedeva il passo; nel Lager, infatti, l’internato doveva sempre precedere la sentinella delle SS che lo scortava. La dottoressa Wanda Poltawska riferisce di una donna che veniva assalita da un’incontrollabile paura quando qualcuno camminava dietro di lei. Era arrivata ad Auschwitz quand’era ancora piccolissima e non aveva alcun consapevole ricordo del periodo del Lager. Io personalmente ho l’abitudine di non rispettare i divieti anche quando ciò non ha alcun senso. Ad esempio, se mi capita di dover attraversare una strada tendo a camminare almeno un po’ distante dalle righe pedonali anche se questo non mi serve ad accorciare il tragitto. Un mio conoscente ha paura di entrare in una cabina telefonica: evidentemente soffre di claustrofobia. La francese già citata, la quale si lamentò con gli psichiatri per l’incomprensione e la superficiale compassione che aveva riscontrato dopo il suo ritorno a casa, ha sposato un ex internato:

“Se mi capita di viaggiare con mio marito attraverso la campagna e ad un passaggio a livello vedo un carro bestiame glielo indico; non dico nulla ma ho ancora tutto nella testa e nel cuore. La stessa cosa mi succede quando mi capita di vedere delle nuvole di fumo e sono ormai passati diciotto anni.”

Langbein Hermann, “Uomini ad Auschwitz “, Mursia, pag. 493

 

Interpretare tutto con la griglia interpretativa del campo di sterminio

Un’altra croce che ci dobbiamo portare addosso: ancora molti anni dopo mi sono scoperto a chiedermi involontariamente, quando mi capita di conoscere una persona nuova; come si sarebbe comportato costui ad Auschwitz? Avrebbe resistito alla prova o sarebbe fallito?

Rudolf Vrba descrive la stessa cosa:

“Pensavamo che ci saremmo riabituati, ma una barriera rimaneva sempre. C’era sempre qualcosa che ci faceva ricordare il nostro recente passato. Continuamente ci rendevamo conto che mettevamo tutto in rapporto ad Auschwitz e che giudicavamo tutto secondo i parametri di Auschwitz che, d’altra parte, nessuno conosceva o capiva. Ogni volta, quando già credevamo d’essere di nuovo uomini normali, il passato si ripresentava davanti ai nostri occhi e distruggeva le nostre illusioni.”

Della stessa cosa, soffre Grete Salus:

“Mi rivedo con dispiacere tentar di leggere dietro i volti delle persone, cercare di immaginare come si sarebbero comportati in questa o quella situazione. E quando me li immagino in questi momenti, mi sembra d’avere davanti agli occhi solo gente che si comporta male. Questo è un ulteriore, grave peso che noi ex internati di Auschwitz ci dobbiamo portare addosso nella vita.”

Langbein Hermann, “Uomini ad Auschwitz “, Mursia, pag.  494

I sogni

Anche se la vita degli ex internatj di Auschwitz durante il giorno scorre normalmente, tuttavia si differenzia da quella degli altri: restano le notti, i sogni.

Edith Bruck fu deportata all’età di dodici anni. Parlando dei primi tempi della riconquistata libertà essa scrive:

“Sognavo spesso morte, sangue, Lager e talvolta avevo paura di addormentarmi perché la notte era tutta un incubo.”

Anche Primo Levi era ossessionato dai sogni:

“Ma solo dopo molti mesi svanì in me l’abitudine di camminare con lo sguardo fisso al suolo, come per cercarvi qualcosa da mangiare o da intascare presto e vendere per pane; e non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento.

È un sogno dentro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la famiglia, o con gli amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe. E, infatti, al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le persone, l’angoscia si fa più intensa e precisa. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa. Ora questo sogno interno, il sogno di pace, è finito, e nel sogno esterno, che prosegue gelido, odo risuonare una voce, ben nota; una sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. È il comando dell’alba in Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa: alzarsi, “Wstawac”».

Dov Paisikovic mi raccontò nel 1968 che, nel sonno spesso percuoteva sua moglie.

“I sogni più brutti sono quelli in cui le montagne di cadaveri diventano sempre più alte e mi cadono addosso” mi disse. I cadaveri che lui e gli altri appartenenti al Sonderkommando dovevano portare ai forni e alle buche di cremazione di Auschwitz sotto l’effetto del calore si dilatavano. Di conseguenza le montagne di cadaveri potevano muoversi.

Langbein Hermann, “Uomini ad Auschwitz “, Mursia, pag. 495

Perché io sono sopravvissuto?

Anche H. Bensheim che ha curato pazienti spesso si è sentito porre la domanda:

“Perché io sono sopravvissuto?”.

“Io vivo, dunque sono colpevole” scrive Elie Wiesel. “Io sono ancora qui perché un amico, un camerata, uno sconosciuto è morto a posto mio.”

Wiesel analizza come questo senso di colpa ha potuto svilupparsi:

“Quello che contava era solo il numero, la quota prestabilita. Pertanto l’internato che era riuscito a scamparla — soprattutto dopo una selezione — non poteva reprimere la prima reazione: un senso di gioia. Un attimo, una settimana o un’eternità più tardi questa gioia condizionata dalla paura si trasformava in senso di colpa. Il senso di liberazione per essere stato risparmiato subito portava a dover riconoscere: mi ritengo felice perché un altro è andato al posto mio.”

Paul Matussek, prendendo in esame ex internati in campi di concentramento ha udito espressioni di questo genere:

“Noi ebrei abbiamo anche noi colpa. Forse più degli altri. Abbiamo fallito la prova.”

Ella Lingens parla anche per molti altri che, in qualità di tedeschi, avevano goduto di posizioni di privilegio, quando scrive:

“E ciascuno di noi che è ritornato non va forse in giro con un senso di colpa che invece i nostri sbirri avvertono così di rado e che deriva dal dubbio: “Io sono vivo perché gli altri sono morti al posto mio? Perché io avevo un letto con due coperte solo per me benché sapessi ‘che alcune donne dormivano in quattro in una sola branda e con una sola coperta, senza mai poter prendere sonno? Perché io potevo mangiare una doppia razione di pane dato che era stata richiesta per il blocco la parte di quelli ammalati che, ormai privi di conoscenza, non potessero più mangiarla? Perché una paziente che lavorava nel magazzino degli effetti personali, mi aveva procurato in segno di gratitudine un paio di caldi stivali di feltro mentre la gran massa delle internate si piagava i piedi gelati negli zoccoli di legno? Perché io avevo una funzione che costituiva una parte dell’apparato costruito dalle SS affinché il Lager non precipitasse nel caos e per evitare che non riuscisse più a ricavare alcun servizio; perché noi pure in tutta la nostra miserabilità eravamo indispensabili ai padroni e perciò loro ci tenevano alla nostra sopravvivenza, cosi che noi costituivamo una rotella di questo spaventoso ingranaggio di sterminio?”

Simon Laks e René Coudy scrivono anche loro senza infingimenti:

“Solo un numero molto ridotto di internati in campi di concentramento è tornato... Tutti quelli che sono sopravvissuti ad Auschwitz non lo devono esclusivamente alla fortuna, alla tenacia, alla volontà o alla capacità di resistenza. Sicuramente questi fattori sono stati di grande efficacia per la nostra salvezza, ma essi si sarebbero senz’altro dimostrati insufficienti se non avessimo subito capito con la velocità di un fulmine che dovevamo mettere da parte una quota considerevole della nostra morale precedente, della nostra “umanità”, tutti i pregiudizi della nostra civiltà per non morire nel Lager, che insomma ci dovevamo adeguare con ogni mezzo a quella società di cui ora anche noi eravamo diventati una parte, al suo modo di pensare, alle sue usanze, alle sue idee, ai suoi metodi di educazione e alle sue leggi. Siamo ben consapevoli del fatto che nella misura in cui, sia istintivamente, sia consapevolmente ci sia mo adeguati ad essa siamo tutti diventati più o meno disumani e quindi urtanti per quella società nella quale abbiamo avuto la fortuna di ritornare. Un profondo abisso ci separa da essa, forse per sempre. Il suo lessico letterario, morale, spirituale, perfino umoristico è troppo povero per parlare a nostro favore. Perfino i resoconti più fedeli alla verità non possono trasmettere la realtà nella quale eravamo immersi. Non ci preoccupiamo di colmare questo abisso perché sappiamo che sarebbe impossibile. Sembriamo un po’ come le creature di Pirandello alla ricerca di un autore che possa descrivere le nostre storie. Ma siamo sicuri che non ne troveremo mai uno.”

Primo Levi parla della vergogna:

“... quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altri, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.”

Questa vergogna colse Levi e i suoi compagni di sventura quando furono liberati dalle truppe russe:

“... perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti c e ne avremmo fatti. Poiché, ed è questo il tremendo privilegio della nostra generazione e del mio popolo, nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio...”

Langbein Hermann, “Uomini ad Auschwitz “, Mursia, pag. 497

Quando i capi e i kapò “chiedevano” qualcosa

Una volta  l’SS Boger aveva bisogno di una caldaia da 15 litri per disinfettare la biancheria. Pretese che gliela procurasse Tadeusz Jakubowski, un internato che lavorava nel magazzino. Questi non ebbe alcuna possibilità di esaudire la richiesta dell’SS. Conseguenza: fu messo in prigione a causa di una faccenda di contrabbando e fu sottoposto, nella sezione politica, a tali torture che mori. Poi Boger rivolse la stessa richiesta allo scrivano del magazzino, Stanislaw Pawliczek. Dato che a questi era vietato consegnare qualsiasi cosa se non dietro presentazione di uno scontrino di ordinazione, chiese che gliene venisse presentato uno. Boger replicò che non ne aveva, ma che avrebbe potuto invitarlo a fare una breve chiacchierata in prigione come aveva fatto di recente con Jakubowski. A questo punto Pawliczek gli chiese soltanto quando e dove avrebbe dovuto portare la caldaia che desiderava. La moglie di Boger si prese in consegna la caldaia e Pawliczek poté essere lasciato in pace da Boger.

È tipico sia di Boger sia di altri suoi colleghi SS, il fatto che si difesero con molta maggior energia da questo tipo di testimonianze piuttosto che dalle accuse di omicidio, benché le appropriazioni indebite, il ricatto e simili reati non potessero più essere perseguiti. Secondo la morale delle SS questi comportamenti – come il rubare nel campo di concentramento -  erano disonorevoli, le torture e le uccisioni no. Le razzie di Boger non rimasero sconosciute ai suoi superiori. Per minare la sua posizione, una volta il movimento di Resistenza dispose che, dall’esterno del Lager, venisse inviata al comandante di Auschwitz una lettera anonima nella quale si segnalava che Boger si era appropriato illegalmente di oggetti di valore e si indicava anche dove li aveva nascosti. Si potè constatare quale esito ebbe questa denuncia: né lo zelo di Boger né la sua posizione rimasero intaccati.

Come i civili tedeschi guardavano gli internati

Primo Levi ha descritto in modo molto preciso un certo dott. Pannwitz del reparto polimerizzazione degli stabilimenti Buna. Dato che quella volta la direzione dello stabilimento aveva richiesto dei chimici, Levi, insieme con altri che avevano studiato chimica, fu sottoposto a un esame. L’esaminatore era il dott. Pannwitz:

«Alto, magro e biondo; ha gli occhi, i capelli e il naso così come dovrebbero averli tutti i tedeschi». Levi sta davanti alla sua scrivania:

Quando ebbe finito di scrivere, alzò gli occhi e mi guardò. Da quel giorno, io ho pensato al Doktor Pannwitz molte volte e in molti modi. Mi sono domandato quale fosse il suo intimo funzionamento di uomo; come riempisse il suo tempo, all’infuori della Polimerizzazione e della coscienza indogermanica; soprattutto, quando io sono stato di nuovo un uomo libero, ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta ma solo per una mia curiosità dell’anima umana.

Perché quello sguardo non corse fra due uomini; se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania.

Quello che tutti noi pensavamo e dicevamo dei tedeschi, si percepì in quel momento in modo immediato. Il cervello che sovrintendeva a quegli occhi azzurri e a quelle mani curate diceva: “Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere che è ovviamente opportuno sopprimere. Nel caso particolare, occorre prima accertarsi che non contenga qualche elemento utilizzabile”. »

La forza descrittiva che Levi possiede, gli consente di descrivere come gli internati apparissero agli occhi degli impiegati tedeschi:

«Infatti, noi per i civili siamo gli intoccabili. I civili, più o meno esplicitamente, e con tutte le sfumature che stanno fra il disprezzo e la commiserazione, pensano che, per essere stati condannati a questa nostra vita, per essere ridotti a questa nostra condizione, noi dobbiamo esserci macchiati di una qualche misteriosa gravissima colpa. Ci odono parlare in molte lingue diverse, che essi non comprendono, e che suonano loro grottesche come voci animali; ci vedono ignobilmente asserviti, senza capelli, senza onore e senza nome, ogni giorno percossi, ogni giorno più abietti, e mai leggono nei nostri occhi una luce di ribellione, o di pace, o di fede. Ci conoscono ladri e malfidi, fangosi cenciosi e affamati, e, confondendo l’effetto con la causa ci giudicano degni della nostra abiezione. Chi potrebbe distinguere i nostri visi? per loro noi siamo “Kazett”, neutro singolare.

Naturalmente questo non impedisce a molti di loro di gettarci qualche volta un pezzo di pane o una patata, o di affidarci, dopo la distribuzione della “Zivilsuppe” in cantiere, le loro gamelle da raschiare e restituire lavate. Essi vi si inducono per togliersi di torno qualche importuno sguardo famelico, o per un momentaneo impulso di umanità, o per la semplice curiosità di vederci accorrere da ogni parte a contenderci il boccone l’un l’altro, bestialmente e senza ritegno, finché il più forte lo ingozza, e allora tutti gli altri se ne vanno scornati e zoppicanti. »

Ma negli stabilimenti di Buna ci furono anche tedeschi che prestarono il loro aiuto. Ancora molti anni dopo Heinz Galinski cita un capofficina che gli faceva avere dei generi alimentari. Arthur Nedbal attesta:

« Un montatore della IG-Farben (Viennese come Nedbal) mi prestava aiuto. Portava clandestinamente della posta per me e attraverso lui io ricevevo dei pacchetti. »

Arnost Tauber riferisce che il direttore di stabilimento Thieme aveva parlato con lui a proposito dello sterminio degli internati manifestando il più grande orrore. Thieme era un droghiere di Breslavia, Tauber era ebreo. Jean Améry scrive:

« Io non ho dimenticato nulla, neanche alcune persone coraggiose che ho potuto incontrare. Essi sono con me: il soldato invalido Elerbert Karp di Danzica che a Monowitz divise con me la sua ultima sigaretta; Willy Schneider, operaio cattolico di Essen che mi dava del pane; il chimico Matthàus che il 6 giugno 1944 mi disse sospirando: “Finalmente sono arrivati! Ma noi due ce la faremo a sopportare tutto questo finché avranno definitivamente vinto?”»

Ma Améry ha anche dovuto conoscere altre persone:

«Il capo montatore Pfeiffer mi mostrò un giorno orgogliosamente il cappotto che indossava, un “cappotto da ebreo”, come egli disse, che si era potuto procurare grazie alla sua bravura. »

Langbein Hermann, “Uomini ad Auschwitz “, Mursia, pag. 471

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