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Prese il comando della divisione il tenente generale Leone. L’ordine del giorno del comandante di corpo d’armata ce lo presentò « un soldato di provata fermezza e d’esperimentato ardimento ». Io lo incontrai la prima volta a Monte Spil, nei pressi del comando di battaglione. Il suo ufficiale d’ordinanza mi disse che egli era il nuovo comandante la divisione ed io mi presentai.
Sull’attenti, io gli davo le novità del battaglione.
— Stia comodo, — mi disse il generale in tono corretto e autoritario. — Dove ha fatto la guerra, finora?
— Sempre con la brigata, sul Carso.
— È stato mai ferito?
— No, signor generale.
— Come, lei ha fatto tutta la guerra e non è stato mai ferito? Mai?
— Mai, signor generale. A meno che non si vogliano considerare tali alcune ferite leggere che mi hanno permesso di curarmi al battaglione, senza entrare all’ospedale.
— No, no, io parlo di ferite serie, di ferite gravi.
— Mai, signor generale.
— È molto strano. Come lei mi spiega codesto fatto?
— La ragione precisa mi sfugge, signor generale, ma ècerto che io non sono stato mai ferito gravemente.
— Ha preso lei parte a tutti i combattimenti della sua brigata?
— A tutti.
— Ai « gatti neri»?
— Ai « gatti neri ».
— Ai « gatti rossi»?
— Ai « gatti rossi », signor generale.
— Molto strano. Per caso, sarebbe lei un timido?
Io pensavo: per mettere a posto un uomo simile, ci vorrebbe per lo meno un generale comandante di corpo d’armata. Siccome io non risposi subito, il generale, sempre grave, mi ripeté la domanda.
— Credo di no, — risposi.
— Lo crede o ne è sicuro?
— In guerra, non si è sicuri di niente, — risposi io dolcemente. E soggiunsi, con un abbozzo di sorriso che voleva essere propiziatorio: — Neppure di essere sicuri.
Il generale non sorrise. Già, credo che per lui fosse impossibile sorridere. Aveva l’elmetto d’acciaio con il sotto-gola allacciato, il che dava al suo volto un’espressione metallica. La bocca era invisibile, e, se non avesse portato dei baffi, si sarebbe detto un uomo senza labbra. Gli occhi erano grigi e duri, sempre aperti come quelli d’un uccello notturno di rapina.
Il generale cambiò argomento.
— Ama lei la guerra?
Io rimasi esitante. Dovevo o no rispondere alla domanda? Attorno v’erano ufficiali e soldati che sentivano. Mi decisi a rispondere.
— Io ero per la guerra, signor generale, e alla mia Università, rappresentavo il gruppo degli interventisti.
— Questo, — disse il generale con tono terribilmente calmo, — riguarda il passato. Io le chiedo del presente.
— La guerra è una cosa seria, troppo seria ed è difficile dire se... è difficile... Comunque, io faccio il mio dovere —. E poiché mi fissava insoddisfatto, soggiunsi: — Tutto il mio dovere.
— Io non le ho chiesto, — mi disse il generale, — se lei fa o non fa il suo dovere. In guerra, il dovere lo debbono fare tutti, perché, non facendolo, si corre il rischio di essere fucilati. Lei mi capisce. Io le ho chiesto se lei ama o non ama la guerra.
— Amare la guerra! — esclamai io, un po’ scoraggiato.
Il generale mi guardava fisso, inesorabile. Le pupille gli si erano fatte più grandi. Io ebbi l’impressione che gli girassero nell’orbita.
— Non può rispondere? — incalzava il generale.
— Ebbene, io ritengo.., certo... mi pare di poter dire... di dover ritenere...
Io cercavo una risposta possibile.
— Che cosa ritiene lei, insomma?
— Ritengo, personalmente, voglio dire io, per conto mio, in linea generale, non potrei affermare di prediligere, in modo particolare, la guerra.
— Si metta sull’attenti!
Io ero già sull’attenti.
— Ah, lei è per la pace?
Ora, nella voce del generale, v’erano sorpresa e sdegno.
— Per la pace! Come una donnetta qualsiasi, consacrata alla casa, alla cucina, all’alcova, ai fiori, ai suoi fiori, ai suoi fiorellini! ~ così, signor tenente?
— No, signor generale.
— E quale pace desidera mai, lei?
— Una pace...
E l’ispirazione mi venne in aiuto.
— Una pace vittoriosa.
Il generale parve rassicurarsi. Mi rivolse ancora qualche domanda di servizio e mi pregò di accompagnarlo in linea.
Quando fummo in trincea, nel punto più elevato e più vicino alle linee nemiche, in faccia a Monte Fior, mi chiese:
— Quale distanza corre qui, fra le nostre trincee e quelle austriache?
— Duecentocinquanta metri circa, — risposi.
Il generale guardò a lungo e disse:
— Qui, ci sono duecentotrenta metri.
— È probabile.
— Non è probabile. È certo.
Noi avevamo costruito una trincea solida, con sassi e grandi zolle. I soldati la potevano percorrere, in piedi, senza esser visti. Le vedette osservavano e sparavano dalle feritoie, al coperto. Il generale guardò alle feritoie, ma non fu soddisfatto. Fece raccogliere un mucchio di sassi ai piedi del parapetto, e vi montò sopra, il binoccolo agli occhi. Cosi’ dritto, egli restava scoperto dal petto alla testa.
— Signor generale, — dissi io, — gli austriaci hanno degli ottimi tiratori ed è pericoloso scoprirsi così.
Il generale non mi rispose. Dritto, continuava a guardare con il binoccolo. Dalle linee nemiche partirono due colpi di fucile. Le pallottole fischiarono attorno al generale. Egli rimase impassibile. Due altri colpi seguirono ai primi, e una palla sfiorò la trincea. Solo allora, composto e lento, egli discese. Io lo guardavo da vicino. Egli dimostrava un’indifferenza arrogante. Solo i suoi occhi giravano vertiginosamente. Sembravano le ruote di un’automobile in corsa.
La vedetta, che era di servizio a qualche passo da lui, continuava a guardare alla feritoia, e non si occupava del generale. Ma dei soldati e un caporale della 12 compagnia che era in linea, attratti dall’eccezionale spettacolo, s’erano fermati in crocchio, nella trincea, a fianco del generale, e guardavano, più diffidenti che ammirati. Essi certamente trovavano in quell’atteggiamento troppo intrepido del comandante di divisione, ragioni sufficienti per considerare, con una certa quale apprensione, la loro stessa sorte. Il generale contemplò i suoi spettatori con soddisfazione.
— Se non hai paura, — disse rivolto al caporale, — fa’ quello che ha fatto il tuo generale.
— Signor sì, — rispose il caporale. E, appoggiato il fucile alla trincea, montò sul mucchio di sassi.
Istintivamente, io presi il caporale per il braccio e l’obbligai a ridiscendere.
— Gli austriaci, ora, sono avvertiti, — dissi io, e non sbaglieranno certo il tiro.
Il generale, con uno sguardo terribile, mi ricordò la distanza gerarchica che mi separava da lui. Io abbandonai il braccio del caporale e non dissi più una parola.
— Ma non è niente, — disse il caporale, e risalf sul mucchio.
Si era appena affacciato che fu accolto da una salva di fucileria. Gli austriaci, richiamati dalla precedente apparizione, attendevano coi fucili puntati. Il caporale rimase incolume. Impassibile, le braccia appoggiate sul parapetto, il petto scoperto, continuava a guardare di fronte.
— Bravo! — gridò il generale. — Ora, puoi scendere.
Dalla trincea nemica partf un colpo isolato. Il caporale si rovesciò indietro e cadde su di noi. Io mi curvai su di lui. La palla lo aveva colpito alla sommità del petto, sotto la clavicola, traversandolo da parte a parte. Il sangue gli usciva dalla bocca. Gli occhi socchiusi, il respiro affanno-so, mormorava:
— Non è niente, signor tenente.
Anche il generale si curvò. I soldati Io guardavano, con odio.
— Un eroe, — commentò il generale. — Un vero eroe. Quando egli si drizzò, i suoi occhi, nuovamente, si incontrarono con i miei. Fu un attimo. In quell’istante, mi ricordai d’aver visto quegli stessi occhi, freddi e roteanti, al manicomio della mia città, durante una visita che ci aveva fatto fare il nostro professore di medicina legale.
Lussu E., “Un anno sull’altopiano”, Einaudi, pag. 54
Il cannone aveva ottenuto, per solo risultato, la ferita del puntatore e del tenente. I guastatori erano caduti tutti. Ma l’assalto doveva aver luogo egualmente. Il generale era sempre là, come un inquisitore, deciso ad assistere, fino alla fine, al supplizio dei condannati. Mancavano pochi minuti alle 9.
Il battaglione era pronto, le baionette innestate.
Le altre compagnie erano serrate, nella trincea e nei camminamenti e dietro i roccioni che avevamo alle spalle. Non si sentiva un bisbiglio. Si vedevano muoversi le borracce di cognac. Dalla cintura alla bocca, dalla bocca alla cintura, dalla cintura alla bocca. Senza arresto, come le spolette d’un grande telaio, messo in movimento.
Il capitano Bravini aveva l’orologio in mano, e seguiva, fissamente, il corso inesorabile dei minuti. Senza levare gli occhi dall’orologio gridò:
— Pronti per l’assalto!
Poi riprese ancora:
— Pronti per l’assalto! Signori ufficiali, in testa ai reparti!
Gli occhi dei soldati, spalancati, cercavano i nostri occhi. Il capitano era sempre chino sull’orologio e i soldati trovarono solo i miei occhi. Io mi sforzai di sorridere e dissi qualche parola a fior di labbra; ma quegli occhi, pieni di interrogazione e di angoscia, mi sgomentarono.
— Pronti per l’assalto! — ripeté ancora il capitano.
Di tutti i momenti della guerra, quello precedente l’assalto era il più terribile.
L’assalto!
Dove si andava?
Si abbandonavano i ripari e si usciva.
Dove? Le mitragliatrici, tutte, sdraiate sul ventre imbottito di cartucce, ci aspettavano. Chi non ha conosciuto quegli istanti, non ha conosciuto la guerra.
Le parole del capitano caddero come un colpo di scure. La compagnia era in piedi, ma io non la vedevo tutta, talmente era addossata ai parapetti della trincea. La 10° stava di fronte, lungo la trincea, e ne distinguevo tutti i soldati.
Due soldati si mossero ed io li vidi, uno a fianco dell’altro, aggiustarsi il fucile sotto il mento. Uno si curvò, fece partire il colpo e s’accovacciò su se stesso. L’altro l’imitò e stramazzò accanto al primo.
Era codardia, coraggio, pazzia? Il primo era un veterano del Carso.
— Savoia! — gridò il capitano Bravini.
— Savoia! — ripeterono i reparti.
E fu un grido urlato come un lamento ed un ‘invocazione disperata. La 9°, tenente Avellini in testa, superò la breccia e si slanciò all’assalto.
Il generale e il colonnello erano alle feritoie.
Lussu E., “Un anno sull’altopiano”, Einaudi, pag. 105