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E ho anche appreso l’antica storia della via della seta (che dalla Cina passava per Bisanzio), e dei monaci imbroglioni che nascosero, dentro una canna le uova del prezioso insetto e insieme i semi della pianta che lo nutre: il gelso. Fu così che l’allevamento arrivò in Occidente.
Mainardi D., “Del cane, del gatto e di altri animali”, Mondatori, pag. 28
La gallina che si fece gallo
A Basilea, nel 1474, una gallina tramutata in gallo fu condannata al rogo e venne giustiziata in piazza davanti a una gran folla. Allora era stregoneria, ai nostri giorni solo patologia. Oggi comunque, per il pollo inguaiato in simili disavventure, le cose vanno meglio: la gallina che diventa gallo finisce sui giornali, magari diviene meta di visite guidate per scolaresche e schiva definitivamente lo spiedo o la pentola del lesso («gallina vecchia fa buon brodo»). Unico rischio è che a qualche patologo veterinario salti in mente di voler vedere cosa è successo «dentro», al fine di spiegare l’esterna metamorfosi.
Cosa è successo «dentro», del resto, più o meno lo sappiamo. Ma veniamo alla cronaca. L’ultimo caso di gallina tramutata in gallo è avvenuto in un pollaio d’un paese del piacentino, San Lazzaro. Una gallina con decisa progressione s’è, morfologicamente e nel comportamento, tramutata in gallo. Racconta «La Libertà», il giornale di Piacenza, che sotto gli occhi prima perplessi e poi sempre più stupiti della proprietaria, la gallina Chicca ha cominciato a far concorrenza al preesistente gallo. Lotte furibonde: si sa, due galli non possono coesistere nello stesso pollaio, e Chicca in effetti era oramai Chicco, per cresta, piumaggio, atteggiamento. Insomma, il gallo vero ha dovuto sloggiare (anzi, lui sì che è finito allo spiedo) e l’ex gallina ha preso il suo posto.
Non è un evento raro quello della gallina di Piacenza. Ogni tanto succede e, come dicevo, non si tratta di stregoneria ma piuttosto di patologia. Le cose stanno così: negli uccelli le gonadi, dopo una fase precoce dello sviluppo in cui sono indifferenziate, si evolvono in testicoli e in ovaie. Ma, mentre se si tratta di testicoli ambedue le gonadi sono coinvolte, nel caso della specializzazione in direzione femminile solo l’ovaia di sinistra si sviluppa, mentre la gonade di destra rimane lì, come in attesa. E di norma è un’attesa del nulla. Ogni tanto, però (e questo è certo il caso della gallina piacentina), un tumore, o la tubercolosi, o qualche altro accidente ancora può distruggere l’ovaia attiva e allora dalla gonade «in attesa» si forma un testicolo o, a volte, una via di mezzo tra ovaia e testicolo. Un «ovariotestis».
Così, dalla gonade maschile, o parzialmente tale, cominciano a partire per via endocrina ordini nuovi, ordini che ristrutturano totalmente «la facciata», che ripescano moduli comportamentali «sepolti nell’inconscio».
La gallina, insomma, diviene gallo, e scusatemi se ho parlato «dell’inconscio del pollo» - chissà se c’è, chissà cos’è - ma la faccenda è questa: negli uccelli, e in molti altri animali, esiste il fenomeno dell’ambivalenza sessuale. Ogni individuo possiede, nascosti chissà dove, anche i moduli comportamentali del sesso opposto ed è possibile, con trucchi vari, farglieli rispuntar fuori.
Così la gallina divenuta gallo, raccontano le cronache, ora corteggia e s’accoppia con le sue ex colleghe. Nascerà qualche pulcino? Non sarebbe impossibile.
Mainardi D., “Del cane, del gatto e di altri animali”, Mondatori, pag. 45
I colombi viaggiatori
Occorre spiegare che il viaggiatore ha queste qualità: un fortissimo attaccamento alla colombaia, un incredibile senso d’orientamento, un volo veloce e una grande resistenza. Perciò, se voi prendete dei colombi viaggiatori e li portate lontano dalla colombaia centinaia e centinaia di chilometri (certe gare superano i mille) essi vi ritornano rapidissimamente, tenendo medie vertiginose, di settanta, cento e anche più chilometri all’ora. Tanto per fare un esempio, un colombo vola da Roma a Milano in cinque o sei ore. Visto come vanno le nostre poste, quasi quasi ci sarebbe da farci un pensierino, forse sarebbe il caso di organizzare delle poste private a base di colombi!
Non è strano perché la caratteristica essenziale del viaggiatore è un totale e assoluto attaccamento al luogo di nascita, e un bisogno struggente di tornarvi quando ne è lontano. Questa è la molla primaria.
Mainardi D., “Del cane, del gatto e di altri animali”, Mondatori, pag. 62
Gli amanti dei cani e gli amanti dei gatti
Gli amanti dei cani sono più aggressivi e hanno maggiore tendenza al predominio (dominanza sociale) rispetto agli amanti dei gatti. In particolare, le donne «da gatti» sono decisamente sotto la media della popolazione femminile per quanto riguarda l’aggressività.
La gente «da cane» è, statisticamente, più sociale, più tendente alle gerarchie, più coinvolgibile in rapporti interpersonali (anche il gatto e il cane di casa sono persone) che non la gente «da gatto».
Esattamente, se ci pensate, le stesse differenze che distinguono i nostri amici cane e gatto.
È indubbio, infatti, che il cane è del padrone, che gli è sottomesso, che è sempre disponibile a far festa e a obbedire. Il rapporto con il gatto è assai diverso. È, soprattutto, basato sulla pariteticità. Il gatto, è vero, anche lui spesso fa festa, dimostra affetto, ma solo se ne ha voglia, e comunque non è mai sottomesso, e nemmeno così «libro aperto», così sempre comunicativo e comprensibile come invece è la sua scodinzolante controparte.
La causa di queste differenze, l’ho già raccontato, sta quasi interamente nelle origini: il lupo, il progenitore di tutti i cani, è animale gerarchizzato e socialissimo; il gatto selvatico no, vive quasi sempre solo.
Mainardi D., “Del cane, del gatto e di altri animali”, Mondatori, pag. 150
Un bovino e il fecondare una mucca di alto pregio genetico
Questi nuovi domestici sono infatti esclusi da ogni selezione che mantenga i legami sociali, le coordinazioni tra i sessi e tra le generazioni. Il nuovo corso fabbricherà un toro cui piace un manichino, una mucca adatta a segnalare il calore a un veterinario, un vitello fatto per pompare il latte da una macchina invece che da una mammella. E questa dipendenza non si può più chiamare simbiosi, è parassitismo. Esattamente come quello del cuculo, che senza i suoi ospiti non sa più vivere.
Mainardi D., “Del cane, del gatto e di altri animali”, Mondatori, pag. 181
I canini dei suini
L’argomento di cui voglio parlare, a proposito dei suinetti, è il teat order, e cioè l’ordine di poppata. Si tratta di questo: nel giro di due o tre giorni dalla nascita i maialini si organizzano in un ordine gerarchico che influenza la «spartizione» delle mammelle materne. Ognuno così possiede la sua mammella, e siccome ce ne sono di buone e di meno buone, lo stato sociale determina la qualità del possedimento che, a sua volta, influenza la crescita del possessore. È una cosa complessa, dunque, e pensate che l’ho anche semplificata. Perché avrei potuto dirvi, per cominciare, che l’ordine di nascita e il peso influenzano il formarsi delle gerarchie, cosicché le interrelazioni tra possibili cause e possibili effetti sono intricatissime. E ancora non ho spiegato che quando i piccoli sono pochi, cioè in numero minore rispetto alle mammelle, quelle libere divengono proprietà di gruppetti. Si potrebbe, a titolo d’esempio, dire così: «Quel maialino possiede la terza
mammella anteriore e inoltre ha un diritto sulla quinta».
C’è poi il particolare dei canini. I suinetti nascono con questi denti assai affilati e, se lasciati fare, se ne servono nelle loro lotte. Ciò facilita un rapido evolversi degli eventi e quindi, con lo stabilizzarsi della gerarchia, un repentino spegnersi di ogni competizione. I canini, però, producono anche lacerazioni ai suinetti stessi e alle mammellee materne, cosicché è norma che l’allevatore subito li tolga. La mancanza di queste armi, se da un lato è vantaggiosa perché evita, nell’ambiente caldo e affollato delle porcilaie, la comparsa di infezioni, dall’altro ritarda l’acquietarsi della compagnia, che in mancanza dei denti può permettersi di litigare più a lungo.
Mainardi D., “Del cane, del gatto e di altri animali”, Mondatori, pag. 193
L’uomo, il maiale, il tartufo e gli odori sessuali
C’è un filo odora so che collega l’uomo, il maiale, il tartufo. È l’odore d’una complessa sostanza (steroidi C-19-delta-16) che viene prodotta sia nei testicoli dell’uomo sia in quelli del maiale, e che è la stessa che dà il profumo al tartufo.
Soffermiamoci ora sul tartufo, sulla sua fama antichissima (almeno medievale) d’afrodisiaco e sul fatto che l’uomo usa il maiale (la femmina) per scovarlo. Tutto sembra chiaro, collegato. La scrofa è attratta dal tartufo, lo sente anche se è sepolto in profondità, perché così l’ha costruita madre natura (l’evoluzione). Ma perché - questa mi sembra la domanda chiave - il tartufo ha tale odore?
È qui che occorre ritornare al cinghiale, e cioè al selvatico progenitore, e guardare qual è, in natura, il suo ruolo. Ebbene, nel caso specifico, è quello del disseminatore. Il tartufo maturo profuma di sesso, per le cinghialesse, e questo le guida a uno scavare mirato; il lauto pasto che ne consegue produce come effetto secondario (o principale?) la fuoriuscita dal tartufo delle spore, che vengono trasportate appiccicate al muso del cinghiale, e inseminano altre terre. Questo è il premio selettivo per il tartufo: tanto più puzzi, e puzzi giusto, tanto più alto sarà il successo della tua stirpe.
Un fatto a ogni modo sembra accertato sperimentalmente: i maschi adulti umani aumentano in misura significativa la loro preferenza per immagini femminili umane se nell’ambiente vengono diffuse (a loro insaputa) quelle molecole di tipo steroideo.
Fantasticando su questa scoperta Giovanni Ballarini (l’autore de L’animale tecnologico) ha immaginato un divertente trucco fantaetologico. Un’elezione pilotata da feromoni. Ballarini s’è chiesto: «E se un "sabotatore" aggiungesse del feromone nell’impianto di condizionamento di un Parlamento, quando è in votazione l’elezione di una carica cui concorrono un uomo e una donna?». Mica male come idea, e se fosse già successo?
Mainardi D., “Del cane, del gatto e di altri animali”, Mondatori, pag. 195
L’asino di Martina Franca
L’asino di Martina Franca ha precise caratteristiche, che sono le imponenti dimensioni, il colore morello, la testa voluminosa e ben formata, la struttura del dorso predisposta all’insellatura. Un asinone robustissimo, insomma, e dai mille usi. Perfino capace di tirar l’aratro nella vigna; ma se l’asino di Martina è divenuto universalmente famoso è perché produttore d’ottimi muli, in particolare se accoppiato con la sua partner ideale, la giumenta delle Murge.
Muli fantastici erano il risultato di tale incontro: il nostro regio esercito ricorse a loro per la funzione di porta-carico-centrale nell’artiglieria da montagna e muli pugliesi percorsero, davvero, le strade del mondo. Pugliesi di padre e di madre o solo di padre, perché fu soprattutto l’asino a essere esportato. Già dalla fine del secolo scorso emigrò per far figli nel Nord e Sudamerica, oltreché nell’intera Europa. Dal 1907 al 1914 Karl Hagenbeck, il famoso esploratore, commerciante ed espositore dì animali, ne acquistò una ventìna ogni anno. Così un po’ in tutto il mondo si sparsero i geni dell’asino pugliese.
Come si sa, però, i muli sono sterili, e i geni che si piazzano in quelle simpatiche, testarde creature non hanno avvenire. La razza deve riprodursi entro dì sé, il mulo essendo solo, seppur importantissimo, un fatto laterale, un vicolo cieco. Ma in ogni masseria, nel cortile dietro ogni trullo, l’asino di Martina prosperava.
Pensate che, secondo un censimento del 1907, in Puglia erano presenti ben 128.026 asini della gran razza, e ancora a sufficienza ce n’erano negli anni Cinquanta, sparsi per gli agri di Martina, Locorotondo, Cisternino, Ceglíe, Ostuni, Alberobello. Quanto bastava per soddisfare le ultime richieste d’esportazione provenienti, allora, soprattutto dalla Francìa, dalla Jugoslavia, dalla Grecia. Poi, il rapido declino.
Mainardi D., “Del cane, del gatto e di altri animali”, Mondatori, pag. 157
A proposito del mulo
Una difficoltà, per la fabbrica dei muli, sta nel fatto che l’attrazione sessuale d’una specie per un’altra, di solito, è scarsa. Ciò, badate, è funzionale in natura, perché chi sperpera i suoi geni gettandoli, appunto, in un vicolo cieco, cioè chi produce prole sterile, non ha avvenire, in senso evolutivo.
L’uomo, però, ha trovato vari machiavelli per scavalcare la barriera, e il più interessante è quello che spesso viene usato per preparare, fin dalla nascita o quasi, il cavallo maschio destinato ad accoppiarsi con le asine e a produrre il reciproco dei muli: il bardotto.
Al cavallo, decisamente, le asine non piacciono. Ma che succede se un puledrino viene allevato in mezzo a una compagnia di asine donzelle? Succede che i suoi gusti cambiano, perché il cavallo la sua cavallinità non ce l’ha scritta dentro. Gli occorre una precoce esperienza, gli occorre specchiarsi nei suoi simili per sapere chi è, per impostare le proprie preferenze, sociali e sessuali. È ciò che si chiama l’imprinting: una precoce, irreversibile impregnazione. Un conio. Il nostro puledro adottato da un’asina, cresciuto tra quelle bigie dalle lunghe orecchie che, come dice la poesia, masticano cardi rossi e turchini, lui quelle bigie, quand’è diventato grande, le trova affascinanti, e così la barriera tra le specie è scavalcata.
Mainardi D., “Del cane, del gatto e di altri animali”, Mondatori, pag. 214