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Lefebvre G., “La rivoluzione francese”

Einaudi

La campagna militare che portò a Valmy

Né l’Austria né la Prussia pensarono a impegnare nella campagna militare che portò a Valmy tutte le loro forze, che, ufficialmente, ammontavano per la prima a 223.000 uomini e per la seconda a 171.000.

Il duca di Brunswick dispose solo dei centomila uomini convenuti, non compresi i reggimenti dell’Assia e le guarnigioni dei Paesi Bassi; e quando egli giunse, in luglio, a Coblenza, si rese conto che non avrebbe avuto nemmeno essi. La Prussia fornì il contingente fissato, che, dedotte le guardie ai magazzini, ammontava a quarantadue-mila combattenti. L’Austria non riuscì a radunare il proprio, per il mal-volere della Dieta ungherese e degli Stati provinciali del Belgio. Il re di Prussia non era ricco e, dal 1789 al ‘91, aveva in parte dissipato il tesoro di Federico II; tuttavia, riuscì a contrarre un prestito in Olanda. L’Austria, esaurita dalla guerra turca, non riusciva a far fronte neppure alle spese ordinarie; doveva, d’altra parte, rafforzare le sue posizioni nel Belgio e la diserzione infieriva tra le sue truppe. Essa non inviò al duca di Brunswick che ventinovemila uomini: quindicimila sotto Hohenloe Kirchberg e undicimila provenienti dal Belgio, sotto Clerfayt. Per le pressioni del re, il duca si rassegnò a condurre con sé quattro o cinquemila emigrati, ma senza nessuna fiducia nelle loro virtù militari. Sedicimila Austriaci rimasero sul Reno e venticinquemila nel Belgio, il cui governatore, Alberto di Sassonia-Teschen, ne impiegò tredicimila per l’attacco contro Lilla.

Per lo meno, a giudizio dei contemporanei e degli stessi Francesi, la qualità compensava la quantità. Le truppe prussiane eran stimate le migliori d’Europa, per la precisione meccanica dei loro movimenti sui campi di manovra e per una disciplina brutale, ma esatta, che proscriveva qualsiasi iniziativa da parte degli ufficiali e dei loro uomini. Federico II aveva portato alla perfezione l’addestramento del soldato, il drill, che i militari di tutti i paesi ammiravano e si sforzavano d’imitare. Di fatto, tale metodo rispondeva alle condizioni di reclutamento, l’esercito prussiano essendo composto di contadini analfabeti e di volontari che ispiravano solo diffidenza, e più ancora all’ordine lineare, ideato per conferire al fucile il massimo di efficacia per mezzo d’un tiro il più possibile accelerato. Ma l’esercito di Federico Guglielmo LI non aveva mai partecipato a campagne di guerra; alla prima prova, la brillante vernice si sgretolò. Vennero alla luce gravi deficienze: l’artiglieria si palesò mediocre, il genio incapace, i servizi sanitari inesistenti, l’amministrazione schiava della routine. Già nel 1790 le pecche della mobilitazione avevano provocato il suicidio del ministro. Il soldato non viveva sul paese: portava con sé pane per nove giorni e comperava il resto col suo soldo; inoltre, bisognava istituire nuove basi, con magazzini e forni, o rifornirsi per mezzo di carri e, siccome gli ufficiali si portavano dietro molti bagagli, la marcia era estremamente lenta. L’esercito austriaco era meno stimato, perché copiava quello di Federico II. Nel 1753, Maria Teresa aveva assoggettato gli uomini validi delle sue province tedesche al sorteggio, secondo il sistema prussiano dei Kantonisten; si imitava anche il drill. Tuttavia, gli Austriaci erano reduci da una guerra con i Turchi, superiorità incontestabile sui Prussiani; il loro commissariato vi aveva imparato a nutrire le truppe in un paese di scarsi mezzi e privo di comunicazioni; sul fronte francese, esso se la sbrogliò meglio di quello prussiano.

Il duca di Brunswick non paventava le lungaggini. Anzitutto, la politica monarchica prescriveva di non arrischiare alla leggera un esercito che poteva essere ricostituito solo a prezzo di molto tempo e di molto denaro; d’altro lato, essa pensava, più che a distruggere l’avversario, a conquistare dei pegni in vista dei futuri negoziati. Le condizioni dell’addestramento e la tattica della fanteria non incoraggiavano a cercare la battaglia decisiva: bisognava che ci si trovasse su di un terreno propizio e come sul campo di manovra. L’ordine lineare si prestava meglio alla difesa che all’attacco, perché la marcia sconvolgeva l’allineamento e impediva il fuoco a salve; esso restava, d’altronde, alla mercé di una carica di cavalleria e non si prestava all’inseguimento. Lo stesso Federico II non era riuscito a sormontare tali difficoltà: l’ordine profondo, la colonna, restituendo alla fanteria la sua potenza d’urto, ne spegnevano il fuoco; l’ordine sparso non ispirava fiducia perché non permetteva le formazioni in quadrato contro la cavalleria e favoriva la diserzione; si ricorreva a esso solo per aprire l’azione o per attaccare trinceramenti. Anche per quest’aspetto, gli Austriaci si trovavano in migliore condizione dei Prussiani: essi disponevano d’una fanteria leggera, i Tirolesi e i Croati, ma poco numerosa.

Le tradizioni della scuola consigliavano perciò di evitare la battaglia, di manovrare per minacciare le comunicazioni del nemico, di costringerlo a ripiegare lasciando dietro a sé delle piazzeforti che venivano poi assediate con comodo. E, poiché l’avversario si comportava nella stessa maniera, importava proteggere accuratamente i propri fianchi, e soprattutto i propri depositi e le proprie vie di rifornimento: l’esercito si allungava in “cordone » e finiva col perdere qualsiasi vigore offensivo. In Francia, il conte di Guibert aveva espresso il voto che un esercito, divenuto nazionale, d’un patriottismo ardente e fiducioso nella sua massa, rinnovasse la strategia e la tattica:

solo la Rivoluzione poté attuarlo. Alla Prussia, il grande Federico non lasciò in eredità nemmeno dei discepoli: senza dire che anche lui aveva subito non poche sconfitte, si osservava che alla fine della sua carriera era diventato sempre più prudente e si attribuivano le sue vittorie, conseguite contro i « principi », all’incapacità dei suoi avversari o alla fortuna. Così pensava il duca di Brunswick, generale famoso, prode e riflessivo, ma che mancava della dote essenziale degli uomini di guerra:

il coraggio di osare. Temendo di compromettere la sua fama, egli obliterò la sua autorità stipulando che Hohenloe eseguisse, sotto la sua responsabilità, il piano prestabilito; pieno di rispetto per il re, non oso né allontanarlo dall’esercito né contraddirlo, sicché gl’invasori della Francia ebbero di fatto tre comandanti.

Secondo il piano che il duca espose in febbraio e difese in maggio, nelle conferenze di Sans-Souci, i Prussiani dovevano marciare per Longwy su Verdun, dividendo l’armata francese di Metz, contenuta da Hohenloe, da quella di Sedan, controllata da Clerfayt. Raggiunta la Mosa, si sarebbero assediate le piazzeforti lasciate indietro e presi i provvedimenti per marciare su Parigi nella primavera successiva. Era un piano rigorosamente conforme ai «principi ». Ma l’opinione generale era che “l’esercito dei ciabattini » fosse incapace di resistenza: alla Francia sarebbe toccata la stessa sorte che all’Olanda nel 1787. Bouillé assicurava inoltre di avere in tasca le chiavi delle fortezze e che la maggioranza dei Francesi aspettavano con impazienza la liberazione; si riteneva che un proclama minaccioso avrebbe guadagnato l’animo degli esitanti. Federico Guglielmo II confidava perciò di entrare a Parigi alla fine dell’estate. Il duca di Brunswick giudicava i propri effettivi troppo scarsi e la stagione troppo avanzata per riuscirvi; e tacque, senza rinunziare al suo piano. Ci si mise in cammino senza decidere in maniera positiva quei che ci si proponeva di fare.

Gli ultimi preparativi ebbero fine durante le feste per l’incoronazione a imperatore di Francesco II, in cui la vecchia Germania si diede, per l’ultima volta, in spettacolo. Mallet du Pan presentò ai sovrani il progetto di proclama che Luigi XVI aveva ricevuto dai Foglianti; il marchese di Limon gli oppose il proprio, approvato da Fersen. I diplomatici li esaminarono distrattamente e scelsero il secondo, non si sa bene perché. Il 25 luglio, il duca di Brunswick se ne assunse la responsabilità: se ne pentì per tutta la vita.

Valmy (20 settembre 1792)

Finalmente il 30 luglio l’esercito prussiano lasciò Coblenza; ma esso varcò la frontiera solo il 19 agosto. Subito dopo, cominciò a piovere e, da quel momento, un diluvio quasi continuo trasformò le Argonne in uno spaventoso pantano in cui la pesante armata a poco a poco s’immelmò: la pioggia fu per la Rivoluzione il più prezioso degli alleati. Brunswick attaccò Longwy, il 22; privo di materiale d’assedio, egli bombardò la città, che il giorno dopo capitolò. Verdun, investita il 29, si arrese egualmente, il 2 settembre, dopo il suicidio o l’assassinio del comandante Beaurepaire. Non che i Lorenesi fossero ostili alla Rivoluzione: gl’invasori se ne rendevano conto con rincrescimento. Ma i cittadini non ressero al bombardamento e non c’era ancora un governo rivoluzionario che li obbligasse al sacrificio e tenesse a freno i monarchici; e questi ne approfittarono per intimidire l’autorità militare. Se le “vergini di Verdun », che più tardi furono ghigliottinate, non coprirono di rose il cammino percorso dal re di Prussia, esse gli fecero buona accoglienza.

Sino a quel momento, Brunswick si era attenuto al suo piano; ma siccome il re di Prussia, sotto l’influsso di Breteuil e di Calonne, si ostinava a voler spingersi oltre, egli alla fine cedette. Del resto, le armate francesi di Sedan e di Metz ripiegavano: egli non temeva più un aggiramento e chiamò a sé Hohenloe, il quale lasciò davanti a Thionville un sottile velo di truppe. L’8 settembre, l’esercito dei coalizzati abbordò l’Argonne, Hohenloe alle Islettes, dove passa la via di ChMons, il duca verso Grandpré, Clerfayt più a nord. Dappertutto, essi trovarono i Francesi, comandati da Dumouriez.

Abbandonato da Luigi XVI e in rotta con la Gironda, Dumouriez aveva visto, senza sconcertarsi, eclissarsi la sua stella. Nel campo di Maulde, egli compi un ottimo lavoro e, contrapponendosi a La Fayette, riconquistò la fiducia dei Giacobini. Quando, dopo la defezione di La Fayette, l’armata di Sedan si trovò senza capo, il Consiglio esecutivo gliene affidò il comando, che egli assunse il 28 agosto. Il suo disegno restava sempre lo stesso: penetrare nel Belgio, nella convinzione che il duca di Brunswick sarebbe in tal caso corso in aiuto del duca di Sassonia-Teschen. Servan, invece, lo incitava a coprire Parigi, perché desiderava rassicurare l’opinione pubblica: del resto, sotto l’aspetto strategico, era assai dubbio che il duca di Brunswick si distogliesse dal suo cammino per andar a difendere il Belgio; e, una volta i Prussiani a Parigi, che cosa mai sarebbe diventato Dumouriez nel Belgio? Egli stesso mutò d’avviso quando vide il nemico sulla Mosa; in settembre, lasciò Sedan e, con una marcia di fianco, — che, con incredibile inerzia, Clerfayt non tentò nemmeno di disturbare, — portò i suoi ventitremila uomini nell’Argonne. Duval e Beurnonville gli condussero dal Nord circa diecimila uomini; Kellermann stava arrivando da Metz con altri diciottomila.

Dalla primavera, l’esercito francese aveva compiuto notevoli progressi; la guerra di avamposti lo aveva agguerrito e, sebbene la Legislativa si fosse costantemente rifiutata d’inquadrare i volontari nelle truppe di linea, l” «amalgama» era di fatto cominciato, perché i generali associavano nelle loro formazioni battaglioni d’origine diversa. Avvenivano ancora crisi di panico, e Dumouriez non si riteneva ancora in condizione di dar battaglia in aperta campagna; ma la difesa appariva possibile, soprattutto in una zona collinosa come quella dell’Argonne. L’artiglieria francese era nettamente superiore a quella nemica, e La Fayette l’aveva dotata di batterie a cavallo. I generali francesi restavano in molti punti fedeli alla tattica tradizionale: il regolamento dell’agosto 1791, fondato sull’insegnamento di Guibert, propugnava l’ordine sottile, la fanteria venendo schierata su due linee, ciascuna di tre ranghi, e ammetteva l’attacco in ordine profondo, per colonna di battaglione. Tuttavia, la forza delle cose cominciava a trasformare la tattica: la difensiva, la guerra di avamposti, la necessità di utilizzare i volontari, ch’era difficile addestrare all’ordine lineare, ma che erano pieni d’ardore e d’iniziativa, avevano condotto a impiegare come tirailleurs una parte sempre crescente delle forze disponibili. Infine, l’esercito possedeva finalmente un capo. Come generale, Dumouriez rivelò infatti eminenti qualità: prode e resistente, sapeva parlare al soldato e farsene amare; pieno di slancio e d’allegria, si mostrava fiducioso pur nelle peggiori congiunture e non perdeva mai il dominio di sé. Peccato che, al campo come al governo, conservasse un fondo di leggerezza e di storditaggine che per poco non causò la sua rovina.

Egli lasciò infatti sguernito il passaggio della Croix-aux-Bois, che Clerfayt occupò il 12 settembre, e si trovò cosi aggirato. Riuscì tuttavia a sfuggire da Grandpré con una marcia notturna e a ripiegare sino all’altezza di Sainte-Menehould, e qui si accampò, addossandosi alle forze di Arthur Dillon, che teneva pur sempre le Islettes, e riuscì a congiungere le proprie forze a quelle di Beumnonville e di Kellermann. Egli lasciava così scoperta la via di Parigi, ma il duca di Brunswick non vi si poteva impegnare lasciando le sue retrovie esposte a un attacco di rovescio. Il duca rimase inattivo sino al 17, poi varcò l’Argonne e, avviluppando le posizioni dei Francesi, si volse a minacciare la strada di Vitry, loro unica via di ritirata, per obbligarli a ripiegare. Il 19, re Federico Guglielmo, ansioso di farla finita, sdegnando le regole dell’arte, ordinò di attaccare i Francesi. Cosi, il mattino dopo, i Prussiani impegnarono battaglia con le forze di Kellermann, schierate sulle alture di Valmy e di Yvron. Dopo un violento cannoneggiamento, subito dopo mezzogiorno la fanteria prussiana mosse all’attacco; ma il fermo contegno dei Francesi, che intensificarono il loro fuoco, impressionarono le colonne d’attacco, che a un certo momento si arrestarono, esitanti. Il duca di Brunswick giudicò fallito l’attacco, e ordinò la ritirata. Non era certo stata una grande battaglia; pure, i Francesi avevano riportato una grande vittoria, vittoria morale della Rivoluzione nello spirito stesso dei suoi nemici e di cui Goethe intuì subito le infinite ripercussioni; successo militare anche, troppo sottovalutato, perché procurò ai Francesi l’alleanza del tempo, assicurando cosi la sconfitta dei loro avversari.

Lefebvre G., “La rivoluzione francese”, Einaudi pag. 297

La discussione s’iniziò solo il 13 novembre, dopo i mediocri rapporti di Valazé e di Mailhe; ed essa minacciava di andare per le lunghe quando, il 20 novembre, la scoperta, in un armadio segreto delle Tuileries (l’«armadio di ferro») di documenti compromettenti (che Roland commise l’imprudenza di esaminare per il primo, senza testimoni), rese inevitabile il processo. Si trattava dei carteggi di Luigi XVI con Mirabeau, con Talon, col vescovo di Clermont, con La Fayette, con Dumouriez, con Talleyrand e con altri.

L’11 dicembre, Luigi XVI comparve davanti alla Convenzione: egli negò gli addebiti o si trincerò dietro la Costituzione.

Si arrivò ad emettere la sentenza. Lo scrutinio per appello nominale cominciò il 14 gennaio ‘93: ogni deputato aveva piena libertà di dar ragione del suo voto. Sulla colpevolezza, il voto dei deputati fu unanime; l’appello al popolo venne respinto con 424 voti contro 287. La votazione relativa alla pena s’iniziò il i6 gennaio e durò ventiquattro ore: su 721 deputati presenti, 387 votarono a favore della pena di morte. Ma ventisei di costoro, seguendo un abile suggerimento di Mailhe, avevano proposto di esaminare se non convenisse rinviare l’esecuzione della sentenza. Si procedette allora a un ultimo scrutinio: il rinvio venne respinto con 380 voti contro 310. In ogni scrutinio, i Girondini si erano divisi.

Lefebvre G., “La rivoluzione francese”, Einaudi pag. 309

Il Terrore, lasciando largo margine all’apprezzamento di coloro che lo esercitavano, dipese dal loro carattere e dalle circostanze. Gli odi personali, lo spirito di vendetta, che s’infiltrò sin da principio nella volontà punitiva, e soprattutto l’autoritarismo impulsivo di certi uomini aggravarono talora la severità o la riattizzarono dopo un periodo di sosta; mentre, per converso, la longanimità di altri, le amicizie, lo spirito politico la mitigarono e molti rappresentanti si limitarono a dare qualche esempio di rigore o si accontentarono di imprigionamenti. I commissari dei Comitati si comportarono anch’essi in svariate maniere: nel distretto di Saint-Pol, ad esempio, uno di loro fece arrestare centoquarantun persone, mentre i suoi colleghi ne arrestarono soltanto tre, due o una.

L’influsso delle circostanze appare ancora più evidente dall’analisi statistica delle condanne a morte compiuta dal Greer nel suo lavoro The Incidence of the Terror: il 71 per cento di esse vennero pronunziate nelle due zone di guerra civile, e precisamente il 19 per cento nel Sud-Est e il 52 nell’Ovest, contro il 15 per cento a Parigi. L’esame dei capi d’accusa concorda: in più del 72 per cento dei casi, si tratta di ribellione. Al contrario, in sei dipartimenti non si ebbe nessuna esecuzione capitale; in trentuno, meno di dieci; in quattordici, meno di venticinque.

La statistica del Greer si limita alle condanne capitali: essa ne annovera circa diciassettemila. Ma il numero delle vittime fu molto più elevato: senza parlare dei ribelli caduti in combattimento, bisogna tener conto infatti delle esecuzioni sommarie, avvenute sia per ordine (come a Nantes o a Tolone) sia per rifiuto di conceder salva la vita ai prigionieri sui campi di battaglia o nel corso dei rastrellamenti; inoltre, le condizioni di vita nelle prigioni vi causarono un’elevata mortalità. Un computo esatto essendo impossibile, il Greer propende per una cifra complessiva di trentacinque-quarantamila vittime. Convien ricordare che i beni dei condannati, degli emigrati e dei preti deportati erano confiscati, e quelli dei parenti di emigrati messi sotto sequestro sino al prelevamento della quota di successione dei fuggiaschi. Infine, non bisogna dimenticare i a sospetti a : il distretto di Saint-Pol ne incarcerò millequattrocentosessanta; e il loro numero totale, trecentomila, pur essendo puramente ipotetico, non appare per nulla inverosimile. Lo sgomento e il rancore dei contemporanei, e il ricordo incancellabile che trasmisero ai posteri, si spiegano perciò facilmente.

A dispetto degli elementi che lo estesero sconsideratamente o lo insozzarono, esso rimase sino al trionfo della Rivoluzione quel ch’era stato sin dal primo momento: una reazione punitiva indissolubilmente legata all’impulso difensivo contro la “cospirazione aristocratica”.

Lefebvre G., “La rivoluzione francese”, Einaudi pag. 451

In totale, il “Grande Terrore” costò la vita a milletrecentosettantasei persone, mentre, dal marzo 1793 al 22 pratile, non ne eran state giustiziate a Parigi che milleduecentocinquantuno.

L’opinione pubblica ne fu fortemente scossa, anche per il modo come avvenivano le esecuzioni capitali: le carrette trasportavano lentamente i condannati attraverso il sobborgo Saint-Antoine sino alla barriera del Tr6ne-renversé; il supplizio era pubblico e la ghigliottina, mozzando il capo del condannato e facendone sprizzare il sangue, colpiva l’immaginazione. Ora, la vittoria della Rivoluzione sembrando ormai sicura, la paura della cospirazione aristocratica si andava attenuando, la volontà punitiva s’indeboliva, la febbre popolare cadeva.

Lefebvre G., “La rivoluzione francese”, Einaudi pag. 456

Il Comitato di sicurezza generale era geloso del Comitato di salute pubblica e, dopo la legge di pratile, il conflitto s’inasprì. La tendenza all’accentramento minacciava egualmente Cambon, il quale spadroneggiava nel Comitato delle Finanze e nella Tesoreria. E l’animosità si appuntò ancora una volta contro Robespierre. Indubbiamente, l’organizzazione di un potere centrale omogeneo che attuasse, nel governo rivoluzionario, l’unità d’impulso ossessionava il suo pensiero e quello di Saint-Just e appariva loro l’indispensabile complemento del centralismo. Inoltre, in molti membri del Comitato di sicurezza generale (Vadier, Voulland, Amar) persisteva la tendenza hébertista; l’opposizione alla scristianizzazione e il culto dell’Essere supremo li indignavano; con ogni verosimiglianza, Robespierre spiaceva loro anche per le sue maniere, che lo rendevano invece popolare tra la piccola borghesia rivoluzionaria, la quale si riconosceva in lui. Rimasto povero, nonostante le sue doti intellettuali, egli conduceva, in casa dell’ebanista Duplay, rue Saint-Honoré, una vita modesta e familiare; fondatore del partito democratico e fraterno con gli umili, era tuttavia assai accurato nel vestire e sdegnava il disordine dei sanculotti, la carmagnola e il berretto rosso.

Il vero animatore dell’opposizione a Robespierre e, quindi, il vero ispiratore del 9 termidoro fu Carnot. Inoltre, alla divergenza delle concezioni sociali si aggiunsero contrasti personali provocati da un individualismo esacerbato. Quegli uomini, probi e capaci, erano di temperamento autoritario (Carnot soprattutto s’irritava per le critiche che Robespierre e Saint-Just non risparmiavano ai suoi piani); logorati dal lavoro, sovreccitati dal pericolo, essi si frenavano a fatica. Robespierre, le cui condizioni di salute non erano buone, si mostrava irritabile e non perdonava facilmente; affabile e mite con gl’intimi, freddo e distante con gli altri, non sapeva sorridere. Gli alterchi si fecero frequenti.

Alla fine di pratile, Vadier tentò di volgere in ridicolo l’Essere supremo e il suo pontefice a proposito d’una vecchia donna, Catherine Théot, la quale si faceva passare per la “madre di Dio,, e raggruppava intorno a sé degli inoffensivi fedeli. Robespierre si oppose al processo, e dopo una violenta scenata riuscì a imporsi; ben presto, egli cessò di recarsi al Comitato. Il mese di messidoro passò senza che rompesse il silenzio: questo periodo di tregua favori la propaganda dei suoi avversari e ne rafforzò l’intesa. Al principio di termidoro, essi tentarono di venire a un accomodamento: Saint-Just e Couthon vi si mostrarono favorevoli, ma Robespierre, il quale non credeva nella loro sincerità, vi si oppose. Fu lui a imporre il fatale arbitrato della Convenzione.

L’8 termidoro (26 luglio), egli denunciò all’Assemblea i suoi avversari e chiese che venisse attuata “l’unità del governo »; la Convenzione, soggiogata, votò la stampa del discorso e il suo invio a tutte le municipalità. Ma Robespierre, invitato a fare i nomi di coloro che accusava, si rifiutò di farlo: fu la sua rovina, perché se ne ardui che egli chiedesse una cambiale in bianco. La Pianura s’impennò: il decreto venne annullato. Ma non si sarebbe essa arresa il giorno dopo, come aveva fatto altre volte, quando Robespierre e Saint-Just sarebbero tornati alla carica? Risoluti ormai ad abbattere questi ultimi per evitare la propria. proscrizione, i loro nemici, prevedendo che il Comune avrebbe chiamato le sezioni alle armi, si misero d’accordo sulla tattica da seguire. Quando la seduta si apri, il 9 termidoro, a mezzogiorno, essi impedirono a SaintJust e a Robespierre di parlare. Nel baccano e nella confusione, i Comitati fecero togliere a Hanriot il comando della Guardia nazionale, che fu restituito ai comandanti delle otto legioni, a turno, e decretare l’arresto di Dumas, presidente del Tribunale rivoluzionario. Poi, un oscuro dantonista chiese e ottenne che venissero messi sotto accusa i due Robespierre, Saint-Just e Couthon. Lebas reclamò eroicamente per sé la medesima sorte. Alle tre del pomeriggio, tutto era terminato.

Il Comune si dichiarò allora in stato d’insurrezione. Ma Hanriot si agitò vanamente e, mentre tentava di liberare i suoi amici, fini col farsi catturare.

Pure, verso le sette di sera, tremila uomini circa si trovarono riuniti nella Piazza di Grève con una trentina di cannoni. A questa forza temibile mancarono i capi.

I deputati arrestati furono bensì liberati e, tra le nove e il tocco di mezzanotte, giunsero l’uno dopo l’altro all’Hòtel-de-Ville; ma essi non presero la direzione dell’insurrezione. Non la sconfessarono, ma la giudicarono probabilmente destinata all’insuccesso: avendo sempre affermato di governare in nome della rappresentanza nazionale, essi furono paralizzati dalla contraddizione in cui si trovavano e si rassegnarono alla loro sorte. I sanculotti, abbandonati a se stessi, si ritirarono alla spicciolata: al tocco di mezzanotte, la piazza di Grève era deserta.

Svanita ogni speranza, Lebas si uccise; Robespierre si tirò una pistolettata senz’altro risultato che di fracassarsi la mascella. L’Hòtel-de-Ville fu invaso senza colpo ferire e i suoi occupanti arrestati. Subito dopo cominciò, in tutta Parigi, un rastrellamento su larga scala di Giacobini.

La sera del io termidoro (28 luglio), Robespierre, suo fratello Augustin, Saint-Just, Couthon, Dumas e altri diciotto arrestati vennero ghigliottinati in Piazza della Rivoluzione, dov’era stato riportato il patibolo; l’11, un’” infornata” di settantun persone, la più numerosa di tutta la Rivoluzione, subì la stessa sorte; il giorno dopo, ce ne fu un’altra, di dodici persone. Altri tre “fuorilegge » completarono nei giorni successivi 1 ‘ecatombe.

In tutta la Francia, grande fu lo smarrimento dei terroristi: anche Robespierre aveva tradito la Repubblica, come Hébert e Danton! La maggior parte, in fondo, non vollero crederlo. Ma la grande maggioranza della nazione si mostrò sodi sfatta, giudicando colpito a morte il governo rivoluzionario. Essa non s’ingannava.

Lefebvre G., “La rivoluzione francese”, Einaudi pag. 468

Danton: «Signore, dimenticate a chi parlate; dimenticate che siamo canaglia, che veniamo dal fango, che con i nostri principi vi saremmo presto ripiombati e che non possiamo governare senza incutere terrore».

Madelin Louis, “Danton”, Dall’Oglio, pag. 204

DANTON E IL 10 AGOSTO

L’andamento della sommossa del 10 agosto è noto. Il 9 sera, dalle 8 alle 9, le sezioni, a una parola d’ordine, si radunarono tumultuosamente e, seguendo il canovaccio scritto già da otto giorni, elessero nel modo più irregolare e più chiassoso i commissari che, nel momento in cui la campana dei Cordelieri si mette a suonare, si muovono da tutte le parti di Parigi per correre verso l’Hòtel de Ville. È importante che al Consiglio generale legittimista si sostituisca con la forza un Consiglio generale rivoluzionario. Questo, essendosi imposto, destituirà Mandat, comandante della Guardia Nazionale, il quale durante il giorno ha ottenuto dalla Corte l’autorizzazione d’organizzare il settore delle Tuileries contro una possibile, probabile sommossa.

Il pomeriggio era stato caldo e la notte si annunciava bella. Da Otto giorni il quartiere aveva la febbre ed ora questa febbre scoppiava: dagli agitatori, che operavano dal Club alla sezione, alle piccole borghesi cordeliere, tutti erano in stato d’eccitazione. Fra poco il cordeliere Fournier guiderà, al parossismo della violenza, che bisogna «andare immediatamente -a tagliare seicento teste di cospiratori rifugiatisi nel covo reale» e portarle all’assemblea dicendo: «Ecco i Vostri capolavori, legislatori!».

In casa Danton c’era una grande riunione. Desmoulins entrò bruscamente con un fucile in pugno, insieme a Fréron. Ad un tratto Danton si alzò: stava per dare il segnale; bisognava che la campana dei Cordiglieri annunciasse, prima al quartiere ed a tutta Parigi poi, che era scoccata l’ora. Desmoulins e Fréron lo seguirono.

Ordinò che si suonasse la campana, poi andò a gettarsi sul suo letto «come un soldato», dirà, con l’ordine di tenerlo informato degli avvenimenti.

Danton si coricò e, incessantemente disturbato dai richiami degli amici, opponeva loro «un’aria poco premurosa». All’improvviso, nell’appartamento della corte del Commercio, dalle finestre aperte, si udì la campana a martello: su ordine dell’uomo che, sfinito, ora dormiva, la grossa campana dei Cordelieri lasciava cadere i suoi pesanti rintocchi, mentre immediatamente il vicino campanile di Saint-André-des. Arcs si univa al concerto. Ed ecco, da tutti i campanili, partire l’appello all’insurrezione.

In quel momento Desmoulins ritornò dalla sezione: anche lui aveva l’aria molto stanca: si addormentò sulla spalla di Lucilla, mentre nella strada i tamburi rullavano in mezzo al tumulto ed ai richiami. Finalmente i due uomini si svegliarono e partirono. Danton aveva ritenuto giunto il momento di andare all’hotel de Ville a compiere la grande impresa.

Alla Comune tutto era in subbuglio. I «commissari di sezione” erano esasperati: Mandat, prendendo molto sul serio il suo còmpito di generale della resistenza, non solo aveva cercato di mettere un po’ d’ordine fra i difensori del Castello, sfortunatamente quanto mai eterogenei, ma aveva anche preteso d’impedire che la sommossa raggiungesse le Tuileries. Ciò che più impensieriva gli agitatori era il famoso parco d’artiglieria del Ponte Nuovo, del quale abbiamo già parlato. Mandat aveva dato l’ordine di mettere in batteria alcuni cannoni — il che tagliava fuori le Tuileries dalla riva sinistra dove Cordiglieri e Marsigliesi si armavano. Appena appresa la notizia, i commissari, ora in massa all’Hotel de Ville, avevano gridato al “tradimento ». Il fatto che Mandat fortificasse le Tuileries era indice sicuro della sua insultante diffidenza verso il popolo generoso; ma che avesse messo, al Ponte Nuovo, dei cannoni in batteria era prova evidente che voleva concorrere alla repressione cruenta che il tiranno e i suoi fanatici settari stavano preparando!

Il Consiglio generale si lasciava decisamente impressionare. Danton, appena arrivato, si recò nella sala dove esso deliberava, poi nella sala dei “commissari”, evidentemente risoluto, lui sostituto procuratore, a dare loro veste ufficiale. Il Consiglio, intimidito da questo atteggiamento, era maturo per la capitolazione: dietro suggerimento di Danton decise di annullare gli ordini di Mandat riguardanti la batteria del Ponte Nuovo, poi — ed era proprio ciò che si voleva — d’ingiungere al comandante, che si trovava alle Tuileries, di presentarsi all’Hotel de Ville per dare spiegazioni.

Era una trappola: l’ordine raggiunse il comandante alle Tuileries verso le cinque; a tutta prima decise di rimanere dov’era, ma poi, su consiglio di Roederer, procuratore generale sindaco del dipartimento, si mosse per andare all’HOtel de Ville. Appena arrivato all’ufficio dello Stato Maggiore della Guardia Nazionale, vide entrare un uomo furibondo. Era Danton, accompagnato da un certo numero di «commissari” minacciosi e ingiurianti. Il tribuno ingiunse al soldato, in nome del Popolo, «di seguirlo immediatamente alla Comune (Danton intendeva già parlare di quella insurrezionale) per render conto della sua condotta ». Il comandante rispose che non aveva ordini da ricevere da quella «pseudo Comune” e “che doveva render conto del suo operato soltanto a quella composta di uomini onesti ». A queste parole Danton gli saltò letteralmente alla gola: “Traditore!”, gli gridò: «ti obbligherà ad obbedire, questa Comune che salverà il popolo che tu tradisci e contro il quale cospiri insieme al tiranno. Trema, il tuo delitto è scoperto e presto tu e i tuoi infami complici ne riceverete il prezzo! ».

Mandat, tuttavia, raggiunse la sala dove sedevano “gli uomini onesti », davanti ai quali si «discolpò» facilmente. Ma, appena finito, venne trascinato davanti alla Comune insurrezionale, che prendeva sempre più forma di assemblea ufficiale grazie alla presenza, nel suo seno, del procuratore e del sostituto (uniche autorità perché il sindaco Pétion si era vilmente ritirato nella sua abitazione del Quai des Orfèvres). I “commissari”, allora, emanano un decreto che revoca il “traditore” e nomina al suo posto Santerre, quel Santerre del sobborgo Saint-Antoine, amico sicuro. Ma non basta: Mandat continua ad essere interrogato, incalzato, malmenato, “convinto reo” di mille “tradimenti”. E si ordina che quel miserabile traditore sia detenuto nella prigione dell’HOtel de Ville.

Allora i commissari, forti della loro impunità, inebrniati da quei primi atti d’autocrazia, gettano la maschera. “L’assemblea dei commissari della maggioranza delle sezioni, riuniti con pieni poteri di salvare la cosa pubblica, ha decretato che la prima misura da prendersi per la salute pubblica, sia d’impadronirsi di tutti i poteri che la Comune aveva delegati... e che il Consiglio generale della Comune sta sospeso ». In realtà, si sopprime il Consiglio generale per usurparne le funzioni. Il Consiglio generale finge di resistere e i commissari invadono la sala: “Quando il popolo si mette in «stato d’insurrezione», si grida, “ritira tutti i poteri per riprenderli» — e cosi il Consiglio generale viene finalmente sciolto.

La «nuova Comune” decide che Mandat, internato all’Hotel de Ville, venga trasferito all’Abbazia «per sua maggior sicurezza ». L’infelice, strappato dall’HOtel de Ville, non ha ancora fatto tre passi che cade sui primi gradini della scala, la testa fracassata da un colpo di pistola.

Danton dirà, come prova d’aver partecipato attivamente al 10 agosto: “Ho dato io l’ordine di ammazzare Mandat ».

È chiaro che ai suoi occhi quella morte, o piuttosto la destituzione che l’aveva preceduta, era l’atto decisivo che, disorganizzando la difesa, aveva dato in mano al popolo le Tuilenies, assicurando il successo della giornata. Crediamo che abbia visto giusto: quella revoca perdeva il re. Solo Mandat poteva, alla meno peggio, mantenere con la sua presenza alle Tuilenies l’unione tra i difensori del Castello: vecchie guardie del Corpo accorse, svizzeri chiamati in fretta, Guardie Nazionali in gran parte pronte a tradire. Le prime bande (e in particolare i Marsigliesi che niente più fermava al Ponte Nuovo), quando cominceranno a cozzare contro le Tuileries, non avranno difficoltà a penetrare nei cortili: i cannonieri abbandoneranno la porta e il re, scoraggiato, s’incamminerà verso l’assemblea, lasciando il Castello, consegnandosi lui stesso, in attesa che l’assemblea, dopo averlo sospeso dalle sue funzioni, lo definisca alla nuova Comune. Tutto ciò fu la conseguenza d’un gesto che, con mirabile opportunità, colpi, nel pieno dei preparativi per la battaglia, l’unico uomo che avrebbe voluto e potuto difendere il Castello. È quello che sottintendeva Danton, quando orgogliosamente disse: «Ho dato io l’ordine di ammazzare Mandat “.

Madelin Louis, “Danton”, Dall’Oglio, pag. 131

A più riprese ancora Desforgues, l’ex-commesso di studio di Danton, rimasto ministro, cercò di riunire a mensa i due uomini «per disperdere », scriverà, «quelle che egli considerava semplici prevenzioni ». Ma, invece di mettersi d’accordo, litigarono. Robespierre si inaspriva a qualsiasi proposta — qualcuna poco opportuna — dell’intemperante tribuno.

L’8 ventoso (27 febbraio) Saint-Just, richiamato di nuovo da Robespierre, lesse alla Convenzione il suo rapporto contro le fazioni. “Ciò che costituisce la repubblica è la distruzione di quanto le si oppone. Si è colpevoli verso la repubblica se ci s’impietosisce dei detenuti; si è colpevoli se non si vuole la virtù; si è colpevoli se non si vuole il Terrore ». Ogni frase mirava a Danton. Era la premessa ad un atto d’accusa.

Danton non ne parve eccessivamente turbato. Fu proprio in quel giorno che andò a denunciare «i falsi patrioti dal berretto frigio» la cui espulsione avrebbe permesso ai veri patrioti “d’essere sicuri della pace e della libertà ». Il 13 con proposte patriottiche, il 14 con proposte allegre, fece vibrare e ridere l’assemblea. Quel diavolo d’uomo riprendeva il sopravvento ad ogni momento. Tutte le sue mozioni furono approvate e votate.

Il 24 scoppiò un fulmine che parve illuminare il suo cielo: Hébert era stato arrestato nella notte, con tutta la sua banda, per ordine dei comitati. Danton e Desmoulins parvero trionfare. Il tribuno intese sottolineare l’atto, ma anche compromettere i comitati: evitando di calpestare il nemico a terra, espresse il voto che si procedesse “senza urti” sulla “difficile strada intrapresa ». Vedeva nei comitati «l’avanguardia del Corpo politico ». Bisognava considerare con calma tali agitazioni: “Non spaventatevi dell’effervescenza della prima età della libertà. È come un vino forte e nuovo che fermenta finché sia purgato di tutta la sua schiuma ». Questo non era certo il linguaggio d’un uomo braccato. Con una specie di orgogliosa serenità, assegnava dei satisfecit ai comitati ed alla Convenzione che «mai gli era parsa più grande ». Bisognava ormai far tacere le passioni personali: “Se quando saremo vittoriosi (e già la vittoria ci è assicurata) le passioni personali dovessero prevalere sull’amor di patria, se esse tentassero di scavare un nuovo abisso per la libertà, vorrei gettarmici per primo. Lungi da noi ogni risentimento. È venuto il tempo nel quale si giudicheranno soltanto le azioni. Le maschere cadono, le maschere non seducono più (alludeva forse a Robespierre e ai suoi amici ?). Non confonderemo più con i veri magistrati del popolo coloro che vogliono scannare i patrioti... (era forse Billaud ?). Anche se ci fosse fra tutti i magistrati un solo uomo che abbia fatto il suo dovere, bisognerebbe soffrire tutto piuttosto che fargli bere il calice d’amarezza... ».

Un giornale afferma che la Convenzione aveva votato con entusiasmo la stampa del discorso di Danton.

Trionfo troppo pieno!

Hébert abbattuto, Danton con un colpo maestro sembrava, pur lodando il comitato, aver preso la direzione dell’opinione pubblica e il dominio morale dell’assemblea, in mezzo agli applausi. Quella sera i membri dei due comitati dovettero certamente uscire dalla sala delle sedute pieni di paura, di gelosia e di rancore.

Danton doveva pagar cara quell’ultima acclamazione. Infatti, lasciando la tribuna quel giorno 29 ventoso anno 11 (mercoledì 19 marzo 1794), ne scendeva i gradini per l’ultima volta. Non li salirà più; e tra venti giorni ascenderà quelli del patibolo.

Hébert venne ghigliottinato il 5 germile (26 marzo). L’impressione fu che Danton avrebbe beneficiato dell’avvenimento. Il suo discorso del 29 ventoso l’aveva portato talmente in alto! D’un tratto il prestigio di Robespierre parve diminuire:

un dantonista, Bourdon, non aveva forse osato, proprio in quel 29 ventoso, chiedere che si arrestasse Héron, il poliziotto di Massimiliano, e la Convenzione non aveva forse approvato? Fu necessario che il giorno dopo Robespierre venisse a reclamare il suo uomo che, del resto, gli era stato restituito. Il colpo era stato forte. D’altra parte, Tallien, che si diceva appartenere a Danton, arrivava al seggio della Convenzione il 10 germile, al tempo stesso in cui Legendre, fanatico settario del grande cordeliere, era portato alla presidenza dei Giacobini. Robespierre si credette circondato: era tempo che spezzasse il cerchio; la rovina di Danton diventava urgente.

Il 10 germile (22 marzo) si trovarono un’ultima volta insieme alla tavola d’un comune amico, Humbert, capo dell’ufficio fondi, in compagnia di Legendre, Panis, Desforgues e altri. Danton, secondo uno dei convitati, scongiurò per l’ultima volta Robespierre a sottrarsi agli intrighi che andavano tramando contro di lui, Danton, alcuni membri del comitato e a non prestare più orecchio alle “chiacchiere di certi imbecilli ». Si accalorò all’eccesso: “Dimentichiamo i nostri risentimenti per vedere soltanto la patria, i suoi bisogni, i suoi pericoli... Vedrai che la repubblica, trionfante e rispettata all’estero, sarà ben presto amata anche all’interno da coloro stessi che finora le si sono mostrati nemici ». Robespierre, che aveva serbato un freddo silenzio, rispose seccato:

“Con i tuoi principi e la tua morale non si troverebbero dunque mai colpevoli da punire? ». «E ti dispiacerebbe“, ribatté Danton, «se non ci fossero colpevoli da punire? “.

Robespierre s’irritò. «La libertà si può affermare soltanto facendo cadere le teste di quegli scellerati », disse.

La sera dopo, al comitato, Billaud reclamò per là decima volta la testa di Danton; Robespierre gliela concesse. Ma non si poteva agire immediatamente. Bisognava che l’HOtel de Ville, sbarazzato dello Stato Maggiore ebertista, fosse nelle mani dei Robespierristi. La nomina di un sindaco e di un agente nazionale devoti a Massimiliano, Fleuriot e Payan, rassicurava: con quella gente alla Comune non c’era da temere nessun movimento di popolo in favore del temibile sospetto.

Durante la settimana dal 23 al 30 marzo Robespierre innalzò molto laboriosamente il patibolo per il suo “nemico”. Ogni sera, nella famosa camera azzurra di casa Duplay, si sarebbe potuto vedere Robespierre classificare schede e redigere note. Raccoglieva tutti gli elementi del rapporto del quale, sempre prudente, avrebbe affidato la redazione a Saint-Just.

Da quelle “note », che Saint-Just si limiterà a seguire — talvolta perfino a copiare — trapela una vecchia antipatia: vi si vede Robespierre mettere sullo stesso piano i frizzi paesani in altri tempi lanciati da Danton in conversazioni amichevoli e dei quali è provato che il puritano s’era molto risentito, e i passi più gravi, d’altra parte tutti travisati. Danton era stato l’amico di Mirabeau e dei Lameth nel ‘90 e nel ‘91 e aveva voluto trascinare Robespierre in quella cattiva compagnia. Aveva distolto Desmoulins dalla buona strada, ma parlando con Robespierre aveva attribuito all’amico giornalista un “vizio vergognoso e privato». Durante il suo ministero aveva permesso che i suoi amici, Fabre specialmente, manipolassero nel tesoro pubblico. Nel settembre aveva elargito danaro a Duport e a Lameth, notoriamente controrivoluzionari. Quando Robespierre gli aveva offerto di “schiacciare la cospirazione (girondina) e di impedire a Brissot di riallacciarne le fila », aveva “sdegnosamente respinto tutte queste proposte con il pretesto che ci si doveva occupare esclusivamente della guerra ». Gli piaceva attorniarsi «d’intriganti e d’impuri».

Ritornava su tutti questi fatti per paura che uno solo di essi — per piccolo che fosse — gli sfuggisse si da non poter essere sfruttato contro l’ex-amico. Infine aveva voluto recentemente «un’amnistia per tutti i colpevoli».

La settimana incalzava: Robespierre, accelerando i tempi, ormai gettava sulla carta soltanto note informi miranti a colpire gli amici che con Danton “si erano resi colpevoli di tutti i delitti insieme ». E, terminato il suo lavoro, l’aveva portato a Saint-Just che avrebbe con quegli elementi imbastito la violenta requisitoria necessaria. Saint-Just aggiungerà soltanto qualche fatto probabilmente rifinitogli da Billaud. Per il resto, si limiterà a dare alle “note” di Massimiliano una veste letteraria da pubblico ministero.

Dovette darvi l’ultima mano il 9 germile. E quando fu pronto si avvio verso le Tuileries e andò a depositare sul tappeto verde del comitato quei fogli nei quali si associavano, per la rovina d’un uomo, il tradimento di un ex-amico e l’odio di un giovane fanatico.

Che faceva intanto l’uomo tanto minacciato?

Lui, l’«uomo del settembre», opponeva strani scrupoli. Tempo addietro aveva voluto gettare a terra Brissot e poco prima Hébert, ma non aveva mai chiesto per essi il patibolo. E nemmeno voleva sollecitarlo per Robespierre.

Agli urgenti incitamenti d’un Legendre stupito rispondeva con gesto stanco: “Meglio essere ghigliottinato che ghigliottinare! ». Era di nuovo stanco e sfibrato.

E a Parigi c’era chi se ne preoccupava. «Danton lavora ad eclissarsi », scriveva stupito Mallet fin dall’8 marzo. Thibaudeau si decise ad andare a prenderlo a Sèvres il 3 germile (24 marzo), inquieto nel vederlo “meno assiduo alle sedute”. Lo trovò “simile a un malato che rinnegasse il mondo perché prossimo a lasciarlo”. «La tua indifferenza mi stupisce», gli disse il deputato della Vienne; «non vedi che Robespierre sta preparando la tua rovina? Non farai nulla per prevenirlo?».

Rispose: «Bisognerebbe versare altro sangue. Basta cosi. Ne ho sparso quando l’ho creduto utile ». La frase era davvero degna di un Danton.

La sera del 9 germile (30 marzo) i due comitati erano convocati a una riunione plenaria, come soleva accadere quando c’era da prendere qualche decisione importante. Secondo quanto riferisce un membro del Comitato di Sicurezza Generale, Lavicomterie, molti di essi ignoravano di che si trattasse: Saint-Just, racconta, tolse di tasca un fascio di carte. “Quale fu la nostra sorpresa nell’ascoltare un rapporto contro Danton e altri! Il rapporto era molto interessante! E Sain Just lo esponeva con tanto fervore! Dopo la lettura si domandò se qualcuno intendesse parlare.

Uno dei nemici di Danton gridò a Robespierre: “Puoi correre il rischio di essere ghigliottinato. Se non facciamo ghigliottinare lui, lo saremo noi ». La grande parola era stata detta: essa dominava il Terrore. Quanta gente, da dieci mesi, ghigliottinava per non essere ghigliottinata!

Madelin Louis, “Danton”, Dall’Oglio, pag. 343

 

La conclusione del processo a Danton

Gli imputati avrebbero allora «rinnovato le loro recriminazioni, reclamando l’escussione dei testimoni».

Ma Herman – il giudice - non era di questo parere: bisognava spicciarsi. Invitò la giuria a dichiararsi sufficientemente illuminata. I giurati si ritirarono per qualche minuto e tornarono con la dichiarazione sollecitata.

“Essendo i giurati soddisfatti, il dibattito è chiuso », disse il presidente. “Chiuso? », gridò Danton, «come sarebbe a dire? Non hanno ancora cominciato! Non avete letto documenti! Non avete ascoltato testimoni! ».

Aveva ragione! A quello strano processo era stato prodotto soltanto l’atto d’accusa preparato da Saint-Just; si erano interrogati i testi disordinatamente, interrompendoli prima che avessero finito; non era stato presentato nessun documento — salvo un falso; i testimoni a discarico non erano stati chiamati ed anche quelli d’accusa erano stati congedati. Più strano ancora: non era stata pronunciata la requisitoria e non si badò al fatto che non c’era stata neppure la difesa.

“Saremo giudicati senza essere stati ascoltati!... », gridavano gli accusati. Desmoulins aveva preparato un memoriale che confutava le menzogne di Saint-Just; non poté leggerlo; lo stracciò e lo gettò a terra. Si disse anche che, fattane una pallottola, l’avesse scagliata in testa ai giudici. In verità, non possiamo facilmente immaginare quei disgraziati calmi e tranquilli.

Fouquier disse allora che il contegno indecente degli imputati lo obbligava a richiedere che i giurati fossero interrogati e che la sentenza fosse emessa in assenza degli accusati. Anche condannati in precedenza, facevano paura. Il tribunale giudicò in conformità della richiesta. Gli imputati si aggrapparono ai banchi; Camillo lanciava acute grida. Ci vollero tre uomini per strapparlo dalla sala. Danton non doveva essere meno furibondo. Diceva:
“Io cospiratore! Il mio nome è legato a tutte le istituzioni rivoluzionarie: arruolamento, esercito rivoluzionario, comitati rivoluzionari, Comitato di Salute Pubblica, tribunale rivoluzionario: sono io che mi son dato la morte, e sono un moderato!”.

La giuria si era ritirata. Per quanto rigorosamente scelti e lavorati prima e durante il processo, per quanto soffocati fossero stati i «mezzi di difesa », i giurati — incredibile a dirsi — esitavano. I membri del comitato presenti ne furono “costernati”. Salirono con il presidente alla mescita, attigua alla sala di deliberazione, e vi chiamarono i “giurati sicuri”. Costoro dovevano impaurire gli altri. A un giurato che piangeva davanti alla tremenda situazione nella quale veniva a trovarsi, Suberbielle avrebbe detto:
«Chi tra Danton e Robespierre è più utile alla repubblica? ».
«Robespierre».
«E allora bisogna ghigliottinare Danton!».

Madelin Louis, “Danton”, Dall’Oglio, pag. 373

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