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Procopio di Cesarea, “La Guerra Gotica”

Amalasunta la regina dei Goti, discendente di Teodorico, in un messaggio all’imperatore Giustiniano afferma:
«Ricorda piuttosto come, quando marciavi contro i Vandali, noi non t’ostacolammo per nulla, ché anzi con grande zelo ti demmo via libera verso i nemici e la possibilità d’acquistare I’indispensabile, e soprattutto una quantità di cavalli che conferì in sommo grado al tuo trionfo sui nemici. È giusto chiamare alleato e amico non solo chi assicuri l’unità d’armi al vicino, ma anche chi fornisca palesemente ogni cosa che gli sia necessaria alla guerra. Calcola che allora la tua flotta non poteva ritrarsi dal mare aperto se non approdando in Sicilia, né poteva recarsi in Libia senza i rifornimenti che ivi poté acquistare. Per cui l’essenza della tua vittoria ti viene da noi: chi offre uno scampo a chi si trova in un vicolo cieco è giusto che abbia anche il merito dell’esito. Che cosa è più dolce per gli uomini, mio sovrano, che il trionfo sui nemici?
Noi non siamo certo defraudati di poco, visto che non godiamo d’una parte del bottino, come vorrebbero le leggi di guerra.»
Procopio di Cesarea, “La Guerra Gotica”, Club del libro Fratelli Melita, pag. 41

 

I Franchi e i Goti strinsero un patto d’alleanza a danno dei Borgognoni, impegnandosi di fare gli uni e gli altri una spedizione contro di quelli; se però, in assenza d’una delle due parti, l’altra fosse riuscita ad abbattere in guerra la stirpe dei Borgognoni e ad appropriarsi del territorio in loro possesso, i vincitori avrebbero ricevuto una certa quantità d’oro, come penale, dalla parte assente dall’impresa, ma il territorio conquistato sarebbe appartenuto, di pari diritto, a entrambi. Ora, i Germani, in conformità degli accordi presi coi Goti, mossero in forza contro i Borgognoni, mentre Teodorico dava a vedere di prepararsi, ma rimandava da un giorno all’altro il momento d’uscire in campo, attendendo gli eventi. Inviate finalmente le truppe, ingiunse ai capi di marciare con molta lentezza, affrettandosi sole se giungesse notizia d’una vittoria dei Franchi; che se invece venissero a sapere di qualche incidente !oro toccato, non avrebbero dovuto andar oltre, ma fermarsi dov’erano. Quelli si regolarono secondo gli ordini di Teodorico, e i Germani vennero alle mani coi Borgognoni da soli. Ci fu una violenta battaglia, con perdite gravissime da ambo le parti e con esito a lungo incertissimo. Poi i Franchi riuscirono a sbaragliare i nemici e a ricacciarli. agli estremi confini della regione che allora abitavano, e dove avevano molte fortezze, impadronendosi del resto del territorio. I Goti, udito ciò, si presentarono in gran fretta. Gli alleati li accolsero male, ma loro addussero l’impraticabilità del terreno e, pagata la penale, secondo gli accordi, divisero il territorio coi vincitori. Così si palesò ancora meglio la preveggenza di Teodorico che, senza nessuna perdita d’uomini, con la spesa d’un po’ d’oro, s’acquistò la metà del territorio nemico.
Procopio di Cesarea, “La Guerra Gotica”, Club del libro Fratelli Melita, pag. 69

 

C’era a Bisanzio un certo Arsace, di stirpe armena. Costui era stato poco prima sorpreso in flagranza di malversazioni verso lo Stato e convinto di tradimento,
in quanto macchinava torbidi fra i Romani d’accordo con Cosroe, re dei Persiani. L’imperatore si limitò a fargli dare una scarica di botte sulla schiena e a mandarlo in processione per la città a dorso di cammello; peraltro non toccò né la sua persona né le sue sostanze e non lo punì neppure con l’esilio. Ciò nonostante, Arsace se l’era presa a male, e cominciò ad architettare manovre proditorie contro Giustiniano e lo Stato.
Procopio di Cesarea, “La Guerra Gotica”, Club del libro Fratelli Melita, pag. 281

 

I Gepidi tenevano la città di Sirmio [tra il Danubio e la Sava] e sostanzialmente tutte le città dei Balcani, che occuparono appena l’imperatore Giustiniano le strappò ai Goti. Asservirono i Romani della zona e, spingendosi sempre più avanti, esercitavano depredazioni e violenze sul territorio romano. Perciò l’imperatore non pagava loro gli stipendi che, secondo una consuetudine remota, riscotevano dai Romani. Ai Longobardi, l’imperatore Giustiniano donò la città di Norico, le piazzeforti dell’Ungheria e molti altri paesi, nonché una gran quantità di ricchezze. In seguito a ciò, i Longobardi se ne andarono dal loro mondo avito e si stanziarono al di là del Danubio, non molto lontano dai Gepedi. Anche loro fecero saccheggi fra le popolazioni dalmate e dei Balcani, e ridussero molti in schiavitù.
Altri paesi dei Balcani erano stati dati dall’imperatore agli Eruli, che li occupavano, nei pressi della città di Belgrado, dove sono tuttora stanziati; e quelli, con scorrerie per i Balcani, facevano spoliazioni su larga scala. Alcuni di loro divennero soldati romani e furono inquadrati fra le truppe così dette federate.
Procopio di Cesarea, “La Guerra Gotica”, Club del libro Fratelli Melita, pag. 287

 

L’indomani, dall’imperatore andarono i legati dei Gepedi, che dissero:
«Il tuo Impero ha tale abbondanza di città e di paesi, che tu vai cercando gente a cui dare una porzione di terra per abitarvi! Ai Franchi, alla gente degli Eruli e ai Longobardi hai regalato, sire, tante di quelle città e terre, che sarebbe impossibile enumerarle.»
Procopio di Cesarea, “La Guerra Gotica”, Club del libro Fratelli Melita, pag. 291

 

Narsete si dirigeva contro Totila e i Goti con tutto l’esercito romano, ch’era straordinariamente grande. Il generale aveva ricevuto dall’imperatore somme molto notevoli, con cui mettere insieme un’armata imponente e fronteggiare tutte le altre necessità della guerra, nonché pagare quant’era in precedenza dovuto ai soldati d’Italia: verso costoro l’imperatore era in mora da tempo, dato che non incassavano dall’erarío, come di consueto, gli stipendi loro assegnati. Egli doveva inoltre forzare l’atteggiamento di quanti avevano disertato passando a Totila, in modo che, divenuti più malleabili grazie a quei soldi, si pentissero della loro scelta politica.
In precedenza, l’imperatore Giustiniano aveva portato avanti questa guerra con molta trascuratezza; solo in extremis si curò di rendere cospicua la preparazione. Infatti, quando Narsete vide che il sovrano gli stava sopra perché s’assumesse una spedizione in Italia, aveva mostrato un’ambizione tipica d’un generale, dichiarando che non avrebbe obbedito agli ordini dell’imperatore se non avesse potuto far scendere in campo forze adeguate. In questo modo aveva ottenuto soldi, uomini e armi in misura degna dell’Impero romano e, mostrando da parte sua un impegno insonne, era riuscito a mettere insieme un’armata considerevole.
Da Bisanzio s’era portato dietro un grosso numero di soldati, e molti ne aveva raccolti in Tracia e nell’Illirico. Inoltre Auduin, capo dei Longobardi, persuaso dall’imperatore Giustiniano con molto danaro, e in omaggio agli accordi della lega d’armi, aveva scelto 2.500 dei suoi, ottimi guerrieri, e li aveva mandati come alleati; costoro avevano un seguito di più di 3.000 uomini validi. Lo seguirono, infine, più di 3.000 uomini della stirpe degli Eruli, tutti cavalleggeri, e Cabade, con molti disertori Persiani. E ancora Asbado, un giovane di stirpe gepida, di straordinaria energia, che portava con sé 400 uomini della sua razza, guerrieri assai validi; e Aruth, di stirpe erula, un uomo personalmente assai vigoroso in guerra e con un seguito di molti Eruli, sperimentatissimi nei rischi militari.
Procopio di Cesarea, “La Guerra Gotica”, Club del libro Fratelli Melita, pag. 297

 

Traversò allora tutta la Toscana e, giunto sui monti detti Appennini, vi s’accampò, restando vicino a un villaggio che gl’indigeni chiamano Tagine (Gualdo Tadino).
Il giorno seguente Totila si presentò, di sua iniziativa, con tutte le truppe. Ecco che i due eserciti erano schierati l’uno contro l’altro, a distanza di non più di due tiri d’arco.
C’era lì una piccola collina, che gli uni e gli altri anelavano a conquistare, ritenendo che l’ubicazione fosse favorevole per tirare sugli avversari da posizioni di forza. Ed essendoci in quel posto parecchie alture, era impossibile aggirare il campo romano prendendolo alle spalle, salvo che per un unico sentiero che rasentava la collina. Era perciò inevitabile che gli uni e gli altri attribuissero a questa una grande importanza: i Goti, per circondare i nemici durante lo scontro prendendoli tra due fuochi, i Romani per sfuggire a quest’eventualità. Narsete prevenne il nemico, scegliendo 50 soldati d’un reparto di fanteria e mandandoli a occupare la posizione a notte fonda e a tenerla. Quelli, senza trovare nessuna opposizione nemica, raggiunsero la collina e restarono in attesa. C’è, davanti alla collina, un torrente che scorre lungo il sentiero che ho ricordato dianzi, proprio di ,fronte al punto in cui s’erano accampati i Goti. I cinquanta s’attestarono lì, a contatto di gomito, schierati a falange per quanto lo consentiva l’angustia del luogo. Fattosi giorno, Totila vide quant’era successo e decise di sloggiare quegli uomini. Mandò subito contro di loro uno squadrone di cavalleria, a cui diede ordine di cacciarli di lì al più presto. I cavalieri, con grande tumulto e alte grida, si slanciarono sui nemici per toglierli di mezzo, al primo impeto; ma quelli si serrarono in poco spazio e, riparandosi con gli scudi e protendendo le lance, resistettero. Poi i Goti presero ad avanzare d’impeto e scompigliarono i loro reparti, mentre i cinquanta, facendo pressione con gli scudi e colpendo con le lance a ritmo serrato e senza intralciarsi, si difendevano dall’assalto col più grande vigore, e facevano di proposito con gli scudi un grande fracasso, spaventando i cavalli in questo modo, e gli uomini con le punte delle lance. I cavalli recalcìtravano, irritati dall’angustia dello spazio e dal fracasso degli scudi e vedendosi senza uscita, e gli uomini si logoravano, combattendo con gente così catafratta, che non cedeva d’un passo, e incitando alla voce i cavalli, che non davano retta. Respinti dunque nel primo assalto, si ritirarono; fecero un nuovo tentativo, ma subirono la stessa sorte e dovettero ripiegare. Dopo ripetuti insuccessi analoghi, desistettero, e Totíla li sostituì nell’impresa con un altro squadrone. Ma l’esito fu uguale a quello di prima, sicché ancora altri subentrarono nell’azione. Totila avvicendò così molti squadroni, ma con tutti fece un buco nell’acqua, finché abbandonò.
Quei cinquanta s’acquistarono grande rIoria per il loro valore: soprattutto due di loro si distinsero in quel fatto d’arme: Paolo e Ausila, i quali, balzati fuori dalla falange, fecero sfoggio, più d’ogni altro, della loro prodezza. Sguainate le scimitarre, le deposero al suolo e, tendendo gli archi, ,í diedero a tirare sui nemici con una mira perfetta. Liquidarono così molti uomini e molti cavalli fino a che ebbero frecce nelle faretre. Quando tutti gli stralí furono finiti, presero le spade e, proteggendosi con gli scudi, tennero a rispetto gli assalitori con combattimenti individuali. Ogni volta che taluni degli avversari a cavallo puntavano le lance contro di loro, a colpi di spada spezzavano repentinamente le punte delle lance. Più volte rintuzzarono così gli assalti nemici; ma a un certo punto la spada d’uno dei due (era Paolo), a furia di tagliare aste di legno, si ripiegò e divenne inservibile. Egli allora la gettò subito a terra e, aggrappandosi con ambo le mani alle lance, le strappava agli assalitori. Fu visto strappare in questo modo ben quattro lance ai nemici, rendendosi l’artefice principale della loro disperazione di riuscire nei loro intenti. In seguito a questa gesta, Narsete lo nominò suo scudiero personale.
Procopio di Cesarea, “La Guerra Gotica”, Club del libro Fratelli Melita, pag. 407

 

Totila si spinse da solo nello spazio fra i due schieramenti, non con l’intento di fare un duello, ma per impedire che gli avversari cogliessero quel momento per attaccare. Gli era infatti giunta notizia che i 2.000 Goti mancanti all’appello erano ormai vicinissimi, e voleva differire lo scontro fino al loro arrivo. Ecco quello che fece. Innanzi tutto non disdegnava di far vedere ai nemici chi fosse. Indossava un’armatura in cui l’oro era profuso a iosa, e le bande che pendevano dal copricapo e dalla lancia erano di porpora e comunque d’aspetto regale, una cosa meravigliosa. Lui poi, montando un cavallo superbo, faceva le figure della danza enoplia nello spazio fra i due eserciti, a regola d’arte. Volgeva il cavallo descrivendo un cerchio e, con evoluzioni da una parte e dall’altra, ricomponeva la figura circolare. Nel cavalcare gettava in aria la lancia e, mentre vibrava, la riprendeva a volo; poi se la passava più volte da una mano all’altra con prestidigitazioni da giocoliere, pavoneggiandosi di quella perizia, mettendosi supino, ancheggiando, e piegandosi tutto da un lato e dal1’altro, come se da bambino fosse stato accuratamente ammaestrato nelle evoluzioni orchestiche.
Intanto ai Goti arrivò il rinforzo di quei duemila. Quando Totila seppe ch’erano arrivati nello steccato, visto ch’era anche tempo di mangiare, si ritirò nella sua tenda, mentre i Goti, rotte le righe, si ritiravano. Arrivato al suo quartier generale, Totila trovò i duemila ch’erano già lì. Diede ordine che tutti prendessero il rancio, e lui si cambiò completamente, mettendosi un’armatura identica a quella dei soldati semplici. Poi guidò subito l’esercito contro i nemici, pensando di poter piombare loro addosso all’improvviso e d’averli in pugno. Ma neppure con quest’astuzia riuscì a cogliere di sorpresa i Romani, perché Narsete, temendo quello che poi avvenne, che cioè i nemici l’assalissero quando meno se l’aspettava, vietò a chiunque di prendere il rancio, di fare un pisolino e persino di togliersi la corazza o di liberare il cavallo dal morso. Non li lasciò tuttavia completamente digiuni: ordinò di fare uno spuntino restando nei ranghi e armati, e d’esercitare una vigilanza continua, aspettando l’attacco dei nemici. Comunque, non restarono schierati nella formazione iniziale: le ali, dove avevano preso posto circa 4.000 arcieri a piedi, andavano descrivendo, secondo gli ordini di Narsete, una mezzaluna. Tutte le fanterie gote stavano ammassate dietro la cavalleria, in modo che, se i cavalieri fossero stati messi in fuga. i fuggiaschi potessero riparare tra i fanti e mettersi in salvo, per poi avanzare subito insieme.
A tutti i Goti fu dato ordine di non far uso, nello scontro, né d’archi né d’altre armi che non fossero le lance. Ecco che Totila fu irretito dalla sua stessa follia. Affrontando questa battaglia, consigliato non so da chi e da che cosa, egli porgeva agli avversari il proprio esercito inadeguato per armamento, incongruo nell’assetto, impari in tutto. I Romani, infatti, nel corso dell’azione si servivano delle singole armi secondo le opportunità, scagliando frecce, vibrando lance, maneggiando spade, o mettendo in opera quant’altro
era disponibile e acconcio alle singole situazioni concrete, gli uni cavalcando, gli altri affrontando il combattimento a piedi, secondo la presumibile convenienza in rapporto alle
necessità, qua effettuando una manovra aggirante, là sostenendo l’impeto degli assalitori e rintuzzandone l’urto con gli scudi. Invece i cavalieri goti, lasciatasi indietro la fante
ria, fidando solo nelle loro lance, s’avventarono con un impeto inconsulto: sicché, una volta trovatisi nella mischia, raccolsero i frutti della loro follia. Lanciatisi infatti in
mezzo ai nemici, non s’accorsero d’essere andati a finire in mezzo a ben 8.000 fanti, e, colpiti dalle frecce di questi, da una parte e dall’altra, dovettero cedere subito, perché gli arcieri facevano via via una conversione a mezzaluna su entrambe le ali del fronte, come ho già detto. In quella mischia i Goti persero molti uomini e molti cavalli.
Tutti sostennero col maggior vigore l’attacco degli avversari e ne respinsero gli assalti. Era ormai quasi sera, e all’improvviso i due schieramenti si mossero, quello dei Goti battendo in ritirata, quello dei Romani all’inseguimento. Quando i nemici si furono lanciati contro di loro, i Goti mostrarono di non reggere: cominciarono a cedere di fronte agli assalitori e poi a fuggire a precipizio, sconvolti dal numero e dall’ordine di quelli. Non si preoccuparono più di tener duro, terrorizzati, come se si vedessero addosso fantasmi o se fosse il cielo stesso a combatterli. In breve, raggiunsero la loro fanteria, ma qui il disastro crebbe di proporzioni e si dilatò. Di fatti non giunsero là con una ritirata ordinata, per riprendere fiato e tornare a combattere insieme coi fanti, come si suol fare, oppure per respingere il nemico col corpo-a-corpo o intraprendere un contro-ínseguimento o altra manovra tattica, bensì in una tale confusione, che alcuni dei fanti furono addirittura uccisi perché la cavalleria piombò loro sopra. Così i fanti non poterono fare largo per accoglierli né rimasero a piè fermo per proteggerli, ma si diedero tutti a fuggire a precipizio con loro,
nella fuga s’uccidevano anche a vicenda, come in una battaglia di notte. I soldati romani sfruttarono quel panico, senza risparmio seguitarono a uccidere quanti capitavano a tiro, ch’erano incapaci ormai di difendersi, non osavano neppure guardarli in faccia, e s’offrivano ai nemici perché facessero di loro quel che volessero. A tal punto la paura s’era impadronita di loro e il terrore li dominava.
In quella battaglia perirono 6.000 Goti, e molti si consegnarono ai nemici. Questi li fecero prigionieri, ma poco dopo li uccisero. E non furono soltanto i Goti a essere soppressi, ma anche moltissimi degli ex-soldati romani che in precedenza s’erano sganciati dall’esercito romano e disertando erano passati a Totila e ai Goti.
Procopio di Cesarea, “La Guerra Gotica”, Club del libro Fratelli Melita, pag. 412

 

Narsete, tutto felice per quegli eventi, non cessava di attribuire tutto a Dio, il che trovava conferma nei fatti, e andava sistemando le cose urgenti. In primo luogo voleva liberarsí dell’inconsulto comportamento dei Longobardi al suo seguito, i quali, a parte altri atti illegali, davano fuoco agli edifici in cui s’imbattevano e violentavano le donne che si rifugiavano nelle chiese. Così, li gratificò di molto danaro e li lasciò andare nelle terre avite.
Procopio di Cesarea, “La Guerra Gotica”, Club del libro Fratelli Melita, pag. 419

 

Per il senato e il popolo romano questa vittoria fu, per avventura, foriera di rovine molto maggiori. Accadde così: i Goti, ch’erano in fuga e avevano perso ogni speranza di dominare l’Italia, come diversivo della loro marcia, ammazzavano senza risparmio tutti i Romani che capitavano loro di fronte. E i barbari ch’erano nell’esercito romano trattavano da nemici tutti quelli in cui s’imbattevano all’entrata in città.
I Goti che si trovavano nelle piazzeforti di quelle regione, fecero una caccia all’uomo per quei paesi, uccisero tutti i patrizi.
Procopio di Cesarea, “La Guerra Gotica”, Club del libro Fratelli Melita, pag. 419

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