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Ori P. D. e Perich G., “Talleyrand”

Ori P. D. e Perich G., “Talleyrand”, Rusconi, pag.

(il papa stesso apprese del fatto solo dai giornali, come tutte le corti d’Europa), Talleyrand prese subito molto a cuore le sorti del suo piccolo Stato. Il principe diede disposizioni perché il passaggio di poteri avvenisse « prendendo tutte le precauzioni necessarie affinché tutto avvenga con regolarità, dolcezza e senza solennità ». Quello che voleva evitare era soprattutto un intervento armato. « I mezzi di persuasione » scriveva ancora « saranno del tutto preferibili e avranno anche il vantaggio nello stesso tempo di conformarsi a una politica che è nel mio carattere. » Ma le sue istruzioni, troppo diverse da quelle cui era abituato un ufficiale napoleonico, non furono rispettate dal generale dell’armata di Giuseppe Bonaparte, allora re di Napoli, il quale occupò Benevento con un drappello di soldati a tamburo battente, autonominandosi governatore. Talleyrand ne fu molto contrariato e immediatamente inviò nel principato il suo rappresentante, de Beer, col preciso ordine di rispedire a Napoli governatore e soldati e di non lasciare a Benevento la minima traccia di occupazione militare. « Assicurate gli abitanti » disse a de Beer « di tutte le cure che io prenderò per il loro benessere. Se questa sovranità ha per me un valore, è soprattutto per la speranza e il desiderio che ho di far amare il mio potere. » In effetti pare che il titolo di Altezza, che con il principato gli spettava, lusingasse più madame Grand che Talleyrand il quale, da autentico discendente di un’antica famiglia aristocratica, non stimava molto i roboanti titoli napoleonici. « Non chiamatemi Altezza » disse un giorno al barone de Gagern; « io sono meno o forse meglio di questo, chiamatemi signor di Talleyrand, semplicemente. » Sono diversi gli episodi che testimoniano l’indifferenza, se non il di
sprezzo di Talleyrand per i titoli napoleonici. Un~
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no il maresciallo Bessières, appena fatto duca d’          = confessò al principe di Benevento la propria saldi zinne per il titolo ricevuto. « Niente » ammise 4,« era più insopportabile che sentirmi ronzare con mente nelle orecchie: il conte di Segar qui, il di Segar là... almeno adesso si dirà anche il d’Istria. » « Mio Dio, » gli rispose Talleyrand «t
maresciallo, ma è la cosa più semplice del m :-., non so proprio come avete fatto a stupirvi di sue • dire: il conte di Segar. Vedete, il conte di Segar ~ un padre, lo si chiamava conte di Segar, quando-il perdre è morto si è chiamato il figlio: il conte di Segar. Voi, signor maresciallo, quando vostra madre vi. ,ha messo al mondo, si è detto: la signora Bessièress ha un figlio e si è presa l’abitudine di chiamarvi sigma• Bessières. Ebbene non si tratta che di questo: il signor Bessières, il conte di Segar. »
Per quel che riguardava il proprio principato, dunque, Talleyrand guardò più alla sostanza che alla: ’for,ma, difendendolo da ogni ingerenza del re di Napoli che una volta invase Benevento con trecento cavalieri. Nulla di drammatico, però: Talleyrand, da buon dipUomatico, mise a posto le cose. Anche se il regno di Talleyrand su Benevento durò poco, fino al 1814, quando il principato fu annesso da Murat divenuto re di Napoli, non mancarono in quel periodoo le innovazioni coraggiose. Il principato di Benevento fu all’epoca il solo Stato d’Europa dove l’istruzione era gratuita e dove anche le bambine andavano regolarmente a scuola. « Le preoccupazioni che si hanno per l’educazione delle ragazze » diceva il principe di Benevento « sono uno dei mezzi più sicuri per moralizzare i costumi. » Ma
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Benevento era lontana, in quegli anni Talleyrand rimaneva inchiodato al seguito di Napoleone sulle frontiere della Russia.
Ormai anche gli stessi marescialli dell’esercito, esausti, facevano pressioni perché egli convincesse l’imperatore a tornare a Parigi. In più, Talleyrand temeva per un’eventuale morte in battaglia di Napoleone. Temeva o sperava? Il piano che aveva elaborato, assieme al Dalberg, nel caso di una simile eventualità, può far sorgere qualche dubbio, tanto risulta favorevole alle aspirazioni del ministro degli Esteri. E anche la persona con cui il piano fu congegnato è significativa. Dalberg era un diplomatico tedesco accreditato a Parigi, la cui principale attività era quella di spia a favore della Russia. Era un grande amico di Talleyrand, così amico che i suoi dispacci per lo zar Alessandro prendevano la via di Mosca tramite il corriere diplomatico dello stesso Talleyrand. Se Napoleone fosse morto in battaglia, il piano prevedeva l’incoronazione di Giuseppe Bonaparte, un governo scelto e presieduto da Talleyrand e una Francia che si ritirava, come il ministro degli Esteri aveva sempre sostenuto, nelle sue frontiere naturali. Ma Talleyrand, nell’estate del 1807, era molto più preoccupato dalla vitalità dell’imperatore che si preparava ad attraversare il Niemen. Il principe di Benevento temeva ora che l’idea, da lui stesso inculcata in Napoleone, dell’indipendenza della Polonia, spingesse Napoleone ad avanzare contro la Russia. Talleyrand, immaginandosi le truppe francesi sperdute nella steppa russa, già si prefigurava il disastro che poi sarebbe avvenuto di lì a qualche anno, quindi cambiò completamente obiettivo politico. « Bisogna » affermava « far abbandonare all’imperatore questa idea della
Polonia. Non si può far nulla con queste popolazioni. Con i polacchi non si organizza che il disordine. » Per una volta Talleyrand l’ebbe vinta su Napoleone e lo convinse, nel luglio del 1807, a lasciare la Polonia e a rientrare in Francia. Come si era ripromesso, Talleyrand, tornato a Parigi, lasciò il ministero degli Esteri e accettò 1’alti.ssima carica di vice grande elettore (il grande elettore era Giuseppe Bonaparte), che gli consentiva di rimanere consigliere dell’imperatore senza avere responsabilità dirette. Ebbe cura, come già aveva fatto col Reinardt, di mettere al proprio posto un uomo che certo non gli avrebbe dato ombra né tantomeno creato fastidi, lo Champigny, un onesto burocrate della politica, di cui lo stesso Talleyrand diceva: « La sola differenza che c’è fra Champigny e me è che se l’imperatore gli ordina di tagliare la testa a qualcuno, lui lo fa in un’ora, mentre io per eseguire l’ordine ci metterei un mese ». Talleyrand si permise con il suo successore anche qualche scherzo. « Eccovi, signore, » disse per scandalizzarlo presentandogli, al momento del passaggio dei poteri, i funzionari del ministero « alcune persone raccomandabili di cui sarete contento. Le troverete fedeli, abili, esatte, ma, grazie alle mie cure, per nulla zelanti. Sì, signore, » proseguì Talleyrand « a parte qualche spedizioniere che fa i pacchi con un po’ di precipitazione, tutti qui sono estremamente calmi e completamente disabituati alla sollecitudine. Quando avrete trattato per un po’ di tempo gli interessi della Francia con l’imperatore, vedrete come è importante non eseguire troppo rapidamente le sue volontà. » Talleyrand, dunque, non aveva problemi col buon "luogotenente" Champigny e, come afferma nelle Memorie, lasciò il ministero come e quando lo volle.
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tessa Poniatowska, donna bruttissima ma altrettanto utile, la quale concepì per il principe una devozione assoluta, tanto da cambiare di casa solo per potergli essere più vicina. Una delle più interessanti fu la contessa di Kielmannsegge, tedesca, donna mordace e corrosiva come poche altre del suo tempo. Famosa è la prima impressione che ebbe di Talleyrand, poi raccontata da lei subito dopo averlo conosciuto: « La natura ti ha dato la scelta fra la tigre e il serpente. Tu hai optato per l’anaconda ». Ma erano due nature fatte per intendersi. « Quale opinione credete che la posterità avrà di me? » le chiese una volta Talleyrand. Dopo un attimo di riflessione la donna rispose: « Che voi avete voluto essere un uomo intorno al quale le opinioni saranno sempre divise ». Improvvisamente serio, il principe replicò: « Sì, è proprio così. Io voglio che per secoli si continui a discutere su ciò che sono stato, che ho pensato, che ho voluto ». La vicinanza di tutte queste donne era ciò che occorreva a esaltare la causticità brillante del principe. Tutti leggevano a Parigi il nuovo libro di Chateaubriand, Les Martyres. Un giorno un amico ricordava a Talleyrand con parole di ammirazione il punto in cui Eudore e Cymodocée vengono divorati dalle bestie. « Come l’opera » si limitò a osservare il principe, alludendo ai lettori.
Furono soprattutto due i personaggi femminili che assunsero in questi anni un ruolo primario nella vita di Talleyrand: la duchessa di Curlandia e sua figlia Dorotea. Si ricorderà il modo tutt’altro che romantico con cui la fanciulla fu maritata al nipote del principe, Edmond. Questi era un giovane interamente sprovvisto di qualità. Neghittoso e pigro, una sola attività sembrava capace di destarlo a sempre rinnovati
entusiasmi: l’amore spropositato per le belle divise: ne sfoggiava di sempre nuove e sempre più eleganti. Ma non si contentava di portarle con fierezza così come il regolamento militare prescriveva. Il suo vero gusto era di adornarle nei modi più inconsueti e ricercati. Al punto che un giorno il suo diretto superiore, che lo aveva convocato nella propria tenda per comunicazioni, si vide costretto a congedarlo con imbarazzo, dato che la sua non poteva più dirsi una divisa militare, sia pure fuori ordinanza. Nessuna meraviglia, dunque, se la giovane, che fra l’altro a quei tempi era innamorata di un altro, dimostrasse poco entusiasmo all’idea di un matrimonio che poi nei fatti si dimostrò uno sbaglio e ben presto naufragò.
Se Dorotea non amava Parigi, sua madre invece la adorava e non sognava altro. Lasciare i luoghi nativi, freddi e disabitati, era stato il desiderio di tutta la sua vita; per Parigi, poi! Donna intelligente e raffinata, la duchessa dapprima simpatizzò pienamente con Talleyrand, poi, a poco a poco, i loro rapporti si avviarono a un’intimità sempre maggiore. E anche se la discrezione più assoluta circondò sempre la loro amicizia, non c’è dubbio che fra di loro ci fu, per diversi anni, un sentimento intenso, superiore a ogni chiacchiera e pettegolezzo, sebbene questi fossero favoriti dalla loro coabitazione nella casa di Parigi.
Ma il vero grande amore di Talleyrand di quegli anni, che fu anche il suo ultimo amore, fu quello concepito per la sua nuova nipote, Dorotea. Dorotea dunque era venuta a Parigi del tutto a malincuore, il suo attaccamento ai luoghi nativi era ben maggiore di quello della madre. Perché non avrebbe dovuto odiare quel signor Talleyrand, capitato da un giorno all’altro a
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e ciò nel momento stesso in cui i Borboni tornavano sul trono. Il re si era dichiarato alla fine convinto. Luigi XVIII era un uomo colto, arguto e provvisto di una buona dose di scetticismo e di ironia: un buon avversario per Talleyrand. Famosa è restata la frase di saluto che gli rivolse, non prima di averlo fatto attendere parecchie ore in anticamera, una frase più urtante che amabile: « Sono lieto di vedervi, le nostre case datano dalla stessa epoca. I miei avi sono stati più abili. Se i vostri lo fossero stati di più, voi oggi mi direste: Prendete una sedia, avvicinatevi a me, parliamo dei nostri affari. Oggi sono io che vi dico: accomodatevi e parliamo ». Egli dimenticava in quel momento che, senza Talleyrand, per lui non ci sarebbe stata più alcuna sedia.
Il principe, non troppo commosso che il re si degnasse di mettere le ribalderie dei suoi avi alla pari di quelle dei propri, inghiottì amaro. Ma Luigi intendeva divertirsi e fece le viste di meravigliarsi e di congratularsi per l’abilità con cui il principe di Benevento era riuscito « a servire e distruggere la rivoluzione prima, l’impero poi, per ritornare infine alle origini ». « Mio Dio, sire, » rispose « io non ho fatto niente di símile; c’è qualcosa di ínspiegabile in me, che porta disgrazia ai governi che mi trascurano. » Questo primo colloquio fornisce l’idea di quelli che furono anche in seguito i rapporti dei Borboni, finché durarono, con Talleyrand, trattato da essi alla stregua di un nemico potenziale, certamente di un uomo infido di cui sbarazzarsi alla prima occasione, come poi fecero. Comunque, Luigi non poteva esimersi dal dare un riconoscimento pubblico adeguato a chi di fatto gli aveva consentito il ritorno in Francia; fu così che Talleyrand tornò a
essere, dopo un certo intervallo, ministro degli Affari Esteri. Il giuramento avvenne 1’11 maggio successivo: proprio nell’attimo di giurare, Talleyrand mormorò al re, come soprappensiero e con espressione compunta: « Sire, è il tredicesimo; spero che sarà l’ultimo ». Battuta acre, diretta conseguenza del trattamento da lui subito poche settimane prima: Talleyrand si vendicava così della lunga anticamera.
Le promesse di liberalità che Luigi si era fatto strappare dal suo nuovo ministro si rivelarono presto per ciò che in realtà erano, cioè solo parole per propiziarsi una facile intronizzazione; lo si vide fin dalle prime settimane. Evidentemente gli anni amari di esilio non erano serviti ai Borboni come motivo di riflessione: essi rifiutavano di mettersi al passo della storia, nuovo errore che avrebbero pagato fino in fondo. Intanto la delusione era generale. Il giro di vite subito preannunciato dal nuovo re offese soprattutto la generosità dello zar Alessandro, il quale credette allora di essere stato ingannato con premeditazione anche da Talleyrand. A poco servirono le giustificazioni del ministro; i rapporti fra i due subirono da quel momento un deterioramento costante e irrimediabile. Il principe da parte sua, anch’egli deluso per l’ingratitudine e la grettezza dell’intera famiglia reale, si consolò, come sempre faceva, con argomentii politici. Certo, era spiacevole l’atteggiamento assunto dallo zar non solo verso di lui ma nei confronti di tutto il Paese; tuttavia cadeva in buon punto, nel momento in cui alla Francia si imponeva di tornare a gravitare decisamente verso l’Europa e, come da sempre si augurava Talleyrand, verso l’Inghilterra.
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Dorotea, la duchessa di Sagan. Dorotea stessa aveva una relazione con un gentiluomo, un certo Clam, e questo faceva molto soffrire Talleyrand, cui la presenza e l’amore della nipote erano divenuti ormai indispensabili. Su tutto, poi, vagava deliziosamente un’aura di mistero. Tutti si studiavano e si spiavano, con tatto s’intende, e il gioco era reso ancor più elettrizzante dalla consapevolezza che ognuno ne aveva. A Talleyrand, in particolare, capitò un fatto esilarante. Che ruolo aveva esattamente quel certo signor Neukomm, che tanto frequentemente si appartava a comunicare col ministro francese? L’interrogativo inquietava tutti e soprattutto Metternich, che aveva incaricato la propria polizia segreta di accurate indagini al riguardo. Alla fine l’arcano fu scoperto: si trattava di un musicista austriaco cui il principe aveva commissionato un Te Deum per l’ascesa al trono di Luigi XVIII.
Nella serie dei successi ottenuti da Talleyrand (un unico grande successo, in fondo, il ripristino del ruolo politico della Francia) va ora registrato anche un insuccesso, e non tanto piccolo. Nel gioco del dare e dell’avere, alla fine la Prussia era riuscita a ottenere, non senza l’aiuto dell’Inghilterra, la Renania. Si trattava di ben poco in confronto alle esorbitanti richieste iniziali, eppure la presenza prussiana su quel pacifico territorio risultò in seguito gravida di conseguenze. Questa è almeno, fra gli altri, la tesi dell’Orieux, che vede in quella lontana concessione il seme di tutti i disastri che portarono, attraverso Sedan e l’annessione dell’AlsaziaLorena, fino alla guerra del ’15-’18 e a Hitler. Si tratta di una tesi ardita e assai discutibile, comunque molto francese, dato che l’Orieux si affretta a gettare la responsabilità di tutto non già su Talleyrand, bensì sul
l’Inghilterra, desiderosa di controllare da vicino e in modo efficace i movimenti della Francia. È certo che in quell’occasione il ministro sentì di dover cedere: l’Inghilterra sembrava tenere molto a quell’aspetto delle trattative, né Talleyrand intendeva inimicarsi proprio la nazione di cui cercava principalmente l’appoggio. Certo, se avesse potuto prevedere Hitler....

Il 26 febbraio 1815 Napoleone fuggì dall’Elba, portando con sé novecento uomini. Vediamo come il ministro degli Esteri francese accolse quella notizia che sconvolse il mondo, la mattina del 28. Era sveglio da poco e ancora a letto; Dorotea stava assistendo alla sua colazione e nel contempo gli chiedeva consiglio per una recita cui avrebbe dovuto partecipare. A un tratto entrò il cameriere con in mano un biglietto. Il ministro osservò: « È certo per farmi sapere l’ora della riunione del congresso ». Poi la nipote gli diede l’annuncio: « Bonaparte ha lasciato l’Elba », aggiungendo subito: « Ah, zio, e la mia festa? ». Senza turbarsi, il principe la rassicurò: « Avrà luogo, signora ». Così, nel subbuglio generale, mentre tutti i recenti voltagabbana tornavano a tremare, Talleyrand sembrava conservare la calma. Si trattava solo di un suo atteggiamento abituale, favorito dalla propria rassicurante lontananza dalla Francia? Non sono rimasti documenti che comprovino che la fuga sia stata preparata indirettamente da Metternich, Castlereagh e Talleyrand; eppure nessuno più dubita che le cose siano andate proprio così. Napoleone, infatti, non fuggì, come fu scritto interessatamente, col favore della nebbia, bensì di giorno e in pieno sole e sotto gli occhi di tutti. Ma era immaginabile? L’isola era letteralmente assediata da
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navi inglesi e francesi, il cui unico compito era la sorveglianza continua dell’imperatore. Però Napoleone sgusciò indisturbato fra una selva di imbarcazioni, poté guadagnare il largo senza alcun intoppo e solo dopo un bel pezzo si mostrò di essersi accorti della sua fuga, per poi abbozzare un tentativo di inseguimento puramente pro forma. Inoltre, parecchi ufficiali di servizio all’isola ottennero proprio in quei giorni permessi e licenze con una generosità che non aveva mai avuto l’uguale. Insomma, è chiaro: gli ordini venivano dall’alto; Bonaparte "doveva" fuggire. Perché? Una frase di Talleyrand serve ottimamente a illuminarci al riguardo: « Sì, noi l’abbiamo scacciato dai campi di battaglia, ma lui resta in fondo al nostro binocolo ». Si deve ricordare che fu lo zar Alessandro a insistere perché il confino di Napoleone fosse all’Elba e non « alle Azzorre, almeno », come si chiedeva: per lui l’oppressiva vicinanza del vinto imperatore equivaleva a una minaccia sempre possibile da far valere, se la politica della Francia e degli altri paesi non fosse stata di sua soddisfazione. Insomma, egli intendeva pesare anche così sull’intera politica dell’Occidente; il suo comportamento intransigente a Vienna lo rivelava fin troppo chiaramente. È evidente che le altre nazioni non potevano restare a guardare; ma come liberarsi da una simile duplice, sgradevole tutela? Per esempio, dimostrando al mondo intero che Napoleone non era ancora domato e che l’attuale vigilanza era insufficiente. È dunque certo che i tre ministri concertarono un piano in questo senso: essi prevedevano che i veterani si sarebbero stretti di nuovo attorno al loro generale per far rivivere i fantasmi di impensate rivincite. Ma sapevano pure, dati alla mano, che l’impresa di Bonaparte
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I rapporti di Luigi XVIII con Talleyrand furono sempre turbolenti e ispirati alla diffidenza, nonostante il principe avesse contribuito in maniera decisiva a metterlo sul trono. Talleyrand, che non si sentiva ripagato, si vendicò al momento di giurare come ministro, dicendo al nuovo re una frase che valeva come un’ombra sul futuro: « Sire, è il tredicesimo giuramento che faccio; spero sarà l’ultimo ».
non aveva alcuna seria possibilità di riuscita. Certo, altro sangue si sarebbe sparso, su uno qualsiasi dei campi di battaglia dell’Europa, Wellington avrebbe inferto un ultimo colpo doloroso ai soldati francesi; ma cosa significava una battaglia di più se la posta erano la tranquillità e la riaffermazione della propria potenza? « È una questione di qualche settimana » osservò brevemente Talleyrand.
Certo, per lui, al sicuro e in mezzo alle dolcezze viennesi, la cosa poteva essere vista anche così. Il re, invece, si trovava a Parigi e non poteva permettersi di assistere con altrettanta indifferenza alla parabola di una simile stella cadente. Sicché, quando fu chiaro che Napoleone, alla testa del suo ragguardevole esercito, puntava diritto sulla capitale, il dilemma che gli si presentò fu: combattere o fuggire? Lo risolse subito, raggiungendo di gran fretta l’ospitale Mons, in Belgio. Talleyrand probabilmente non aveva previsto tale mossa, che fu il primo a pagare. Curiosamente, infatti, uno dei primi provvedimenti di Napoleone, giunto a Parigi fra il tripudio generale, fu la confisca dei beni del suo vecchio ministro. Ma non era che un altro modo, bizzoso come sempre, di riconfermare il suo antico attaccamento: solo pochi giorni dopo, infatti, Montrond, inviato da lui, raggiungeva il principe a Vienna con l’offerta, quasi patetica ormai, di tornare a servire sotto l’imperatore. Il rifiuto era scontato, con grande disappunto di Montrond cui erano state fatte promesse di molto denaro se fosse riuscito nell’impresa: proprio in quei giorni Talleyrand stava adoperandosi con successo per dissociare la Francia tutta, a cominciare dal re, dalla disperata impresa di Bonaparte. Il comportamento dei due uomini sottolineava dunque la loro differente na
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tura: collerica e generosa l’una, fredda e riflessiva l’altra. Il congresso si chiuse ufficialmente il 9 giugno; Talleyrand era soddisfatto dell’opera compiuta. Fra tutte le nazioni, infatti, paradossalmente era la Francia ad avere ottenuto di più: semplicemente la possibilità di contare di nuovo.
Ma il ministro partì per Mons tutt’altro che sollevato: prevedeva che dal re non gli sarebbe venuta vera gratitudine; ma non era questo a pesargli, sicuro come era del consenso che la storia avrebbe dato alla sua opera. Piuttosto, altri pensieri lo incupivano. La duchessa di Curlandia lo aveva raggiunto a Vienna già da qualche tempo; ma non c’era con lei Dorotea, tutta tesa a inseguire per mezza Europa il suo giovane amante. Era la legge dell’età a governarla, Talleyrand lo sapeva bene: pure, non riusciva a impedirsi di essere triste mentre la carrozza lo allontanava dal grande e ormai vuoto palcoscenico di Vienna.
XI.
È stato notato che ogni statista tende a sopravvalutare i risultati della propria azione, in previsione dei disconoscimenti altrui. Ora, un conto è covare in sé, compiacendosi, la propria sagacia, un altro ostentarla in pubblico, col pericolo di sgradevoli sorprese. È certo che Talleyrand, di ritorno da Vienna, attraversò per così dire un momento di follia. Non era egli da considerarsi l’autentico e solo salvatore della Francia, e assieme a Metternich il primo uomo politico europeo, colui che, dopo Waterloo, « aveva rimesso una seconda volta la corona sulla testa di Luigi XVIII »? Questo era il senso e il tono dei discorsi che il principe di Talleyrand, arrivato a Mons, stava dispensando a chiunque fosse disposto ad ascoltarlo, una vera folla schiettamente ammirata per i risultati del plenipotenziario. Ma pare che un uomo di tale tempra fosse sempre destinato a trovare, sulla sua strada, per suo stesso ufficio, lqualcuno nelle cui mani affidare i frutti di un ingegno degno in se stesso di corona. Per una volta, a Mons, Talleyrand finse di dimenticarsi del penoso tributo. Invitato a recarsi dal re per fargli il suo rapporto, rispose: « Io non ho mai fretta. Ci sarà tempo domani ». Risultato: il re, informato dell’accaduto, deliberò di partire alle tre del mattino dopo, come poi fece, con una puntualità che in lui aveva dello stupefacente. Fu
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così che il ministro, svegliato bruscamente nel primo sonno, dopo una notte di esaltazione e di lieti conversari, dovette subito smentirsi e mostrare in una volta sola tutta la fretta che lo spingeva. Raggiunse il re mentre le ruote della carrozza già cigolavano nella partenza. Luigi, magnanimo, gli accordò qualche minuto: l’affanno del suo avversario e l’improvvisa caduta della sua superbia dovevano divertirlo oltre ogni dire. Ascoltò distratto quanto Talleyrand gli riferiva nel modo più sottomesso e poi, con freddezza, gli lanciò la freccia che aveva preparato: « Principe, voi ci lasciate. Le acque vi faranno bene. Dateci vostre notizie ». Quindi partì. Ecco come si solleva dall’ufficio un ministro prestigioso e carico di recente gloria. Talleyrand rimase impietrito; Chateaubriand, che in quella circostanza aveva svolto una sorta di azione intermedia fra i due, ma più che altro per divertirsi a sua volta, osservò malignamente che il principe « sbavava di rabbia ». È un’esagerazione, essendo noto che lo scrittore cattolico e il ministro si detestavano l’un l’altro; è chiaro che il primo volle gettare il ridicolo sul nemico beffato. Più probabilmente, Talleyrand cominciò allora a rinsavire della ubriacatura che i propri successi gli avevano procurato, ricordandosi bruscamente con chi in realtà aveva a che fare. Del resto, è possibile che il suo comportamento così strano di quei giorni derivasse in gran parte dalla situazione personale dolorosa che stava vivendo: Dorotea era ancora lontana e il suo vuoto era immenso; la gelosia per la ragazza che in quegli stessi giorni stava amoreggiando da qualche parte, comunque lontano, con Clam, non gli lasciava requie. Che fare, intanto? Stordirsi, cedere agli adulatori, passare, per una volta, la misura. Co
munque, egli continuava a sentirsi ben certo di una cosa: il re, nonostante i consigli contrari del Blacas, un suo favorito, e la sua stessa diffidenza, non era davvero in grado di fare a meno di lui, almeno in quel momento. Lasciato solo, Luigi non commetteva che errori: il suo proclama al popolo, nell’imminenza del secondo ritorno, era stato di una durezza davvero intempestiva, oltre che ottusa, e vanificava in parte la lenti azione svolta in quei giorni dal suo ministro, tutto teso a far dim enticare ai politici e all’opinione pubblica la fuga nonn troppo regale del sovrano. In quella circostanza Talleyrand, accantonati i dispiaceri personali, aveva ritrovata intatta la propria lucidità: il re, come disse non appena poté rivederlo, doveva assolutamente tentare una riconciliazione con il popolo e riconoscere i propri torti. Tutti erano insorti in un’unica protesta: il conte d’Artois, chiamato direttamente in causa come correo degli errori del re, aveva apostrofato duramente il ministro: « Il principe di Talleyrand si oblia ». Magnifica era stata, e non meno sferzante, la risposta del principe: « Lo temo, ma la verità mi trascina ». La conseguenza diretta dell’intransigenza e del rancore della corte era stata che Parigi in quei giorni somigliava, più che a una città, a un’enorme polveriera: bonapartisti, repubblicani, giacobini, infuriati, non garantivano certo un ritorno sereno del re.
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