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I primatologi sanno ancora poco su quali siano i caratteri preferiti dai maschi e dalle femmine delle grandi scimmie. Abbiamo ad esempio più informazioni sulla scelta femminile delle rane del Tungara (Physa. Iaemus pustulosus), del pesce guppy o dell’uccello vedova africano di quante ne possediamo sulla scelta femminile delle scimmie antropomorfe. Ciò nondimeno, sono stati osservati nei primati tre tipi di preferenza femminile: preferenze per maschi di status elevato capaci di proteggere le femmine e la prole da altri maschi; preferenze per maschi «amici», che riservano molte attenzioni alla femmina e sono gentili con la loro prole; e preferenze per maschi nuovi, che vengono da altri gruppi, forse per evitare l’incrocio genetico tra parenti. Ciascun tipo di preferenza può essere spiegato in termini di scelta femminile per geni migliori o per vantaggi materiali e sociali. Sebbene i maschi dei primati abbiano evoluto una stupefacente diversità di barbe, ciuffi, colori e tipi di peli, non ci sono molte ricerche che si sono concentrate sulle preferenze femminili riguardo l’aspetto maschile. Inoltre, non è mai stata sviluppata una ricerca sistematica sulla scelta sessuale nei primati in base alla personalità o all’intelligenza. Talvolta troviamo descritto un comportamento preferenziale nei confronti di alcuni maschi da parte delle femmine dei primati come «irrazionale » o «capriccioso», quando non può ere spiegato sulla base della dominanza maschile, l’età o l’appartenenza a un gruppo. Le femmine dei primati potrebbero in realtà benissimo scegliere i maschi per la loro personalità e non solo per il loro status, ma per ora non possiamo dirlo.
I nostri parenti più stretti fra le grandi scimmie, gli scimpanzé e i bonobo, vivono in gruppi costituiti da molti maschi e molte femmine, dove la scelta sessuale è dinamica, intensa e complicata. Sotto queste implacabili condizioni sociali, il successo riproduttivo comincia a dipendere dall’intelligenza sociale più che dalla forza bruta. Entrambi i sessi competono, entrambi i sessi costituiscono gerarchie interne ed entrambi i sessi formano alleanze. Le relazioni sessuali si sviluppano nel corso li mesi e anni anziché consumarsi in pochi minuti. Molti primatologi e antropologi ritengono che i nostri antenati ominidi più antichi abbiano vissuto in condizioni sociali e sessuali di questo tipo. Il costante lavoro di strategia sociale richiesto per sopravvivere nei gruppi misti di maschi e femmine è un’eredità dei nostri antenati. E il punto di partenza, non di arrivo, della scelta sessuale nell’evoluzione umana.
Le femmine dei nostri antenati persero tutti i segni visibili dell’ovulazione,
rendendo così impossibile all’aspirante stupratore riconoscere il momento
in cui una donna era fertile. Nascondere l’ovulazione riduceva gli incentivi
maschili per lo stupro e di solito era sufficiente a proteggere le donne dal
concepire la prole degli stupratori. Da un punto di vista evoluzionistico
quindi nascondere l’ovulazione ha contribuito a difendere il potere femminile
della scelta sessuale. Inoltre, gli stupratori sarebbero stati soggetti alla
sbrigativa giustizia dei parenti maschi della vittima. La forza dei membri
del clan nell’imporre un buon comportamento sessuale è spesso trascurata nelle
discussioni sull’evoluzione umana. Con l’evoluzione del linguaggio, le chiacchiere
della gente diventarono presto un ulteriore deterrente contro le storie adulterine,
le molestie sessuali e le accuse di stupro che avrebbero distrutto la reputazione
degli autori.
Miller G., “Uomini, donne e code di pavone”, Einaudi,
pag. 197
Nella riproduzione sessuale non è assolutamente necessario che si stabiliscano molte e significative differenze sessuali. I maschi devono produrre spermatozoi e le femmine ovociti. I maschi non hanno necessità di sviluppare un pene, né le femmine una clitoride. I maschi delle rane e degli uccelli sono privi di pene. I genitali sono il prodotto di scelte sessuali e non sono essenziali per la riproduzione. La distinzione tradizionale tra tratti sessuali primari (come il pene) e secondari (come la barba) è fuorviante. Forse era solo per ragioni di decoro vittoriano che Darwin scrisse che la scelta femminile si applicava solo ai tratti sessuali secondari. Ma i biologi moderni considerano il pene come un potenziale obiettivo della scelta sessuale. Il biologo William Eberhard ha sostenuto, con prove convincenti, che i genitali maschili in molte specie sono stati favoriti tanto dalla scelta femminile quanto dalla necessità di disporre di spermatozoi.
Gli esseri umani maschi adulti hanno un pene più lungo, grosso e flessibile di qualsiasi altro primate vivente. Il pene di gorilla e orango è lungo in media meno di 5 centimetri quando è in erezione, mentre quello di scimpanzé non supera gli 8 centimetri. Il pene umano invece misura in media 13 centimetri in erezione. Il più lungo pene umano scientificamente verificato era di circa 33 centimetri, più del doppio della lunghezza media.
Inusuale, anche più della lunghezza, è la grandezza – lo spessore - del pene umano. Il pene dei primati è in genere sottile come una matita, mentre il diametro della sezione del pene umano in erezione misura in media quasi 3 centimetri. Inoltre, la maggior parte dei primati possiede un osso del pene chiamato «baculum», che assicura l’erezione principalmente traverso un controllo muscolare, come un argano che si innalza su un montante rigido. L’osso del pene è una struttura tipica della maggior parte dei mammiferi. I maschi umani utilizzano invece un improbabile sistema basato sulla congestione vascolare. Il pene si riempie di sangue prima dell’accoppiamento, come una mongolfiera si gonfia prima i volare.
Sebbene sia più grande di quello di qualsiasi altro primate, il umano non può rivaleggiare con quello di molti altri animali. Le balenottere azzurre e i capodogli hanno peni della lunghezza di 2 metri e mezzo e del diametro di 30 centimetri. Gli elefanti hanno un pene di circa 1 metro e mezzo, mentre quello del maiale è lungo circa mezzo metro ed eiacula mezzo litro di sperma per volta. Le lumache ermafrodite hanno un pene lungo quasi quanto il loro corpo. Gli stalloni, come gli uomini, usano il sistema circolatorio anziché una struttura muscolare per l’erezione del pene, che è molto più grande del nostro. I delfini hanno un controllo volontario sul tratto terminale del loro pene — le cui dimensioni rivaleggiano con quelle umane — che possono ruotare indipendentemente dall’asse.
I genitali maschili degli invertebrati sono anche più strani. Qui troviamo uno sfoggio incredibile di varietà di dimensioni, flagelli, biforcazioni e altri ornamenti, apparentemente progettati per stimolare i genitali femminili in tanti modi differenti quante sono le specie.
Il pene si è evoluto solo per la propagazione di spermatozoi? La competizione fra gli spermatozoi è certamente una delle forme più importanti della competizione per la riproduzione. Se due maschi si accoppiano con una femmina fertile, i loro spermatozoi entrano in competizione. Solo uno, quando va bene, feconderà l’ovocita. Il maschio che possiede gli spermatozoi più veloci, più vitali e più numerosi ha maggiori probabilità di trasferire i propri geni, che codificano per buoni spermatozoi, ai propri figli. Le differenze ereditabili nella qualità e nell’equipaggiamento di produzione degli spermatozoi sono oggetto di intensa selezione. Nei maschi umani troviamo molti adattamenti per la competizione fra spermatozoi, sia fisici che mentali. Per esempio alcuni studi hanno dimostrato che quando una donna ritorna a casa dopo un lungo viaggio, il suo partner tende a produrre eiaculazioni più del normale, come se dovesse contrastare gli spermatozoi di eventuali concorrenti che potrebbero essere penetrati nella vagina della pii e mentre lui non poteva esercitare il proprio controllo.
Tuttavia, il confronto dei testicoli fra le diverse specie rivela che il pene non si è evoluto solamente per esibire la propria potenza di fuoco spermatica. Tra i primati, l’intensità della competizione degli spermatozoi correla con molta maggior frequenza con le dimensioni testicoli piuttosto che con quelle del pene. Ad esempio, i maschi di scimpanzé devono far fronte a una competizione fra spermatozoi molto intensa rispetto a quella degli esseri umani. Quando una femmina di scimpanzé è in ovulazione, arriva ad accoppiarsi una cinquantina di volte al giorno con una dozzina di maschi differenti. In risposta, i maschi di scimpanzé hanno evoluto enormi testicoli, del peso di ottanta grami, per produrre spermatozoi, ma un pene piccolo e sottile per convogliarli a destinazione. All’altro estremo, i gorilla dominanti, vigilando sul proprio harem e respingendo con forza i concorrenti, non tollerano competizione fra spermatozoi, e hanno quindi evoluto testicoli molto piccoli. I maschi umani hanno evoluto testicoli di dimensioni medie per gli standard dei primati, con ciò indicando che le femmine nostre antenate si accoppiavano piuttosto spesso nell’arco di un mese con più di un maschio. Una fedeltà di tipo sequenziale per uomini diersi in mesi differenti non avrebbe prodotto nessun tipo di competizione fra spermatozoi, perché ciascun ovocita sarebbe venuto a contatto con gli spermatozoi di un maschio soltanto. Il fatto che i testicoli ci maschi umani siano più grandi di quelli dei gorilla è una delle prove più consistenti del fatto che le femmine nostre antenate non fossero strettamente monogame.
Nella competizione fra spermatozoi, il numero di spermi per eiaculazione e il volume dell’eiaculazione sono fattori molto più importanti della lunghezza o del diametro del pene. Un grosso pene potrebbe essere controproducente perché tende a tenere gli spermatozoi del concorrente dentro l’apparato genitale femminile impedendo la loro fuoriuscita. Un pene troppo lungo tende a schiacciare l’apertura cervicale piuttosto che adattarvisi con accuratezza. Molte specie si sono attrezzate per sostenere una dura competizione fra spermatozoi e hanno evoluto peni con serbatoi, palette, aspiratori e flagelli per rimuovere gli spermatozoi rivali. Se la competizione fra spermatozoi fosse stata la forza guida dell’evoluzione del pene, i maschi avrebbero potuto evolvere paurosi genitali flagellati. Gli uomini si accoppierebbero inserendo il proprio pene nella vagina, investendo la cervice uterina con un flusso istantaneo di 200 ml di seme e poi rimanendo adagiati sopra la donna per i successivi tre giorni, per essere sicuri che nessun rivale abbia la possibilità di introdurre i propri spermatozoi.
Tradizionalmente gli scienziati maschi hanno considerato il pene come uno strumento di propagazione di spermatozoi o un simbolo del domio nella competizione maschile. Hanno sempre ostinatamente rifiutato di considerare la possibilità che il pene si sia evoluto come strumento di stimolazione tattile per mezzo della scelta femminile.
Ho il sospetto che poche donne moderne sarebbero felici con un partner sessuale che avesse il pene della forma di quello dello scimpanzé: sette centimetri di lunghezza, poco più di un centimetro di diametro e irrigidito da un osso. Naturalmente, nessun singolo tratto selezionato per via sessuale offre garanzie di soddisfazione. In linea di principio la selezione sessuale agisce su un singolo carattere, ferme restando tutte le altre variabili. Dati due ominidi maschi del tutto identici, se le femmine di ominide avessero sistematicamente preferito quello con il pene più lungo, più grosso e più flessibile a quello più piccolo, più esile e meno flessibile, allora i geni per il pene grande si sarebbero diffusi. Considerato che il pene umano ha dimensioni relativamente grandi, è evidente che c’è stata una selezione sulla base delle dimensioni. Se non fosse così, i rischi moderni avrebbero lo stesso tipo di organo sessuale degli scimpanzé.
E allora, perché le femmine di ominide avrebbero cominciato a preferire i peni più grandi? Forse la postura eretta consentiva loro di avere una visione più completa dei genitali maschili. L’antropologa Maxine Sheets-Johnstone ha avanzato l’idea che la postura eretta possa essersi evoluta in parte perché il pene diviene più visibile. Sheets-Johnstuit ha osservato che in altri primati la postura eretta è molto spesso tipica dei maschi che vogliono mettere in mostra i propri genitali verso le potenziali partner. L’esibizione di genitali a sconosciuti è oggi considerata un offesa criminale, ma potrebbe essere anche un’eredità del corteggiamento dei primati. Allo stesso modo, la posizione seduta a gambe larghe del maschio, un altro universale nella cultura umana, ricorda l’analoga posizione seduta a gambe larghe utilizzata dagli scimpanzé per esibire i genitali. Se, come dice Sheets-Johnstone, la postura eretta si è originata come una forma di esibizione sessuale maschile, allora avremo un altro esempio di innovazione evoluzionistica prodotta dalla selezione sessuale che successivamente si è dimostrata utile anche per la sopravvivenza.
Contro l’idea dell’esibizione, tuttavia, c’è il fatto incontestabile che pene umano è uno spettacolo poco attraente: il nostro pene non è bello come quello di una specie di mandrilli che ha lo scroto porpora brillante e il pene rosso vivo con una punta gialla. I maschi di cercopiteco verde possiedono uno scroto blu e un pene rosso che risaltano in modo articolare sullo sfondo del manto bianco. Quando le femmine di primate hanno cominciato a discriminare i genitali maschili sulla base della loro apparenza visiva, questi si sono evoluti per essere sempre più colorati e le femmine sembrano gradirli maggiormente rispetto a quelli poco brillanti. Il pene del maschio umano non appare particolarmente ben adattato per stimolare la vista, l’udito, l’olfatto o il gusto della femmina. Non rimane che il senso del tatto come mezzo per la scelta femminile.
Il ruolo della scelta femminile nell’evoluzione del pene si rivela chiaramente nel modo in cui il pene è utilizzato durante l’accoppiamento. William Eberhard ha sostenuto che l’accoppiamento non è la fine del corteggiamento, ma piuttosto la sua fase più intensa. Nella maggior parte delle specie la scelta femminile non termina nel momento in cui il sesso maschile penetra la prima volta, ma può continuare fino a quando uno spermatozoo non raggiunge un uovo fertile. Eberhard chiama questo «corteggiamento copulatorio». Alcune femmine di insetti possono immagazzinare gli spermatozoi di diversi maschi per settimane e utilizzarli quando desiderano fecondare le proprie uova. Molte femmine di mammifero (inconsciamente) espellono l’eiaculato di alcuni maschi dopo l’accoppiamento — un processo chiamato «flusso di ritorno» — come se rifiutassero lo sperma dei maschi con i quali si sono da poco accoppiate in quanto non all’altezza dei loro standard. Nella femmina umana, che cela l’ovulazione, l’abilità sessuale di un maschio può influenzare la scelta femminile e incrementare la sue probabilità di generare prole con lei. Se lei si nega dopo uno o due incontri poco eccitanti, assai improbabile che questi possa diventare il padre dei suoi figli.
La durata e l’intensità del corteggiamento copulatorio in ciascuna specie è una sorta di indicatore del potere di scelta femminile. Se il trasferimento di spermatozoi efficienti fosse l’unico metro di misura stabilire la validità di un accoppiamento, una singola spinta copulatoria sarebbe sufficiente. Il maschio del gatto adotta questa strategia del mordi-e-fuggi. L’accoppiamento nella maggior parte degli uccelli è molto breve, e questa assenza di corteggiamento copulatorio è probabilmente dovuta al fatto che gli uccelli non hanno evoluto una struttura come il pene. La maggior parte dei primati fa diverse «monte» separate e diverse spinte copulatorie per monta prima di eiaculare. Le spinte nell’accoppiamento sembrano progettate per massimizzare l’intensità, Ia durata e la ritmicità della stimolazione tattile portata ai genitali femminili. La stimolazione tattile abbinata al trasferimento di spermatozoi rivela l’importanza della scelta femminile.
Il corteggiamento copulatorio è stato con tutta probabilità particolarmente importante tra gli ominidi. La ricettività sessuale continua e il nascondimento dell’ovulazione dava alle nostre antenate un’opportunità senza precedenti per valutare i maschi come partner sessuali: il rischio infatti di incorrere in una gravidanza indesiderata dopo un rapporto sessuale era molto basso rispetto a qualsiasi altro primate. Il sesso durante le mestruazioni, la gravidanza e l’allattamento avrebbe inoltre regalato loro una grande opportunità per giudicare i potenziali amanti a lungo termine valutandone l’abilità nell’accoppiamento.
Nelle specie che non fanno uso delle spinte copulatonie, in modo particolare negli insetti, gli apparati sessuali maschili hanno evoluto stimolatori tattili più ovvi: gobbe, punte, sporgenze, curve, uncini, flagelli. I maschi degli insetti spesso tendono a scivolare via durante l’accoppiamento: in questo caso le spinte copulatorie sarebbero controproducenti perché rischierebbero di farli staccare. Meglio allora inventare i meccanismi per bloccare i genitali l’un con l’altro e flagelli interni per eccitare la femmina. Nei primati, dove non è molto frequente che gruppi di rivali maschi facciano ressa intorno alle femmine, le coppie hanno di solito più tempo per favorire accoppiamenti caratterizzati da movimenti un po’ più complessi, che hanno portato alla selezione della forma del pene. Il pene umano è particolarmente aerodinamico, forse perché le nostre antenate preferivano il movimento copulatorio dell’intero corpo al meccanismo delle vibrazioni flagellari preferito dalle femmine degli insetti. Forse i movimenti copulatori del corpo, richiedendo molta più energia di quanta ne occorra per far vibrare di flagelli sulla punta del glande, si sono rivelati indicatori più efficienti di fitness fisica. Non è chiaro se molti uomini di mezza età corrano rischi maggiori di un attacco di cuore durante le sedute di sesso con le proprie amanti, tuttavia questo rischio plausibile rivela i costi dell’accoppiamento umano, e potrebbe essere un modo adottato dalla donna per distinguere gli uomini In buona salute da quelli più cagionevoli. La perdita del baculum (l’osso del pene) è un altro elemento rivelatore della preferenza femminile per la stimolazione tattile. Il pene umano va in erezione con un sistema di congestione sanguigna anziché per mezzo di muscoli e ossa, e questo conferisce maggiore flessibilità e permette una grande varietà di posizioni nell’accoppiamento. Sebbene anche ai bonobo piaccia fare sesso frontalmente, le varianti che possono adottare nell’accoppiamento impallidiscono di fronte al Kamasutra. Il pene umano si è evoluto come sumolatore tattile a uso e consumo del corteggiamento copulatorio. Ulteriori ricerche potranno chiarire se il pene e il corteggiamento copulatorio si siano evoluti principalmente come indicatori di fitness o soltanto come mezzi di intrattenimento sessuale.
Tuttavia la preferenza delle femmine degli ominidi per il pene grosso, lungo e flessibile potrebbe essere fine a se stessa. Le nostre antenate potrebbero aver semplicemente gradito orgasmi intensi e un pene di grandi dimensioni di solito consente orgasmi migliori, permettendo posizioni nell’accoppiamenti più varie, eccitanti e intime. Questa osservazione demolisce l’idea che il pene sia un simbolo della dominazione maschile. Se fossimo una specie nella quale i maschi controllano il sistema sessuale, dovremmo avere peni di due centimetri e mezzo come i gorilla. Il pene di grandi dimensioni è il prodotto della scelta femminile nell’evoluzione. Se non fosse così, i maschi non si sarebbero certo preoccupati di evolvere un organo così grande, molle e avido di sangue. Le nostre antenate costrinsero invece i maschi a sviluppare le dimensioni del pene perché era cosi che lo volevano.
Perché dilungarsi tanto sull’evoluzione del pene? Perché il pene è fondamentalmente un condotto genetico. Ogni gene in ogni corpo umano è passato attraverso migliaia di peni per migliaia di generazioni dell’evoluzione umana. Parimenti, ogni gene è passato attraverso migliaia di uova all’interno dei corpi delle nostre antenate che scelsero di accoppiarsi con i maschi da loro preferiti. Nelle specie che si riproducono per via sessuale, l’accoppiamento è letteralmente la via d’accesso da una generazione all’altra, ed è proprio questo che lo rende cosi importante da un punto di vista evoluzionistico, fisico e psicologico.
Il pene è un tratto facile da studiare perché è visibile, misurabile e direttamente comparabile agli organi analoghi di altre specie. Tuttavia anche per un carattere cosi semplice abbiamo visto come le predisposizioni di scienziati maschi e femmine possano aver influenzato il nostro modo di vederne l’evoluzione. Abbiamo considerato il modello della competizione tra spermatozoi e il modello del "simbolo del dominio". Avrei potuto scegliere di scorrere il lungo elenco dei criteri per identificare i tratti selezionati per via sessuale, ma è un discorso assai noioso e ripetitivo da fare per ogni tratto e per ogni adattamento che viene preso in esame nel resto di questo libro. Inoltre la rispondenza del pene a questi criteri è piuttosto ovvia: il pene manifesta differenze sessuali marcate (è molto più grande dell’omologo organo femminile, la clitoride), cresce principalmente dopo la pubertà, è utilizzato durante il corteggiamento copulatorio, è considerato sessualmente attraente, almeno dal punto di vista tattile se non proprio alla vista, e differisce marcatamente tra le specie.
Gli organi fisici passati al vaglio della scelta sessuale possono anche in qualche modo essere considerati come metafora degli organi mentali selezionati dalla scelta sessuale. Proprio come il pene è stato considerato nulla più che un impianto idraulico per fornire spermatozoi, cosi la mente umana è stata considerata come una macchina elettronica per elaborare informazioni. Io credo invece che questi organi si siano evoluti per il piacere che possono fornire, non per risolvere alcuni problemi fisici relativamente semplici come l’inseminazione o la costruzione di strumenti. La scelta sessuale non si concentra più quindi sulla forma fisica dell’organo, ma sulla sua capacità di favorire la condivisione di esperienze che l’organo stesso può generare. E probabile che le nostre antenate non abbiano preferito il pene come ornamento visibile, ma lo abbiano scelto per il piacere che la sua particolare struttura dà durante l’amplesso, ed ecco spiegata la ragione del perché le nostre antenate tornavano più volentieri con i nostri antenati portatori di questi attributi. Allo stesso modo forse le nostre antenate hanno favorito l’intelligenza e la creatività non in modo diretto, ma indiretto. L’intelligenza e la creatività di una persona rendono più piacevole la sua compagnia. Se il pene si è realmente evoluto attraverso la scelta femminile come uno stlmolatore tattile durante l’amplesso, allora non dovrebbe essere considerato solo un organo fisico che serve a penetrare il corpo, ma un organo psicologico evolutosi per raggiungere i sistemi di piacere della compagna. Una determinata forma fisica può essersi evoluta solo perché i sistemi di piacere della propria compagna sono connessi a sensori tattili.
Nella maggior parte delle specie nelle quali i maschi sono dotati di un pene, le femmine possiedono un organo omologo chiamato clitoride. Omologo" significa che entrambi gli organi originano dallo stesso tipo di cellule nel feto. Anatomicamente, la clitoride umana ha la stessa struttura colonnare tripartita del pene: un glande, un’asta, e una radice biforcata. La principale differenza tra queste due strutture è nelle dimensioni: il pene è molto più grande, la sua asta si protende ben al di fuori del bacino e possiede un canale nella porzione inferiore per l’urina e il seme. La clitoride umana non mostra i segni tipici di un’evoluzione dovuta alla scelta della compagna da parte del maschio. Non è particolarmente grande, non ha colori brillanti, né una forma particolare che si evidenzia durante il corteggiamento. Per contro, nelle scimmie-ragno la clitoride è grande quasi quanto il pene, sporgendo dall’asse della pelvi per circa due centimetri. Nelle iene, la clitoride sembra addirittura svolgere un ruolo nella competizione femminile. La clitoride umana avrebbe potuto facilmente evolversi molto più grande se i maschi avessero preferito compagne con clitoridi grandi e appariscenti. La sua dimensione ridotta assieme alla sua particolare sensibilità suggerisce che la clitoride sia importante non come oggetto di scelta maschile, ma come meccanismo coadiuvante la scelta femminile. La clitoride aiuta a selezionare i maschi privilegiando quelli capaci di produrre piacevoli preliminari, gradevoli amplessi ed eccitanti orgasmi. Una tale capacità discriminante è proprio ciò che dovremmo aspettarci da un organo di scelta femminile. Ciò nonostante i biologi evoluzionisti si sono sbizzarriti nelle interpretazioni sul ruolo e la funzione della clitoride e hanno fatto una gran confusione.
Alcuni scienziati maschi come Stephen Jay Gould e Donald Symons, hanno considerato l’orgasmo clitorideo femminile come un semplice surrogato evoluzionistico del potente orgasmo maschile ottenuto con l’organo omologo. La tesi sostenuta da questi scienziati è che l’orgasmo clitorideo non poteva essere un adattamento perché troppo difficile da realizzare. Sigmund Freud pensava addirittura che l’orgasmo clitorideo fosse un sintomo di malattia mentale, e consigliava le sue pazienti a imparare ad avere orgasmi puramente vaginali. Altri scienziati maschi come Irenàus Eibl-Eibesfeldt e Desmond Morris ritenevano l’orgasmo femminile un meccanismo di rinforzo per promuove legami a lungo termine: un modo per dare alla femmina sempre buone ragioni di rimanere fedelmente legata al proprio compagno. Eibl-Eibesfeldt e Morris non sono riusciti però a spiegare perché la clitoride avesse talvolta grandi difficoltà a produrre un orgasmo. I due scienziati infatti assumevano che se la clitoride avesse funzionato esattamente come il pene, essa avrebbe fatto solo il proprio dovere di promuovere la soddisfazione coniugale senza tanto sforzo nell’accoppiamento.
Questi signori tendono a trascurare la possibilità che la clitoride sia un organo che facilita la scelta femminile più che uno strumento per mantenere il legame di coppia. Tutti i meccanismi che servono a fare una scelta sono intrinsecamente discriminatori: devono produrre eccitazione dietro adeguata stimolazione, ma al di sotto di una certa soglia non devono produrre nessuna emozione. Se l’eccitazione clitoridea è un meccanismo di scelta femminile, non dovremmo aspettarci che la clitoride risponda sempre con un orgasmo a tutti i tentativi di accoppiamento maschile. I maschi più inetti, pigri, distratti ed egocentrici non inducono nessun orgasmo. E’ possibile che durante uno stupro la vagina di una donna si lubrifichi per evitare danni, ma in queste condizioni le donne non hanno praticamente mai orgasmi. Questa mi pare una solida prova a favore del ruolo dell’orgasmo clitorideo nella scelta femminile.
Da un punto di vista evoluzionistico, la clitoride dovrebbe reagire solo di fronte a uomini che dimostrano una fitness elevata, compresa ovviamente la fitness fisica necessaria per svolgere un’intensa e prolungata attività sessuale e la fitness mentale necessaria per capire ciò che desidera la donna e come accontentarla. Una clitoride capace di scegliere dovrebbe produrre orgasmi solo quando la donna si sente sinceramente attratta dal corpo, dalla mente e dalla personalità di un uomo, e quando l’uomo dimostra la propria attenzione e la propria fitness mediante un adeguata stimolazione.
Non sorprende che le scienziate abbiano considerato la clitoride con molto maggior rispetto e attenzione dei loro colleghi maschi. Helen Fisher, Meredith Small e Sarah Blaffer Hrdy hanno sempre considerato l’orgasmo clitorideo come un vero adattamento evoluzionistico, con implicazioni che attengono il comportamento sessuale femminile e l’evoluzione sessuale. Lynn Margulis ha sostenuto la tesi secondo cui l’orgasmo femminile orienta la scelta femminile e la scelta femminile è la leva attraverso la quale le donne hanno influenzato e influenzano la traiettoria evoluzionistica della propria specie. Anche Natalie Angier, nel suo recente libro Donna: una geografia intima, ha sottolineato il ruolo dell’orgasmo clitorideo nella scelta sessuale: "Alla donna piace fare sesso con uomini che trova attraenti, uomini con i quali si sente a suo agio per molte ragioni, compresi i progetti personali, politici e genetici”. Sono d’accordo che la clitoride sia un adattamento emerso per facilitare la scelta sessuale e voglio fare un passo in avanti nel considerare il suo ruolo nel complesso gioco della selezione sessuale.
La differenza sessuale tra pene e clitoride può essere vista come una manifestazione fisica del processo a cascata di Fisher: un tratto maschile altamente sviluppato (il pene) progettato per stimolare, e una preferenza femminile altamente discriminatoria (l’orgasmo clitorideo) progettata per rispondere selettivamente a un’abile stimolazione. Se il modello a cascata è corretto, allora possiamo immaginare che si sia svolta una sorta di corsa agli armamenti tra il pene e la clitoride umana: il pene si è evoluto per fornire sempre maggior stimoli, mentre la clitoride si è evoluta per richiederne sempre di più.
Questa tensione spiega perché le donne e gli uomini non appaiono ben adattati a regalarsi l’un l’altro orgasmi facili, simultanei e ripetuti. Se la funzione dell’orgasmo fosse semplicemente quello di rinforzare il legame monogamo, perché l’evoluzione avrebbe reso cosi difficile l’orgasmo femminile e così facile quello maschile durante il coito vaginale? Se l’orgasmo femminile è solo un surrogato evoluzionistico dell’orgasmo maschile, perché funziona solo quando un uomo attraente si dilunga in preliminari e in lente e profonde spinte copulatorie, e non funziona più tanto bene quando si fa sesso di corsa o il partner è poco attraente? Sicuramente, la teoria della selezione sessuale offre qualche spiegazione in più per comprendere questo mistero umano. L’orgasmo femminile sembra poco adatto come strumento di legame coniugale, ma perfettamente adatto come sistema selettivo per distinguere gli adulti dai bambini.
Tuttavia l’immagine di una corsa agli armamenti evoluzionistica tra pene e clitoride non è molto corretta. Il meccanismo femminile per valutare la dimensione del pene non è la clitoride, ma l’anello di muscoli e nervi intorno all’ingresso della vagina, che dà la sensazione di una circonferenza. La clitoride fa qualcosa di molto più sofisticato. Essa serve a valutare l’abilità del maschio a muoversi in modo piacevolmente ritmico durante l’amplesso. Inoltre, la stimolazione clitoridea di solito porta all’orgasmo solo quando la mente femminile si sente in sintonia erotica con l’uomo e la situazione che sta vivendo. L’orgasmo femminile dipende dall’interazione tra clitoride, ipotalamo (il centro emozionale del cervello) e corteccia cerebrale (l’area cognitiva del cervello). La clitoride è solo la punta dell’iceberg psicologico nella scelta femminile.
Tentare di dare la caccia a grandi animali che si sono evoluti per sfuggire a predatori molto migliori di noi, non è esattamente quello che si dice un metodo di sostentamento efficiente e affidabile e lo è ancora meno se da questo dipende il sostentamento della famiglia. L’antropologa Kristen Hawkes ha scoperto che nella tribù da lei studiata, gi uomini hanno solo il 3 per cento di possibilità al giorno di catturare un grande animale. Come dire che falliscono 97 volte su 100: non è certo l’immagine stereotipa dell’uomo delle caverne che tutti i giorni torna a casa con la selvaggina sulle spalle. I dati raccolti in altre tribù sembrano confermare tassi di successo simili o di poco superiori. In ogni caso solo raramente si supera il 10 per cento al giorno.
Alle donne raccoglitrici che vanno alla ricerca di piccole prede, il comportamento dei maschi deve sembrare doppiamente seccante. Se devono cacciare per gonfiare il proprio ego, d’accordo, ma perché devono mettersi in testa di cacciare solo prede di grandi dimensioni? Gli uomini sanno molto bene che avrebbero sicuramente più successo nella caccia se si concentrassero su animai i più piccoli, lenti e deboli. Di solito, più piccola è la preda a cui danno la caccia, maggiore sono i grammi di carne al giorno che portano a casa e più costante è la quantità di carne disponibile da una settimana all’altra. Inoltre, più piccola è la preda, più è facile mangiare la sua carne prima che vada a male. Quando i cacciatori hanno davvero fame, lasciano perdere le grandi prede e si danno alla caccia di quelle piccole. Se la funzione della caccia fosse davvero quella di procurare cibo per la famiglia, i cacciatori apparirebbero terribilmente ridicoli e velleitari. Vanno a caccia di giraffe quando dovrebbero catturare marmotte.
I maschi di scimpanzé vanno a caccia di piccole scimmie, il che favorisce un controllo maggiore sulla distribuzione della carne. Il miglior stimolo per indurre un maschio di scimpanzé ad andare a caccia è un numero sufficientemente ampio di femmine in estro nel gruppo in quel momento che mettono in mostra i propri grandi genitali rossi. I maschi provano a indurre le femmine fertili ad avere rapporti sessuali regalando loro le prede appena catturate. La caccia nei nostri più stretti parenti fra i primati si è evoluta, almeno in apparenza, attraverso la selezione sessuale. Ma gli uomini si avventurano in battute di caccia ben più ambiziose di quanto facciano gli scimpanzé, con una probabilità di successo di gran lunga inferiore e un controllo molto meno sicuro sulla distribuzione delle risorse di carne.
La carne delle grandi prede contiene forse qualche speciale nutriente che non si trova nelle prede piccole o nei vegetali? Se cosi fosse, allora avrebbe senso per una coppia dividersi i compiti per assicurare il cibo alla propria famiglia. Gli uomini si specializzerebbero nella caccia a prede di grandi dimensioni per fornire il prezioso nutriente e le donne i specializzerebbero nella raccolta di risorse vegetali più facilmente reperibili. In questa visione dell’evoluzione della caccia, sarebbero le donne a chiedere carne in cambio di sesso. L’antropologa Helen Fisher ha avanzato l’idea che questa sia stata anche la prima relazione contrattuale umana, nel suo libro The sex contract [Il contratto sessuale, del 1982]. Owen Lovejoy ha proposto una teoria simile, sostenendo che i cacciatori procurano carne per le loro compagne che devono accudire molti bambini, la cui efficienza nella raccolta di cibo sarebbe ridotta nei periodi di allattamento. Per molto tempo questa teoria del sesso-in-cambio-di-carne è sembrata plausibile. Molti studiosi sono anche convinti che la caccia abbia permesso agli uomini di sostenere i costi evolutivi di in cervello più grande: più proteine i genitori potevano fornire alla propria prole e più la prole sarebbe potuta crescere intelligente. Si noti che anche in queste teorie tradizionali è sempre la scelta femminile che guida l’evoluzione della caccia. Le donne rifiutano di avere rapporti sessuali con uomini che non portano a casa carne. Le donne costringono gli uomini a investire energie in sforzi parentali per la propria prole, aiutandole a sostenerne i costi nutrizionali della crescita.
C’è però un altro problema: anche se gli uomini riescono a uccidere un grande animale, non possono avere il controllo della distribuzione della carne. E’ difficile catturare una preda, ma è ancora più difficile, per il cacciatore, essere sicuro che la carne vada alla propria amante e ai suoi bambini. Gli antropologi osservano che in quasi tutte le culture tribali, la carne viene condivisa tra tutti i membri della tribù. La gente accorre alla notizia di una buona battuta di caccia o alla vista di avvoltoi che volteggiano in cerchio. Tutti si fanno avanti per ottenere la propria parte in maniera insistente e talvolta aggressiva. Spesso la quantità di carne che il cacciatore riceve è statisticamente indistinguibile da quella di un qualunque altro membro della tribù. Mettiamola così: dopo circa un mese di sforzi continui, il cacciatore riesce a catturare la preda, a caricarsi sulle spalle circa il 10 per cento della carcassa, per poter disporre di poco più di mezzo chilo di carne che deve essere consumata in pochi giorni prima che vada in putrefazione. Non passa una settimana che il cacciatore avrà di nuovo fame. L’altruismo dei buoni cacciatori va ben al di là della reciprocità, perché i cacciatori più inetti non riusciranno mai a ripagarli della carne che hanno mangiato. In generale, l’altruismo reciproco favorisce la caccia di piccole prede che sono più facili da difendere dagli imbroglioni e dagli scansafatiche.
L’antropologa Kristin Hawkes ritiene che la carne degli animali di grossa taglia sia un "bene pubblico" nel senso tecnico del termine: una risorsa di cui tutti possono fruire. Fino a che gli antropologi hanno considerato la carne una proprietà privata, con il cacciatore capace di controllarne distribuzione e consumo, la caccia poteva sembrare sensata come mezzo di sostentamento per la famiglia. Ma la carne come bene collettivo sembra creare un paradosso. I costi della caccia sono a carico del cacciatore: il tempo e l’energia spesi per imparare a cacciare, a impratichirsi delle armi, a seguire le tracce degli animali, a costruire le trappole, a scovare la preda. Il cacciatore inoltre rischia di ferirsi o di morire per dare la caccia a un animale che sta lottando per la propria vita, mentre egli sta soltanto cercando di catturare il proprio pranzo. Chi trae vantaggio da tutti questi sforzi non è però il cacciatore ma tutta la tribù, e si tratta di vantaggi che il cacciatore condivide persino con i concorrenti sessuali e con la prole altrui. L’evoluzione di solito non favorisce tendenze genetiche a fornire servizi collettivi a spese dei propri interessi individuali. Sarebbe una forma di evoluzionismo altruista, che non ha successo in nessuna dinamica naturale nota.
Ci troviamo così in imbarazzo. Dapprima, la caccia sembra una semplice questione di sopravvivenza. Poi sembra essere un semplice caso di selezione sessuale, uno scambio carne-per-sesso, un modo per le donne da trasformare il corteggiamento maschile in una cura parentale. Ora appare come un atto di altruismo rischioso e inutile, un modo per gli uomini di satollare i propri concorrenti sessuali (e gli altri membri della banda): un comportamento ad alto rischio dal punto di vista evolutivo. Tutte e tre queste idee sono in qualche modo ragionevoli e possono vantare qualche prova a loro sostegno. Qui mi sono concentrato sull’aspetto apparentemente altruistico della caccia, non perché sia interessato alla caccia di per sé, ma perché da essa emerge una questione più generale: in che modo i geni egoisti potrebbero mantenere una forma così dispendiosa e altruistica di benevolenza sociale? Arriveremo alla risposta attraverso tre direttive: l’analogia tra caccia e sport, il comportamento di una specie di uccelli chiamati garruli arabi e il concetto di selezione degli equilibri mutuato dalla teoria dei giochi. Queste idee si dimostreranno utili non solo per spiegare la moralità umana, ma anche, più avanti, per spiegare l’evoluzione del linguaggio.
Miller G., “Uomini, donne e code di pavone”, Einaudi, pag. 325
Una prima osservazione è che la caccia potrebbe essere considerata come uno sport competitivo maschile. Una gara nella quale chi vince può attrarre un maggior numero di donne perché ha dimostrato la propria forza atletica. Come abbiamo visto nel settimo capitolo, gli uomini spendono un’enorme quantità di tempo o di energie facendo cose inutili e divertenti: pallacanestro, sumo, cricket, sci, calcio, alpinismo, boxe. A un biologo evoluzionista, gli sport maschili appaiono come un’altra forma di conflitto ritualizzato, dove i maschi competono per mettere in mostra la propria fitness di fronte alle femmine, e si contendono il primato fisico. Da un punto di vista femminile, gli sport sono utili perché rendono la scelta del compagno più semplice. La donna può riconoscere l’uomo più sano, più forte, più coordinato e più abile semplicemente osservando chi vince le gare ritualizzate. Non è necessario che una donna si metta a studiare con attenzione un certo lottatore di sumo: gli altri lottatori di sumo lo fanno per lei. Ora che la maggior parte delle barriere contro la pratica sportiva femminile sono cadute, gli uomini possono valutare allo stesso modo la fitness fisica delle donne osservando le loro abilità atletiche.
Ora, consideriamo due gruppi di ominidi che si sono evoluti per preferire due sport diversi. Supponiamo che un gruppo preferisca uno sport di combattimento ritualizzato come gli Yanomami dell’Amazzonia: gli uomini stanno di fronte l’uno contro l’altro e ciascuno a turno colpisce la testa dell’avversario con un bastone molto lungo fino a quando uno dei due concorrenti non si arrende, sviene o cade a terra morto. I vincenti sono di solito i preferiti dalle donne, perché possono dimostrare avere braccia più forti, mira migliore, un cranio più robusto oppure un buon polso. Nonostante la sua inutilità in termini di sangue, morte e sfregi sul volto che possono compromettere la vista, questo è un modello praticamente perfetto di corteggiamento competitivo, non peggiore dello scornarsi dei cervi.
Il secondo gruppo adotta uno sport differente: gli uomini si mettono a caccia di un animale di grossa taglia, vi lanciano contro i propri giaveIlotti e rincorrono la preda fino a che questa non cade a terra morta. Il cacciatore di successo è quasi sempre il preferito dalle donne, perché si è dimostrato il migliore nel seguire le tracce, catturare, lanciare e correre per lunghe distanze. Anche in questo caso la competizione appare sostanzialmente inutile: gli uomini possono passare tutto il giorno, ogni giorno, a inseguire gli animali di grossa taglia, rischiando di rimanere feriti, di stancarsi, di cadere sui rovi, di scivolare sui giavellotti, di essere incornati da un bufalo e così via. E tuttavia lo sport della caccia non è proprio del tutto inutile come lo sport degli Yanomami, perché dopo una caccia che ha avuto successo, rimane una grande carcassa con cui il gruppo può nutrirsi. All’interno di ciascun gruppo, tutti gli individui possono agire in maniera egoista, entrando in competizione fra loro per manifestare la propria fitness e poter scegliere la miglior compagna possibile. Ma la carne in più dà, a ogni individuo del gruppo che ha scelto la caccia come manifestazione competitiva, un leggero vantaggio su quelli che hanno scelto lo sport degli Yanomami. Con il passare delle generazioni, i gruppi di cacciatori possono trovarsi in vantaggio sui gruppi come gli Yanomami che hanno scelto un’altra forma di manifestazione atletica.
Questo tipo di dinamica evolutiva sembra assomigliare alla «selezione di gruppo», che la maggior parte dei biologi ha respinto già a partire dagli anni Sessanta, ma non è esattamente la stessa cosa. Nelle teorie tradizionali della selezione di gruppo, la competizione tra gruppi potrebbe spingere i singoli individui al sacrificio delle proprie prospettive di sopravvivenza e riproduzione per il bene superiore del proprio gruppo. In questa teoria si assume la presenza di un conflitto diretto fra interesse del singolo e interesse del gruppo. Ma nell’esempio sopra proposto, del confronto tra sport di caccia e sport degli Yanomami, non c’è questo tipo di conflitto. In entrambi i gruppi, tutti gli individui pensano ognuno per sé provando a elevare il proprio status sessuale attraverso uno sport ritualizzato; accade solo che in uno di questi sport uno dei due gruppi guadagni complessivamente qualcosa rispetto all’altro.
Una seconda osservazione sull’apporto personale al bene collettivo viene dal canto di alcuni uccelli che vivono in Israele. Gli uccelli sono noti con il nome di garruli arabi, pesano 60 grammi, vivono in grandi gruppi e sono i protagonisti del libro Il principio deIl’handicap di Amotz e Avishag Zahavi. Gli Zahavi hanno studiato i garruli arabi per trent’anni e osservato che diversi comportamenti di questi uccelli appaiono altruistici. Alcuni agiscono come sentinelle per il gruppo, con suoni d’allarme quando si avvicina un predatore. Se il predatore tenta un assalto, le sentinelle provano a distrarlo con azioni di disturbo oppure provano a scacciano via. Praticano la cura collettiva dei nidi, assistendo tutti i nidiacei anche se estranei alla propria prole, stile kibbutz. I garruli arabi sembrano il massimo della celebrazione delle virtù morali degli uccelli, il cui altruismo sembra pari solo alla bellezza della coda del pavone.
Ma cosa nasconde questo ostentato altruismo? La selezione di parentela non può spiegare questo comportamento, perché gli uccelli sono premurosi anche con gli individui con cui non hanno vincoli di sangue. La teoria dell’altruismo reciproco prevede che prima o poi qualcuno vorrà fare il furbo, tenendosi i vantaggi della collaborazione senza pagare i costi individuali del ruolo di sentinella, dell’azione difensiva nei confronti dei predatori, della condivisione del cibo o della cura dei nidi.
Invece, i garruli arabi fanno l’opposto: competono tra loro per produrre il comportamento apparentemente più altruistico. Gli Zahavi osservano che gli animali dominanti scacciano un subordinato che tenti di assumere il ruolo di sentinella. Gli uccelli insistono a rimpinzare di cibo la prole, già sazia, anche se non è la propria. Gli Zahavi ritengono che i garruli arabi facciano uso di gesti altruistici come handicap per esibire la propria fitness, allo scopo di guadagnare il più alto rango sessuale possibile nel gruppo e migliorare le proprie prospettive di riproduzione. Solo gli uccelli nelle migliori condizioni e con la fitness più elevato possono permettersi gesti altruistici. Le femmine che cercano un compagno sono quindi sicure di trovare buoni geni quando hanno di fronte un eccellente altruista. Questo è il modo in cui apparentemente
Si è evoluto l’altruismo nei garruli arabi. La maggior parte delle specie di uccelli non sembrano aver scelto di manifestare la propria fitness sostenendo un lavoro che va a beneficio del gruppo, ma quelli che lo fanno possono trarne un significativo vantaggio, sia a livello individuale, sia a livello collettivo.
L’altruismo dei cacciatori umani e dei garruli arabi sono due manifestazioni di un processo evoluzionistico chiamato «selezione degli equilibri». E’ un termine un po’ astruso, non ben compreso nemmeno dai biologi che hanno letto qualcosa della teoria dei giochi. Penso però che farsene un’idea possa chiarire molti misteri, non solo dell’evoluzione ma della cultura umana.
Per capire la selezione degli equilibri, dobbiamo per prima cosa avere qualche nozione sugli equilibri e la teoria dei giochi. La teoria dei giochi si occupa dei casi dove una decisione razionale dipende non solo da o che si fa, ma anche da ciò che fanno gli altri. Un «gioco» è una situazione sociale qualsiasi nella quale ci sono incentivi a scegliere la propria strategia cercando di prevedere le strategie degli altri concorrenti, i quali a loro volta sceglieranno le loro strategie in base alle previsioni che riescono a fare riguardo alle nostre decisioni. Sembra una regressione all’infinito: io mi aspetto che tu pensi che io mi aspetto che tu pensi... Come si può con la teoria dei giochi fare qualsiasi previsione razionale sul comportamento umano, quando la situazione sembra irrimediabilmente confusa? Intorno al 1950, l’economista John Nash tagliò questo nodo gordiano sviluppando l’idea di un «equilibrio» (ora noto come equilibrio di Nash). Un equilibrio è un insieme di strategie, una per ogni attore, che ha una semplice proprietà: nessun attore ha un buon motivo per cambiare strategia se gli altri giocatori non lo stanno facendo. Un equilibrio tende a mantenere stabili le strategie dei concorrenti. L’idea di equilibrio è il fondamento della teoria dei giochi, dell’economia moderna e delle strategie finanziarie e militari. Per i suoi studi, Nash ha ricevuto il premio Nobel per l’economia nel 1994.
La guida a sinistra è un buon esempio di equilibrio. Se tutti guidano tenendo la sinistra, come in Gran Bretagna, nessun individuo razionale ha un buon motivo per cominciare a guidare tenendo la destra. Coloro che si ribellassero a questa convenzione verrebbero rapidamente eliminati dalla popolazione dei guidatori mediante il ritiro della patente o in seguito a incidenti gravi. Ma anche guidare tenendo la destra è un equilibrio, preferito a quanto pare da qualche ex-colonia britannica del Nord America come segno di indipendenza. C’è un terzo equilibrio, che consiste nel guidare il 50 per cento delle volte tenendo la destra e il 50 per cento tendendo la sinistra. Se tutti facessero così anche noi potremmo farlo. L’equilibrio casuale sembra essere quello preferito nella ex-colonie britanniche del Sudest asiatico, in modo particolare fra i taxisti di Bangalore. Nash osservò che nella maggior parte delle situazioni reali ci sono molti equilibri. Non possiamo necessariamente prevedere quale di questi finirà per prevalere, ma possiamo prevedere che gli attori adatteranno il proprio comportamento scegliendo uno degli equilibri possibili. Nel gioco della guida, i diversi paesi adotteranno equilibri diversi.
La selezione degli equilibri è il processo graduale mediante il quale un particolare equilibrio si afferma in un particolare gioco. Immaginiamo un paese anarchico, privo di autoveicoli, che improvvisamente comincia a importare automobili. La gente comincerebbe a guidare senza sapere quale lato della strada sarà preferito dagli altri automobilisti. Alcuni sceglieranno prevalentemente di tenere la sinistra (equilibrio britannico), altri sceglieranno di tenere prevalentemente la destra (equilibrio continentale) e altri ancora sceglieranno in base all’umore con cui si alzano la mattina (equilibrio di Bangalore). Ora abbiamo una dinamica competitiva fra tre strategie, ciascuna delle quali produce un equilibrio differente. Supponiamo che in ogni collisione frontale muoiano entrambi gli automobilisti coinvolti. Se l’automobilista che tiene la sinistra incontra un altro automobilista che, come lui, tiene la sinistra, non c’è collisione. Allo stesso modo avviene quando l’automobilista che tiene la destra incontra un altro automobilista che tiene la destra. Se il taxista di Bangalore incontra un altro taxista di Bangalore avrà il 50 per cento di probabilità di morire in uno scontro frontale. Ciò avviene quando un taxista tiene la destra e l’altro la sinistra. Non esiste alcuna base azionale per prevedere a priori quale equilibrio finirà per affermarsi. Ciascun equilibrio è ugualmente «razionale», nel senso che ciascun individuo fa come può e come vuole dato che tutti gli altri fanno altrettanto. Sebbene la razionalità non permetta di selezionare un equilibrio fra gli altri, lo faranno le contingenze storiche. Possiamo essere virtualmente certi che dopo alcune settimane, si affermerà l’equilibrio a destra oppure quello a sinistra. Quale dei due, non possiamo saperlo, ma sappiamo che uno dei due si affermerà (la probabilità che si affermi l’equilibrio di Bangalore è piuttosto ridotta).
In questo esempio, il problema della selezione degli equilibri è risolte non da una logica razionale, ma dal caso. Quando le specie si evolvono adottano un equilibrio anziché un altro nel gioco del corteggiamento e il caso può far prevalere un’opzione piuttosto che un’altra. E’ facile simulare questo processo con un calcolatore, come ha fatto Brian Skyrms nel suo lucido libro Evolution of the social contract [L’evoluzione del contratto sociale]. Gli stessi processi della selezione degli equilibri accadono anche nella realtà dell’evoluzione biologica. La maggior parte delle interazioni tra animali può essere interpretata in termini stralogici e può essere formalizzata per mezzo della teoria dei giochi. Ma nella maggior parte dei casi reali le dinamiche sono molto complesse e ci sono molti possibili equilibri, non solo tre come nella guida, ma centinaia o addirittura migliaia. Nei giochi reali con molti equilibri, le dinamiche della selezione degli equilibri sono assolutamente cruciali per poter capire e prevedere il comportamento.
Miller G., “Uomini, donne e code di pavone”, Einaudi, pag. 329
Nell’esempio degli sport, abbiamo considerato due possibili equilibri nelle manifestazioni di fitness atletica: il combattimento stile Yanomami e la caccia. Se viviamo tra gli Yanomami, dove tutti praticano lo stesso stile di combattimento ritualizzato, e vogliamo attrarre l’attenzione femminile, allora anche noi dobbiamo adattarci e praticare il combattimento. Non abbiamo nessun motivo per fare diversamente e ciò rende il combattimento stile Yanomami un equilibrio. E se tutti praticano la caccia, noi possiamo sperare di attirare l’attenzione femminile solo diventando anche noi buoni cacciatori. Le preferenze sessuali che favoriscono i buoni cacciatori o i validi combattenti tendono a essere geneticamente e culturalmente conservative, e il conservatorismo sessuale mantiene l’equilibrio.
Il combattimento stile Yanomami e la caccia sono egualmente razionali da un punto di vista individuale, ma la caccia è l’equilibrio con una maggior resa per il gruppo. Nel caso del garrulo arabo, abbiamo visto che i comportamenti altruistici come la condivisione del cibo o l’attività di sentinella potrebbero funzionare come un equilibrio nel gioco della manifestazione della propria fitness. Il punto centrale è che il gioco del corteggiamento ha molti possibili equilibri, alcuni dei quali hanno fissato comportamenti apparentemente altruistici. La maggior parte degli equilibri non sono di tipo altruistico e di conseguenza la maggior parte dei modi di sprecare energie per manifestare la propria fitness non reca alcun vantaggio agli altri. La coda del pavone è semplicemente uno spreco di energia per il pavone che vuole mettere in mostra la propria fitness, senza che per questo quell’energia torni a vantaggio di qualche altro pavone. Ma in alcune specie, come i garruli arabi e gli uomini, le manifestazioni di corteggiamento portano vantaggi all’insieme della collettività.
L’antropologo James Boone ha descritto uno dei modi in cui la selezione degli equilibri può favorire le manifestazioni di altruismo nel suo articolo The evolution of magnanimity [L’evoluzione della magnanimità], del 1998. Boone prende in esame diversi gruppi che mettono in atto differenti equilibri nel gioco dell’esibizione dello spreco:
Immaginiamo che, in alcuni di questi gruppi, le élite manifestino il proprio potere bruciando in piazza il surplus del raccolto di fronte ai propri subordinati. In altri gruppi, le élite esibiscono il proprio status organizzando feste e facendo regali ai propri subordinati. Dopo diverse generazioni di lotta di classe, quale tipo di comportamento è più facile che si affermi in una popolazione? Ci si potrebbe aspettare che i gruppi che organizzano feste abbiano più successo di quelli che bruciano i raccolti.
La competizione fra gruppi sembra favorire un equilibrio magnanimo su un equilibrio dello spreco. Ma non si tratterebbe di una vera «selezione di gruppo» così come è comunemente intesa dai biologi, nella quale gli individui vanno incontro a costi per produrre un vantaggio collettivo. In questo caso, ciascun individuo agisce in maniera egoista e razionale provando a elevare il proprio status sociale e ad apparire sessualmente attraente, mediante un’esibizione di spreco. I vantaggi sessuali per l’individuo, non quelli che ne ricava il gruppo, mantengono l’equilibrio: la competizione fra gruppi sceglie semplicemente quale equilibrio andrà affermandosi. Gli antropologi Robert Boyd e Peter Richerson sono arrivati a sostenere che questa sorta di interazione tra selezione degli equilibri e competizione di gruppo è estremamente importante, non solo nell’evoluzione genetica ma nella storia culturale. Le loro
idee offrono nuove basi per l’analisi comparata delle culture umane e delle loro istituzioni sociali.
In conclusione, l’evoluzione qualche volta favorisce gli equilibri di corteggiamento negli animali che sono molto generosi verso gli altri. Questo non significa che l’evoluzione favorisca un vero altruismo; vuol dire solo che il vantaggio nascosto della generosità si trova nelle prospettive di riproduzione più che nella selezione di parentela e nell’altruismo reciproco. In linea di principio, l’evoluzione può sostenere livelli molto alti di altruismo, premiando gli altruisti con uno status sociale elevato e migliorandone quindi le opportunità di accoppiamento. Senza la selezione sessuale, la generosità verso gli individui non legati da parentela e incapaci di restituire l’atto generoso difficilmente potrebbero emergere nei processi evolutivi. Con la selezione sessuale, la generosità può evolvere con facilità se l’altruismo rivela anche la fitness del donatore. Nella nostra specie, il fatto che troviamo la gentilezza e la generosità degne di ammirazione nei partner sessuali suggerisce che i nostri antenati hanno convenuto un raro e meraviglioso equilibrio nel gioco del corteggiamento.
Miller G., “Uomini, donne e code di pavone”, Einaudi, pag. 331
Il problema evoluzionistico del linguaggio è il suo apparente altruismo. Gran parte del nostro parlare, fatta eccezione per gli ordini e le domande, serve a trasferire informazioni potenzialmente utili dall’emittente (colui che parla) al ricevente (colui che ascolta). Parlare costa tempo ed energia e sembra recare vantaggi solo all’ascoltatore. Sembra quindi un’azione altruistica. Ma, come abbiamo visto nel capitolo precedente, l’evoluzione tende a evitare i comportamenti altruistici.
Cinquanta anni fa, la comunicazione altruistica non sembrava un problema. L’etologo Konrad Lorenz aveva sostenuto che comunicare servisse al bene della specie. Gli animali potevano risparmiare ai membri della propria specie molto tempo ed energie evolvendo segnali che rivelassero le proprie intenzioni e motivazioni, specialmente nel combattimento e nel corteggiamento. Questa capacità avrebbe ridotto il numero di morti in combattimento e gli equivoci nel corteggiamento. Si riteneva che comportamenti ritualizzati, come il ringhio di un cane, servissero a trasmettere un’informazione precisa sul livello di aggressività di un individuo e sulla sua volontà di combattere. Se un cane che ringhia incontra un altro cane che non ringhia, quest’ultimo dovrebbe abbandonare il campo ed evitare alla propria specie un inutile combattimento fra cani. Per diversi decenni, il dogma per i biologi era che il segnale nel mondo animale significasse comunicazione, che la comunicazione rivelasse emozioni e intenzioni e che si fosse evoluta per rendere più efficienti le relazioni sociali.
Con l’avvento della teoria del gene egoista negli anni Settanta questa visione idilliaca del segnale animale finì in pezzi: i caratteri non si sono evoluti per il bene della specie. Nel loro fondamentale articolo del 1978, Richard Dawkins e John Krebs sostenevano che gli animali avrebbero potuto evolvere la produzione di segnali solo nel caso in cui i segnali avessero conferito loro un vantaggio netto in termini di fitness, vantaggio consistente in un aiuto a duplicare i propri geni a spese degli altri. L’evoluzione non può favorire una condivisione altruistica delle informazioni più di quanto possa favorire l’altruistica condivisione del cibo. Pertanto, la maggior parte dei segnali animali debbono essersi evoluti per manipolare il comportamento di un altro animale a proprio vantaggio. Il cane ringhia perché è più facile intimidire un rivale che combatterlo. I cani più piccoli possono rimanere intimiditi da un ringhio a bassa tonalità perché è segno che proviene da un cane di grossa taglia che potrebbe sconfiggerlo in un combattimento. Il ringhio e le orecchie sensibili al ringhiare si sarebbero quindi evolute per ragioni egoistiche. La teoria moderna dei segnali animali si è sviluppata a partire da questa intuizione. I segnali in realtà non trasmettono informazioni sul mondo, perché gli emittenti hanno molte buone ragioni per mentire sul mondo. La teoria sostiene che gli animali in generale si sono evoluti per ignorare i segnali di altri animali che possono essere usati per manipolazione. Ci sono poche eccezioni. I predatori ricevono segnali dalle prede che, in modo attendibile, avvertono: «Non puoi prendermi», oppure «Sono velenoso» (gli animali che si nascondono dai predatori hanno evoluto il mimetismo, il cui scopo è di nascondere anziché trasmettere segnali della propria esistenza). I parenti ascoltano i segnali degli individui a cui sono legati che, in modo attendibile, dicono: «Occhio ai predatori! » Gli animali che sono in concorrenza per le stesse risorse ascoltano i segnali che, in modo attendibile, avvertono: «Potrei ucciderti». E gli animali che cercano un buon partner con cui accoppiarsi ascoltano i segnali del tipo: «ho dei buoni geni». Tutto qui. A eccezione di quelli di velenosità, questi segnali sono contemporaneamente tutti anche indicatori di fitness. Qualsiasi altro tipo di segnale che si è evoluto in natura è probabilmente pura manipolazione, che espone il ricevente alle menzogne, alla chiacchiera melliflua e alla propaganda.
Il principio dell’handicap può rendere affidabile un indicatore di fitness e una certa informazione. Può farlo perché il costo del segnale è dello stesso conio — cioè è della stessa natura biologica — dell’informazione contenuta nel segnale. Il principio dell’handicap può quindi funzionare non solo per gli indicatori di fitness che esibiscono una buona condizione fisica ai potenziali partner sessuali, ma anche per rendere affidabili segnali di disperazione che evidenziano la propria cattiva condizione ai parenti. Un caso tipico è l’efficacia del comportamento degli uccelli appena nati che manifestano la propria fame pigolando e allargando al massimo la bocca. I segnali di disperazione funzionano perché sono espressi nella stessa unità monetaria dei costi per esibire la propria fitness: un segnale di disperazione, reso affidabile dal principio delI’handicap, vuole trasmettere al ricevente quanto una risorsa desiderata migliorerebbe la propria fitness. Essenzialmente gli indicatori di fitness esibiscono una buona condizione e gli indicatori di disperazione esibiscono una cattiva condizione. I segnali tra animali non legati da parentela possono trasmettere informazioni solo sulle condizioni dell’emittente, che possono essere largamente interpretate. Non ci sono modelli credibili che dimostrino che l’evoluzione può favorire segnali che trasmettono un qualsiasi altro tipo di informazioni, almeno fino a quando ci sono buoni motivi per mentire e ingannare.
Questo è un serio problema per quasi tutte le teorie esistenti sull’evoluzione del linguaggio, ma è un problema che non sembra essere ben compreso. Il principio dell’handicap non è una bacchetta magica che automaticamente rende la comunicazione sempre vera solo perché l’emittente ha pagato un costo elevato in termini di fitness; non può garantire che una determinata frase trasmetta una informazione valida. Per esempio, non è detto che il messaggio trasmesso da un tatuaggio sia necessariamente veritiero solo perché uno è disposto ad accettare il dolore e a correre il rischio di infezioni per farselo fare. Indica solo che la persona tatuata è stoica ed è in buona salute.
L’antropologa Christ Knight ha osservato che il linguaggio umano è particolarmente vulnerabile all’inganno perché dipende da una rete di «relazioni diffuse», che si riferiscono a cose e a fatti distanti nel tempo e nello spazio. A una persona che ha sete possiamo dire: «C’è un fiume al di là della collina». Ma la fondatezza dell’affermazione è difficile da verificare. Potremmo aver voluto mentire sul fiume e la persona assetata potrebbe morire se, una volta raggiunta la collina, scoprisse che non c’è nessun fiume ma solo una landa desolata. Di fatto non ci sono modelli di segnali animali nei quali è possibile che si evolvano informazioni sempre attendibili, dato che emittente e ricevente hanno forti conflitti di interessi. Le api usano danze per indicare la direzione e la distanza del cibo, ma le api sono sorelle dello stesso alveare e hanno quindi lo stesso interesse comune. Tra i nostri antenati del Pleistocene ci sono sempre stati conflitti di interessi, ed è molto difficile capire in che modo possa essersi evoluta la trasmissione delle informazioni. Se l’informazione non era attendibile, il ricevente non avrebbe dovuto preoccuparsi di ascoltare e di conseguenza l’emittente non avrebbe avuto motivo di parlare.
Questo ci riporta al problema dell’altruismo. A prima vista sembra ragionevole ipotizzare che «il linguaggio si sia evoluto per trasferire informazioni sotto forma di asserzioni da una mente all’altra». Ma questo fa sorgere la domanda del perché l’emittente dovrebbe regalare un’informazione a un concorrente nell’evoluzione. La comunicazione che trasmette informazioni vere è rara in natura perché l’altruismo è raro. Come abbiamo visto nel precedente capitolo, le teorie più ingenue dell’altruismo non possono spiegare la moralità umana. Perché dovremmo invocarle per spiegare il linguaggio umano?
Per spiegare l’evoluzione del linguaggio, allora, abbiamo bisogno di ere la stessa cosa che abbiamo fatto per la moralità: scoprire un vantaggio nascosto per la sopravvivenza o per la riproduzione nell’atto apparentemente altruistico del parlare. Come per la moralità, ci sono tre opzioni di base per un vantaggio nascosto: la parentela, la reciprocità o la selezione sessuale. I vantaggi del parlare per la fitness derivano dal fornire informazioni utili a un parente, dallo scambiare informazioni reciprocamente utili o dalla possibilità di attrarre un partner. Sono sicuro che tutte e tre siano importanti e non voglio affermare che la scelta sessuale sia stata l’unica pressione selettiva che ha dato forma al linguaggio umano. Tuttavia, penso sia significativo proporre qualche esempio che dimostri che il linguaggio non può essersi evoluto solo come viene inteso dalle teorie dell’altruismo di parentela e dell’altruismo reciproco.
E’ più facile condividere l’informazione quando si condivide il cibo. Se vi fornisco un’informazione utile, non perdo automaticamente i vantaggi del possesso di quella determinata informazione. In linea di principio, l’utilità del condividere l’informazione potrebbe aver facilitato l‘evoluzione del linguaggio fra individui legati da vincoli di parentela e reciprocità. I nostri antenati vivevano in piccoli gruppi semi-stabili costituiti per lo più da parenti e amici. Condividere le informazioni fra li loro avrebbe migliorato le nostre relazioni sociali e i nostri geni ne avrebbero tratto beneficio.
Sembra ragionevole e probabilmente in gran parte lo è. Ma vi sono altri conflitti di interessi che incombono. I parenti non condividono tutti i geni e quindi non hanno esattamente gli stessi interessi evoluzionistici. Lo stesso vale per gli amici in una situazione di reciprocità: c’è sempre la tentazione di imbrogliare per ricevere più di quanto si offre. Considerando questo tipo di conflitti di interessi, possiamo tentare di stimare costi e benefici del linguaggio per vedere se il comportamento reale della gente segue i modelli dell’altruismo di parentela e della reciprocità.
Se il linguaggio è compreso solo in termini di trasmissione di informazioni, è ovvio che venga considerato come portatore di vantaggi più per il ricevente che per l’emittente. L’emittente conosce già l’informazione che sta trasmettendo e non impara nulla di nuovo condividendola, mentre il ricevente raccoglie informazioni utili semplicemente ascoltando. L’informazione in questo senso è analoga al cibo: è meglio ricevere che dare. Secondo le teorie dell’altruismo di parentela e della reciprocità, il vantaggio principale del linguaggio va al ricevente. Questa osservazione porta a una interessante previsione: dovremmo essere una specie di eccellenti ascoltatori, ma poco disposti alla chiacchiera. Dovremmo ritenere l’ascolto attento e silenzioso come una tollerabile manifestazione di egoismo e il chiacchierare senza posa come un atto di altruismo perfetto. La gente dovrebbe spendere un’enorme quantità di denaro per togliersi il vizio dello psicoterapeuta, che sta li tutto il giorno ad ascoltare i segreti più profondi degli altri e rivela cosi poco di sé.
Questa non è la specie umana che conosco. Diamo un’occhiata a un qualsiasi gruppo di persone che conversano tra loro e vedremo l’esatto opposto del comportamento previsto dalle teorie del linguaggio desunte dall’altruismo di parentela e dalla reciprocità. La gente lotta per poter esprimere la propria opinione. Si batte per essere ascoltata. E quando sembra aver ottenuto ascolto, la gente spesso racconta ciò che ha in testa senza curarsi troppo di assimilare quello che è stato appena detto dagli altri. Le persone che parlano in continuazione senza raccogliere l’attenzione dei colleghi sono considerati egocentrici, non altruisti i e regole per prendere la parola in assemblea sono state elaborate non per regolamentare chi ascolta, ma chi parla. Gli scienziati competono fra loro per avere la possibilità di tenere una conferenza, non per avere la possibilità di ascoltare. Per gli psicoterapeuti usare i metodi «non-direttivi» invocati da Carl Rogers — nel quale il terapeuta non dice nulla al cliente a eccezione di perifrasi di ciò che ha udito — richiede un’inibizione quasi sovrumana della nostra volontà di parlare.
Né si può dire che le teorie dell’altruismo di parentela e della reciprocità siano particolarmente predittive circa la nostra anatomia. Se parlare fosse il costo e ascoltare fosse il beneficio di una conversazione, allora il nostro apparato vocale, che sostiene il costo del nostro altruismo informativo, dovrebbe essere rimasto rudimentale e conservativo, capace solo di sussurri stentati e mormorii inarticolati. Le nostre orecchie, che godono dei vantaggi dell’acquisizione di informazione, dovrebbero essere invece enormi, con padiglioni auricolari che possono essere orientati in tutte le direzioni per captare i messaggi di intelligenze riluttanti a offrire informazioni ai propri pari. E di nuovo, siamo all’opposto di ciò che osserviamo nella realtà. Il nostro apparato uditivo rimane, da un punto di vista evoluzionistico, conservativo, molto simile a quello delle altre scimmie antropomorfe, mentre il nostro apparato vocale è stato profondamente ristrutturato. L’adattamento evolutivo ha preso di mira più le strutture che servono a parlare che quelle che servono ad ascoltare. Il nostro comportamento nelle conversazioni e i dati anatomici suggeriscono che la parola nasconda vantaggi evoluzionistici superiori a quelli dell’ascolto.
Gran parte del corteggiamento umano è verbale. Quando diciamo che «i ragazzi corteggiano le ragazze» di solito significa che ragazzi e ragazze si trovano per parlarsi. A qualsiasi livello del corteggiamento, il linguaggio è fondamentale ed è soggetto alla scelta sessuale del partner. Gli adolescenti si tormentano all’idea di dover telefonare a una ragazza per chiederle un appuntamento, perché temono di non avere le parole adatte. I ragazzi di solito considerano come errori fatali il balbettio, i bruschi cambiamenti di tonalità, una grammatica goffa, una scelta miserevole di parole e i discorsi su argomenti irrilevanti. Sono bloccati dalla timidezza e dalla vergogna e temono di rimanere degli incapaci totali per sempre. Le cose non cambiano poi molto un po’ più in là negli anni. Gli adulti celibi ripassano nervosamente le proprie linee di condotta e mentalmente fanno un sommario delle prime mosse nella conversazione.
Dopo i primi convenevoli, il corteggiamento verbale aumenta di intensità: si parla di sé, si fanno osservazioni concernenti l’ambiente sociale, complimenti e offerte di piccoli favori. Se l’interesse reciproco cresce e diventa palese, lo scambio di informazioni diventa più personale, cerca di approfondire la conoscenza reciproca, per scoprire interessi condivisi e un comune retroterra ideologico. Se non si stabilisce un linguaggio comune o se gli orientamenti del discorso sono reciprocamente inintelligibili, il corteggiamento di solito si interrompe. In ogni momento, la persona è chiamata a scegliere tra interrompere il corteggiamento o approfondire l’intimità. Ma di solito occorrono almeno alcune ore di conversazione prima che si stabilisca qualsiasi contatto fisico, anche minimo, e almeno un certo numero di conversazioni, distribuite in diversi incontri, prima di giungere ad avere un vero rapporto sessuale. Il corteggiamento verbale è il cuore della selezione sessuale umana. Anche se si può essere vittime di un colpo di fulmine e subire il fascino di una persona prima di scambiare una sola parola, persino il corteggiatore più ardente sarà disposto a spendere almeno alcuni minuti di corteggiamento verbale prima di cercare un contatto fisico.
Tutto ciò è piuttosto ovvio per un adulto normale dotato di un minimo di esperienza sociale. Ma mentre i bambini possono imparare a parlare ragionevolmente bene entro i primi tre anni di vita, di solito corrono almeno una decina d’anni di pratica prima che i giovani adulti siano a loro agio con i fondamentali del corteggiamento verbale. Per un evoluzionista interessato alla selezione sessuale, l’adolescenza è per questo motivo particolarmente affascinante. L’affermazione del biologo del XIX secolo Ernts Haeckel che «l’ontogenesi ricapitola la filogenesi» è spesso fuorviante, ma ci sono casi, specialmente nella selezione sessuale, dove i passaggi dello sviluppo del ciclo della vita possono riflettere remoti passaggi della storia evoluzionistica. Il corteggiamento verbale degli adolescenti — goffo, discontinuo, raramente brillante — può essere un buon modello per raffigurarci il corteggiamento verbale dei nostri antenati durante l’evoluzione del linguaggio. Ci devono essere state alcune similitudini: un limitato controllo del tono della voce, un vocabolario ridotto, una certa incertezza sulle convenzioni da adottare nella conversazione, difficoltà nel trovare la frase congrua a esprimere un determinato pensiero. Come sanno bene i padri e le madri di qualsiasi adolescente, l’improvviso passaggio dal grugnito minimalista della prima adolescenza alla discorsività fluente della tarda adolescenza sembra coincidere con un aumento di fiducia in se stessi, necessario per proporre un appuntamento a una ragazza. Per stare nel branco di amici dello stesso sesso a un ragazzo è richiesto poco più che un sobrio, criptico e grammaticalmente degenerato borbottio, anche quando è alle prese con complessi giochi al computer o discute delle virtù di attrici e modelle. L’appuntamento con una ragazza richiede invece un tono più elevato, espressività, complessità, scorrevolezza e creatività nei discorsi. Se la selezione naturale avesse plasmato il linguaggio umano per una comunicazione efficiente e cooperativa di informazioni utili, dovremmo tutti parlare questa sorta di «dialetto borbottato della prima adolescenza». Almeno fra gli adolescenti maschi, le esigenze del corteggiamento verbale obbligano invece allo sviluppo di un linguaggio comprensibile.
Il pioniere dei computer Alan Turing ha utilizzato il corteggiamento verbale per mettere a confronto le capacità mentali di una persona con quelle di una macchina nella versione originale del 1950 del suo «gioco di imitazione», diventato famoso come «test di Turing». Nel test di Turing originale, si chiede a una persona di determinare, con apposite domande, se sta interagendo con una donna reale o con un programma per computer che imita una donna. Turing era interessato all’intelligenza più che al fisico femminile, cosi eliminò dal test tutte le domande sul corpo che avrebbero dato un indizio decisivo sulla femminilità e limitò anche l’interrogante a scrivere le domande su un terminale e ricevere risposte da uno schermo. Le domande possono essere poste a piacere dell’interrogante e possono contenere elementi di sfida del tipo: «Per favore scrivimi un sonetto su Forth Bridge». Secondo Turing, se un computer avesse potuto far credere all’interrogante che stava interloquendo con una donna vera, avrebbe potuto essere considerato intelligente.
Turing sottolineò il fatto che il computer deve essere capace di esibire,
in maniera credibile, un ampio spettro di comportamenti. Nella lista dei
comportamenti che riteneva indispensabili per poter considerare intelligente un computer troviamo la gentilezza, l’uso delle parole in maniera adeguata, il senso dell’umorismo, la capacità di sorprendere, la dichiarazione di apprezzamento per le fragole e la crema, l’innamoramento e la capacità di innamorare.
Dopo Turing, i filosofi dell’intelligenza artificiale misero da parte l’aspetto sessuale del gioco di imitazione considerandolo una distrazione che poteva generare confusione, e lo stralciarono dalle versioni moderne del test di Turing. La versione originale di Turing puntava invece proprio a porre in evidenza l’intelligenza umana che si esprime durante il corteggiamento. Anche un programma per computer molto semplice, come l’ELSZA degli anni Settanta, riesce a ingannare un fruitore, che può credere di interagire con uno psicoterapeuta vero ma, per quanto ne so, nessuno si è mai innamorato di ELIZA. Il test di Turino, orientato al corteggiamento, offre un’intuizione chiave: l’intelligenza umana può essere dimostrata con molta maggior efficienza mediante il corteggiamento verbale, e qualsiasi macchina capace di un corteggiamento verbale efficace dovrebbe essere considerata intelligente.
L’idea che il linguaggio si sia evoluto per favorire le manifestazioni di corteggiamento verbale risolve il problema dell’altruismo, identificando un vantaggio sessuale per chi è capace di parlare bene. Una volta che, per una qualsiasi ragione, i rudimenti del linguaggio avessero cominciato a evolvere, i nostri antenati, impegnati nel corteggiamento, avrebbero probabilmente utilizzato tutte le proprie abilità nel linguaggio. La complessità del linguaggio potrebbe essersi evoluta attraverso una combinazione di selezione sessuale a cascata, predisposizioni mentali per i pensieri ben articolati e di indicatori di fitness.
Miller G., “Uomini, donne e code di pavone”, Einaudi, pag. 369
Una buona prosa contribuisce a rafforzare lo status dell’oratore. Una buona poesia è un indicatore molto migliore di intelligenza verbale. Ecco perché Cyrano poteva far vibrare i cuori: siamo abbastanza intelligenti da apprezzare l’arguzia delle sue battute in versi, riconoscendo al tempo stesso che sarebbe quasi impossibile per noi imitarlo. Se avessi scritto questo libro in sonetti, adottando lo stile di Shakespeare, non avreste compreso meglio l’evoluzione della mente umana, ma avreste avuto un’opinione più elevata della mia padronanza verbale.
In quasi tutte le culture una grossa parte della poesia è d’amore, chiaramente associata allo sforzo del corteggiamento Alla poesia spesso si sovrappongono le manifestazioni musicali, come la musica popolare in rima. La poesia messa in musica richiede un’altra abilità: seguire una melodia mentre si mantengono metrica, ritmo, rima e le norme del numero dei versi. Nelle società moderne, le opere dei poeti sono poco lette, ma i poeti che riescono a mettere le proprie opere in musica, sostenuti da chitarre e da gruppi musicali, vendono milioni di dischi e attraggono migliaia di persone ai concerti. Per avere un termine di paragone di quanto possa essere stata sessualmente attraente la poesia dei nostri antenati, non dobbiamo pensare a un Wallace Stevens, il mio poeta preferito, uno scialbo direttore di agenzia di assicurazioni di New Haven che scrive le proprie poesie la sera dopo essere rientrato dal lavoro. Dobbiamo pensare a Frank Sinatra, Jim Morrison, Courtney Love o qualsiasi altro cantautore/cantante che sia alla moda.
La nostra capacità di produrre un linguaggio poetico si è probabilmente evoluta dopo la nostra capacità di elaborare discorsi in prosa. Se l’abilità di scrivere una bella poesia d’amore fosse stata sottoposta a una dura selezione durante il corteggiamento a partire dal momento in cui Homo sapiens fece la sua comparsa un centinaio di migliaia di anni fa, oggi potremmo parlare in rima senza sforzo. Ma non abbiamo ancora evoluto l’abilità di maneggiare bene gli handicap poetici multipli. In realtà, alcuni di noi possono ancora credere che Keats faccia rima con Yeats. Naturalmente, se tutti avessimo evoluto lo standard di Cyrano, allora la selezione sessuale avrebbe ulteriormente alzato il tiro, favorendo, con tutta probabilità, solo le persone capaci di complicate composizioni. L’esatta natura e il numero di handicap poetici non è un problema. Ciò che conta è la loro funzione di handicap biologici, funzione che permette di distinguere le persone la cui proprietà di linguaggio consente loro di seguire le regole della poesia, da quelli privi di intelligenza verbale sufficiente per poter competere in questi bizzarri giochi di parole. Al momento, gli handicap della metrica, del ritmo e della rima sono ostacoli sufficienti e pochi di noi sono capaci di superarli contemporaneamente
E’ chiaro che questa analisi della poesia intesa come un sistema selezionato di handicap permette di spiegare perché si è originata la poetica non può rendere conto del contenuto della poesia o del significato che noi oggi attribuiamo alla poesia. Una buona poesia offre emozioni e intuizioni sulla condizione umana, il mondo naturale e la transitorietà della vita, tutte cose che ci coinvolgono profondamente. Gli argomenti che riescono a muovere le sfere profonde dell’anima possono rendere più stimolante una manifestazione di corteggiamento, anziché continuare a ronzare ossessivamente solo sul sesso (in effetti, siccome il corteggiamento è un modo per destare interesse sessuale in qualcuno che non è ancora coinvolto, un esplicito riferimento al sesso può risultare adirittura ripugnante). Poiché le persone possono rimanere affascinate da molte cose, le manifestazioni di corteggiamento possono funzionare con successo praticamente parlando di quasi qualsiasi cosa che si trova tra la terra e il cielo. Questa spiegazione darwiniana della poesia non svuota la poesia del suo significato. Al contrario, mostra perché la poesia è libera di percorrere l’intero spettro dell’esperienza umana.
Per ogni parola che è stata scritta sulle riviste scientifiche sull’evoluzione della nostra stupefacente abilità di linguaggio, ne sono state scritte almeno un centinaio sulle riviste femminili circa l’apparente incapacità degli uomini di esprimere verbalmente anche la più semplice forma di pensiero o di sentimento. Le donne sono di solito d’accordo sul fatto che i propri partner sessuali parlano poco. Se il linguaggio si è davvero evoluto attraverso la selezione sessuale e se la selezione sessuale
opera in maniera più incisiva sui maschi rispetto alle femmine, potremmo legittimamente meravigliarci del fatto che i nostri fidanzati o i nostri i mariti non riescono a condividere con noi i propri sentimenti. Come è possibile che, dopo che i loro primi sforzi di corteggiamento hanno avuto successo, gli uomini non si sentono più carichi, interessati e aperti alla conversazione come prima? Gli uomini che durante il corteggiamento erano soliti tenere concioni come Cyrano, ora parlano a fatica come se fossero appena usciti dalle caverne. Una volta era un poeta, ora è un volgare materialista. Il suo sforzo di corteggiamento verbale è drasticamente diminuito, se non scomparso del tutto.
Ho già discusso del fatto che un corteggiamento verbale efficace è un indicatore di fitness affidabile proprio perché è costoso e difficile. Gli animali si evolvono per distribuire in modo efficiente le proprie energie. Se per stabilire una relazione sessuale con voi è stato necessario spendere un milione di parole, il vostro fidanzato poteva certo avere la volontà di assorbire un costo del genere, proprio come hanno fatto i suoi. antenati maschi. Ma se poi sono sufficienti venti parole al giorno per mantenere l’esclusiva sessuale su di voi, perché dovrebbe sprecare troppe parole? Il suo sistema motivazionale si è evoluto per dispiegare il proprio sforzo di corteggiamento laddove si giocano le sorti del suo successo riproduttivo, focalizzandolo principalmente dove lo sforzo di corteggiamento migliora il proprio tasso di successo nelle relazioni sessuali. Apparentemente gli uomini non si sono evoluti da quegli antenati maschi che sprecavano grandi risorse nel corteggiamento verbale per mantenere relazioni già stabilite. Naturalmente, se un partner stabile sospende le proprie prestazioni sessuali o minaccia di mettersi con qualcun altro, l’evoluzione avrebbe favorito motivazioni sufficienti per produrre un ritorno temporaneo del corteggiamento verbale sino a quando la crisi o il pericolo non è passato. Può essere molto frustrante, ma non di rado una donna scopre che maggiore è l’impegno sessuale che essa manifesta, e meno il suo uomo le parla.
E’ un’analisi che può sembrare greve e poco romantica, ma è l’evoluzione a essere greve e poco romantica. E’ avara di corteggiamenti, si impegna laddove c’è maggior possibilità di profitto e risparmia altrove. Il corteggiamento umano, come qualsiasi altro corteggiamento, attraversa alcune fasi tipiche. Il livello del corteggiamento è basso quando si comincia a valutare un potenziale partner sessuale, aumenta rapidamente se il potenziale partner risponde al nostro interesse, raggiunge il picco quando il potenziale partner è sul punto di decidere se desidera o meno avere un rapporto sessuale e torna a declinare una volta che si viene a stabilire una relazione a lungo termine. Siamo tutti felici quando un partner che ci piace ci assilla con un corteggiamento brillante, ardente ed energico. La gioia è una manifestazione soggettiva della preferenza per lo stare insieme con il proprio amante che ha plasmato in prima istanza il linguaggio umano. Come per qualsiasi preferenza che si è evoluta, possiamo desiderare più di quanto realisticamente possiamo ottenere. Il lavoro dell’evoluzione è di motivarci, non di soddisfarci.
Così, quando le donne si lamentano dei propri fidanzati muti o parchi di parole, impariamo due cose. Primo, che tutte le donne traggono gioia da un corteggiamento verbale di alto livello. Secondo, che il corteggiamento verbale di alto livello è così costoso che gli uomini si sono evoluti per produrlo solo quando è necessario per iniziare o ravvivare le relazioni sessuali. Lungi dal compromettere le ipotesi qui presentate del corteggiamento come motore dell’evoluzione del linguaggio, questo fenomeno fornisce due chiavi di lettura che la sostengono.