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C’è un altro episodio significativo di quelle prime giornate di guerra. Dal nostro sbarramento di Bormio si apre il fuoco d’artiglieria contro il nemico. Gittata del tiro 9000 metri. L’esito è buono e ne viene data comunicazione al Comando di settore, il quale, a sua volta, si affretta a segnalarlo al Comando della I armata. Qui si cade dalle nuvole. Immediato collegamento col Comando di settore- comee è possibile - si obietta - sparare a 9000 metri se i cannoni in questione sono dei 120 con una gittata massima di 7300 metri? Il Comando di settore consulta dei manuali e scopre che l’armata ha ragione e fa quindi sospendere il fuoco. Il comandante dei pezzi strepita e sbraita: vede i nemici intenti a delle fortificazioni, ha constatato che il tiro dei suoi cannoni li centrava perfettamente, e pertanto richiede l’autorizzazione a riprendere il fuoco. Si decide di mandare il comandante dell’artiglieria divisionale sul posto, per chiarire il mistero. E lì scopre che i nostri pezzi da 120 erano di tipo speciale e avevano una portata di 12.800 metri! Nessuno lo sapeva, eppure da mesi ci si era preparati per quel bombardamento.
Rocca G., “Cadorna”, Mondatori, pag. 76
La IV armata (Cadore) aveva avuto dei compiti grandiosi. Scattare oltre il confine, scendere su Dobbiaco, in val Pusteria, aggirare praticamente il saliente Trentino con l’occupazione di Brunico e Bressanone, concorrere allo sfondamento su Villach. Piano ambizioso, napoleonico.
Il generale Nava, cui era affidato il comando (l’unico generale salvato da Giolitti nei suoi aspri giudizi) ha per le mani un’occasione d’oro. E’ vero che l’artiglieria pesante gli fa difetto, è vero che i suoi organici non sono ancora completi ma davanti a sé ha pochi battaglioni di Landsturm austriaci, un velo sottilissimo che si potrebbe frantumare con una robusta azione offensiva.
Nava però è esitante. I suoi documenti di quei giorni sono esemplari. Ai due comandanti di corpo d’armata da lui dipendenti invia un ordine d’operazioni cosiffatto:
«Data la situazione militare... è lecito considerare a noi riservata la priorità nell’azione e la possibilità di menare guerra offensiva; d’uopo è peraltro avere anche presente come...» e stila un elenco nutrito di possibili difficoltà, compresa quella di un nemico «... che ci apparisca di contro in forze superiori». E prosegue «... avendo presenti tali raccomandazioni, altra volta espresse dal Comando Supremo, è d’uopo rivolgere ora le nostre menti e gli atti alla presa di possesso di alcune posizioni di confine, le quali se da un lato gioverebbero eventualmente a conferire consistenza ad una primordiale difesa e ad agevolare lo svolgimento di ulteriori operazioni offensive, non potrebbero, da un altro, essere occupate e mantenute senza correre corrispondenti rischi».
Elencati alcuni dei possibili obiettivi, Nava così termina: «Le LL.EE. i comandanti di Corpo d’armata vorranno prontamente meditare sulle considerazioni che ho di sopra esposte, farmi conoscere l’apprezzato loro parere in merito e sottopormi, a ragion veduta, gli atti di prima offesa che, a loro giudizio, si possono meglio compiere a vantaggio delle ulteriori nostre operazioni e senza incorrere in più gravi rischi di quelli a cui sottostanno ordinariamente tutte le azioni di guerra».
Con queste tartufesche direttive si può immaginare quale spirito offensivo si comunicasse ai comandi dipendenti.
Rocca G., “Cadorna”, Mondatori, pag. 77
Per il generale Capello la volontà del «capo» dev’essere l’unica che conta.
«Occorre che nessun ostacolo si frapponga fra me e le truppe... Il battito di cuore del comandante deve arrivare subito alle truppe... Io sono abituato ad esercitare il comando con quest’assioma: "Ciò che voglio, voglio". Deve entrare nella niente di tutti che ciò che ordino, o meglio che ordinerò, deve avere il suo adempimento assoluto, completo... La mia volontà, già lo dissi altra volta, deve essere intesa come una fatalità a cui nulla può opporsi. Raggiunto lo scopo ci guarderemo in viso contenti: io di aver comandato, voi d’aver eseguito...»
Ma Ia le intemerate di Capello su quegli uomini, ufficiali e gregari, martoriati da due anni di guerra, non producono grandi effetti. C’è ormai rassegnazione, fatalismo, come contro i pidocchi. Pulisci e pulisci, rispuntano sempre. E perciò Capello s’arrabbia. In un altro rapporto «cicchetta» i comandanti, vuole che trasmettano ai soldati
«lo spirito offensivo... fatto di vivacità, di interessamento, di movimento, d’immaginazione: anche d’immaginazione. Io desidero che ogni soldato, nei movimenti in avanti, veda un nemico fuggente da inseguire con la baionetta alle reni. Ora lo vedrà col desiderio; domani lo cercherà, per tradurre in atto un’immagine alla quale ha già preparata la sua mente».
Il 29 aprile, in una delle sue ispezioni preliminari, Capello scopre che il morale delle truppe è tuttora scarso. Ne fa cenno al generale Garioni, comandante di uno dei suoi corpi d’armata, il II. «Ho parlato con parecchi ufficiali - e fra i migliori e i più elevati in grado - ed ho riscontrato in essi, durante i colloqui, l’influenza che il lungo periodo d’inerzia forzata a stretto contatto col nemico e il ricordo dei replicati attacchi invano tentati, esercitarono sul loro stato d’animo e sui loro criteri offensivi. La deficienza di fede che ne deriva non è la condizione più adatta per accogliere ed attuare il concetto dell’attacco travolgente al quale io voglio sia intonata la nostra prossima azione.»
Era una campana a morto per Garioni.
Capello non è tranquillo. Lo preoccupano le truppe del generale Garioni. Mentre le fanterie stanno serrando sotto le prime linee, manda la sera del 13 il suo capo di stato maggiore, Badoglio, a compiere un’ulteriore ispezione. I risultati sembrano sconfortanti. Capello decide di «silurare», a poche ore dall’attacco, Garioni e, d’accordo con Cadorna, lo rimpiazza con lo stesso Badoglio. La pratica delle destituzioni era ormai diventata ossessiva. Capello inaugurava addirittura quelle «preventive»!
Si può immaginare con quali effetti devastanti sui Comandi e sulle truppe. Paura e insicurezza in tal modo crescevano oltre misura. Non stupisce, in questo clima, l’ordine del giorno del generale Cascino, comandante la brigata Avellino. Si rivolgeva alle sue truppe così: «Voi siete la valanga che sale...».
Rocca G., “Cadorna”, Mondatori, pag. 200
Pessime notizie dal fronte inducono però Cadorna a rientrare precipitosamente a Udine. Il 4 giugno gli austriaci, con un improvviso contrattacco, avevano incrinato il nostro fronte a Flondar, sul Carso, togliendoci gran parte delle trincee sanguinosamente conquistate pochi giorni prima. La situazione viene rimessa a stento sotto controllo nelle successive 48 ore.
Flondar era un campanello d’allarme. Poneva due questioni, peraltro non nuove:
2) La mancanza di profonde motivazioni ideali. Le capacità di resistenza sono strettamente collegate agli obiettivi che si perseguono. Quando sul Piave si tratterà di fermare l’invasore, di difendere cioè le proprie case e le proprie famiglie, ben altro spirito avrebbero dimostrato gli italiani. Era, del resto, quel che facevano gli austro-ungarici, contendendoci metro a metro il Carso.
Cadorna non seppe leggere negli avvenimenti di Flondar. Percepì solo la «viltà» e il «tradimento» dei reparti che avevano ceduto. A Gatti confesserà il 7 giugno: «Da tre giorni sono fuori di me: il nemico dice che ha fatto diecimila prigionieri... In nome della "camaraderie" militare, se potessi, scriverci a Boroevic, pregandolo di far fucilare quei vigliacchi». E lo stesso giorno si sfogava con la figlia Carla: «.., ci hanno preso 10.000 prigionieri... E il fatto più vergognoso della guerra. Ho scritto una lettera di fuoco a Boselli sulla debolezza del governo e sulla sobillazione che si permette nell’interno del Paese. Proporrò al Re lo scioglimento di tre reggimenti siciliani. I siciliani sono buoni soldati, ma sono guasti dalla sobillazione».
Nessun tentativo di analisi delle cause di quei cedimenti, nessuna percezione del punto critico cui il logorio fisico e mentale, le carneficine, la vita grama, aveva portato quegli uomini, peraltro coraggiosi e che da due anni uscivano, spesso in lacrime, dalle trincee, gridando Savoia, e sapendo di andare incontro alla morte. In Francia, poche settimane prima, l’esercito si era ammutinato ed era stato posto sulla più rigida difensiva, dopo un attacco fallito, e con perdite di poco superiori a quelle della decima battaglia dell’Isonzo. Una conclusione cui si sarebbe potuto giungere anche in Italia. Ma Cadorna sfuggiva a ogni controllo e consiglio.
Rocca G., “Cadorna”, Mondatori, pag. 205