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Morris D., “Noi e gli animali”, Mondatori

Animali dipinti nelle caverne


Ce lo testimoniano le pareti istoriate delle grotte dove i nostri progenitori ci hanno lasciato in eredità qualcosa di sorprendente: le immagini delle loro prede riprodotte con cura e precisione. Non si tratta di schizzi occasionali, abbozzati alla buona per istruire cacciatori principianti. Sono, a giudizio di ogni epoca, autentiche opere d’arte; immagini che la cura profusa in esse ha reso straordinarie. Se si tengono presenti tecniche rudimentali di cui disponevano gli artisti della Età della Pietra - illuminazione povera, pigmenti limitati, estrema semplicità degli utensili - l’abilità estetica che dimostrano è davvero sorprendente. Che cosa spinse quegli antichi cacciatori a raggiungere tali vette?
Per molti anni si pensò che la motivazione primaria fosse di ordine magico: l’atto stesso di raffigurare un toro vivo sulla parete della grotta avrebbe conferito maggior potere sull’animale. Rappresentare nella caverna qualche uccisione rituale in cui l’immagine veniva simbolicamente colpita a morte avrebbe reso più facile trafiggere il toro nella realtà.
Non era male come ipotesi, ma ora appare chiaro che si trattava di un errore. Se si esaminano le immagini con l’occhio dello zoologo, emerge qualcosa di nuovo: gli animali infatti sono accuratamente ritratti non in vita, ma in posizione di morte. L’indizio è nelle zampe, ed è stato trascurato dalla maggioranza degli osservatori che le hanno studiate. La posizione degli zoccoli rivela che il peso degli animali non esercita alcuna pressione su di essi. Sono zampe di animali morti sdraiati sul fianco e non, come si è quasi sempre sostenuto, ritti su di esse: le pitture sono precisissime raffigurazioni di prede appena uccise eseguite a scopo commemorativo.
Gli artisti devono aver fatto accurati schizzi sul campo, copiando con grande destrezza gli atteggiamenti della morte per poi ritornare con tali disegni al sicuro nelle grotte e fissare quel momento per sempre sulle superfici rocciose. Le pitture finite sono monumenti commemorativi che hanno richiesto uno sforzo non indifferente e riflettono un enorme rispetto per gli spiriti degli animali uccisi. Erano spiriti che andavano placati custodendo gelosamente le loro immagini nei luoghi più nascosti e sicuri che quei cacciatori primitivi conoscessero. Il corpo della preda sarebbe stato mangiato, le ossa trasformate in utensili e la pelle indossata come vestito, ma l’anima avrebbe continuato ad avere un’ubicazione nella figura dipinta e incisa: quanto più abilmente gli artisti rappresentavano le forme e i particolari della preda, tanto più prontamente il suo spirito avrebbe preso possesso della nuova dimora.
E significativo che solo le specie più pericolose e imponenti venivano comunemente dipinte. Bovini, cavalli, mammut, rinoceronti, stambecchi, cervi, bisonti e cinghiali selvatici sono gli animali di cui abbiamo testimonianze più frequenti. Quelli più piccoli, che pure sappiamo (dai resti nelle grotte) venivano mangiati in gran quantità, compaiono molto raramente, per non dire mai. Evidentemente non ci facevano abbastanza paura.
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Il serpente nella Bibbia e nella mitologia egizia
Il serpente nella mitologia egizia assunse aspetti diversi: di grande creatore, di guardiano della terra, di spirito degli Inferi, di spirito della fertilità e di dio dell’acqua. Come dio serpente Sito, Figlio di Terra, veniva raffigurato nell’atto di cingere il mondo in un cerchio, proteggendolo dalle forze cosmiche che lo minacciavano senza tregua.
L’ossessione degli Egizi per i serpenti non poteva non avere ripercussioni. L’immensa popolarità di cui godettero come dèi e dee ebbe come inevitabile conseguenza il loro ripudio nelle religioni successive. Per esempio, il grande e protettivo serpente venne abilmente trasformato nel serpente maligno del Giardino dell’Eden. La famosa leggenda che troviamo nel Libro del Genesi era in realtà un pezzo di storia in codice, un avvertimento ai membri delle tribù che se gustavano i frutti del progresso conoscitivo cui erano approdati i vicini e già civili Egizi, si sarebbero sentiti nudi e vergognosi del loro semplice tenore di vita, e avrebbero potuto facilmente venire asserviti. Vista così, la sconcertante storia di Adamo ed Eva comincia ad avere un senso. Il serpente nel giardino era l’Egitto - allettante e seducente - che rende schiavi gli ingenui Adamo ed Eva condannandoli a una vita di duro lavoro. Per i profani della religione egizia, il serpente divenne un animale perfido e il simbolo del male.
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Le scimmie ammaestrate
Le scimmie ammaestrate erano popolari in ogni parte del mondo. In Giappone macachi dalla coda mozza facevano gli aiutanti dei giocolieri. In Egitto i babbuini erano utilizzati come clown. In Sud America i cebi cappuccini erano così abili nell’esibirsi in spettacoli comici che molti vennero importati in Europa, dove finirono col diventare la tradizionale scimmia che suona 1’organino. I cebi cappuccini si rivelarono attori assai intelligenti, e alcuni vennero ammaestrati a chiedere in elemosina monete d’argento. La raffinatezza con cui recitavano la loro parte sbalordiva gli spettatori. C’era una scimmietta, per esempio, che tendeva la mano per farsi dare una moneta e poi, se questa era d’argento, si levava il cappello di fronte al donatore; se era un nichelino, si limitava a sfiorare il cappello e a dare un leggero colpo di tosse; se la moneta era priva di valore, il cebo la sollevava per esaminarla meglio e poi la gettava ostentatamente lontano da sé. Se non le si dava nulla, restava lì a strillare contro l’avaro di turno. La scimmietta portava una borsa a scomparti separati per le diverse monete e riponeva sempre la moneta giusta al posto giusto. Finezze del genere non cessarono mai di stupire gli spettatori, ma pur nella loro ammirazione continuarono a considerare le scimmie nulla di più che spassosi clown.
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Il nome «zoo»
All’inizio del diciannovesimo secolo si allestì la collezione della neonata Società zoologica di Londra; da tale raccolta il nome «zoo» si sarebbe diffuso in tutto il mondo, ma la sua fondazione non fu motivata dal semplice desiderio scientifico di studiare gli animali selvatici. C’era una ragione molto più pratica: il sempre maggior sfruttamento della natura da parte degli esseri umani. I fondatori dello zoo sottolineavano che tutte le specie di animali domestici allora esistenti erano state selezionate molto tempo prima. Sembrava strano che una civiltà più avanzata non potesse fare di meglio; osservavano infatti che, siccome qualsiasi processo di addomesticamento realizzato in precedenza era dovuto «agli sforzi di popolazioni selvagge o incolte, è impossibile non sperare in molti nuovi, brillanti e proficui risultati nello stesso campo, grazie alla ricchezza, alla ingegnosità e alle infinite risorse di un popolo civile». Per questa ragione, lo scopo principale della Società zoologica di Londra doveva essere quello di «introdurre e addomesticare nuove Razze o Varietà di Animali... che potrebbero essere utili nella Vita Comune».
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dono conto che si tratta di una pratica normale per la maggioranza degli animali da corsa, e ciò indubbiamente continua a favorire chi con motivazioni affettive continua a sostenere quelle gare. Se si stabilisse la regola che un animale da corsa registrato come tale non può essere ucciso se sano, indipendentemente dall’età, si distinguerebbero i proprietari avidi e insensibili da quelli che amano veramente i cavalli (o i levrieri) e si contribuirebbe a ristrutturare il mondo delle corse in modo da migliorarne notevolmente l’immagine. C’è già una minoranza di proprietari che si danno da fare per ripagare gli animali con un confortevole pensionamento una volta concluso il periodo delle gare, perciò avanzare questa proposta non significa certo pretendere l’impossibile.
È strano che il mondo delle corse non voglia porre ordine al proprio interno né avere interferenze esterne, ma va ricordato che si tratta di una sfera dell’attività umana che non s’è ancora del tutto liberata, per così dire, dal fango dei primi tempi della caccia, quando i Contratti animali erano molto più brutali. Tenuto conto di come sta rapidamente mutando il giudizio della società sul modo di trattare gli animali, solo i più ottusi fra gli amministratori dei circoli ippici possono continuare a non rendersi conto dei rischi che corrono. Sarebbe una grave perdita se l’opinione pubblica diventasse ostile al mondo delle corse, perché significherebbe eliminare un altro legame vitale fra il mondo degli uomini e quello degli animali. E nato come legame positivo, senza alcuna intenzione di far del male ai cavalli. In teoria è un modo di celebrare la bellezza e la velocità delle creature interessate. Se si elimineranno gli abusi di cui sopra, allora sarà anche in pratica un modo di rendere sinceramente omaggio a degli splendidi animali e ai vincoli che ci legano a essi. Abolire le corse significherebbe decretare il loro sterminio ed eliminare l’influenza che esercitano sulla nostra
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capacità di riconoscere e apprezzare qualità animali altissime.
Fortunatamente l’intesa fra cavallo, fantino, istruttore e proprietario è tale da garantire il futuro di quello che è il più elegante fra i contratti uomo-animale. Eliminando gli abusi, potremo continuare a stupirci di fronte a questa bestia straordinaria che, come già in passato, permette a uno scimmione bipede di diventare un fiero quadrupede semplicemente standogli in groppa.
Parecchi animali sono stati cooptati in corse competitive più o meno serie. In Africa orientale e nei Caraibi si tengono regolarmente gare di paguri. Si tratta di granchi di terra, che si trovano presso la costa, a cui si assegna un numero o un colore particolare dipinto sul guscio. Vengono collocati sotto un cesto capovolto al centro di un pavimento liscio di forma circolare e, dopo che tutti hanno scommesso, si solleva rapidamente il cesto con un filo che pende dall’alto dando inizio alla gara. Vince il primo granchio che raggiunge il bordo del pavimento. Poi li si riacciuffa, si rimettono nel cesto e si può cominciare a scommettere per la seconda corsa.
Il problema, in questo caso, è che essi si muovono alla maniera appunto dei granchi, spesso procedendo a sghembo in una curva continua che li porta proprio fino all’estremità del pavimento per poi allontanarsi di nuovo, fra gli spasimi di quanti hanno puntato. Ciò conferisce alla gara un elemento in più di incertezza che accresce l’eccitazione. Il motivo per cui i granchi si muovono così velocemente in questi frangenti è che odiano gli spazi aperti e, appena il cesto viene sollevato, si lanciano alla ricerca di qualche altro riparo che li protegga. Il pavimento sgombro non offre nulla del genere, perciò continuano semplicemente a girare fino a quando trovano scampo al vuoto che li circonda. Un ulteriore elemento di incertezza è rappresentato da quella forma estrema di reazione che
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di ogni altro fattore preso in sé. Eppure, all’interno di certi segmenti della società, continua a godere di una enorme popolarità e persino quanti lo odiano possono nondimeno scoprirsi a seguirlo con morboso interesse, un po’ come se assistessero a un tamponamento a catena sull’autostrada.
Anche altri sport che ci vedono gareggiare in società con gli animali non sono di tutto riposo per questi ultimi, quasi sempre cavalli. Il polo, i concorsi ippici e le corse a ostacoli esigono grossi sforzi da parte degli animali coinvolti, ma per la maggior parte della gente non si tratta di pretese eccessive. Sono spettacoli seguiti da un gran numero di spettatori, che assistono non solo a occasionali cadute ma anche a grosse testimonianze di profondo affetto tra destriero e cavaliere, e a una quasi ininterrotta dimostrazione dell’armonia che può esistere fra esseri umani e non-umani: una lezione su come vivere insieme sulla terra che vale, forse, i rari incidenti gravi in cui si ferisce il cavallo o, più spesso, il fantino.
Appartenendo a una specie amante del rischio abbiamo sempre sentito il bisogno di impegnarci in attività blandamente pericolose. Se la vita diventa troppo tranquilla, troviamo qualche sistema ingegnoso per renderla di nuovo rischiosa; in quanto esseri umani non siamo proprio fatti per vivere in pace. La serenità ben presto genera noia e la noia scontentezza. Il brivido di una gara esercita su di noi un richiamo particolare: è un momento di azione ad alto rischio per il cavallo e per il cavaliere che ci fa stare col fiato sospeso. Gli spettatori possono aggiungere un ulteriore elemento di rischio puntando sulla corsa il danaro che hanno guadagnato con fatica. Laddove lo sport ha rimpiazzato la guerra e la corsa dei purosangue la carica della cavalleria, il giocatore che fa la puntata ha preso il posto del soldato. Il suo legame con i cavalli mantiene l’antica componente di rischio e di sorpresa.
Per alcuni, il bisogno di sperimentare i pericoli tradizionalmente connessi alla collaborazione uomo-cavallo esige più drastici atti di coraggio. Il rodeo ne offre il destro. Nato nel Selvaggio West per dar prova dell’abilità dei cowboy a cavalcare e prendere al laccio, è diventato una comune forma di intrattenimento sportivo con animali, assai diffusa nel Nord America, dove suscita forti passioni sia pro che contro di esso. E uno sport che mette a fuoco non tanto la collaborazione tra uomo e animale bensì la brutale competizione.
Le principali fasi del rodeo consistono nel montare i broncos (cavallini selvatici), montare i tori, prendere al laccio i vitelli e lottare coi giovenchi. Gli spettatori sono talmente ipnotizzati dall’indubbia audacia dei cavalieri che non si chiedono perché il cavallo o il toro si comportino come se fossero impazziti. Se leggono la presentazione ufficiale dello spettacolo trovano scritto nel tono più innocente di questo mondo che «nessuno sa che cosa faccia sgroppare i cavalli. Nei rodei riconosciuti non gli si fa soffrire la fame, né li si tormenta né li si stimola in alcun modo a sgroppare; lo fanno perché gli piace».
La verità è un po’ diversa, come ha rivelato una recente campagna contro i rodei condotta negli Stati Uniti, i cui promotori chiedevano di proibire «l’uso di morsi di filo ritorto, di cinghie per far sgroppare i cavalli, di pungoli elettrici o di aggeggi analoghi, che rappresentano l’armamentario comunemente impiegato nei rodei per far sì che gli animali diano spettacolo». L’attrezzo che gode dei maggiori favori è la cinghia per sgroppare, o straccale, che viene legata stretta all’inguine così da causare quella pressione dolorosa che costringe l’animale a sgroppare continuamente proprio come richiesto dallo spettacolo. A volte gli si applicano anche sostanze caustiche ai genitali o al retto per far dimenare ancora di più l’animale.
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