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Wittgenstein
Nel 1921 ci fu la pubblicazione del Tractatus logico philosophicus di Ludwig Wittgenstein.
Il primo ad attrarre l’attenzione sugli aspetti letterari del libro fu Frege, che scrisse all’autore: « Il Tractatus è efficace più sul piano artistico che su quello scientifico. Ciò che vi si dice è secondario rispetto al modo in cui lo si dice ». Quanto al modo, Russell fu più esplicito: « Wittgenstein si comporta come un oracolo, e proclama la sua opinione come se si trattasse di un ukase dello zar ».
Questi commenti danno immediatamente un assaggio del personaggio, alla cui leggenda contribuì non poco il fatto di appartenere a una delle più ricche e singolari famiglie viennesi. La sorella Margaret fu ritratta da Klimt in un bel quadro, commissionato dal padre come regalo di matrimonio. Il fratello Paul era un famoso pianista, e quando perse in guerra la mano destra, Ravel scrisse per lui il Concerto per la mano sinistra. Il fratello Hans, un genio mozartiano che a quattro anni componeva e suonava pianoforte e violino, scappò di casa a vent’anni e si dissolse nel nulla. Il fratello Kurt si sparò un colpo alla tempia nell’autunno del 1918, quando la truppa che egli « comandava » si rifiutò di obbedirgli. E il fratello Rudolf, sospettando di essere omosessuale, si suicidò a ventun anni bevendo cianuro in un bar, dopo aver chiesto al pianista di suonare per l’ultima volta la sua canzone preferita.
Quanto a Ludwig, il cui primo ricordo era la barba di Brahms che gli faceva solletico nella culla, frequentò una scuola tecnica a Linz, dalla quale gli allievi uscivano con strane idee nella testa. Uno dei suoi compagni e coetanei, di nome Adolf Hitler, ebbe per tutta la vita la fissazione di una «soluzione finale» del problema ebraico, esposta con la lucidità del folle nel Mein Kampf, «La mia battaglia », nel 1924. E nel Tractatus, di poco precedente, Wittgenstein non si limitò a progettare la « soluzione finale » del problema logico, ma ritenne addirittura di averla realizzata.
La sostanza del libro non solo è presto detta, ma era già stata detta presto: si tratta infatti della teoria presocratica che il mondo, il pensiero e il linguaggio hanno la stessa struttura, e che per studiare il primo basta dunque studiare l’ultimo. Naturalmente, questa è l’opinione dei linguisti: gli oculisti, ad esempio, potrebbero ribattere che il mondo, la prospettiva e le percezioni visive hanno la stessa struttura, e che per studiare il primo basta studiare le ultime.
Il punto 7 è certamente il più memorabile del Tractatus, pur non essendo così originale come in genere si pensa. Già Lorenzo Da Ponte, nel 1786, a chi gli faceva notare che non doveva collaborare con Mozart a un soggetto tratto dalle proibite Nozze di Figaro di Beaumarchais, aveva infatti risposto: « Su ciò di cui non si può parlare, si può cantare ».
La chiusura del Tractatus metteva il dito sulla piaga delle limitazioni intrinseche del linguaggio, che secondo Wittgenstein consistevano nel fatto che, benché esso mostri la propria « forma logica », non può però parlarne.
Ora, se con « forma logica » Wittgenstein intendeva la struttura sintattica del linguaggio, cioè che cosa faccia di una successione di simboli una proposizione sensata, allora si sbagliava: Gódel dimostrò infatti nel 1931 che ogni linguaggio sufficientemente potente può esprimere la propria sintassi. La scoperta non piacque a Wittgenstein, che proprio su questo punto ruppe i contatti col Circolo di Vienna.
Se invece per «forma logica» intendeva la struttura semantica del linguaggio, cioè che cosa renda vera una proposizione sensata, allora Wittgenstein aveva ragione: Tarski dimostrò infatti nel 1936, e vedremo anche questo, che nessun linguaggio sufficientemente potente può definire la propria verità, e dunque esprimere la propria semantica. Anche se già nella sua introduzione al Tractatus Russell anticipò che le limitazioni di un linguaggio sono relative ad esso, e si possono facilmente aggirare, uscendo dal linguaggio ed entrando in un metalinguaggio: ovvero, «su ciò di cui non i può parlare in un linguaggio, si può parlare in un altro». Ma il primo Wittgenstein non era certamente interessato a scappatoie del genere: per lui esistevano non i linguaggi, ma il linguaggio, le cui limitazioni erano dunque assolute. E qui partì per la tangente con la solita metafisica, sostenendo che ciò che è esprimibile dal linguaggio, ma non nel linguaggio, corrisponde (in base all’isomorfismo tra linguaggio e mondo) al mistico, che si rivela nel mondo, senza essere del mondo: e non c’è bisogno di fare esempi per capire dove si va a parare, con simili discorsi.
Durante la Prima guerra mondiale, Wittgenstein si arruolò volontario, combatté al fronte per tre anni e finì prigioniero a Montecassino. Fu in questo periodo che egli riempì i suoi quaderni di riflessioni sul senso della vita e del mondo, alcune delle quali finirono nel libro.
Credendo di aver risolto tutti i problemi della logica, nel 1920 Wittgenstein si ritirò coerentemente sulle montagne austriache. Fece per qualche anno il maestro elementare senza averne la pazienza: distribuì botte ai bambini, e finì sotto processo per aver picchiato a sangue un’alunna. Ridisceso precipitosamente a valle, nel 1926 si dedicò all’architettura, e progettò una casa a Vienna per la sorella. Dirigendone i lavori, si accorse che agli operai non si poteva parlare soltanto in maniera dichiarativa, e bisognava dar loro ordini: un aspetto del linguaggio di cui, nel Tractatus, si era completamente dimenticato!
In un’altra occasione, passeggiando con l’economista italiano Piero Sraffa, fu messo al muro da un’imbarazzante domanda: se il mondo ha la stessa struttura del linguaggio, a cosa corrispondono nel mondo gli espressivi gestacci napoletani? Questa volta Wittgenstein si convinse che forse non proprio tutto era stato risolto nel suo primo libro, e nel 1929 tornò al lavoro a Cambridge.
Per il resto della sua vita si dedicò alle Ricerche filosofiche, che usciranno postume nel 1953.
Durante un’altra passeggiata, questa volta in compagnia di Freeman Dyson, a Wittgenstein venne in mente l’idea centrale delle Ricerche. Passando vicino a un campo da calcio dov’era in corso una partita, si accorse che anche nel linguaggio non facciamo altro che giocare con le parole. La prima conseguenza è che, così come non c’è un gioco universale, contrariamente a quanto credono gli italiani, non c’è neppure un linguaggio universale, contrariamente a quanto avevano creduto i logici da Leibniz a Russell.
Inoltre, così come non ha senso chiedersi se le regole di un gioco siano vere, non ha senso parlare di verità linguistica: tutto si riduce a imparare le regole del gioco, e a comportarsi di conseguenza. In particolare, il significato di una parola sta nel suo uso: una teoria, questa, che ebbe enorme successo negli anni ’30, e costituì uno dei dogmi del positivismo logico e del Circolo di Vienna.
Per quanto attraente, questa teoria del significato presenta però un problema: come si imparano tutti i possibili usi di una parola, se essi sono potenzialmente infiniti? O, dal punto di vista matematico, come si impara a calcolare tutti i possibili valori di una funzione? Si potrebbe ingenuamente rispondere che in realtà si apprende una regola che permetta di calcolare i singoli valori, ma questo sposterebbe soltanto il problema: come si impara a sua volta la regola? E così via all’infinito, in maniera tipicamente zenoniana.
La soluzione delle Ricerche ricalca il motto del matematico John von Neumann: « La matematica non si capisce, alla matematica ci si abitua». Più pomposamente, Wittgenstein sostenne che imparare una regola costituisce un’abitudine che si acquisisce sulla base del comportamento collettivo della società, che stabilisce che cosa sia corretto, e definisce implicitamente la forma di vita umana.
Odifreddi P., “Le menzogne di Ulisse”, Thea, pag. 163
Nel 1936 Turing riscoprì l’idea, che era la seguente: non appena una macchina raggiunge la massa critica che le permette di decodificare istruzioni codificate numericamente, e simularle passo passo, essa diventa in grado di eseguire non soltanto i compiti per i quali è stata costruita, ma qualunque compito codificabile da un insieme finito di istruzioni. In termini più moderni, essa cessa di essere una macchina specificamente dedicata e diventa universalmente programmabile: cioè, appunto, un computer.
Se la cosa suona familiare, è perché lo è: le tecniche per la progettazione di un computer sono infatti le stesse usate da Gódel per i suoi teoremi di incompletezza. Per chi sia al corrente della terminologia informatica: i dati di entrata e di uscita si codificano come se fossero dei numeri (binari); le istruzioni, come se fossero regole di un sistema matematico; i programmi, come se fossero sistemi di regole; e i calcoli, come se fossero dimostrazioni. In altre parole, si scopre che i sistemi matematici e i programmi informatici sono due aspetti di una stessa realtà algoritmica, che si manifesta in un caso mediante le dimostrazioni, e nell’altro attraverso i calcoli.
Ma Turing non ne vide neppure gli sviluppi, perché la sua pulsione omosessuale lo portò un giorno a raccattare un ragazzo di vita per la strada e a portarselo a casa. Quando la mattina si svegliò, il ragazzo era scomparso, insieme a qualche soprammobile: Turing denunciò la cosa alla polizia, e rispose troppo sinceramente a qualche domanda. Poiché il reato di omosessualità era perseguibile d’ufficio, fu processato per atti osceni e condannato. Grazie ai suoi meriti di guerra, gli permisero di scegliere fra la prigione e una cura di estrogeni per guarire la sua « malattia »: preferì quest’ultima, ma la cura lo rese impotente e gli fece crescere il seno. Nel 1954, a quarantadue anni, il padre dell’informatica moderna si suicidò mangiando una mela avvelenata , per far credere alla madre che si fosse trattato di un incidente.
Odifreddi P., “Le menzogne di Ulisse”, Thea, pag. 210