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Sampoli S. “La dinastia di Costantino”

L’abdicazione di Diocleziano e la sorte di moglie e figlia

Il potere tetrarchico andò presto in pezzi. Sei imperatori contemporaneamente: di qua Galerio, con Licinio e Massimino Daja; di là Costantino e Massenzio che ostentavano di onorare il sesto: Massimiano.
Massimiano era roso dal ricordo della sua grandezza. Aveva subìto la volontaria sudditanza di Diocleziano; ma adesso la sua decisione di farlo dimettere gli sembrò una ingenuità. Dovevano essere le circostanze a determinare gli atteggiamenti e la condotta politica, non decisioni preordinate. Al figlio Massenzio richiese per sé la priorità in Italia e in Africa: gli era dovuta per il prestigio, per l’età, per le recenti vittorie. Considerando il figlio dissoluto e infingardo come la madre siriana, pensava che si sarebbe deliziato a vivere fra i bagni, il circo, le orge notturne. Invece Massenzio si ribellò; gli rispose chiaro e tondo di essere il legittimo imperatore d’Italia, eletto dal popolo romano e confermato dal Senato.
Fidando nell’antico ascendente, Massimiano si presenta al campo dei pretoriani. Nel frattempo ha messo in giro una notizia ignobile: Massenzio è nato dall’adulterio della propria moglie Eutropia, arrendevole alla lussuria, con un qualche oscuro siriano. In realtà non gli somigliava affatto. Dalla tribuna comincia ad accusare Massenzio di corruzione, di viltà: è indegno, dice, di vestire la porpora di imperatore. E così, platealmente, urlando, gliela strappa di dosso. Si aspettava acclamazioni, grida di consenso, come era usuale fra i soldati, al contrario ha dinanzi a sé un muro indispettito di silenzio, poi mugugni, disapprovazioni, che a folate si infrangono contro la tribuna come le onde della risacca.
Sorpreso, avvilito, si rende conto che il rispetto, di cui godeva ancora tre o quattro mesi prima, si è via via liquefatto al calore gratificante delle elargizioni di Massenzio. Il quale, profittando del momento favorevole, abbandona la tribuna e corre a rifugiarsi dai pretoriani. Per Massimiano Erculio è la fine. Continua a sbraitare, ma ormai la sua voce si perde in un deserto di indifferenza e di facce ostili.
Andò in Illiria, covando la speranza di commuovere il vecchio partner, l’uomo del suo destino, che si era confinato nella solitudine di Spalato.
Si sentiva tradito dal figlio, dalla moglie, in parte dalla figlia minore, Fausta, a cui rimproverava di non aver convinto Costantino a seguire i suoi consigli; alla vita che gli restava da vivere non lo attaccava che l’inesausto desiderio di potere. L’occasione gliela offrì Galerio, che nell’intento di ridare fondamenti legali e spettacolari alla traballan trarchia indisse una riunione a Carnuntum, la città di confine sul Danubio occidentale. Pretesto: la consacrazione ufficiale di Licinio Liciniano ad Augusto. Il posto d’onore toccava a Diocleziano. Nella circostanza, pregato ardentemente da Massimiano, accettò di lasciare il palazzo di Spalato. E a Carnuntum, nella placida pianura alla confluenza del Danubio con l’Inn e il Lech, si scatenarono i rigurgiti ambiziosi di Massimiano.
Più attinente alla realtà doveva essere la complice insistenza della figlia Valeria (e moglie di Galerio) perché Diocleziano tornasse a rivestire la porpora. Dal momento che i termini politici - oltre quelli legali e amministrativi - erano distorti, occorreva tornare alla sua origine, e quale migliore demiurgo che il medesimo artefice?
A Carnuntum (vicino Vienna)  incitò il padre a riprendersi il titolo e la posizione di Jovius. A sua volta Massimiano gli prospettò un completo rivolgimento. L’autunno era piovoso, lo scenario naturale grigio e spoglio, e induceva a riflettere sull’instabilità della fortuna. Il desiderio di tornare all’antica grandezza lo portò, dice Lattanzio, vicino alla frenesia. Ma Diocleziano lo dissuase. «Se tu vedessi quali cavoli - precisò - mi crescono negli orti di Spalato, nemmeno mi chiederesti di tornare ad occuparmi dell’impero.»
Sampoli S. “La dinastia di Costantino”, Newton, pag. 78

 

La figlia di Diocleziano ebbe un destino avverso e immeritato. Scappata da Sardica alle voglie di Licinio, si rifugiò a Nicomedia, dove tracotante e superbo imperava Massimino Daja, più fidando sulla rivalità e l’odio di lui contro Licinio che sulla gratitudine dovuta per il regno allo zio e suo defunto marito. Ma non passarono molti giorni che Massimino prese a insidiarla: fosse una improvvisa passione della carne in un uomo che sei anni di Siria e di Alessandria di Egitto avevano abituato alle mollezze orientali o fosse la mira per un disegno di più grande imperio, di cui Valeria, figlia e moglie di Augusti, poteva essere utile tramite o mezzo; ma la trovò insensibile alle adulazioni, come severa nei costumi.
Valeria temporeggiò, sperando o illudendosi che gli ardori di Massimino si spegnessero con le piogge d’autunno. Accampò, nel frattempo, altre scuse: non era lecito a lui, Massimino, abbandonare una moglie fedele, che gli aveva dato più figli, per una come lei che, per l’esperienza del precedente matrimonio, doveva considerarsi una donna sterile; infine, quando la pressione le divenne indilazionabile, rispose chiaro e tondo che la figlia di Diocleziano e moglie di Galerio non poteva per decoro passare a seconde nozze.
Massimino Daja si imbestiò. Uso alla corruzione asiatica, non si aspettava un diniego, tanto meno da una donna rimasta sola e in completa balìa del suo potere dispotico. Si ritenne provocato e da lei scandalosamente offeso. La scacciò dall’ala del palazzo di Antiochia, dov’era alloggiata, spogliandola insieme di gioielli, ricchezze, suppellettili, cavalli e carrozze, la privò della compagnia delle donne che l’avevano seguita, alcune delle quali, sottoposte a tortura per un’accusa falsa di adulterio, fece trucidare insieme con gli eunuchi; infine relegò lei, la madre e Candidiano nel deserto. L’ordine per la scorta era di cambiare spesso il luogo di esilio.
Ma benché sottoposta a sorveglianza, Valeria riuscì a inviare lettere a suo padre. Diocleziano, che l’amava tenerissimamente, ne fu colpito in maniera atroce. Nemmeno nei momenti di peggiore pessimismo gli attraversò la mente che gli stessi uomini che lui, l’Augusto Jovius, privandosi del potere assoluto, aveva innalzato alla porpora, sarebbero poi stati i suoi carnefici. Scrisse prima sdegnato, poi supplice, implorando.
Tardi capì che le cose umane cambiano e gli uomini con esse, attratti dalla libidine di dominio, come falene dalla luce; e capì che la fortuna gli aveva dato l’impero del mondo e per la sua ingenuità o timore l’aveva perduto, giusto come il grande Cesare aveva detto di Silla, che, pur avendo saputo vincere, era rimasto un principiante del potere.
Fu, insomma, questa angoscia implacabile, ossessiva della prigionia della moglie e della figlia che ne affrettò la morte. Massimino Daja non lo degnò neppure di una risposta. Per lui, Diocleziano, il grande palazzo sul mare a Spalato era niente, racchiudeva soltanto la sua tristezza di vecchio; niente il suo passato, la sua gloria; niente l’aver ridato vita a un impero traballante; e la riconoscenza un bubbone purulento da estirpare alle radici prima che infettasse tutto l’organismo. Si sentì colpevole della propria insipienza, responsabile della sorte sciagurata dei suoi. A mordergli il fegato non era solo l’oltraggio, ma la cosciente consapevolezza della sua impotenza. E il rimorso, la peggiore delle turpitudini. Un tempo lo dilettavano la purezza dell’alba che vedeva sorgere dall’alto del palazzo su un fermo mare di perla o il lento sciabordio della risacca nelle notti di plenilunio o il verde dei cavoli, quando si aggirava per i viottoli dell’orto. Adesso, invece, sentiva voci; temeva che perfino i soldati di guardia se ne accorgessero. Si ammalò.
Morì al tramonto di una giornata di giugno del 313.
Sampoli S. “La dinastia di Costantino”, Newton, pag. 114

Intanto la moglie e la figlia continuavano a fuggire, sotto spoglie diverse, non fermandosi mai a lungo nello stesso luogo, temendo gli incontri e perfino le facce che mostravano loro amicizia o compassione. Vagarono senza meta per quindici mesi. A poco poco nessun amico fu per loro sicuro; la paura lo rendeva pronto alla de lazione e quando la paura non bastava a smuovergli l’animo, rimaneva impigliato nelle spirali delle ricompense in denaro.
Era impossibile per due donne, rimaste sole e prive di aiuto, di prote zione, di ricchezze, arrivare ai confini dell’impero di Costantino. Giuri sero comunque a Tessalonica (Salonicco), cullandosi nel vago proposit di imbarcarsi.
Ma le spie, che le braccavano ormai dappresso, le riconobbero. Arre state, subirono la prigione e l’umiliazione di accuse ignominiose. Licinio vendicativo per natura e reso adesso ancora più truculento dalla fer mezza delle due donne, non risparmiò loro sozzure, calunnie, atroci mal vagità, finché prima ancora che quelle cedessero, lui stesso si stancò e le fece decapitare nel foro di Tessalonica.
Sampoli S. “La dinastia di Costantino”, Newton, pag. 114

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