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Mack Smith D., “Cavour”

Mack Smith D., “Cavour”, Bompiani, pag.

Rompe i piatti

Ad un pranzo offerto da d’Azeglio, dopo aver amichevolmente conversato su altri argomenti, il Presidente del Consiglio disse che come Presidente della Camera vedeva volentieri Boncompagni. Al che Cavour, fuori di sé dall’ira, scagliò il piatto sul pavimento, e uscì precipitosamente dalla stanza gridando che il padrone di casa doveva essere diventato matto. Questo scoppio di collera incontrollabile sembra essere stato spontaneo, e non forzato. Scene analoghe si verificarono in altri momenti cruciali della sua vita.
Mack Smith D., “Cavour”, Bompiani, pag. 78

Sciogliere i conventi 1855

Parallelamente alla crisi politica sulla questione della guerra, si aprì un conflitto costituzionale sul progetto di sciogliere i conventi e confiscarne i beni. Cavour sosteneva che il papato era «la causa principale delle sventure d’Italia». E la fermezza nei confronti di Roma poteva fruttargli vasti appoggi tra i liberali in un momento altamente pericoloso, in cui il re si adoperava a minare le fondamenta del governo parlamentare responsabile.
Un altro motivo era il calcolo materialistico che un numero eccessivo di monaci e preti assorbiva una parte troppo grande della ricchezza nazionale. Il Piemonte contava diecimila preti, e quasi altrettanti tra monaci e frati, ossia uno per ogni duecento abitanti (in Sardegna il rapporto è stato calcolato di 1 a 127). Soltanto il 6 per cento dei membri del clero sardo era registrato come alfabeta; ma tutti reclamavano l’esenzione dal servizio militare, e Cavour era sicuro che questo privilegio fosse in realtà la ragione principale che spiegava un numero così elevato di ecclesiastici. I vescovi piemontesi erano tra i più ricchi d’Europa, con prebende pari in qualche caso a mille volte le entrate del clero parrocchiale; e questo era uno squilibrio che il governo giudicava suo dovere raddrizzare. Qualcosa come diecimila opere pie possedevano, prese insieme, proprietà fondiarie di enorme estensione. Eppure, in un momento di grave penuria finanziaria, lo Stato versava ogni anno un contributo di quasi un milione di lire per integrare i redditi del clero. Ora, Cavour non solo desiderava utilizzare una parte dei conventi come carceri e caserme, ma intendeva ridistribuire la spesa riducendo il numero delle diocesi. Voleva abolire questo sussidio annuale di un milione di lire, e sperava altresì di ottenere cinque milioni l’anno dalla vendita dei beni ecclesiastici: una somma destinata a coprire una parte del deficit del bilancio dello Stato.
Nella discussione Cavour sostenne che molti conventi avevano fatto un cattivo uso dei lasciti ricevuti nel corso dei secoli. In parecchi casi la terra veniva lasciata abitualmente incolta, mentre i contadini che vi vivevano erano affamati e sottoccupati. Su un piano più generale e di principio, qualificò i conventi «radicalmente inutili», ed anzi certamente dannosi e «un reale impedimento al progresso sociale». A suo parere, la terra detenuta in condizioni di manomorta doveva essere rimessa in circolazione, sì che fosse possibile sfruttarla in maniera adeguata; e naturalmente quest’argomento esercitava una forte attrazione sui proprietari laici ansiosi di ampliare i loro possedimenti. Altri paesi offrivano la prova che la prosperità e la moralità pubblica erano in rapporto inverso con l’estensione del fenomeno conventuale, ed egli aveva personalmente constatato come la religione avesse la massima fioritura dove la proporzione del clero regolare sulla popolazione totale era più bassa. In particolare gli ordini mendicanti davano un cattivo esempio di accattonaggio e di ozio in una società che doveva poggiare sull’etica del lavoro duro; dovevano pertanto scomparire. O perlomeno, senza voler mettere al bando la vita monastica, gli sembrava esistessero argomenti schiaccianti a favore dell’abolizione di privilegi ch’erano obsoleti e privi di giustificazione razionale.
La legge passò quando Cavour accettò un compromesso che accordava a tutti i frati e monaci espropriati un alloggio e una pensione a vita.
Mack Smith D., “Cavour”, Bompiani, pag. 95

Il re e la morte dei suo cari

Inizialmente, il re accettò di appoggiare la legislazione che prevedeva lo scioglimento dei conventi. Ma le morti in rapida successione della moglie, della madre e del fratello risvegliarono una superstiziosa paura di castighi soprannaturali, specialmente quando Pio IX gli spiegò che queste sciagure erano un chiaro segno della collera divina.
Mack Smith D., “Cavour”, Bompiani, pag. 95

Matrimoni politici

Il trattato fu suggellato dal matrimonio del principe Napoleone e della principessa Clotilde. Benché la si dicesse talvolta sedicenne, di fatto al sedicesimo compleanno di Clotilde mancava ancora qualche mese; e il matrimonio di questa pia giovinetta con un così famigerato libertino e miscredente era tanto impopolare, che i festeggiamenti indetti a corte per celebrare l’evento furono fatti oggetto di un imbarazzante boicottaggio. Massari, ch’era un poco il capo ufficio stampa di Cavour, disse di Clotilde ch’era il primo caduto della guerra. L’unione si sarebbe rivelata infelice, e per la maggior parte del tempo che gli restava da vivere i due sarebbero vissuti, per mutuo consenso, separati.
Un’altra proposta di Cavour era di far sposare a Vittorio Emanuele una principessa russa, rafforzando così il piano per un’alleanza con lo zar. Ma, allo scopo di render la cosa impossibile, il re annunciò ai suoi ministri che aveva finalmente deciso di sposare Rosina Vercellana, una donna ch’era la sua amante ufficiale da dodici anni, e con la quale aveva dato vita ad una seconda famiglia. Vittorio Emanuele tentò anzi di far credere ai ministri che il matrimonio fosse già avvenuto, cosa del tutto falsa. In genere, Cavour aveva mostrato una deferente compiacenza verso gli innumerevoli traffici amorosi del sovrano, pagando le sue ex amanti (e all’occorrenza spedendole in esilio), sistemando i loro parenti, ed impiegando la valigia diplomatica per consegnare lettere d’amore private. Ma si oppose vigorosamente a questa mésalliance con una plebea, da lui disprezzata in quanto persona moralmente traviata, e sospettata di interferire nelle faccende politiche dietro le quinte.
Già nel 1856 aveva manifestato la sua disapprovazione per questa relazione, ed ora nuovi accesi scontri ebbero luogo tra il sovrano ed il Presidente del Consiglio. Cavour tentò persino di indurre una delle ex amanti di Vittorio Emanuele a fornire per denaro elementi d’accusa contro la rivale. Ancora una volta, ci si rivolse per aiuto a Rattazzi, e i due uomini politici riuscirono ad ottenere il rinvio del progettato matrimonio morganatico perlomeno a dopo la guerra. Ma Cavour, che non aveva il temperamento né del cortigiano né dell’adulatore, agì con una mancanza di tatto in lui insolita. Tra i mezzi spregiudicati cui fece ricorso fu quello di raccontare al re che Rosina gli era infedele, e che spie della polizia l’avevano vista prender parte ad orge con altri uomini. Vittorio Emanuele montò su tutte le furie, non si sa se più con lui o con lei, ma la signora si dimostrò assai miglior diplomatico: la sua difesa fu che le attenzioni sessuali del sovrano erano così assidue e insaziabili, da non lasciarle né il desiderio né le forze per altri uomini. Lusingato, Vittorio Emanuele si schierò lealmente a fianco di Rosina, ma chiese ulteriori indagini. Un’inchiesta condotta da Rattazzi finì col concludere che le insinuazioni di Cavour erano false.
Mack Smith D., “Cavour”, Bompiani, pag. 173

 

Come gli americani giudicano il nostro Primo ministro

John Daniel, il ministro americano a Torino, è un altro che rilevò in Cavour i tratti della vanità, della mancanza di sincerità o di principi morali, del disprezzo per gli altri e le loro idee. Cavour, disse Daniel, era «uno di quei temperamenti tirannici e testardi» che nutrono un «disprezzo profondo per ogni legge che non sia la loro volontà». In. dubbiamente, i giudizi di Daniel sono da prendere con riserva perché condizionati dal fatto ch’egli mal si adattava al mondo aristocratico di questa piccola capitale provinciale. Nel gennaio 1860 scrisse che Cavour «è volterriano in filosofia, e totalmente privo di scrupoli nelle parole e nelle azioni: un fatto in cui non si deve vedere una colpa, perché diversamente egli sarebbe completamente inidoneo a - e incapace di - governare una popolazione italiana. Ama il denaro, e mentre si occupava degli affari della sua nazione si è costruito un’ingente fortuna privata. Ama appassionatamente il potere, che non può mai indursi a dividere con altri; né sopporta la minima opposizione, da qualsiasi cerchia provenga, grande o piccola».
Mack Smith D., “Cavour”, Bompiani, pag. 210

 

Cavour vive nel palazzo di famiglia

Dopo la morte dei genitori, Cavour continuò a vivere nel palazzo di famiglia. La direzione della casa, in cui la vita scorreva spesso infelice, e talvolta malinconica, era nelle mani del fratello vedovo. Devoto cattolico, Gustave dissentiva spesso, in specie sulle questioni ecclesiastiche, dalla politica governativa; e accadeva che a causa del suo comportamento - Gustave rimproverava aspramente a Camille la sua vita "da trent’anni non cristiana", e lo accusava di cattiva amministrazione delle proprietà familiari - il fratello minore si sentisse quasi straniero nella loro comune dimora. Dopo il 1854, Gustave soffrì per alcuni anni di una misteriosa malattia depressiva, che lo lasciò leggermente squilibrato. A peggiorare le cose, c’era poi il fatto che il figlio superstite, che non s’era sposato e viveva con loro, era un temperamento cupo ed altamente nevrotico, e si trovava spesso ai ferri corti con il padre e la sorella. Inoltre, tra il maggiordomo - che dirigeva la casa, e rispetto al quale la dipendenza di Gustave sembrava totale - e Camille correva una cordiale reciproca antipatia: un fattore che aggravava la già tetra e sgradevole atmosfera generale.
Una causa di risentimento erano i ricevimenti ufficiali che si tenevano talvolta a Palazzo Cavour, sia pure in genere a spese dell’erario. Gustave era ad un tempo puritano e taccagno, e sviluppò la preoccupazione totalmente irragionevole che il patrimonio familiare venisse dilapidato in siffatte spese mondane. In aggiunta a tutte le sue fatiche politiche, il Presidente del Consiglio era pertanto costretto a redigere un bilancio trimestrale per provare al fratello che, lungi dal comportarsi in maniera stravagante, egli provvedeva regolarmente a rimborsare i debiti ipotecari che gravavano sui beni di famiglia. Durante un decennio, furono rimborsati debiti per oltre mezzo milione di lire. Per mancanza d’inclinazione (Gustave) e di tempo (Camille), i due fratelli non erano in grado di tenersi sistematicamente al corrente dei progressi in materia di tecniche agricole; e tuttavia durante questo periodo il reddito medio di Leri crebbe di quattro volte, grazie in buona parte all’oculata amministrazione del loro agente e socio, Giacinto Corio.
Mack Smith D., “Cavour”, Bompiani, pag. 211

Cavour non si sposa

Ogni tanto circolavano a Torino voci che attribuivano a Cavour propositi matrimoniali. Ma erano regolarmente infondate. Egli ammise che probabilmente era per temperamento incapace di amare sul serio una donna; ovvero, guardando le cose da una diversa angolazione, attribuiva una grande importanza all’indipendenza personale, e scelse deliberatamente di evitare gli intralci che necessariamente accompagnano un legame sentimentale permanente. Disse una volta a Corio ch’era restio ad affezionarsi troppo anche ad un animale domestico, perché temeva che la sua morte potesse sconvolgerlo. A Salmour, persuaso che il matrimonio l’avrebbe mantenuto in vita molto più a lungo, diede l’ulteriore ragione che una moglie lasciata troppo sola da un marito troppo occupato l’avrebbe esposto al pettegolezzo, allo scandalo, e quindi al ridicolo. Era sempre stato particolarmente sensibile al rischio del ridicolo, e aveva tratto grande spasso dalla disavventura matrimoniale di Garibaldi. Egli stesso aveva compromesso la reputazione di troppi mariti per rischiare di esporsi ad un pericolo del genere.
Cavour non dimenticò il suo affetto giovanile per Anne Giustiniani, e nel 1858 utilizzò denaro attinto ai fondi segreti della polizia per venire in aiuto al figlio di lei a Ginevra. Dal 1856 in avanti ebbe un’altra amante fissa, Bianca Ronzani, cui era sinceramente attaccato. La Ronzani aveva in passato occupato la medesima posizione presso il re, ma nessun altro sembra aver trovato molto di buono da dire di questa giovane ballerina. Suo marito era l’impresario del Teatro Regio di Torino, ma fini con l’accumulare debiti così ingenti, che se ne partì per il Sud America (con il probabile aiuto finanziario del nuovo protettore della moglie). Cavour non parlò quasi mai di Bianca ad alcuno, e mai si mostrò in pubblico con lei, ma la loro relazione era comunemente nota, e riscuoteva l’aspra antipatia della famiglia Cavour. Ella viveva in una confortevole casa situata su una collina appena fuori la città, e che le era stata comperata dall’amante. Molte delle lettere private inviate da Cavour a Bianca furono in seguito da questa vendute sul mercato internazionale. Ma molti anni dopo Costantino Nigra le individuò a Vienna, e convinse il re ch’era opportuno riacquistarle e distruggerle, perché il loro contenuto era troppo sconvolgente, e se mai fossero giunte a conoscenza del pubblico avrebbero sicuramente danneggiato la fama di chi le aveva scritte.
Mack Smith D., “Cavour”, Bompiani, pag. 212

 

Cavour lavorava tanto
Nessuno negò mai l’enorme operosità di Cavour, ed egli disse ad un conoscente inglese che nessuna quantità di lavoro riusciva a stancarlo. Accadeva che la sua giornata cominciasse alle cinque del mattino, o anche prima, ricevendo visite in vestaglia e berretta da notte di velluto ornata di fiocchi. E il visitatore lo trovava magari che leggeva il Times a lume di candela, fumando un sigaro. Stranamente per una persona così metodica, la sua stanza era in condizioni caotiche: piena di libri, giornali e mucchi di lettere, il disordine era tale che gli capitava di smarrire dei documenti. Per l’ora di colazione aveva già sbrigato qualcuno degli affari più urgenti. Quindi percorreva a piedi la breve distanza che lo separava dal suo ufficio in piazza Castello. Di solito tornava a casa per il pranzo, per poi fare una passeggiata sotto i portici di via Po, dove chiunque volesse poteva avvicinarlo. Il pomeriggio era dedicato alle riunioni di gabinetto ed alla Camera, la serata a nuovo lavoro nel suo studio privato. Gli piaceva recarsi al Teatro Regio, dove i diplomatici stranieri avevano i propri palchi privati, solitamente utilizzati per sbrigare buona parte degli affari ufficiali.
Cavour diceva di non annoiarsi mai, e indubbiamente non era mai in ozio, neppure per un momento. Aveva la singolare capacità di saper passare rapidamente da un argomento all’altro, senza irritarsi per le interruzioni, e sempre in grado di ripigliare il filo del discorso là dove l’aveva abbandonato. Aveva constatato che il ministero delle Finanze assorbiva il grosso del suo tempo di lavoro ufficiale, ed anzi un tempo tanto grande, ch’era impossibile portarne il peso più che per un breve periodo. Usava dire che lavorava quattordici ore al giorno, e che gli affari esteri ne occupavano soltanto due. Preferiva rispondere a tutte le lettere immediatamente. Siccome odiava le lungaggini burocratiche, e disprezzava ogni specie di routine, aveva l’abitudine di tagliar corto in materia di formalità e di regolamenti, spiegando, con le parole di San Paolo, che «la lettera uccide, lo spirito vivifica». Naturalmente, un uomo che voleva prendere su di sé tutte le questioni, grandi e piccole, arrivando ad occuparsi dell’orario delle ferrovie, non aveva poi abbastanza tempo per sorvegliare l’intero campo dell’attività governativa. E, se si eccettuano i settori finanziario e diplomatico, una certa mancanza di attenzione per la gran massa dei dettagli amministrativi rimase nel giudizio di alcuni un punto debole framezzo alle sue molte realizzazioni.
Mack Smith D., “Cavour”, Bompiani, pag. 213

Cavour era un pragmatico

Durante la sua giovinezza, Cavour era stato criticato dal padre per un eccessivo attaccamento alla teoria; ma l’esperienza dell’amministrazione ne fece sempre di più un pragmatico, un uomo capace di adattarsi alle circostanze, che si vantava di non possedere un sistema, ed era sempre pronto, laddove gli sembrasse opportuno, a scegliere una via alternativa. Rattazzi disse di lui che non concepi forse mai nessun progetto di lungo respiro, preoccupandosi piuttosto di tirare avanti giorno per giorno; ed invero una delle sue virtù più notevoli era appunto l’adattabilità, ossia la capacità di trarre il massimo vantaggio da situazioni date, che non era stato lui a creare. Com’ebbe a dire Hudson in un momento cruciale dell’anno 1860: «Egli non ha alcun piano: è un uomo che si affida alla provvidenza, alla serie casuale degli accidenti».
Mack Smith D., “Cavour”, Bompiani, pag. 213

 

Cavour era un aristocratico

Una critica ingiusta era quella secondo la quale il Presidente del Consiglio restò essenzialmente "Don Camillo", ossia che l’aristocratico Cavour non riuscì a sbarazzarsi di quella fedeltà alla classe d’origine e di quella etichetta conservatrice che lo avevano un tempo reso impopolare. Ancora nel novembre 1857 una vignetta del foglio satirico Il Fischietto lo mostrava col codino, sia pure scorciato, suggerendo così che agli occhi del pubblico non si era interamente separato dai reazionari. Ma benché avesse in passato creduto ad un’intrinseca superiorità degli aristocratici rispetto agli strati intermedi della società, col tempo il suo orizzonte mutò quanto bastava perché in qualche caso venisse giudicato un traditore della sua classe. Aggiungendosi alle lezioni apprese in Svizzera e in Inghilterra, l’esperienza di governo gl’insegnò che una forza irresistibile spingeva in direzione di una più grande eguaglianza fra tutte le classi; e nella sua immagine ideale di società liberale era bensì necessario proteggere i diritti delle minoranze, ma alla fine gli interessi della maggioranza dovevano prevalere.
Naturalmente, non poteva mutare il fatto che la società torinese restava essenzialmente aristocratica, e neppure l’altro fatto che in taluni suoi elementi la fedeltà allo Statuto del 1848 non era incondizionata. Cavour deplorava che pochi tra gli aristocratici della giovane generazione si dimostrassero seriamente interessati ad entrare nella politica attiva.
Un altro amico che lo vide spesso nell’ultimo periodo, lo svizzero Abraham Tourte, pensava che sino alla fine egli rimanesse «più aristocratico che liberale».
Incapace di rinnegare del tutto il proprio passato, Cavour continuava ad impiegare il familiare "tu" soltanto quando si rivolgeva ad altri aristocratici, mentre con Castelli, Massari e Nigra usava il "lei" o il "vous". E le cordialissime lettere che scriveva regolarmente al suo socio di Leri, Corio, si aprivano con un rigidamente formale "Pregiatissimo Signore". Dopo il 1848 lasciò sempre più cadere la firma completa "Camille de Cavour", omettendo cioè la particella aristocratica "de". (E usando, con alcuni italiani, la forma italiana "Camillo".) Ma con alcuni amici dei più stretti conservò la vecchia forma; e il criterio di distinzione era non il grado d’intimità, ma il rango sociale dei singoli corrispondenti.
Mack Smith D., “Cavour”, Bompiani, pag. 220

 

Brutti rapporti con i dipendenti

Con l’affabile d’Azeglio per alcuni anni si parlò appena. Salmour, Lanza e Farini, tutti suoi amici, restarono sconvolti quando d’un tratto egli sembrò allontanarsi da loro e ignorarli. Verso i suoi due più stretti collaboratori ministeriali, Rattazzi e La Marmora, divenne nell’ultimo periodo assolutamente e quasi imperdonabilmente offensivo. Persino Castelli, secondo alcuni più vicino a Cavour di ogni altro, si lamentò che, una volta non più necessario, era stato gettato via come un limone spremuto; ed altri fecero ricorso, in altre occasioni, all’identica metafora.
Cavour giustificava questo comportamento spiegando che, quando una svolta politica s’imponeva, poteva rendersi indispensabile sacrificare anche i migliori amici. Altri diedero un’interpretazione meno caritatevole, sostenendo che non poteva sopportare né i potenziali rivali né i subordinati che discutessero gli ordini od offrissero consigli non richiesti. Fu spesso deplorato che non sapesse scegliere gli uomini giusti, e che si costruisse una ristretta cerchia di collaboratori mediocri, prescelti per la ragione che facevano senza discutere quel che gli si diceva di fare. Un esempio è il marchese di Villamarina, da lui mantenuto per otto anni all’ambasciata di Parigi - forse tra tutti gli incarichi diplomatici il più importante - benché l’uomo fosse, per sua stessa ammissione, totalmente incompetente. Il successore di Villamarina, Nigra, era assai miglior diplomatico, ma è interessante notare che la fiducia riposta da Cavour nel più giovane collaboratore cominciò ad incrinarsi proprio quando questi mostrò segni di voler agire di propria iniziativa.
Mack Smith D., “Cavour”, Bompiani, pag. 221

Cavour litiga col re

L’indomani il Presidente del Consiglio piemontese giungeva a Firenze accompagnato da un centinaio di deputati per celebrare l’annessione della Toscana. Non si era mai spinto tanto a sud in tutta la sua vita. Durante il viaggio fu inaspettatamente e aspramente attaccato dal suo re sulla questione del sacrificio di Nizza e sulla mancata acquisizione di Ancona e di una più vasta porzione degli Stati Pontifici. La lite divenne ancor più violenta quando si ritrovarono entrambi alloggiati a Palazzo Pitti. Per Cavour, fu particolarmente irritante osservare il favore mostrato dal sovrano per Ricasoli, in cui scorgeva ora un rivale. Lo sconcerto del Presidente del Consiglio fu tale, che allegando il pretesto di un’emicrania non presenziò alle ce1Phrazioni preparate per i visitatori. Ebbe a dire che chiunque altro (diverso dal re) lo avesse insultato così crudelmente, avrebbe ricevuto immediatamente un cartello di sfida. Il suo segretario Artom lo trovò pallido, quasi in lacrime, in procinto di far ritorno prematuramente a Torino. Rendendosi conto che la sua partenza rischiava di venire fraintesa, accettò poi di restare per due giorni, ma disse che non poteva più sopportare la rozzezza e la grossolana ingratitudine di un monarca per il quale tanto aveva fatto.
Come osservò Hudson, a Vittorio Emanuele non erano mai piaciute le maniere paternalistiche con cui Cavour usava trattarlo, il suo fargli continuamente la predica; e il ritrovarsi gomito a gomito di quei giorni - una situazione inconsueta - non poté non acuire la loro reciproca antipatia. Un altro diplomatico straniero, Henry d’Ideville, che proprio in questo periodo entrò in rapporti d’amicizia con Cavour, constatò anch’egli che il Presidente del Consiglio parlava al sovrano con la brusca condiscendenza con cui si parla ad un ragazzo che non è in grado di afferrare i dettagli di una grande manovra politica.
Mack Smith D., “Cavour”, Bompiani, pag. 239

 

Fucili per Garibaldi

Una sottoscrizione svoltasi sotto il patronato di Garibaldi aveva raccolto armi in abbondanza, tra cui anche fucili di modello recentissimo, che il governo aveva accettato di depositare in una caserma della polizia, sì da poter esercitare una certa influenza sul loro impiego. Ma accadde ora che gli agenti di Garibaldi, cui erano state date assicurazioni di libero accesso a quest’armeria, d’un tratto s’imbatterono in ostacoli di ogni specie; ed il gabinetto prese in segreto la decisione (unanime) di impedire l’uscita dei fucili dal deposito. I ministri non volevano aiutare Garibaldi. Il loro problema era come evitare di attirare su di sé l’odio che un’opposizione troppo aperta all’impresa rischiava di suscitare.
Il 27 aprile Cavour scrisse che non si era mai trovato in una situazione più difficile, e per due importanti settimane doveva lasciare che gli eventi seguissero il loro corso, con un minimo d’interferenza o di pilotaggio.
Mack Smith D., “Cavour”, Bompiani, pag. 241

 

Cavour muore di malaria e salassi

Cavour aveva una vigorosa costituzione fisica, ma soffriva di due malattie ricorrenti. La prima - una forma di "gotta" o di "gotta sciatica" - affliggeva anche il padre ed il fratello, e reagiva talvolta al trattamento omeopatico, o al "magnetismo", o anche ad applicazioni di olio di marroni. La seconda malattia dev’esser stata la malaria, anche se alla medicina contemporanea riuscì difficile diagnosticarla. Tra i sintomi che tuttora di tanto in tanto lo disturbavano figuravano violente coliche gastriche e un`infiammazione di ventricolo", accompagnate da una febbre intermittente, e occasionalmente da blande forme deliranti. Può esser rilevante che la sua carnagione naturalmente rosea avesse ceduto con l’avanzare dell’età ad un ingiallimento generale della pelle. Restò massicciamente sovrappeso, e il giovane Borea d’Olmo, che lo assisté come segretario negli ultimi anni, ricordava di lui soprattutto che «mangiava molto».
Nel novembre precedente, era stato a letto per quattro giorni con vertigini, febbre e manifestazioni deliranti. In dicembre soffrì nuovamente di una colica improvvisa, che passò dopo un duplice salasso. A metà maggio 1861 ebbe un leggero attacco di febbre a Leri, dove s’era ritirato per sfuggire il caldo di Torino (si trattava del periodo pericoloso in cui i campi venivano inondati per il nuovo raccolto di riso). Le guide dell’epoca mettevano in guardia gli stranieri contro il pericolo di dormire in vicinanza delle risaie malariche, ma Cavour aveva le proprie idee - diversissime - sull’argomento. Il 26 maggio Salmour gli fece visita a Torino, e si allarmò vedendo che il bianco degli occhi gli era diventato giallastro, e la pelle aveva un pallore mortale. Cavour ammise di non sentirsi bene, e attribuì il suo cattivo stato di salute al dissenso con Rattazzi e allo scontro con Garibaldi alla Camera.
In ciascuno dei successivi tre giorni ebbero luogo affaccendate sedute parlamentari, durante le quali egli intervenne una dozzina di volte. Dalla tribuna, Edward Dicey notò ch’era insolitamente nervoso e irrequieto. Il fatto che palesemente non sopportasse di venir contraddetto preoccupò Massari, e La Farina lo vide alla Camera tenersi la testa fra le mani in atteggiamento desolato. Quando, il 29, fece visita alla sua amante Bianca Ronzani nella casa sopra Torino che aveva sistemato per lei, era nuovamente d’umor nero. Quella sera ebbe uno dei suoi soliti attacchi di sangue alla testa (così fu descritto), con febbre e acuti dolori addominali. Intorno alla mezzanotte svegliò il suo domestico, dicendo che temeva un attacco apoplettico. Fu chiamato d’urgenza il medico di famiglia, il dottor Rossi, che su sua richiesta lo salassò due volte, e altre due volte l’indomani. Alla nipote Cavour disse che aveva specificamente chiesto questo trattamento perché senza di esso sarebbe stato costretto a letto per due settimane, e non poteva permetterselo. Il 31 si sentì guarito, e tenne una riunione di gabinetto nel suo appartamento.
A Torino l’uso delle sanguisughe e della coppetta era ancora di moda tra i medici di maggior successo, i quali ricorrevano al trattamento "antiflogistico" consistente nell’impiego del salasso come febbrifugo. Alcuni dei medici più giovani - tra cui Farini e Pantaleoni - avevano però assimilato le idee, completamente diverse, correnti nell’Europa settentrionale, secondo le quali il salasso era un rimedio troppo debilitante. Cavour non aveva molta fiducia nei medici, e ricorreva regolarmente al suo flebotomo, anche per un mal di gola o un esaurimento. Era convinto che i salassi fossero resi necessari da un eccesso di sangue proprio della sua costituzione. Sfortunatamente Farini, che lo aveva curato con successo in passato, mettendolo in guardia contro i rimedi eroici, non era a Torino, e giunse troppo tardi. Farini aveva studiato le febbri malariche comuni nel Ravennate, la sua terra natale, e sarebbe stato probabilmente in grado di fare una diagnosi più appropriata.
Il medico personale di Cavour era incerto, e ciò può contribuire a spiegare il fatto che non fu stilato un certificato di morte. Su parecchi giornali si lesse che soffriva di una malattia misteriosa, cui la scienza non aveva ancora dato un nome. Alcuni, tra cui Lanza, anch’egli medico, parlarono di febbre tifoide, mentre altri menzionarono l’encefalite, l’enterite, o semplicemente la "congestione cerebrale". Circolarono anche voci fantasiose di un avvelenamento ad opera della Ronzani, che sarebbe stata pagata per questo servizio dall’imperatore Napoleone. I Gesuiti preferirono dire che la malattia era certamente il castigo per una vita di peccato.
Nella serata del 31 maggio la febbre ritornò, accompagnata da rinnovati sintomi di delirio, e fu ordinato un quinto salasso. Durante i successivi tre giorni la conversazione di Cavour ebbe un costante carattere farneticante. Parlava quasi sempre di politica, ma in una maniera disordinata che gli ascoltatori facevano fatica a seguire. Chiese una copia della storia del primo Napoleone di Thiers, ma scoprì che non era in grado di leggere. Allarmato da questo incapacità di pensare e di concentrarsi, disse che gli girava la testa, e che soltanto un nuovo salasso avrebbe restaurato il suo equilibrio mentale. Come al solito il dottor Rossi accondiscese alla sua richiesta, ma soltanto esercitando sulle vene una pressione considerevole si riuscì a esprimere una o due once di sangue nero e denso.
Dimostratisi questi rimedi inefficaci, fu chiamato per un secondo parere il dottor Maffoni, e venne consultato il professor Riberi, il medico di corte, che dodici anni prima aveva curato Carlo Alberto ad Oporto. C’era chi attribuiva a Riberi la responsabilità della morte del fratello di Vittorio Emanuele, sopraggiunta dopo che il paziente aveva subito non meno di undici salassi. Riberi diagnosticò il male di Cavour come un’infiammazione alla base del cervello prodotta da un’elevata pressione sanguigna e da una predisposizione ereditaria alla gotta, ascrivendo l’attacco in corso allo sforzo mentale, complicato dall’incapacità del paziente di alleggerire la tensione, o di dare sfogo ai suoi sentimena.
Secondo Maffoni, il sintomo più grave era una febbre terzana per la quale a suo parere il salasso non era indicato; e fu decisa la somministrazione di chinino liquido, da molti anni noto come rimedio specifico per la malattia cui più tardi sarebbe stata data la denominazione clinica di malaria. Usato tempestivamente, sarebbe stato forse efficace. Ma Cavour aveva sempre odiato prendere il chinino, e in quest’occasione, indebolito com’era, esso non fece che’provocare ripetuti accessi di vomito. Nel suo turbamento mentale, ad un certo punto insisté per levarsi dal letto, e ne seguì un’ulteriore minore emorragia da un’incisione che non voleva rimarginarsi.
La sera del 4 giugno, su istruzioni di Riberi, Cavour mangiò per la prima volta qualcosa dopo quattro giorni (un poco di minestra e un bicchiere di chiaretto). Ma ognuno poteva vedere ch’era disperatamente malato. Gli fece visita il re, cui parlò della sua ossessiva preoccupazione per i napoletani: era gente di grande talento - disse - ma occorrevano probabilmente lunghi anni di educazione alla libertà prima che la loro terra fosse purificata della sua corruzione, e potesse diventare, secondo la sua vera natura, la più ricca d’Italia. Il re chiese a Riberi di tentare un altro salasso, per schiarirgli il cervello, suggerendo di cavare il sangue della vena giugulare. Riberi rispose che il polso era troppo debole, ma che si sarebbe potuto fare un tentativo di li a qualche ora.
Mack Smith D., “Cavour”, Bompiani, pag. 302

L’estrema unzione a Cavour scomunicato

L’indomani, la famiglia di Cavour, ormai disperata, inviò un messaggio a fra Giacomo da Poirino, il curato che faceva le veci del prete della parrocchia locale, espulso dal suo beneficio dal governo. Fra Giacomo, il quale apparteneva a quegli ordini mendicanti che Cavour aveva un tempo denunciato come perniciosi e interamente inutili, aveva promesso qualche anno prima che avrebbe somministrato al Presidente del Consiglio gli estremi conforti della religione, passando sopra alla scomunica. A Torino la tradizione voleva che a tutti fosse permesso di accompagnare il viatico, e una folla si mosse in processione, portando torce, dalla chiesa parrocchiale diretta a Palazzo Cavour. Fu annunciato che il Presidente del Consiglio s’era confessato, aveva ricevuto l’assoluzione, e aveva specificamente chiesto che i giornali riferissero ch’egli moriva da buon cattolico. Per tutta la notte, molta gente si trattenne in strada sotto la sua finestra. Nelle prime ore del 6 giugno, nella stessa casa dov’era nato, Cavour si spense serenamente dopo aver ricevuto l’estrema unzione alla presenza dei familiari, dei ministri e di Sir James Hudson.
Fra Giacomo aveva in precedenza chiesto e ottenuto dal pontefice la speciale facoltà di assolvere persone scomunicate, purché in punto di morte; e la prima reazione del cardinal Antonelli fu di compiacimento che Cavour fosse morto con i conforti della religione. Ma ciò perché si supponeva, erroneamente, che il morente avesse prima ritrattato i suoi molti errori, e offerto una riparazione quanto meno verbale per il male che aveva fatto alla Chiesa. Quando il caritatevole frate spiegò che nessuna riparazione era stata chiesta, negli ambienti ortodossi la notizia fu accolta con incredulità, rincrescimento, e perfino un senso di oltraggio. La Civiltà Cattolica negò la validità dei riti estremi se somministrati a persona colpita da un diretto anatema pontificio. In ogni caso, l’assoluzione non poteva venir concessa nel caso di una persona in preda al delirio, e non in grado di confessarsi liberamente. L’infelice frate fu convocato a Roma per esservi punito, e nel corso di un incontro personale fu rampognato da Pio IX in quanto causa di grave scandalo. Sospeso dai doveri sacerdotali e dai relativi emolumenti, in seguito il governo gli assegnò una modesta pensione. Ma morì molti anni dopo in un’oscura povertà, malgrado nel 1861 il suo comportamento premuroso ed accorto avesse salvato e la Chiesa e lo Stato da uno scontro che non sarebbe stato facilmente dimenticato.
Mack Smith D., “Cavour”, Bompiani, pag. 304

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