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Mignini F., “Matteo Ricci”

Al tempo di Ricci gli studenti dovevano apprendere a memoria le lezioni dei maestri.

D’altra parte, non v’era altro mezzo di custodia del sapere per chi fosse inviato in terre di missione, in condizioni di quasi totale assenza di libri. Lo stesso Ricci scriverà molti anni più tardi dalla Cina: «Mi trovo in tal mancamento di libri che il più delle cose che io stampo sono quelle che ho nella memoria».

Questa era dunque concepita e praticata come strumento di apprendimento, accumulazione, conservazione e sistemazione del sapere: l’arte della memoria veniva coltivata in ambiente gesuitico in tale prospettiva, e non per la controversa ispirazione che potesse provenire dalla celebre arte di Raimondo Lullo, peraltro condannata dalla Chiesa. Essa era promossa sulla base della logica di Aristotele, in particolare della Topica e del trattato De memoria et reminiscentia, nonché della retorica di Cicerone e di Quintiliano, che suggeriva di considerare immagini e concetti come luoghi contenitori di cose, prossimi ad altri luoghi e capaci di poter essere organizzati come un tutto coerente. Forse Ricci trasse la sua idea della memoria come un palazzo costituito da una precisa architettura di stanze-luoghi dal celebre trattato di retorica pubblicato la prima volta nel 1562 dal gesuita spagnolo Cipriano Soares, più volte riedito e in voga nei collegi. Non v’è dubbio che potesse disporre anche di opere ampiamente diffuse, come il Magazzino della memoria artificiale di J. Host von Romberch, o la celebre Arte di recuperare, accrescere e conservare la memoria, del medico e alchimista Guglielmo Grataroli.

Matteo non si limitò a studiare e a tentar di applicare quei trattati alle proprie risorse e abitudini mentali. Incoraggiato dai risultati, che non tardarono, iniziò a costruire un proprio modello di arte mnemonica e a metterlo alla prova. In poco tempo fu capace di leggere una sola volta pagine intere di testi latini e greci potendo ripeterle subito dopo; i compagni di studio e gli amici, meno dotati o meno tenaci, lo guardavano con ammirazione. Qualcuno provava a imitarlo, altri gli chiedevano il segreto, quasi una ricetta pratica da applicare al bisogno. Uno dei più cari, Lelio Passionei, tanto desiderava porsi alla scuola di Ricci che questi, lusingato e divertito, si decise a comporre per lui una summa di quell’arte. Non conosciamo i risultati che la guida di Matteo produsse nella memoria di Lelio. Sappiamo per certo che Ricci, lasciando Roma, portò con sé una copia di quel trattatello, senza neppure immaginare che un

giorno, premuto da ben altre richieste, lo avrebbe tradotto in cinese, adattandolo alla nuova diversa cultura.

Mignini F., “Matteo Ricci”, Il Lavoro Editoriale, pag. 33


Verso la fine del luglio 1595, Ricci si risolse a far visita al medico Wang Jiou. Professionista famoso, uomo intelligente e curioso delle novità, si rallegrò molto nell’apprendere che uno straniero, buon conoscitore di libri e costumi della Cina, desiderava visitarlo. Tanto più si rallegrò quando lo vide, dall’aspetto così strano eppure per lingua, abito, comportamento e profonda conoscenza dei testi di Confucio, autentico letterato cinese. Wang Jilou ne fu molto colpito e ne parlò con entusiasmo agli amici. Molti andavano a visitare lo straniero e lo invitavano nelle loro case.

Dopo pochi giorni Wang Jilou dette un convito in onore di Matteo Ricci, invitando i baccellieri della città. Ricci aveva ormai capito che doveva farsi strada con le sole sue forze, non potendo contare su sostegni politici esterni, quali la molto a lungo sperata delegazione papale. Aveva compreso che l’interesse dei cinesi per la religione cristiana era del tutto subordinato al rispetto che fosse riuscito ad attirare sulla sua persona; che il rispetto era commisurato all’autorità che fosse riuscito a dimostrare; che non aveva da guadagnare in autorità, abbassandosi nell’aspetto esteriore.

Ricci si presentò al convito facendo vestire di lungo anche i servitori che lo accompagnavano, deciso a dar prova di alcune sue facoltà. Mentre il pranzo si avviava alla conclusione, propose ai commensali di scrivere su di un foglio da quattrocento a cinquecento parole senz’ordine logico: egli le avrebbe lette una sola volta e le avrebbe ripetute dalla prima all’ultima e dall’ultima alla prima. I commensali si guardarono increduli e si scambiarono qualche sorriso. Wang Jiou fece portare carta e inchiostro.

Mentre Ricci sorseggiava del tè, i baccellieri si industriavano a dipingere col pennello gli ideogrammi più rari. Quando il foglio fu pieno, venne consegnato allo straniero: nel silenzio della sala Matteo Ricci percorse lentamente dall’alto in basso la successione dei segni. Dopo alcuni minuti lo restituì a Wang Jilou e iniziò a ripetere con voce chiara e ferma l’elenco di quelle parole sconnesse e peregrine. Alcuni baccellieri si erano posti alle spalle del medico per seguire la prova. Dopo la centesima parola ripetuta nell’ordine esatto l’incredulità era diventata stupore; dopo la duecentesima, ammirazione; dopo la trecentesima, sbalordimento; dopo la quattrocentesima, entusiasmo; e quando Matteo Ricci prese a ripetere tutte quelle parole nell’ordine inverso, giungendo sicuro fino alla prima, fu sbigottimento e sconcerto. Tutti ebbero la precisa sensazione di avere assistito a un evento straordinario e quasi sovrumano. Alcuni si posero in ginocchio davanti a lui, chiedendo di essere assunti come discepoli per imparare quella prodigiosa arte della memoria.

La notizia dell’evento si diffuse rapidamente in tutta la città: si sparse la fama che al letterato straniero bastasse leggere un libro una sola volta per conservarlo saldamente nella memoria. Nei giorni successivi le visite si accrebbero; venne tre volte un principe, parente dell’imperatore, il cui figlio aveva sposato la figlia di Qu Taisu. Maestri e letterati di alto grado si presentavano con doni e offerte d’argento per apprendere quell’arte meravigliosa. Ricci faticava a persuaderli che non insegnava per denaro e prometteva che avrebbe fatto qualcosa, se ne avesse avuto il tempo.

Mignini F., “Matteo Ricci”, Il Lavoro Editoriale, pag. 150

Sul finire di quello straordinario 1595, un piccolo episodio contribuì a sottolineare una profonda divergenza culturale tra le civiltà che iniziavano a confrontarsi e a promuovere ancora di più la fama dello straniero. L’amico Zhang Doujin vedeva che Matteo Ricci, impegnato tutto il giorno a ricevere visite e a ricambiarle, parlando e discutendo di ogni argomento in lingua cinese, «stava mezzo ammalato» e non aveva un sol giorno di tempo per riposare. Gli consigliò allora, per proteggersi, di mettere uno dei servi alla porta con l’ordine di dire, a chi venisse a bussare, che Matteo Ricci non era in casa. Ricci rispose che non poteva farlo, perché sarebbe stata una bugia. «Rise il filosofo gentile, dicendo: “Questa chiamate bugia?”». Ricci spiegò allora che nella sua terra la bugia era considerata cosa disonorevole e che non era assolutamente permessa a chi faceva professione di vita religiosa. Zhang Doujin, essendo uomo d’ingegno, riconobbe la purezza di questa norma e, raccontando a molti questa storia, «sparse fama che il padre non diceva bugia, cosa miracolosa nella Cina».

Mignini F., “Matteo Ricci”, Il Lavoro Editoriale, pag. 154

Il canale imperiale era stato costruito sotto la dinastia Sui, tra la fine del sesto e l’inizio del settimo secolo dopo Cristo. Ora svolgeva una funzione strategica di rifornimento privilegiato della Città Proibita con derrate e alimenti provenienti dalle province del Jiangxi, Zhejiang, Huguang, Shandong e dal territorio di Nanjing. Tutte le altre province pagavano tributi in denaro.

Sul canale venivano trasportati materiali da costruzione per il palazzo imperiale e vi era consentito soltanto il transito dei mandarini che si recavano per ragioni di ufficio nella capitale. Non era permessa navigazione privata. I trasporti, rigidamente programmati e controllati nelle partenze e negli arrivi, si svolgevano sotto la responsabilità di capitani eunuchi, dipendenti dal palazzo imperiale, che gestivano flotte di otto o dieci barche per ciascun genere di merce. La flotta di barche a cavallo sulla quale viaggiava Ricci trasportava un carico di corbezzoli e ospitava

anche i bagagli del ministro Wang Zhongming, che proseguiva per terra fino a Pechino. Ricci e i suoi erano ufficialmente associati ai funzionari e ai servi che scortavano i bagagli del mandarino nella capitale.

Il primo tratto di canale collegava la città di Hangzhou al Fiume Azzurro; il secondo, che ora Ricci stava percorrendo, giungeva fino al fiume Giallo. Lungo le rive si susseguivano abitazioni e servizi di assistenza per la navigazione; a qualche centinaio di chilometri l’una dall’altra erano disposte grandi città: Yangzhou, Huanan, Xuzhou, Jining. Come aveva sempre fatto risalendo la Cina a partire da Guangzhou, Ricci continuava a prendere le misure dei gradi e a segnare le città che incontrava sulla nuova carta che stava disegnando, fissandone anche le distanze.

Calcolava che lungo il canale, dall’entrata all’uscita, transitassero circa diecimila imbarcazioni ogni giorno nei mesi navigabili, ossia dalla tarda primavera all’autunno inoltrato nelle regioni più settentrionali. Lungo le rive decine di migliaia di uomini erano addette alla manutenzione, al governo delle chiuse e all’alaggio delle imbarcazioni in mancanza di vento. Queste venivano legate con grosse funi e trainate dagli uomini su appositi passaggi, costruiti lungo i margini. A distanze regolari erano dislocati enormi depositi di ghiaccio, prodotto accumulando neve in profonde caverne durante l’inverno: doveva essere fornito alle imbarcazioni che trasportavano alimenti deperibili con il calore dell’estate.

Ricci era molto impressionato anche dai lunghissimi convogli di legname: cataste di tavole e di tronchi legati insieme e trainati sul fiume da migliaia di uomini, che riuscivano a farli avanzare sull’acqua per otto o dieci chilometri al giorno. Una volta videro una catasta che poteva superare i due chilometri di lunghezza. Quel legno era stato tagliato nella provincia del Sichuan ed era destinato alla ricostruzione di circa due terzi del palazzo imperiale, danneggiati o distrutti dal fuoco nei due anni precedenti. Ricci calcolava che tutto quel legname, sufficiente per costruire una grande città, impiegava circa tre anni per giungere dal luogo di partenza fino a Pechino, dopo aver percorso tre o quattromila chilometri.

Mignini F., “Matteo Ricci”, Il Lavoro Editoriale, pag. 162

Ricci veniva così descritto da un mandarino:

“…è di intensa sensibilità interiore, si comporta con grande rettitudine e schiettezza. In un’assemblea in cui era confluito un gran numero di persone, e nella quale tutti parlavano insieme in una con fusione generale, cercando ognuno di far prevalere il proprio punto di vista, Ricci restò in silenzio senza lasciarsi provocare o coinvolgere nel discorso. Nessuno fra gli amici del mio gruppo può essergli paragonato. Chi è troppo arrogante, chi eccessivamente adulatore; alcuni esibiscono la propria acutezza, altri hanno la mente piccina: ma tutti gli sono inferiori per intelligenza». Il mandarino Li Zhi trascrisse anche due sonetti da lui composti in lode di Ricci su due ventagli che gli regalò, contribuendo grandemente alla diffusione della fama del letterato straniero.

Strumenti erano stati costruiti per un luogo di osservazione posto a 36 gradi di latitudine nord, non corrispondente a quella di Nanjing, che egli stimava in 32 gradi e un quarto

Fu tuttavia nelle scienze naturali che il maestro occidentale venne talmente riconosciuto da esser considerato il maggior matematico del mondo. Ricci sorrideva con garbata autoironia, osservando che quel giudizio poteva anche esser vero, se tutto il mondo fosse stato la Cina.

Il grande letterato Wang Kentang, membro dell’accademia Hanlin di Pechino e residente a qualche giorno di cammino da Nanjing, era ben convinto dei limiti delle matematiche cinesi. Non riuscendo a porvi rimedio da solo, inviò a Ricci un suo discepolo di grande talento, Zhang Yangmo, per apprendere le matematiche occidentali. Qualche altro discepolo gli era stato inviato da altri letterati. Con questi e con il vecchio compagno Qu Taisu, Matteo Ricci ricominciò ad esporre la Geometria di Euclide, le regole del calcolo aritmetico, i fondamenti dell’astronomia tolemaica, i principi e le norme della misurazione dei corpi celesti e delle loro distanze, come anche delle distanze terrestri, la definizione dei gradi, le tecniche cartografiche. Con il loro aiuto costruì molti orologi solari di ogni genere, sfere armilari, globi terrestri, quadranti e sestanti, che regalava a mandarini e letterati, fino a riempirne la città.

Si trovava a Nanjing una sezione del collegio imperiale dei matematici, la cui principale funzione era quella di curare il calendario, osservare e prevedere i fenomeni celesti per trarne indicazioni utili al governo del Paese, da comunicare regolarmente alla corte. Un grande osservatorio astronomico era stato istallato dai primi imperatori Ming sulla terrazza di una larga torre, costruita in cima alla collina chiamata “del Canto del Gallo”, a ridosso del secondo muro di cinta e nei pressi di un tempio buddista ancora esistente. Ogni notte veniva scrutato attentamente il cielo, per Osservarne e interpretarne le mutazioni.

Un giorno, invitato da questi matematici e accompagnato dai suoi discepoli, Matteo Ricci salì sulla collina a visitare gli strumenti astronomici posti sul “Padiglione della Stella del Polo Nord”. Grande fu la sua ammirazione dinanzi a quegli splendidi e grandi strumenti in bronzo: nulla di migliore aveva mai visto in Europa. Si avvicinò stupito ad osservarli, così integri e perfetti dopo duecentocinquant’anni di pioggie e di nevi. Un grande globo, con tutti i paralleli e i meridiani e senz’alcun’altra indicazione riguardo al cielo e alla terra, era posto sopra un cubo di bronzo, dall’interno del quale poteva essere manovrato.

Matteo Ricci apprezzò molto una sfera armillare di circa sei metri di diametro, al cui interno non v’era la terra, ma una sorta di tubo a sezione quadrata, che si poteva spostare per ogni grado e altezza nella osservazione delle stelle. Uno gnomone alto circa dodici metri serviva a misurare i solstizi e gli equinozi. Un quarto strumento ancora più grande e complesso era composto da tre specie di astrolabi coordinati e reciprocamente integrati, con indicazione dei gradi in rilievo, per essere usato anche di notte.

Ricci notò, con sorpresa, che quegli strumenti erano stati costruiti per un luogo di osservazione posto a 36 gradi di latitudine nord, non corrispondente a quella di Nanjing, che egli stimava in 32 gradi e un quarto. Ipotizzò, dunque, che fossero stati costruiti per un’altra località e che poi fossero stati trasportati a Nanjing, dove la loro posizione non era stata corretta per l’ignoranza dei matematici di corte. Era evidente che tutte le misurazioni rilevate con quegli strumenti, in quel luogo, erano errate. Ma Matteo Ricci tacque, per non sollecitare ulteriormente il sospetto e l’ostilità di quegli astronomi imperiali. Pensò che quei magnifici strumenti, identici a quelli che più tardi osserverà a Pechino, fossero stati costruiti, al tempo della dominazione tartara, da qualche astronomo informato delle scienze occidentali grazie alla collaborazione con scienziati arabi. In effetti Matteo Ricci non andava lontano dal vero, perché quegli strumenti erano stati probabilmente costruiti per il collegio astronomico della città di Pingyang nello Shanxi, allora capitale dei Qin, posta a una latitudine di 36 gradi e sei primi. Quando il primo imperatore della dinastia Ming trasferì la capitale a Nanjing nel 1368, vi fece costruire anche l’osservatorio e trasportare gli strumenti di Pingyang.

La storia di questi strumenti è tanto singolare — per lo più ignota agli odierni abitanti di Nanjing e agli stessi dirigenti del nuovo osservatorio astronomico, costruito nel ventesimo secolo sulle colline fuori città — che merita una breve digressione. Caduta la dinastia Ming, l’antico osservatorio andò definitivamente in rovina. Durante la visita nelle province a sud del Fiume Azzurro, il grande imperatore Kangxi sostò per qualche tempo a Nanjing nell’anno 1685, provvedendo ad assumere opportune decisioni per il governo della città e il restauro di monumenti di importanza storica, come la tomba del primo imperatore Ming. Visto l’abbandono dell’osservatorio diede ordine che gli strumenti venissero trasportati a Pechino e fece porre una stele di marmo con iscrizione, che si conserva ancor oggi col nome di Kuang Guan a memoria del luogo. Finita nel 1901 la guerra delle potenze occidentali contro la Cina, alcuni di quegli strumenti vennero trasportati in Europa come bottino. Caduto l’impero e fondata la repubblica, nel decennio successivo gli strumenti requisiti vennero restituiti alla Cina e ricollocati a Nanjing, nella sede del nuovo osservatorio astronomico. Nel luogo dell’antico osservatorio visitato da Ricci in cima alla “Collina del Canto del Gallo”, si trova oggi un laboratorio di analisi dell’atmosfera.

Mignini F., “Matteo Ricci”, Il Lavoro Editoriale, pag. 179

Il cristianesimo non si deve adattare alla Cina: il Papa condanna i Gesuiti, che vengono cacciati dall’Imperatore cinese

Caduta nel 1644 la dinastia Ming, avevano preso il potere i Qing venuti dalla Manciuria. Secondo imperatore di tale dinastia, Kangxi era salito al trono all’età di Otto anni nel 1662, e dal 1668 reggeva direttamente le sorti della Cina. Spirito aperto, curioso e versatile, si era interessato a ogni forma di conoscenza, teorica e pratica. Apprezzava il contributo offerto dai gesuiti e si era circondato dei loro uomini migliori, per rinnovare e consolidare arti, scienze e tecnologie della Cina. Nella corte erano accolti astronomi e cartografi, fisici e medici, ingegneri, pittori e musici che continuavano e approfondivano il lavoro di scambio e integrazione culturale avviato da Matteo Ricci. In considerazione dei grandi contributi che essi avevano offerto, nel 1682, esattamente un secolo dopo l’arrivo di Ricci a Macao, Kangxi aveva emanato un decreto di libera predicazione del cristianesimo. Le prospettive di fecondo dialogo e di costruttiva integrazione tra civiltà del tutto estranee fino a cento anni prima apparivano concrete e incoraggianti.

Tuttavia, appena un anno dopo l’editto imperiale, il vicario apostolico della provincia del Fujian, il francese Charles Maigrot, aveva emanato un decreto di condanna dei “riti cinesi”. Egli proibiva che i cinesi convertiti al cristianesimo continuassero a praticare culti in onore degli antenati e di Confucio, che Ricci e i gesuiti avevano permesso, considerandoli esclusivamente civili, non religiosi. La questione, in verità, non era nuova. Era stata sollevata quasi subito dopo la morte di Ricci, tra gli stessi gesuiti, insieme a due altri problemi: la traduzione in cinese del termine latino Deus e il giudizio di sostanziale conformità tra morale cristiana e confuciana dato da Ricci.

La disputa si era aggravata con l’arrivo in Cina di altri ordini religiosi: domenicani, francescani, agostiniani, dotati di minore preparazione culturale, di scarsa conoscenza della lingua e della civiltà cinese e, soprattutto, fautori di una strategia di evangelizzazione opposta a quella promossa da Ricci e Valignano. Ignari e incuranti della specificità cinese, pretendevano di adottare anche qui il metodo ovunque praticato delta tabula rasa: cancellare dapprima i caratteri e i segni distintivi della cultura del popolo da evangelizzare, per impiantarvi la religione e la civiltà cristiana. Lo scontro tra le due concezioni e i due metodi era già in corso in seno alla Chiesa cattolica: tra i gesuiti, chiamati a difendersi, e gli altri ordini religiosi che li accusavano. In mezzo, la Curia romana, che si pronunciava con commissioni di cardinali privi della conoscenza e dell’esperienza necessarie per giudicare.

Nel 1697 Maigrot aveva sollevato di nuovo la questione a Roma. I gesuiti, informati, fecero pervenire alla Santa Sede una testimonianza dello stesso imperatore Kangxi, sul valore civile del culto di Confucio e degli antenati. Il nuovo papa Clemente XI volle presiedere personalmente la commissione incaricata di decidere. Accortosi della difficoltà, decise di inviare in Cina una delegazione guidata da Charles Maillard de Tournon.

Dotato di amplissimi poteri, il legato pontificio partiva per la Cina il quattro luglio 1702, giungendo a Guangzhou l’otto aprile 1703. Intanto, a Roma, il tribunale dell’Inquisizione aveva pronunciato un giudizio di condanna nei confronti dell’operato dei gesuiti. Si decretava che, per indicare Dio, si permettesse soltanto l’espressione Tianzbu (Signore del Cielo), con la proibizione dei termini Tian e Shangdi; che i cristiani si astenessero dall’assistere o partecipare ai sacrifici in onore di Confucio; che venissero aboliti nelle case private tutti i segni e i riti di culto degli antenati, facilmente confondibili con pratiche superstiziose.

Kangxi aveva accolto il legato pontificio a Pechino con grande onore. Si attendeva che portasse da Roma direttive non contrastanti con la pratica tradizionale dei riti cinesi. Non tardò ad accorgersi che l’orientamento della corte pontificia era opposto alle sue attese e vide, soprattutto, che i membri di quella delegazione, specialmente il suo presidente, ignoravano del tutto la lingua e la civiltà della Cina. Le trattative erano già proseguite per alcuni mesi senza risultati. Infine Kangxi aveva accettato, sorprendendo ministri e consiglieri, di affrontare nuovamente il problema con un uomo che gli veniva presentato come buon conoscitore della lingua e della cultura cinese, risiedendo nel Paese già da diciotto anni: si trattava proprio del vescovo Maigrot. Diversi verbali in latino ci trasmettono gli atti di quell’incontro.

L’imperatore siede in trono, con gli abiti da cerimonia. La delegazione presta il saluto di rito e si dispone su sedie collocate di fronte. L’imperatore si dice lieto di accogliere gli uomini inviati dal papa di Roma e fiducioso che i colloqui possano appianare le contese sorte dopo la morte di Ricci su tre punti principali:

1. la traduzione del nome “Dio” con il termine cinese Tian, che significa “Cielo”;

2. il valore civile del culto di Confucio e la concordanza della morale cristiana con quella confuciana;

3. il permesso concesso ai cinesi convertiti al cristianesimo di continuare a praticare i riti in onore degli antenati.

L’imperatore si rivolge al vescovo Maigrot: «Tu comprendi i libri cinesi?».

«Abbastanza».

«Hai letto il Si Shu?».

«Sì».

«Ne puoi recitare qualche parte?».

«No».

«Hai letto e non hai imparato a memoria? In Europa non si apprendono le scienze a memoria? Se sai leggere i nostri libri, leggi questi quattro caratteri scritti sopra il mio trono!».

«La prima lettera è Hoa, la seconda yn, la terza non la conosco, la quarta ngo».

«Non sbagli forse? La prima è giusta, la seconda è yen, non yn, la terza è yiin, la quarta è go, non ngo. Dimmi ora il significato di queste lettere».

«Non lo capisco».

«Se non sei in grado di intendere quattro caratteri, come puoi comprendere i nostri libri, che noi cinesi, anche dopo cinquant’ anni di studio, abbiamo difficoltà a intendere in alcuni passaggi ? Come puoi pretendere di dimostrare la contrarietà tra la dottrina di Confucio e la vostra religione? Come hai potuto decidere e condannare, nel tuo decreto sui riti confuciani, cose che neppure intendi? Che c’è di male nell’espressione “onora il Cielo” ? Non significa forse “onora il Signore del Cielo”?».

«No, non significa questo; ma soltanto “cielo materiale”».

I ministri guardarono preoccupati l’imperatore. Il quale, con voce calma, continuò:

«Le discordanze tra la nostra e la vostra religione quando sono cominciate? Forse dalla morte di Matteo Ricci ad oggi? Hai letto questo libro di Ricci intitolato Vera spiegazione del Signore del Cielo?». L’imperatore ha in mano il libro di Ricci e lo mostra a Maigrot.

«Non l’ho letto».

«Matteo Ricci e i suoi compagni vennero in questa terra più di cento anni fa. Prima di quel tempo, la Cina non sapeva nulla dell’incarnazione e del termine “Signore del Cielo” che attribuite a Dio, il quale non si è incarnato nella nostra terra. Perché prima dell’arrivo di Ricci non ci sarebbe stato lecito chiamare Dio con il termine “Cielo”? E perché sarebbe proibito chiamare Dio nella nostra Cina anche oggi con lo stesso termine?».

«Perché “Cielo” non è il “Signore del Cielo”, ma è il “Signore del Cielo” che ha fatto il “Cielo”».

L’imperatore, con tono severo e a voce più alta: «Ti ho già detto che “Cielo” in lingua cinese significa la stessa cosa che “Signore del Cielo”!».

Poi, con tono più basso, ma fermo:

«Noi onoriamo Confucio unicamente come nostro maestro, per mostrargli gratitudine per gli insegnamenti che ci ha lasciato; ma dinanzi al suo altare non chiediamo né salute, né ricchezza, né onore né felicità. Ecco! Se non vi piacciono i tre punti che avete chiesto di discutere, meditateli lasciando questa terra! E se quelli che hanno abbracciato la vostra religione si accorgessero che tra voi non vi sono che divisioni e lotte, comincerebbero subito a dubitarne e nessun altro l’abbraccerebbe. Io stesso vedo che siete venuti non a rafforzare, ma a distruggere la vostra religione. E dunque ascrivete a voi stessi la responsabilità del pessimo esito di questa trattativa»

In viaggio verso Macao, divenuto ormai noto il decreto dell’Inquisizione di tre anni prima, De Tournon fece stampare disposizioni ancora più restrittive, minacciando di scomunica chiunque non vi si fosse attenuto. Appreso ciò che lo straniero aveva osato nel suo regno, Kangxi lo fece arrestare e consegnare alle autorità portoghesi di Macao. Qui il cardinale fu tenuto in una sorta di libertà vigilata, si ammalò e mori.

Nel 1713 Clemente XI pubblicò la costituzione “Ex illa die”, nella quale si ribadiva la condanna dei riti cinesi e a tutti i missionari residenti in Cina s’imponeva una formula di giuramento da firmare e inviare a Roma.

Due anni dopo, il tribunale dei riti rispondeva alla intollerabile ingerenza con un decreto di espulsione di tutti i missionari presenti in Cina, obbligando ad abiurare coloro che avevano accettato il cristianesimo. Kangxi mitigò la sentenza permettendo soltanto ai gesuiti che avessero ottenuto il biao, una speciale licenza, di restare nella corte. Non voleva privarsi del servizio di pittori come Giuseppe Castiglione e Matteo Ripa, o di uno straordinario musicista come Teodorico Pedrini, dell’Ordine dei Lazzaristi. Non tollerava, tuttavia, che autorità straniere turbassero il secolare equilibrio tra potere civile e religioso che si incarnava nella persona del “Figlio del Cielo”.

Leggendo il decreto papale che il nuovo legato Carlo Ambrogio Mezzabarba gli aveva recato sul finire del 1720, Kangxi commentava:

«Tutto quello che si può dire di questo decreto è che bisogna chiedersi come gli europei, ignoranti e spregevoli come essi sono, ardiscano dare un giudizio intorno all’eccelsa dottrina dei cinesi, dal momento che essi non conoscono né i loro costumi né i loro usi né le loro lettere. Oggi il legato porta un decreto che insegna una dottrina uguale a quella delle sette senza Dio, dei Hoxans e Tassus, i quali si sbranano con crudeltà inaudita. Non conviene concedere agli europei la predicazione della loro religione in Cina. Bisogna proibir loro di parlarne e con ciò saranno risparmiati molte noie e imbarazzi».

Ormai la porta della città proibita, che Wanli aveva aperto a Ricci  - il “Maestro del Grande Occidente” - e che lo stesso Kangxi, nel nome di Ricci, aveva cercato in ogni modo di non chiudere, era stata di nuovo serrata.

Mignini F., “Matteo Ricci”, Il Lavoro Editoriale, pag. 256

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