Sacks Olivier, “Diario di
Oaxaca”
Felci, insetti e coloranti
Dei brani da un libro di
un celebre neurologo, uno scenziato con una passione che non entra nulla
col suo “lavoro” di espertto del cervello e della psicologia. Sacks
Olivier [“Diario di Oaxaca”, Feltrinelli] è da anni appassionato dilettante
per tutto quel che riguarda le Felci, così come noi siamo appassionati
di Storia.
Di lui riporto tre brani:
il primo sul gruppo di appssionati, il secondo su un uso che gli antichi
romani facevano delle felci. C’è infine un terzo brano sui coloranti
naturali: il rosso brillante dei tessuti artigianali latino-americani,
ricavato da un insetto: la cocciniglia.
“…Del gruppo di appassionati
di felci, fanno parte persone di diversi ambienti. Takashi è più interessato
alla fisiologia delle piante, ma ha anche altri interessi professionali.
Ha lavorato per molti anni ai Jet Propulsion Laboratories di Pasadena,
ed è esperto in meccanismi di volo. Vero e proprio genio del modellismo,
una volta costruì un condor artificiale così realistico, che quando
lo lanciò in volo per i cieli di Los Angeles si sparse la voce che dei
condor giganteschi infestavano la regione. Anche se con un certo ritardo,
ho individuato nel nostro gruppo una coppia lesbica e una gay. Si tratta
di coppie molto stabili e unite, consolidate dalla comune passione per
la botanica. Nel nostro gruppo si respira un’atmosfera rilassata, disinvolta,
libera da preconcetti, non condizionata dalle scelte sessuali. Tutte
le intemperanze, gli imbarazzi e le alienazioni vengono superati dalla
comune passione per la botanica, dallo spirito di gruppo.
Penso di essere l’unico single
del gruppo, ma è tutta una vita che sono single. Comunque qui, a Oaxaca,
non mi sento affatto solo; sento di appartenere a un gruppo, di condividere
una passione. E una sensazione che ho provato raramente nella mia vita,
ed è probabilmente all’origine di uno strano "sintomo" che
ho avvertito in questi ultimi giorni, e che mi è stato difficile diagnosticare,
tanto da attribuirlo in un primo momento all’altitudine. Ho improvvisamente
capito che si trattava di un sensazione di gioia, una sensazione così
rara che, come ho detto, mi è stato difficile riconoscerla immediatamente.
Ci sono molti fattori che vi contribuiscono - le piante, le rovine,
la gente di Oaxaca - ma sicuramente gran parte del merito lo ha questo
senso di appartenenza a un gruppo così affiatato.
Sacks Olivier, “Diario di Oaxaca”, Feltrinelli, pag. 92
La Lucrezia Borgia delle
felci riserva amare sorprese agli insetti che se ne nutrono
Confesso di amare la felce
aquilina anche per il carattere evocativo del suo nome. Esistono manoscritti
del quattordicesimo secolo che parlano di "felci aquiline ed erbe",
e l’espressione sopravvive ancora in molte lingue germaniche, norvegese
e islandese compresi. È una gioia per gli occhi, con la sua fronda solitaria
di un verde chiaro, che spunta in primavera e si scurisce in seguito,
coprendo talvolta intere colline assolate. Quando si trascorre la notte
in tenda, è piacevole dormirci sopra, più che sulla paglia, perché è
morbida e isolante al tempo stesso. Ma una cosa è ammirarla o farne
un giaciglio, e altra cosa è mangiarla, come fanno talvolta mucche e
cavalli, quando in primavera spuntano i primi teneri germogli. Gli animali
che la mangiano vanno soggetti al "vermocane", perché questa
felce contiene un enzima, la tiaminasi, che distrugge la tiamina necessaria
al normale funzionamento del sistema nervoso. Data la mia professione
di neurologo questo fenomeno mi interessa, perché gli animali affetti
dalla malattia incominciano a perdere la coordinazione e a barcollare,
mostrando tremore e agitazione, e se continuano a consumare la felce
vanno incontro a convulsioni e infine alla morte.
Ma questa, e lo apprendo
soltanto ora, è solo una piccola parte di ciò che questa felce è in
grado di provocare. Robbin la definisce la Lucrezia Borgia delle
felci, perché riserva una serie di amare sorprese agli insetti che se
ne nutrono. Le giovani fronde, appena punte da un insetto, secernono
cianuro, e se ciò non bastasse a uccidere o a scoraggiare il malcapitato
insetto, entra in gioco un secondo veleno, più potente. La felce aquilina,
più di ogni altra pianta, è satura di ormoni chiamati ecdisoni, i quali,
una volta ingenti dall’insetto, provocano un’incontrollabile metamorfosi.
Come afferma Robbin, per l’insetto si tratta dell’ultima cena. I romani
erano soliti riempire le loro stalle con un letame composto esclusivamente
di felce aquilina. In una di queste stalle, risalenti al primo secolo
d.C., furono ritrovate 250.000 crisalidi della mosca della stalla, e
quasi tutte presentavano l’arresto o l’alterazione dello sviluppo.
E come se tutto ciò non bastasse, la felce aquilina contiene anche una
sostanza altamente cancerogena, e sebbene la cottura elimini gran parte
dei tannini amari e della tiaminasi, gli individui che consumano grandi
quantità di germogli di felce e per lunghi periodi vanno più facilmente
soggetti al cancro dello stomaco. Con questo spaventoso arsenale chimico,
e i suoi rizomi profondi dallo sviluppo quasi incontrollabile, la felce
aquilina è un mostro potenziale, capace di invadere immense estensioni
di terreno e di privare della luce del sole tutte le piante sottostanti.
Sacks Olivier, “Diario di Oaxaca”, Feltrinelli, pag. 63
Tecniche di tessitura e
di tintura in Messico
Praticamente non c’è persona
a Teotitlàn del Valle che non abbia una conoscenza profonda e dettagliata
delle tecniche di tessitura e di tintura nelle sue varie fasi: cardatura
e pettinatura della lana, filatura a mano, allevamento degli insetti
nel loro cactus preferito, scelta dell’indigofera giusta. E una conoscenza
radicata nei componenti delle famiglie di questo villaggio. Non c’è
bisogno di chiamare nessun "esperto", non è necessaria nessuna
conoscenza esterna che non esista già nel villaggio. Ogni aspetto di
questa esperienza è già presente qui.
Com’è diverso tutto ciò dalla nostra cultura più "progredita",
dove nessuno sa né è in grado di costruire qualcosa da sé. Come nascono,
per esempio, una penna o una matita? Saremmo in grado di crearne una
se ce ne fosse la necessità? Temo per la sopravvivenza di questo villaggio
e di quelli simili, che esistono da oltre mille anni. Temo per la loro
sopravvivenza nel nostro mondo massificato e specializzato.
C’è qualcosa di gradevole e stabile in questo villaggio di artigiani,
e nel ruolo che svolge nella cultura circostante; questi villaggi non
subiscono quasi nessun mutamento con il passare del tempo: i figli prendono
il testimone dai genitori e lo passano a loro volta ai propri figli,
generazione dopo generazione, senza che nulla cambi né si spezzi. Vengo
preso da un sentimento di nostalgia per questa immobilità del tempo,
questo stile di vita quasi medievale.
Eppure, mi dico, cosa accadrebbe se uno dei Vàsquez fosse portato per
la matematica? O se avesse un estro letterario, pittorico, musicale?
O desiderasse semplicemente uscire dal suo mondo e conoscerne uno nuovo,
vedere qualcosa di diverso? Quali conflitti interverrebbero? Quali difficoltà
dovrebbe superare?
Osserviamo le operazioni di cardatura, pettinatura, tessitura della
lana, gli operai al lavoro tra i grandi telai di legno, ma il nostro
interesse, il mio, per lo meno, è per la tintura. Vengono adoperati
solo coloranti naturali, in uso già migliaia di anni prima della Conquista,
e ogni giorno si usa un colore diverso, quasi sempre di origine vegetale.
Oggi è la giornata del rosso, il giorno della cocciniglia.
Quando gli spagnoli videro
per la prima volta la cocciniglia rimasero sbalorditi, poiché nel Vecchio
Mondo non esisteva tintura di un rosso così intenso, così stabile, così
resistente agli agenti esterni. La cocciniglia, insieme all’oro e all’argento,
divenne una delle grandi risorse del Nuovo Mondo, più preziosa, forse,
a parità di peso, dell’oro stesso. Ci vogliono settantamila insetti,
ci spiega don Isaac, per produrre mezzo chilo circa di tintura in polvere.
Le cocciniglie, di cui si usano solo gli esemplari femmina, si trovano
soltanto su determinati cactus originari del Messico e dell’America
centrale. Ecco il motivo per cui la cocciniglia era sconosciuta nel
Vecchio Mondo. Fuori della filanda di don Isaac si trovano dei cactus
al cui interno gli insetti formano dei piccoli bozzoli cerosi, bianchi
e duri, simili a placche, che si possono rompere con la punta di un
coltello o con un’unghia. Una volta estratti, gli insetti vanno ripuliti
della cera e poi schiacciati, ed è ciò che stanno facendo i figli di
don Isaac, passando e ripassando con un rullo, fino a ottenere una finissima
polvere rossa che va dal magenta al carminio intenso.
Il 10 per cento circa di
questa polvere è costituito da acido carminico; sarei curioso di conoscere
la formula di struttura di questo acido e se vi sia un modo per produrlo
sinteticamente senza difficoltà. (Al ritorno dal viaggio ho controllato
queste ipotesi e mi sono reso conto che l’acido carminico potrebbe essere
prodotto abbastanza facilmente per sintesi. Ma ciò getterebbe sul lastrico
migliaia di operai messicani, oltre a distruggere un’industria e un
artigianato tradizionali che fanno parte della storia messicana da migliaia
di anni.)
La tonalità di magenta o carminio non ha raggiunto ancora quel colore
brillante che ammaliò gli spagnoli, quel rosso scarlatto che seminava
terrore tra i nemici, e che fu usato in seguito per tingere le uniformi
delle giubbe rosse. Il colore rosso vivo appare soltanto quando la cocciniglia
viene acidificata, operazione che si effettua aggiungendo del succo
di limone alla polvere rossa. Il cambiamento è immediato e sorprendente.
Ne prendo un po’ sulla punta delle dita e mi viene quasi voglia di leccarla.
Non ci sarebbero problemi, afferma don Isaac, perché la cocciniglia
si usa come colorante nelle bevande rosse e nei rossetti per le labbra,
e anche negli inchiostri di alta qualità. Inchiostro rosso, inchiostro
di cocciniglia! Mi tornano in mente immagini di cinquant’anni fa, quando
usavamo il rosso di cocciniglia durante le nostre lezioni di biologia:
era stato in parte sostituito da coloranti sintetici, ma, negli anni
quaranta, non c’era ancora un prodotto sintetico così brillante.
James Lovelock, nella sua autobiografia, “Homage to Gaia”, narra
della contentezza che provava da giovane apprendista tintore nella preparazione
del rosso di cocciniglia. La quantità di insetti necessari alla preparazione
era incredibile. Bisognava versare un sacco di cinquanta chili dei piccoli
insetti in un ampio recipiente di rame contenente acido acetico in ebollizione
("somigliava alle immagini che avevo visto di un laboratorio d’alchimista"),
e dopo che aveva bollito lentamente per quattro ore, il liquido rosso-brunastro
andava fatto decantare e trattato con allume e poi con ammoniaca. L’aggiunta
di ammoniaca faceva precipitare il pigmento rosso scuro, che veniva
poi filtrato, lavato ed essiccato. Finalmente si otteneva la polvere
di carminio pura, e questa, scrive l’autore "era di un colore rosso
così puro e intenso che dagli occhi passava direttamente al cervello.
Era una gioia assistere alla trasformazione di insetti essiccati in
un carminio purissimo! Mi sentivo come.., l’apprendista stregone".
La polvere macinata - quasi mezzo chilo di peso (non oso pensare quanto
costi, anche in termini di impegno umano, allevare settantamila insetti,
raccoglierli a mano dalla pianta di cactus, trattarli, essiccarli, macinarli
e rimacinarli) - viene versata in un enorme recipiente di acqua bollente
messo su un fuoco a legna nel cortile, e viene poi mescolata e rimescolata,
finché l’acqua assume un colore rosso sangue. A questo punto viene aggiunta
la lana grezza, in grosse matasse. Ci vogliono dalle due alle tre ore
perché il colore faccia presa.
Sacks Olivier, “Diario di Oaxaca”, Feltrinelli, pag. 109
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