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Primo Levi

“La tregua”,

Einaudi

Ci pareva, e casi era, che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo.

Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.

Casi per noi anche l’ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempi gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di casi buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti. Poiché, ed è questo il tremendo privilegio della nostra generazione e del mio popolo, nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio. t stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è una inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia.

Levi Primo, “La tregua”, Einaudi, pag. 159

IL GRECO

Il greco, ristorato dalla zuppa calda di Szczakowa, si sentiva abbastanza in forze. — On y va? — On y va —. Cosi lasciammo il treno e i compagni perplessi, che non avremmo più dovuto rivedere, e ce ne partimmo a piedi alla ricerca problematica del Consorzio Civile.

Dietro sua perentoria richiesta, io mi ero caricato il famoso fardello.

— Ma è roba tua! — avevo cercato invano di protestare.

— Appunto perché è mia. Io l’ho organizzata e tu la porti. È la divisione del lavoro. Più tardi ne profltterai anche tu —.

Cosi ci incamminammo, lui primo ed io secondo, sulla neve compatta di una strada di periferia; il sole era tramontato.

Ho già detto delle scarpe del greco; quanto a me, calzavo un paio di curiose calzature quali in Italia ho visto portare solo dai preti: di cuoio delicatissimo, alte fin sopra il malleolo, senza legacci, con due grosse fibbie, e due pezze laterali di tessuto elastico che avrebbero dovuto assicurare la chiusura e l’aderenza. Indossavo inoltre ben quattro paia sovrapposte di pantaloni di tela da Haftling, una camicia di cotone, una giacca pure a righe, e basta. Il mio bagaglio consisteva di una coperta e di una scatola di cartone in cui avevo prima conservato qualche pezzo di pane, ma che era

ormai vuota: tutte cose che il greco sogguardava con non disprezzo e dispetto.

Ci eravamo ingannati grossolanamente sulla distanza da Cracovia: avremmo dovuto percorrere almeno sette chilometri. Dopo venti minuti di cammino, le mie scarpe erano andate: la suola di una si era staccata, e l’altra stava scucendosi. Il greco aveva conservato fino allora un silenzio pregnante: quando mi vide deporre il fardello, e sedere su di un paracarro per constatare il disastro, mi domandò:

— Quanti anni hai?

— Venticinque, — risposi.

— Qual è il tuo mestiere?

— Sono chimico.

— Allora sei uno sciocco, — mi disse tranquillamente. — Chi non ha scarpe è uno sciocco.

Era un grande greco. Poche volte nella mia vita, prima e dopo, mi sono sentito incombere sul capo una saggezza cosi concreta. C’era ben poco da replicare. La validità dell’argomento era palpabile, evidente: i due rottami informi ai miei piedi, e le due meraviglie lucenti ai suoi. Non c’era giustificazione. Non ero più uno schiavo: ma dopo i primi passi sulla via della libertà, eccomi seduto su un paracarro, coi piedi in mano, goffo e inutile come la locomotiva in avaria che da poco avevamo lasciata. Meritavo dunque la libertà? il greco sembrava dubitarne.

— ... ma avevo la scarlattina, la febbre, stavo all’infermeria il magazzino delle scarpe era molto lontano, era proibito avvicinarsi, e poi si diceva che fosse stato saccheggiato dai polacchi. E non avevo il diritto di credere che i russi avrebbero provveduto?

— Parole, — disse il greco. — Parole tutti sanno dirne. Io avevo la febbre a quaranta, e non capivo se era giorno o notte: ma una cosa capivo, che mi occorrevano scarpe e altro; allora mi sono alzato, e sono andato fino al magazzino per studiare la situazione. E c’era un russo col mitra davanti alla porta: ma io volevo le scarpe, e ho girato dietro, ho sfondato una finestrella e sono entrato. Cosi ho avuto le scarpe, e anche il sacco e tutto quello che sta nel sacco, che verrà utile più avanti. Questa è previdenza; la tua è stupidità, è non tenere conto della realtà delle cose.

Levi Primo, “La tregua”, Einaudi, pag. 181

Spuntava appena il giorno quando il greco mi svegliò. Ahi disinganno! dove era sparito il gioviale convitato della sera avanti? Il greco che mi stava davanti era duro, segreto, taciturno. — Alzati, — mi disse con tono che non ammetteva replica, — mettiti le scarpe, prendi il sacco e andiamo.

— Andiamo dove?

— Al lavoro. Al mercato. Ti pare bello farci mantenere?

A questo argomento mi sentivo del tutto refrattario. Mi seni-brava, oltre che comodo, estremamente naturale che qualcuno mi mantenesse, ed anche bello: avevo trovata bella, esaltante, la esplosione di solidarietà nazionale, anzi, di spontanea umanità della sera prima. Inoltre, pieno com’ero di autocommiserazione, mi appariva giusto, buono, che il mondo provasse infine pietà di me. D’altronde, non avevo scarpe, ero malato, avevo freddo, ero stanco; e infine, in nome del cielo, che cosa mai avrei potuto fare al mercato?

Gli esposi queste considerazioni, per me ovvie. Ma, «c’est pas des raisons d’homme», mi rispose secco: dovetti rendermi conto che avevo leso un suo importante principio morale, che era seriamente scandalizzato, che su quel punto non era disposto a transigere né a discutere. I codici morali, tutti, sono rigidi per definizione: non ammettono sfumature, né compromessi, né contaminazioni reciproche. Vanno accolti o rifiutati in blocco. È questa una delle principali ragioni per cui l’uomo è gregario, e ricerca più o meno consapevolmente la vicinanza non già del suo prossimo generico, ma solo di chi condivide le sue convinzioni profonde (o la sua mancanza di tali convinzioni). Mi dovetti accorgere, con disappunto e stupore, che tale appunto era Mordo Nahum: un uomo dalle convinzioni profonde, e per di più molto lontane dalle mie. Ora, ognuno sa quanto sia malagevole avere rapporti in affari, anzi convivere, con un avversario ideologico.

Fondamento della sua etica era il lavoro, che egli sentiva come sacro dovere, ma che intendeva in senso molto ampio. Era lavoro tutto e solo ciò che porta a guadagno senza limitare la libertà. Il concetto di lavoro comprendeva quindi, oltre ad alcune attività lecite, anche ad esempio il contrabbando, il furto, la truffa (non la rapina: non era un violento). Considerava invece riprovevoli, perché umilianti, tutte le attività che non comportano iniziativa né rischio, o che presuppongono una disciplina e una gerarchia: qualunque rapporto di impiego, qualunque prestazione d’opera, che egli, anche se ben retribuita, assimilava in blocco al «lavoro servile». Ma non era lavoro servile arare il proprio campo, o vendere false antichità in porto ai turisti.

Quanto alle attività più elevate dello spirito, al lavoro creativo, non tardai a comprendere che il greco era diviso. Si trattava di giudizi delicati, da dare caso per caso: lecito ad esempio perseguire il successo in sé, anche spacciando falsa pittura o sottoletteratura, o comunque nuocendo al prossimo; riprovevole ostinarsi a inseguire un ideale non redditizio; peccaminoso ritirarsi dal mondo in contemplazione; lecita invece, anzi commendevole, la via di chi si dedichi a meditare e ad acquistare saggezza, purché non ritenga di dover ricevere gratis il proprio pane dal consorzio civile: anche la saggezza è una merce, e può e deve essere scambiata.

Poiché Mordo Nahum non era uno sciocco, si rendeva conto chiaramente che questi suoi principi potevano non essere condivisi da individui di altra provenienza e formazione, e nella fattispecie da me; ne era peraltro fermamente persuaso, ed era sua ambizione tradurli in atto, per dimostrarmene la validità generale.

In conclusione, il mio proponimento di starmene tranquillo ad aspettare il pane dei russi non poteva che apparirgli detestabile: perché era «pane non guadagnato»; perché comportava un rapporto di sudditanza; e perché ogni forma di ordinamento, di struttura, era per lui sospetta, sia che portasse a una pagnotta al giorno, sia ad una busta paga al mese.

Levi Primo, “La tregua”, Einaudi, pag. 185

Guerra è sempre

Il greco sembrava aver cambiato luna: forse gli era tornata la febbre, o forse, dopo i discreti affari della mattina, si sentiva in vacanza. Si sentiva anzi in vena benevolmente pedagogica; a mano a mano che passavano le ore, il tono del suo discorso andava insensibilmente intiepidendosi, e in parallelo andava mutando il rapporto che ci univa: da padrone-schiavo a mezzogiorno, a titolare-salariato alla una, a maestro-discepolo alle due, a fratello maggiore-fratello minore alle tre. Il discorso tornò sulle mie scarpe, che nessuno dei due, per ragioni diverse, poteva dimenticare. Mi spiegò che essere senza scarpe è una colpa molto grave. Quando c’è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale l’inverso.— Ma la guerra è finita, — obiettai: e la pensavo finita, come molti in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi. — Guerra è sempre, — rispose memorabilmente Mordo Nahum.

noto che nessuno nasce con un decalogo in corpo, e ciascuno si costruisce invece il proprio per strada o a cose fatte, sulla scorta delle esperienze proprie, o altrui assimilabili alle proprie; per cui l’universo morale di ognuno, opportunamente interpretato, viene a identificarsi con la somma delle sue esperienze precedenti, e rappresenta quindi una forma compendiaria della sua biografia. La biografia del mio greco era lineare: quella di un uomo forte e freddo, solitario e logico, che si era mosso fin dall’infanzia per entro le maglie rigide di una società mercantile. Era (o era stato) accessibile anche ad altre istanze: non era indifferente al cielo e al mare del suo paese, ai piaceri della casa e della famiglia, agli incontri dialettici; ma era stato condizionato a ricacciare tutto questo ai margini della sua giornata e della sua vita, affinché non turbasse quello che lui chiamava il « travail d’homme ». La sua vita era stata di guerra, e considerava vile e cieco chi rifiutasse questo suo universo di ferro. Era venuto il Lager per entrambi: io lo avevo percepito come un mostruoso stravolgimento, una anomalia laida della mia storia e della storia del mondo; lui, come una triste conferma di cose notorie. «Guerra è sempre», l’uomo è lupo all’uomo: vecchia storia. Dei suoi due anni di Auschwitz non mi parlò mai.

Mi parlò invece, con eloquenza, delle sue molteplici attività in Salonicco, delle partite di merce comprate, vendute, contrabbandate per mare, o di notte attraverso la frontiera bulgara; delle frodi vergognosamente subite e di quelle gloriosamente perpetrate; e finalmente, delle ore liete e serene trascorse in riva al suo golfo, dopo la giornata di lavoro, con i colleghi mercanti, in certi caffè su palafitte che mi descrisse con inconsueto abbandono, e dei lunghi discorsi che quivi si tenevano. Quali discorsi? Di moneta, di dogane, di noli, naturalmente; ma di altro ancora. Cosa abbia ad intendersi per «conoscere», per «spirito», per «giustizia», per «verità». Di quale natura sia il tenue legame che vincola l’anima al corpo, come esso si instauri col nascere, e si sciolga col morire. Cosa sia libertà, e come si concilii il conflitto fra la libertà dello spirito e il destino. Cosa segua la morte, anche: ed altre grandi cose greche.

Levi Primo, “La tregua”, Einaudi, pag. 189

Il finto colonnello

Uno dei capannoni del campo era abitato solo da italiani, quasi tutti operai civili, che si erano trasferiti in Germania più o meno volontariamente. Erano muratori e minatori, non più giovani, gente tranquilla, sobria, laboriosa, e di animo gentile.

Il capocampo degli italiani, a cui venni indirizzato per essere « preso in forza», era invece molto diverso. Il ragionier Rovi era diventato capocampo non per elezione dal basso, né per investitura russa, ma per autonomina: infatti, pur essendo un individuo di qualità intellettuali e morali piuttosto povere, possedeva in misura assai spiccata la virtù che, sotto ogni cielo, è la più necessaria per la conquista del potere, e cioè l’amore per il potere medesimo.

L’assistere al comportamento dell’uomo che agisce non secondo ragione, ma secondo i propri impulsi profondi, è uno spettacolo di estremo interesse, simile a quello di cui gode il naturalista che studia le attività di un animale dagli istinti complessi. Rovi aveva conquistato la sua carica agendo con la stessa atavica spontaneità con cui il ragno costruisce la sua tela; poiché come il ragno senza tela, così Rovi senza carica non sapeva vivere. Aveva subito incominciato a tessere: era fondamentalmente sciocco, e non sapeva una parola di tedesco né di russo, ma fin dal primo giorno si era assicurati i servizi di un interprete, e si era presentato cerimoniosamente al comando sovietico in qualità di plenipotenziario per gli interessi italiani. Aveva organizzato una scrivania, con moduli (scritti a mano, in bella scrittura con svolazzi), timbri, matite di vari colori e libro mastro; pur non essendo colonnello, anzi, neppure militare, aveva appeso fuori della porta un vistoso cartello «Comando Italiano — Colonnello Rovi»; si era circondato di una piccola corte di sguatteri, scritturali, sagrestani, spie, messaggeri e bravacci, che egli rimunerava in natura, con viveri sottratti alle razioni della comunità, ed esentandoli da tutti i lavori di comune interesse. I suoi cortigiani, che come sempre avviene erano molto peggiori di lui, curavano (anche con la forza, il che di rado era necessario) che i suoi ordini fossero eseguiti, lo servivano, raccoglievano per lui informazioni, e lo adulavano intensamente.

Con chiaroveggenza sorprendente, che è come dire con un procedimento mentale altamente complesso e misterioso, aveva capito l’importanza, anzi la necessità, di possedere una uniforme, dal momento che doveva trattare con gente in uniforme. Se ne era combinata una non priva di fantasia, abbastanza teatrale, con un paio di stivaloni sovietici, un berretto da ferroviere polacco, e giacca e pantaloni trovati non so dove, che sembravano di orbace, e forse lo erano: si era fatto cucire mostrine al bavero, filetti dorati sui berretto, greche e gradi sulle maniche, ed aveva il petto pieno di medaglie.

Peraltro, non era un tiranno, e neppure un cattivo amministratore. Aveva il buon senso di contenere vessazioni, concussioni e soprusi entro limiti modesti, e possedeva per le scartoffie una vocazione innegabile. Ora, poiché quei russi erano curiosamente sensibili al fascino delle scartoffie (delle quali tuttavia sfuggiva loro l’eventuale significato razionale), e sembrava amassero la burocrazia di quell’amore platonico e spirituale che non giunge al possesso e non lo desidera, Rovi era benevolmente tollerato, se non proprio stimato, nell’ambiente della Kommandantur. Inoltre, era legato al capitano Egorov da un paradossale, impassibile vincolo di simpatia fra misantropi: poiché sia l’uno che l’altro erano individui tristi, compunti, stomacati e dispeptici, e nell’euforia generale cercavano l’isolamento.

Levi Primo, “La tregua”, Einaudi, pag. 196

Il Ferrari era trattato dai suoi colleghi con palese disprezzo, e si trovava quindi relegato in una solitudine forzata. Era un ometto sulla quarantina, magro e giallo, quasi calvo, dall’espressione assente. Passava le sue giornate sdraiato sulla branda, ed era un lettore infaticabile. Leggeva tutto quanto gli capitava sotto mano: giornali e libri italiani, francesi, tedeschi, polacchi. Ogni due o tre giorni, all’atto del controllo, mi diceva: — Quel libro l’ho finito. Ne hai un altro da imprestarmi? Ma non in russo: sai che il russo non lo capisco bene —. Non era già un poliglotta: anzi, era praticamente analfabeta. Ma «leggeva» ugualmente ogni libro, dal primo rigo all’ultimo, identificando con soddisfazione le singole lettere, pronunciandole a fior di labbra, e ricostruendo faticosamente le parole, del cui significato non si curava. A lui bastava:

come, a differenti livelli, altri provano diletto nel risolvere parole incrociate, o integrare equazioni differenziali, o calcolare le orbite degli asteroidi.

Era dunque un individuo singolare: e me lo confermò la sua storia, che molto volentieri mi raccontò, e che qui riporto.
— Ho seguito per molti anni la scuola dei ladri di Loreto. C’era il manichino coi campanelli e il portafogli in tasca: bisognava sfilarlo senza che i campanelli suonassero, e io non ci sono mai riuscito. Così non mi hanno mai autorizzato a rubare: mi mettevano a fare il palo. Ho fatto il palo per due anni. Si guadagna poco e si rischia: non è un bel lavorare.
Levi Primo, “La tregua”, Einaudi, pag. 202

 

Ambrogio Trovati detto Tramonto aveva trascorso l’adolescenza tra la prigione e il palcoscenico, e sembrava che le due istituzioni non fossero nettamente divise nella sua mente confusa. Viveva nell’innocenza, nei paradiso terrestre: era barbiere, padrone di bottega, ed era stato visitato. Erano venuti due messaggeri a tentarlo, a fargli la satanica proposta di vendere la bottega e darsi all’arte. Conoscevano bene il suo punto debole: lo avevano adulato, avevano lodato le forme del suo corpo, la sua voce, l’espressione e la mobilità del suo viso. Lui aveva resistito due, tre volte, poi aveva ceduto, e con in mano l’indirizzo del teatro di posa si era messo a girare per Milano. Ma l’indirizzo era falso, da ogni porta lo rimandavano a un’altra porta; finché si era accorto della congiura. I due messaggeri, nell’ombra, lo avevano seguito con la macchina da presa puntata, avevano rubato tutte le sue parole e i suoi gesti di disappunto, e così lo avevano fatto diventare attore a sua insaputa. Gli avevano rubato l’immagine, l’ombra, l’anima. Erano stati loro a farlo tramontare, e a battezzarlo «Tramonto».

Così era finita per lui: era nelle loro mani. Il negozio venduto, contratti niente, soldi pochi, qualche particina ogni tanto, qualche furto per tirare avanti. Fino alla sua grande epopea, l’omicidio polposo. Aveva incontrato per strada uno dei suoi seduttori, e lo aveva accoltellato: si era reso reo di omicidio polposo, e per questo suo delitto era stato trascinato in tribunale. Ma non aveva voluto avvocati, perché il mondo intero, fino all’ultimo uomo, era contro di lui, e lui lo sapeva. E tuttavia era stato così eloquente, e aveva esposto cosi bene le sue ragioni, che la Corte lo aveva assolto su due piedi con una grande ovazione, e tutti piangevano.

Questo leggendario processo stava al centro della nebulosa memoria del Trovati; lo riviveva in ogni istante della giornata, non parlava d’altro, e spesso, a sera dopo cena, costringeva noi tutti ad assecondarlo, e a ripetere il suo processo in una sorta di sacra rappresentazione. Assegnava a ciascuno la sua parte: tu il presidente, tu il pubblico ministero, voi i giurati, tu il cancelliere, voi altri il pubblico, e a ciascuno assegnava perentoriamente la sua parte. Ma l’imputato, e ad un tempo l’avvocato difensore, era sempre e solo lui, e quando ad ogni replica giungeva l’ora della sua torrenziale arringa, spiegava prima, in un rapido «a parte», che l’omicidio polposo è quando uno pianta il coltello non nel petto, o nella pancia, ma qui, fra il cuore e l’ascella, nella polpa; ed è meno grave.

Levi Primo, “La tregua”, Einaudi, pag. 230

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