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Lifton R. J., “I medici nazisti”, Bur - Rizzoli.

La doppiezza dei medici prigionieri ad Auschwitz: non diventare parte del sistema

Incubi dopo aver studiato Auschwitz

Nel caso dei sopravvissuti di Auschwitz l’atmosfera delle interviste era del tutto diversa. Quasi tutti (con l’eccezione di uno solo, che si sentiva ancora troppo sconvolto, da queste cose per poterne parlare con me) si impegnarono immediatamente in uno sforzo comune per capire i medici nazisti e ciò che essi fecero nei Lager e altrove. Gli ex internati si rivelarono osservatori inestimabili sotto entrambi i punti di vista. Non può sorprendere che io sia riuscito a identificarmi soprattutto con i medici ebrei sopravvissuti, che spesso provenivano da famiglie simili alla mia per condizioni sociali e carattere etnico, e da territori vicini ai paesi d’origine dei miei nonni. Io non potevo fare a meno di mettere a confronto la loro dura prova con la mia esistenza privilegiata, e uscivo da queste Interviste letteralmente barcollante, e a volte, vicino alle lacrime. Ebbi però interviste toccanti anche con medici non ebrei della Polonia e di varie altre parti d’Europa, molti dei quali erano stati deportati ad Auschwitz perché avevano tentato di aiutare degli ebrei. Un’eccezione a questa simpatia di fondo fu un’intervista dolorosa ma rivelatrice fatta a un medico polacco antisemita che aveva collaborato strettamente con i nazisti e di cui parlerà più avanti nel libro.

Le interviste da me fatte per questo libro furono diverse da quelle che avevo eseguito in precedenza. Nel loro corso sperimentai ogni sorta di emozione: dalla rabbia all’angoscia, al disgusto e (in quelle con sopravvissuti) all’ammirazione, a una sofferenza condivisa, a un senso di colpa e all’impotenza, e di quando in quando avrei voluto non essermi accinto mai a questa impresa. Ebbi incubi su Auschwitz, in alcuni dei quali furono coinvolti mia moglie e i miei figli. Quando li menzionai a un amico sopravvissuto subito dopo aver cominciato la ricerca — ossia nel periodo in cui essi erano più frequenti — egli mi guardò senza una particolare simpatia ma forse con un barlume di approvazione e disse con voce sommessa: «Bene. Ora puoi fare il lavoro». Questo commento mi fu di grande aiuto.

Eppure, nonostante la sofferenza che questo lavoro comportò per me, per la maggior parte del tempo non fui depresso o sconvolto, ma provai anzi una grande energia nel portare avanti lo studio. Ero immerso nelle attive richieste dell’impresa: il complesso lavoro connesso all’organizzazione e alla conduzione delle interviste e il senso generale di un compito che doveva essere portato avanti. Sentii maggiormente la sofferenza quando, tornato negli Stati Uniti nella primavera del 1979, mi sedetti da solo nel mio studio a contemplare e cominciare a ordinare ciò che avevo appreso. Ora non ero più in movimento, e il mio unico compito era quello di immaginarmi ad Auschwitz e in altri centri di sterminio, come avevo sempre tentato di fare in precedenza. Ovviamente, con la fantasia si entra e si esce senza impedimento da tali luoghi, nei quali non ci si può soffermare troppo a lungo. Nella parte recente, più del mio lavoro contribuì ad alleviare la sofferenza la lotta stessa per dare una forma al materiale. Nel corso di una tale impresa l’autodisciplina è resa possibile dalla consapevolezza di stare combattendo un male e coloro che ne sono responsabili, di poter far sentire finalmente la propria voce.

Lifton R. J., “I medici nazisti”, Bur - Rizzoli, pag. 27

Il gas usato ad Auschwitz

L’amministrazione di Auschwitz si era procurata lo Zyklon-B dalla ditta produttrice — la DEGESCH, acronimo per Società Tedesca per la Disinfestazione — in modo indiretto. La DEGESCH, che era controllata in gran parte dalla I.G. Farben, distribuiva il gas attraverso altre due ditte, nel territorio di Auschwitz attraverso la TESTA. Nel 1942 la distribuzione del gas all’interno del corpo delle SS venne a essere regolamentata centralmente dall’Istituto di Igiene di Berlino delle SS diretto dal dottor Joachim Mrugowsky. Dato l’esteso uso anteriore del gas conino roditori e insetti portatori di malattie, possiamo dire che lo Zyklon-B era sempre stato considerato parte dell’equipaggiamento medico. Esso fu posto però sotto un più rigoroso controllo medico solo quando divenne l’agente chimico primario dello sterminio e per un certo periodo di tempo fu addirittura immagazzinato nella farmacia di Auschwitz.

Un medico da me intervistato, che deteneva una posizione elevata di consulente all’interno di strutture civili e militari naziste, mi disse di avere prestato servizio come presidente di un comitato ad alto livello per l’assegnazionedelle scarse risorse mediche a gruppi civili e medici, comprese le SS. Dopo la guerra sostenne di essere inorridito e di essersi angosciato nell’apprendere a quali scopi le SS avesseW usato lo Zyklon-B. Questa storia tende in realtà a confermare lo status medico del gas. Per quanto concerne l’affermazione del medico di essere stato all’oscuro dell’il’O del gas come mezzo di sterminio, direi che egli aveva dimostrato in vari modi una capacità estrema di invocare le risorse psicologiche della negazione e dell’obnubilamento, della volontà di non sapere. Nel suo caso quei meccanismi di difesa dovevano avere assunto proporzioni estreme — si sospetta che, almeno in parte, egli sapesse, date le quantità sempre maggiori di gas che le SS chiedevano per Auschwitz: per esempio, i campi ricevevano il gas per le fumigazioni ogni sei mesi circa; Auschwitz riceveva invece il gas ogni sei settimane.

Si verificò anche un altro mutamento. In precedenza allo ZyklonB doveva essere combinata per legge una piccola quantità di un gas irritante, che aveva la funzione di avvertire della presenza del gas pericoloso quando un ambiente non era stato ventilato a sufficienza dopo la fumigazione. Nel 1943 il gas cominciò a essere distribuito ad Auschwitz senza la sostanza irritante, con l’avvertenza: «Attenzione! Senza irritante!». L’eliminazione della sostanza irritante accelerava chiaramente il processo di uccisione, comportando però al tempo stesso un pericolo maggiore per coloro che dovevano manipolare tale gas letale. Perciò si nichiese sempre uno speciale addestramento per questo personale. Le persone che usavano il gas erano state fornite in origine dalla ditta produttrice, ma questa responsabilità fu in seguito trasferita a un gruppo speciale di «disinfettori», tratti dal servizio sanitario delle SS. Questi Desinfektoren divennero un’élite di sottufficiali, e fra i compiti del medico che prestava servizio a Auschwitz c’erano quelli di prendere le misure necessarie per evitare che fossero esposti allo Zyklon-B e di sottoporli immediatamente a trattamento’ nel caso che una tale esposiziòne si fosse accidentalmente verificata. Possiamo dire, quindi, che lo Zyklon-B divenne un pericoloso «farmaco mortale», che doveva essere usato solo da personale medico.

La ditta produttrice si oppose all’eliminazione dell’irritante perché il suo brevetto riguardava l’aggiunta dell’irritante, più che il gas stesso. In questo mutamento ebbe una parte Kurt Gerstein, allora ufficiale delle SS incaricato delle disinfestazioni, che lavorava agli ordini di Mrugowsky a Berlino. Gerstein aveva una preparazione tecnica, oltre che una certa formazione medica. Poche figure hanno suscitato una confusione paragonabile fra gli storici e i biografi, in considerazione, da un lato, dei suoi stretti legami con le SS nel centro di sterminio, assieme al suo fanatico comportamento SS, e dall’altro delle sue connessioni protestanti evangeliche antinaziste e dei suoi sforzi disperati (compresa una pericolosa conversazione con un diplomatico svedese) per informare il mondo esterno della Soluzione finale. Gerstein sostenne in seguito — e fu creduto da un biografo — di avere proposto l’eliminazione dell’irritante perché, senza di esso, la morte era più umana, e anche perché, rendendo il gas non più percepibile, avrebbe potuto far eliminare delle consegne di gas col pretesto di fughe pericolose. La maggior parte degli osservatori — in particolare Rolf Hochhut nel dramma del 1964 Der Stellvertreter (Il vicario) — hanno sottolineato gli straordinari atti di resistenza di Gerstein, mentre altri, come Hilberg, sono impressionati soprattutto dal suo ruolo nel processo di sterminio. In un certo senso entrambi i gruppi hanno ragione: io credo che Gerstein sia stato l’esempio più estremo del processo di sdoppiamento in cui ci siamo imbattuti in questo studio.

[Una suggestiva biografia di Gerstein in italiano è quella di Saul Friedlànder Kurt Gerstein o l’ambiguità del bene, trad. it. di M.T. Lanza, Feltrinelli, Milano 1967. (N.d.T.)]

A partire dal 1943 si venificarono situazioni di scarsità di Zyklon-B in quanto le incursioni aeree degli alleati ne ostacolavano la produzione. A volte gli ufficiali dei campi si trovarono nella necessità di andare a prendere il gas allo stabilimento di produzione nei pressi di Dessau, 500 chilometri circa a nordovest. Hòss stimò in seguito (nella sua testimonianza) che Auschwitz abbia usato un totale di 1900 chilogrammi di questo farmaco letale. Fin dall’inizio, egli si consultò con i medici di Auschwitz sugli effetti del gas:

«Avevo sempre pensato che le vittime provassero una terribile sensazione di soffocamento. Ma i corpi, senza alcuna eccezione, non presentarono alcun segno di convulsioni. I medici mi spiegarono che l’acido prussico aveva un effetto paralizzante sui polmoni, ma che la sua azione era così rapida e forte che la morte veniva prima che potessero iniziare convulsioni, e in questo i suoi effetti differivano da quelli prodotti dal monossido di carbonio o da una carenza generale di ossigeno.» [Il corsivo è mio.]

Lifton R. J., “I medici nazisti”, Bur - Rizzoli, pag. 221

Quando si assiste a una selezione per la prima volta

Le selezioni erano la «prova» specifica per cui l’iniziato doveva passare per emergerne come «adulto» all’altezza dei compiti che gli erano assegnati ad Auschwitz. Ed esprimendo e combattendo i dubbi le riunioni conviviali aiutavano a soffocare gli aspetti morali del proprio sé anteriore a favore del nuovo sé ad Auschwitz.

I dubbi potevano comprendere il problema fondamentale che si poneva a un medico coinvolto nell’eccidio: «Si diceva: “La selezione non è di competenza del medico, essendo un’ attività completamente non medica”... Io devo rifiutarmi di compiere la selezione perché il mio unico scopo è quello di conservare la vita». Anche questo argomento suscitava una risposta... a cui nessuno era in grado di obiettare: «Che cosa si fa in guerra..., in battaglia: non si fa forse anche là una sorta di selezione? Dato che non tutti possono essere curati e non tutti possono essere trasportati, questo [bisogno di selezionare] è il problema che si pone a ogni medico militare».

Per quanto assurdo possa essere questo paragone su un piano logico, .in quel contesto poteva sembrare credibile. Infatti, come aggiunse il dottor B.: «Che si creda o no qualcosa, dipende sempre dalla situazione». E la «situazione psicologica essenziale» dei medici ad Auschwitz era, secondo lui, la rassegnazione alla sua struttura di sterminio: «Io sono qui. Non posso uscirne. Se arrivano dei prigionieri, questo è un fenomeno naturale (Naturereignis). And I have to do [make] the best of if (E io devo fare del mio meglio)». (Il dottor B. disse quest’ultima frase in inglese.)

Andando oltre la mera rassegnazione, i medici SS entravano psicologicamente in quella realtà percepita di Auschwitz. Nel corso delle bevute in comune, le resistenze venivano eliminate attraverso la discussione (ausdiskutiert), cosicché, dopo un paio di settimane, il nuovo venuto «non parlava più di queste cose», e poiché «ognuno [conosceva] il punto di vista dell’altro... non [si faceva più] alcuna discussione». E a quel punto si diventava un «membro integrato».

Il dottor B. compendiò, con una notevole percezione, il carattere estremo (e misterioso) di questo processo di transizione:

«Quando si assiste a una selezione per la prima volta — non sto parlando solo di me stesso, ma anche delle SS più indurite — ... si vede.., come vengano selezionati bambini e donne. Si rimane colpiti... in un modo che non si può descrivere. E dopo qualche settimana ci si può abituare (kwm man es pwjhnen). E questo [processo, mutamento] non si può spiegare a nessuno. E’ però lo stesso fenomeno che si verifica oggi nei terroristi, in gruppi di terronisti molto stretti... E [per capirlo] si deve averne fatto esperienza diretta. L’esperto può prenderne atto, ma non può conoscerlo veramente... Io penso però di poterle dare aImeno un’impressione. Se lei, è mai stato in un macello, dove si uccidono animali..., ne fa parte anche l’odore..., non solo il fatto che qui [gli animali] vengano abbattuti... Dopo un’esperienza come questa è probabile che una bistecca non abbia più per noi lo stesso sapore.

E quando ci si trova [in questa situazione] ogni giorno per due settimane, allora la tua bistecca finirà col riprendere lo stesso buon sapore di prima.»

L’esempio del mattatoio è anche troppo pertinente, ma il dottor B. stava sforzandosi sia di dare una spiegazione sia di esprimere il suo sgomento e la sua angoscia retrospettivi per il fatto di una tale transizione psicologica.

Egli spiegò però anche che i medici volevano nel loro intimo, compiere tale transizione a causa del forte bisogno di integrarsi. In una situazione così straordinaria, infatti — voleva fare intendere il dottor B. —, l’isolamento personale era una cosa intollerabile, e si sentiva un desiderio disperato di «stabilire in qualche modo un «contatto» con gli altri. I nuovi venuti cercavano nel personale del campo degli uomini con una formazione e con punti di vista relativamente simili con cui potersi identificare. Per esempio, un ovane medico appena entrato nelle SS cercava altri uomini appartenenti alla sua stessa categoria piuttosto che cercare di stringere

rapporti con i medici «veterani» che erano da anni nel sistema dei campi di concentramento.

Lifton R. J., “I medici nazisti”, Bur - Rizzoli, pag. 263

La doppiezza dei medici prigionieri: non diventare parte del sistema

In pratica i medici SS potevàno affrontare i problemi in modo un po’ più indiretto, cercando il massimo di cooperazione possibile dai medici prigionieri nell’individuare i pazienti più deboli e nel prendere decisioni. I medici prigionieri potevano a loro volta trovare modi indiretti per resistere ad alcune di queste pressioni, evitando al tempo stesso la posizione pericolosa di diventare un bersaglio specifico della collera di un medico delle SS. Un uomo di coscienza, il dottor Jacob R., era così turbato che si chiese: «Si dovrebbe continuare a lavorare e ad aiutare [a facilitare le selezioni in quel modo]... oppure si dovrebbe rinunciare [farsi trasferire a un Kommando di lavoro] e sapere che un altro... [al nostro posto sarebbe] peggio?»

Gli internati, specialmente se ebrei, si resero conto ben presto di quanto fosse pericoloso il blocco medico. Una donna cecoslovacca sopravvissuta, per esempio, ricordò con gratitudine il primo consiglio che le fu dato quanto arrivò ad Auschwitz: «Sta alla larga dall’ospedale» e parlò di due forme di suicidio nel campo: «Avventarsi contro i fili spinati [percorsi dalla corrente elettrica] o andare volontariamente in ospedale». Di contro, per un internato l’assegnazione al lavoro ospedaliero era ideale: era un lavoro leggero, al coperto, in luogo dei lavori estenuanti che si facevano all’esterno, e inoltre permetteva di avere più cibo e anche di usare una certa influenza. I prigionieri che lavoravano in ospedale cercavano sia di aiutare gli altri sia di consolidare la propria posizione.

Ma quando le strutture mediche furono sottoposte a una pressione eccessiva, questi prigionieri privilegiati vennero talvolta a sentire questa situazione come del tutto insostenibile, e alcuni medici prigionieri (come mi spiegò Ernst B.) «erano dell’opinione che, se una selezione è fatta bene, è meglio per coloro che vi sono coinvolti [ossia che vengono selezionati] che non restare a morire di fame nel Lager».

Riconoscendo di nuovo l’aspetto di autogiustificazione insito in tale affermazione da parte di un medico SS, la dottoressa prigioniera Lottie M., che si dedicava senza dubbio con abnegazione proprio lavoro, confermò il principio generale:

«Li vedevamo arrivare... La fila passava accanto al nostro campo, alla nostra infermeria.., e io dicevo [a me stessa]: «Verranno nel campo o andranno alla camera a gas? Se vengono al campo sarà una cosa terribile. Non abbiamo letti, né lenzuola, né cibo, niente di niente. Questa situazione peggiorerà sempre di più». Non è così? Non potevamo farvi fronte. Dicevamo sempre:

“Oh se potessimo restare quanti siamo adesso..., sarebbe una cosa tollerabile. Ma uno di più è già troppo per noi”. Così, nello stesso tempo si spera che non vengano qui, anche se si sa che, se non verranno qui..., non c’è alcun’altra alternativa oltre alla camera a gas... E io dico che questo è il grande problema [in rapporto a posteriori]... sensi di colpa.

Queste parole erano una confessione personale di una donna di considerevole franchezza e integrità. Il fatto che i medici prigionieri potessero sperimentare quest’ambivalenza serviva ad accresceré l’accettazione, da parte dei medici SS, della propria scissione profonda.

La dottoressa Magda V. espresse così il misto di impotenza e di acquiescenza riluttante del medico prigioniero, costretto in qualche modo a partecipare al triage:

Chiesi alle altre ragazze [dottoresse] com’era la situazione... Sa, dicevamo:

quanti stanno morendo? Beh, così sapevamo grosso modo che cosa potevano mostrar loro [ai medici SS]. Agli altri malati... dicevamo solo di mostrare un aspetto sano.., o di alzarsi in piedi o di fare qualcosa, sa, di darsi un po’ di tono. Essi [i moribondi] sarebbero morti comunque. Non c’era nessuna possibilità di salvarli, assolutamente nessuna... Se li si selezionava... succedeva solo che morissero un giorno prima o un paio di ore prima. Quel grado di cooperazione poteva salvare la vita almeno dei pazienti relativamente sani.

DILEMMI

Ma il problema era allora, come si espresse il dottor Jacob R., la preoccupazione di non «diventare parte del sistema: questa era la cosa che ci turbava di più». Dedito com’era alla sua missione di cercare di aiutare le persone, mi parlò con caratteristica tristezza e sincerità della «pratica che mi ossessiona sempre — e di cui non ho mai parlato —... la pratica delle selezioni dei... prigionieri.., inabili al lavoro». Continuò descrivendo come certi pazienti fossero molto deboli e non mostrassero alcun miglioramento dopo giorni e giorni di degenza: «Prima o poi sarebbero stati [riconosciuti] inabili al lavoro, e noi non potevamo aiutarli. Così venivano avviati.., alle camere a gas, controllati [selezionati] dai medici SS. E noi dovevamo decidere chi fargli vedere [al medico SS]».

Il dilemma per i medici prigionieri era in quale misura diventare parte del sistema (per usare l’espressione del dottor R.); in quale misura cooperare alle selezioni. Quando i medici SS chiedevano o ordinavano di fare elenchi di pazienti, i medici prigionieri si consultavano spesso fra loro per cercare di adottare una posizione comune: di solito un compromesso in cui si accordavano su una cooperazione limitata (l’elencazione di pazienti visibilmente allo stremo delle forze), allo scopo di fare il possibile per salvare altri in condizioni fisiche migliori.

A volte si verificavano situazioni di disaccordo sulle quali, secondo la dottoressa Lottie M., poteva essere difficile discutere francàmente a causa dei sentimenti di dolore, di conflitto e di rabbia l’uno verso l’altro che ne scaturivano. Così i medici prigionieri venivano costretti dai medici nazisti in un dilemma morale che, comunque venisse risolto, aveva come conseguenza un senso di colpa: si potevano salvare delle vite solo contribuendo alla politica delle selezioni di Auschwitz; si poteva evitare tale coinvolgimento solo rifiutandosi di esercitare la propria capacità di salvare delle vite.

Le pressioni esercitate dai medici, nazisti potevano avere l’effetto di modificare il comportamento reciproco dei medici prigionieri dalla solidarietà al silenzio alla discordia. La situazione poteva diveiìtare così ingarbugliata che il fatto che un medico prigioniero non desse il suo aiuto in una selezione poteva essere sentito da un altro come una forma di tradimento. La dottoressa Gerda N., per esempio, mi disse di aver prestato servizio assieme a una collega e amica alle dipendenze di una dottoressa ebrea loro amica e superiore, che in generale proteggeva le sue due colleghe più giovani. Esse, a loro volta, cooperavano con lei quando trasmetteva loro gli ordini di Mengele per l’identificazione dei pazienti malati: «Cercavamo di selezionare quelli che sarebbero probabilmente morti in capo a uno o due giorni». In un’occasione, però, la loro superiore era particolarmente agitata e disse loro: «Avete tempo fino a questa sera per darmi... venticinque persone che devono essere selezionate», perché Mengele glielo aveva chiesto. «E se non lo fate, ha detto che ci farà fucilare.» A quel punto la dottoressa N. e la sua amica ebbero una crisi e «decidemmo di

lettere [la loro cooperazione]» e si nascosero fin molto tempo dopo Rcadenza del termine. La dottoressa N. non seppe dirmi in modo chiaro perché si fossero comportate in quel modo, ma lo avevano fatto con un misto di timore e di risentimento nei confronti della loro collega più anziana («[Lei aveva tutti i] vantaggi [di status e di autorità]. Doveva farsele da sé [le selezioni]») e, ancora una volta, con un senso di frustrazione per il fatto di vedersi assegnare quella «responsabilità», mentre l’aspetto medico della loro professione veniva crudelmente distrutto («Non eravamo affatto medici... Non avevamo diritti... né medicine..., niente... Eravamo come burattini. »)

Quando la loro collega più anziana riuscì infine a scovarle, disse la

dottoressa N., «Era molto irritata.., per il fatto che l’avevamo lasciata a fare quella cosa da sola, e [disse]: “Pensate che sia da colleghe farmi una cosa del genere?”».

I medici prigionieri sfruttavano i loro rapporti con i medici SS per mettere in atto ogni possibile espediente che permettesse loro di salvare persone dalle selezioni. Un medico prigioniero riuscì a darmi un’idea di come si combinassero, nella loro condizione, un’ingegnosa dedizione al loro lavoro di medici («Riuscivamo a nascondere documenti essenziali e dicevamo ai pazienti di andare ai lavatoi») e qualcosa di molto vicino all’inanità («Così, anche se non potevamo fare moltissimo, essi avevano forse una possibilità, o almeno potevano morire di una morte più o meno naturale»).

Si potevano coltivare rapporti amichevoli anche con certi sottuficiali del servizio sanitario, alcuni dei quali erano stati studenti di medicina e di teologia. Un medico prigioniero mi parlò di uno di questi sottufficiali che veniva considerato particolarmente perbene che diceva tranquillamente: «E’ probabile che vengano domani [per selezioni]». Altri potevano essere convinti mediante bustarelle modificare il numero delle persone che dovevano venire selezionate.

Il dottor Henrj Q. sottolineò l’importanza del buon umore, parlandomi di un dentista ebreo francese di mezza età che era solito fare scherzi, ridere e raccontarci storielle»: «Pensavo che doveva essere completamente pazzo». Egli diceva al dottor Q. cose come: “Caro marchese, alle cinque dobbiamo prendere un tè assieme», tanto che Q. giunse a chiedersi se «non si rendesse conto di che cosa stesse accadendo» attorno a loro. Considerando le cose retrospettivamente, Q. si convinse però che le storielle del dentista ebreo furono d’aiuto ai medici prigionieri, creando un’alternativa costante, per quanto irreale, alla terribile realtà che stavano vivendo.

Lifton R. J., “I medici nazisti”, Bur - Rizzoli, pag. 295

Psichiatri delle SS: sostenere psicologicamente gli uccisori

Forse la massima chiave singola alla funzione medica del «sé di Auschwitz» fu la tecnicizzazione di tutto. Quel sé poté spogliarsi di preoccupazioni mediche immediate concentrandosi solo sugli aspetti «puramente tecnici» o «puramente professionali» (das rein Fachliclw). Dimostrare «umanità» significava uccidere con efficienza tecnica.

Per il «sé di Auschwitz» c’è una sequenza logica: il compito di un medico è quello di alleviare le sofferenze e di esercitare un’influenza umana in ogni contesto. Quando il contesto è quello dell’eccidio di massa, quel compito significa fare appello alle abilità mediche e tecniche per diminuire la sofferenza delle vittime. Benché la logica dipenda da una visione molto tecnicizzata della funzione medica, il «sé di Auschwitz» può tener fermo al principio pseudo-etico dell’<ucciSiO” ne umanitaria».

Quel principio fu proposto non solo dai medici di Auschwitz ma dal regime nazista in generale. Lo stesso Hitler, nel suo testamento finale prima del suicidio, contrappose la morte dolorosa «dei popoli ariani d’Europa» per fame, in battaglia o sotto le bombe, ai mezzi «più umani» con cui «i veri criminali... [dovevano] fare ammenda per le loro colpe».

L’uso di gas tossico — prima monossido di carbonio e poi Zyklon-B

— fu la conquista tecnologica che permetteva un «uccisione umana». Di qui il consiglio dato molto presto da Grawitz, il medico capo delle SS, quando fu consultato da Himmler sull’argomento, a favore delle camere e gas: senza dubbio il mezzo tecnico fondamentale emerso in tale consultazione tecnico-medica.

Ma questi due «filantropi» si preoccupavano senza dubbio più del benessere degli uccisori che di quello delle vittime. Anche le difficoltà psicologiche sperimentate dalle Einsatzgruppen nelle uccisioni faccia a faccia, furono affrontate con una forma di tecnicismo medico.

Il neuropsichiatra della Wehrmacht che trattò queste difficoltà psicologiche negli uomini delle Einsatzgruppen me le descrisse — le manifestazioni generali di ansia, compresi i sogni angosciosi — nei toni clinici più distaccati. Quando gli chiesi se avesse mai avuto personalmente sogni angosciosi in relazione a tutte quelle uccisioni o al fatto di avere curato degli uccisori, mi rispose di no: «Io non ho mai ucciso nessuno» e «In quanto medici, noi non eravamo coinvolti».

Mi divenne chiaro anche che lui e i suoi colleghi non modificavano in alcun modo significativo il loro approccio medico quando trattavano queste «truppe di uccisori» (com’egli le chiamò durante la nostra intervista), ma facevano semplicemente quanto era in loro potere per alleviare i sintomi e aiutare gli uomini a tornare in servizio. A volte li metteva in guardia gentilmente: «Sta attento ora, ti stai lagnando ma stai bene». Egli tentava di suggerirmi che, così facendo, aveva a cuore gli interessi del singolo soldato uccisore. Non c’è però alcun dubbio sul fatto che stava svolgendo la’ funzione del medico sospettoso nei confronti dei soldati che marcavano visita, e che insisteva nell’attenersi a criteri rigorosamente medici in decisioni concernenti l’opportunità di rimandare quegli uomini al loro dovere, ossia a continuare a uccidere. Qui l’estremo tecnicismo medico-psichiatrico ha due dimensioni: innanzitutto l’uso della propria conoscenza specializzata a vantaggio della struttura di comando della propria unità militare, la cui funzione anche in condizioni normali èl’uccisione di soldati nemici; e il carattere speciale è che il «dovere» a cm i pazienti venivano rimandati non aveva niente a che fare con la guerra e con le sue regole, ma era semplicemente quello di uccidere ebrei, Li si rimandava a una situazione produttiva di atrocità in misura estrema, a una forma di dovere la cui atrocità non era solo probabile nel caso medio, ma era precisamente il compito che veniva assegnato al singolo.

Lifton R. J., “I medici nazisti”, Bur - Rizzoli, pag. 589

Medici ad Auschwitz: la costruzione di un significato

La sorte dei medici nazisti dopo la sconfitta fu assai varia. Alcuni si uccisero, probabilmente in numero relativamente più alto rispetto ad altre professioni. Altri gruppi di medici furono giustiziati dopo essere stati condannati a morte da tribunali sotto il controllo degli Alleati a Norimberga e altrove, e poi da tribunali tedeschi. Molti furono condannati a pene detentive, che furono considerate in generale lievi in relazione ai crimini commessi. Altri, come Mengele, fuggirono e non furono mai più ripresi.. Un numero considerevole tornò a praticare la medicina, e continuò a praticarla sino all’età del pensionamento o sino alla loro morte naturale o finché, come accadde in qualche caso, si scoprì che erano stati criminali di guerra e li si sottopose tardivamente a processo. Molti stanno esercitando ancor oggi. Il processo di sdoppiamento e il sé residuale nazista o di Auschwitz hanno però continuato a persistere in loro e hanno inciso significativamente sul loro atteggiamento e sulla loro vita. Per questa ragione, tedeschi più giovani poterono dirmi che non c’era alcuna speranza di poter salvare quella generazione.

Un medico prigioniero che, nel periodo in cui fu ad Auschwitz, lottò con tutte le sue forze per poter mantenere la sua identità di terapeuta, mi chiese un po’ retoricamente: «Auschwitz può essere un’ vero riflesso della realtà medica?». Egli tentava di richiamare la mia attenzione sul carattere estremo delle condizioni da cui era derivata la profonda corruzione medica. Un medico tedesco antinazista, parlando con me della mia ricerca, mi chiese: «Che cosa ci è permesso di fare ad altre persone? Qual è il limite?». Un medico ex nazista che aveva trascorso un breve periodo in un centro di uccisione per pazienti psichiatrici, discutendo ogni futuro principio di eutanasia, chiese:

«Chi dovrebbe occuparsene? Un medico? Un boia?». Come disse Nyiszli: «Fra tutti i criminali e gli assassini, il tipo più pericoloso è il medico criminale». Il pericolo del medico, come possiamo renderci conto oggi, consiste nella sua capacità di sdoppiarsi in un modo che conferisca uno speciale potere al suo sé omicida, anche se egli continua ad ammantarsi di purezza medica.

LA COSTRUZIONE DEL SIGNIFICATO

Infine, il «sé di Auschwitz» acquista una percezione di significato maggiore. Le sue attività assumono una logica e uno scopo e vengono a sembrare appropriate all’ambiente e al suo ethos complessivo. Ciò che il sé diventa è non solo accettabile ma significante.

Una tale percezione di significato è un mezzo importante per evitare i sensi di colpa. Essa fa parte inoltre di una propensione universale verso la costruzione di buoni motivi mentre si partecipa a un comportamento malvagio. Questa propensione è una delle dimensioni più notevoli dell’adattabilità umana, della capacità dell’uomo (per usare le parole di Loren Eiseley) «di virare di bordo a ogni vento o di introdursi, ostinatamente, in qualche istituzione sociale fantasticamente elaborata e irrazionale, fosse pure solo per perire con essa». Nessuna realtà ci è infatti data direttamente o pienamente in quanto esseri umani. Noi dobbiamo piuttosto «costruirci» interiormente tale realtà sulla base di ciò che apportiamo nella nostra interiorità ai dati «esterni». Ogni costruzione del genere, ogni realtà, è influenzata da tutti gli aspetti della nostra psiche, la quale è influenzata a sua volta dalla storia individuale e culturale e persino dall’evoluzione della specie. Al tempo stesso, noi siamo esseri affamati di significato, viviamo di immagini di significato. Auschwitz rende anche troppo chiaro il principio che la psiche umana può creare significato dal nulla.

Lifton R. J., “I medici nazisti”, Bur - Rizzoli, pag. 595

Lo sdoppiamento: il pericolo maggiore

Benché lo sdoppiamento possa essere inteso come un processo diffusissimo, presente in qualche grado nella vita della maggior parte delle persone se non di tutte, noi ci siamo occupati di una sua versione distruttiva: lo sdoppiamento del persecutore. I tedeschi dell’epoca nazista vennero a compendiare in modo paradigmatico questo processo, non perché fossero intrinsecamente più malvagi di altri popoli, ma perché riuscirono a servirsi di questa forma di sdoppiamento per attingere al potenziale umano generale, morale e psicologico, per mobilitare il male su vasta scala e per incanalarlo in funzione di un eccidio sistematico.

Benché lo sdoppiamento del persecutore possa verificarsi praticamente in ogni gruppo, una speciale capacità di un tale sdoppiamento è forse prerogativa degli appartenenti a vari tipi di professioni: medici, psicologi, preti, generali, uomini di stato, scrittori, artisti. In essi a un sé umano anteriore può associarsi un «sé professionale» disposto ad aderire a un progetto distruttivo, ad arrecare danno ad altri o addirittura a ucciderli.

Consideriamo la situazione di uno psichiatra americano durante la Guerra del Vietnam. Curando veterani del Vietnam, io fui sorpreso dalla speciale animosità che manifestavano contro «cappellani e strizzacervelli». Risultò che molti di questi veterani avevano sperimentato un misto di avversione e di conflitto psicologico (due sentimenti difficili da distinguere fra loro nel pieno della lotta nel Vietnam) ed erano stati affidati alle cure o di un cappellano o di Uno psichiatra (o di un loro aiutante) a seconda di quale fosse l’orientamento del soldato stesso o del suo diretto superiore. Il cappellano o psichiatra tentavano di aiutare il militare a superare le sue difficoltà e a continuare a combattere, cosa che nel Vietnam significava partecipare alle atrocità quotidiane, in una situazione produttiva di atrocità, o quanto meno assistervi. In tal modo il cappellano o lo psichiatra, senza rendersene conto, minavano quello che in seguito il soldato avrebbe considerato il suo ultimo residuo di umanità in quella situazione. Tanto il cappellano quanto ‘lo psichiatra potevano comportarsi in quel modo solo perché avevano subito una forma ‘di sdoppiamento che dava origine a un «sé militare» al servizio dell’unità militare e del suo progetto di lotta. Una ragione per cui il cappellano o lo psichiatra andavano così facilmente soggetti a una tale forma di sdoppiamento era la loro fiducia mal riposta nella loro professione e nel loro sé professionale: il loro assunto che, in quanto membri di una professione che aveva una finalità terapeutica, qualsiasi cosa avessero fatto avrebbe condotto alla guarigione. In questo caso, il sé militare poteva pervenire a sussumere in sé il sé professionale. Così gli psichiatri di ritorno dal Vietnam, nel reinserirsi nelle loro situazioni cliniche e d’insegnamento in America, sperimentarono lotte psicologiche non meno gravi di quelle di altri veterani del Vietnam.

Consideriamo anche il caso di un fisico che è, per la maggior parte, una persona sensibile, dedita alla famiglia e fortemente contraria a violenze di qualsiasi genere. Egli può subire una forma di sdoppiamento, dalla quale può emergere quello che possiamo chiamare il suo «sé delle armi nucleari»: Egli può partecipare attivamente alla produzione di tali armi, sostenere che esse sono necessarie per la sicurezza nazionale e per controbilanciare le armi sovietiche, e può addirittura difenderne l’uso in certe circostanze come teorico di una guerra nucleare limitata. E proprio il suo impegno umano verso la democrazia e verso la famiglia (il suo sé anteriore) a permettergli di rivendicare un’umanità simile per il suo sé delle armi nucleari, nonostante il suo contributo alla produzione di ordigni che potrebbero uccidere milioni di persone. Egli può fare ciò che fa perché il suo sdoppiamento fa parte di un equilibrio psicologico funzionale.

Alla luce delle informazioni recenti di cui disponiamo sui profesSiOnisti impegnati negli eccidi di massa, possiamo affermare che il secolo in corso sia il secolo dello sdoppiamento? O, dato il potenziale sempre maggiore di professionalizzazione del genocidio, questa distinzione apparterrà al secolo XXI? Oppure ancora, possiamo Chiederci in modo un po’ più sommesso, non è possibile interrompere questo processo, innanzitutto dandogli un nome?

Lifton R. J., “I medici nazisti”, Bur - Rizzoli, pag. 602

L’esultanza delle giornate dell’agosto 1914 fu uno dei ricordi più preziosi e indimenticabili del tipo più alto

Weber indicò con orgoglio nei tedeschi un «popolo di grande cultura..., esseri umani che vivono in una cultura raffinata, i quali possono nondimeno affrontare coraggiosamente gli orrori della guerra (cosa che non porrebbe alcun problema a un senegalese!) tornando poi, nonostante ciò, fondamentalmente persone perbene come la maggior parte dei nostri soldati, ossia genuinamente umani». (Per quanto si possa essere riluttanti a comparare Max Weber con Heinrich Himmler, qui c’è un chiaro parallelo con i discorsi del secondo sulla nobiltà dell’impresa dei tedeschi di ammazzare un così gran numero di ebrei e di rimanere persone «perbene».) Meinecke si spinse ancor oltre, ricordando, a distanza di trent’anni e di due guerre, che «l’esultanza delle giornate dell’agosto 1914 [fu] uno dei ricordi più preziosi e indimenticabili del tipo più alto», contenendo in sé la previsione di «un rinnovamento interno di tutto il nostro Stato e di tutta la nostra cultura». Quanto a Freud, per un paio di settimane fu «totalmente inebriato... Era eccitato, irritabile e cadeva in continui lapsus»; era scosso dalle sconfitte austriache, ma «si rallegrava... delle vittorie germaniche».

Con la sconfitta, i tedeschi adulti si trovarono ad essere i sopravvissuti più distrutti, vittime di una grande strage inferta e patita a una scala senza precedenti e della morte altrettanto traumatica di visioni nazionali e sociali, del significato stesso. Ci furono gravi crisi individuali, specialmente fra gli artisti tornati dalla guerra. Un esempio eminente fu quello di Max Beckmann, il quale disse di non avere sofferto ferite fisiche, ma piuttosto «ferite dell’anima»: un grottesco complesso di immagini di morte che popolarono successivamente tutta la sua vita e la sua arte. Altri artisti espressionisti sperimentarono «ferite spirituali» simili, creando «un’atmosfera di capacità inventiva dolorosa..., di isterico abbandono alle speranze più sfrenate e alla disperazione più inverosimile».

Ma ci fu anche una reazione più abbrutita dei sopravvissuti, qual è esemplificata nella sequenza dèllo stesso Hitler: innanzitutto, il ricordo che «quelle ore [l’inizio della guerra] sembrarono come... una liberazione... [e] io caddi in ginocchio e ringraziai il cielo col cuore colmo di gratitudine per avermi concesso la buona sorte di avermi

fatto vivere in questo tempo». Poi il suo servizio militare altrettanto entusiastico e la chiara disponibilità a rischiare la vita per tale «liberazione». Quindi la definizione dei tempi, dopo la sconfitta, come «interiormente malati e putridi» e nondimeno «in movimento verso una grande metamorfosi». La sua susseguente visione e azione sociale può essere intesa come uno sforzo per ricreare «quel momento mirabile [all’inizio della Prima Guerra Mondiale] per ripulirlo da tutte le impurità e per preservarlo, così che questa volta si potesse raggiungere l’obiettivo del 1914: di dotare la Germania di una base politica adatta alla scala dei tempi».

Pare ci siano stati paralleli ben precisi nell’esperienza storica della Turchia prima dell’eccidio in massa degli armeni nel 1915. Nell’Impero Ottomano, per l’intera seconda parte dell’Ottocento, c’era stata un’atmosfera di progressiva «decadenza e disintegrazione», assieme a una lotta continua, anche se perdente, per l’unificazione spirituale e politica. I turchi sperimentarono anche forme umilianti di rigenerazione fallita nelle loro disastrose imprese militari durante la Guerra balcanica del 1912 (una sconfitta ignOminiOsa subìta per mano dei loro ex schiavi e protetti, i greci e i bulgari) e nella loro abortita campagna di Russia nel 1915, quando erano alleati dei tedeschi. Vahakn N. Dadrian osserva che i turchi si andarono orientando verso l’idea del genocidio man mano che la loro percezione della situazione passò «dalla condizione di un mero logorio a quella della crisi, di una crisi subitanea, e infine del cataclisma della guerra».

La fase della malattia comprende, quindi, l’esperienza di una perdita collettiva e dell’immersione nella morte; la promessa di una rivitalizzazone redentrice, fra cui la totale fusione del sé con una collettività mistica; l’assoluto dissolvimento ditale promessa, seguito da un’esperienza recente e intensa di immagini collettive di morte e di equivalenti di morte; e il conseguente originarsi dell’intenso desiderio di una «cura» commisurata nella sua totalità alla «malattia».

Lifton R. J., “I medici nazisti”, Bur - Rizzoli, pag. 608

Tabella 1

Numero delle vittime suddiviso secondo la causa del decesso

Costituzione dei ghetti e privazioni in generale

Ghetti dell’Europa dell’Est sotto occupazione tedesca più di 600.000
Theresienstadt e privazioni  all’esterno dei ghetti

100.000
Colonie di Transnistria  (Ebrei rumeni e sovietici)

500.000

più di 800.000

Esecuzioni all’aperto       

eseguite da:Einsatzgruppen, alti capi delle SS e della Polizia, esercito rumeno e tedesco nelle operazioni mobili; fucilazioni in Galizia durante le deportazioni; esecuzioni dei prigionieri di guerra e fucilazioni in Serbia e altrove.

più di 1.300.000

Campi


— Auschwitz  1.000.000

— Treblinka   750.000
— Belzec       350.000
— Sobibor     200.000
— Kulmhof     50.000
— Lublino       50.000

Campi di sterminio:

2.700.000

Campi responsabili di qualche decina di migliaia di vittime

150.000


Campi di concentramento (Bergen-Belsen, Buchenwald, Mauthausen, Dachau, Stutthof e altri)
Campi con azioni di massacro (Poniatowa, Trawniki, Semlin)

Campi di lavoro e campi di transito in Romania

Complesso di Golta e campi di transito di Bessarabia

100.000

Croazia e altri

meno di 50.000

fino a 3.000.000

Totale

5.100.000

Tabella 2

Numero delle vittime suddiviso per paesi

Polonia

fino a 3.000.000

Urss

più di 700.000

Romania

270.000

Cecoslovacchia

260.000

Ungheria

più di 180.000

Lituania

fino a 130.000

Germania

più di 120.000

Paesi Bassi

più di 100.000

Francia

75.000

Lettonia

70.000

Iugoslavia

60.000

Grecia

 60.000

Austria

più di 50.000

Belgio

24.000

Italia

9.000

Estonia

2.000

Norvegia

meno di 1.000

Lussemburgo

meno di 1.000

Danzica

meno di 1.000

Totale

5.100.000

Tabella 3

Numero delle vittime suddivise per anni.

1933-1940    

meno di 100.000

1941  

1.100.000

1942  

2.700.000

1943  

500.000

1944  

600.000

1945  

più di 100.000

Totale

5.100.000

(da Hilberg Raul, “La distruzione degli Ebrei d’Europa”, Einaudi, pag. 1318)

Lifton R. J., “I medici nazisti”, parte seconda

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