Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato” |
D’Annunzio amministratore e l’erario di Fiume
D’Annunzio era sempre stato un pessimo amministratore di se stesso, buono solo a sprofondare nei debiti, nelle cambiali. L’erario di Fiume risentiva di questa sua deficienza. Le condizioni economiche della città erano disastrose, e purtroppo il Comandante cercava di correre ai ripari autorizzando colpi di mano pirateschi invece di impostare un piano finanziario con tasse e ogni altro prelievo fiscale.
Certamente non favoriva soluzioni organiche la stessa natura rivoltosa dell’impresa. Il numero dei disoccupati era in aumento poiché le industrie e i cantieri navali non avevano più lavoro. Scarseggiava il carbone. Mancavano gli alloggi e non c’erano fondi per costruire alberghi popolari in cui accogliere i più poveri. Il numero degli assistiti dall’erario pubblico cresceva, ma le casse del Comune erano vuote; non si riusciva a pagare né i sussidi ai meno abbienti né gli stipendi agli impiegati municipali. I viveri rincaravano anche a opera di inumani speculatori.
Trionfava la sporcizia. Le autorità comunali riconoscevano esplicitamente che alle difficoltà di curare l’igiene, per la scarsezza di gabinetti privati e per l’assoluta mancanza di bagni pubblici, «si era aggiunta l’abitudine di vivere nel sudiciume contratta in guerra». Le strade della città erano colme d’immondizia. |
d’Annunzio strettamente sorvegliato dal regime
A d’Annunzio non sfuggiva di essere strettamente sorvegliato dal regime. Mussolini - adesso era lui il Duce - aveva inviato a Gardone un commissario di polizia, Giovanni Rizzo, con l’incarico di riferirgli i movimenti del solitario poeta e ogni altra cosa che lo riguardasse. Gli aveva indicato i compiti per iscritto: «Notizie sullo stato d’animo del Poeta da comunicare immediatamente. Fare capo a me per tutto quanto riguarda il Vittoriale. Telegrafatemi in cifra, scrivetemi, occorrendo venite a Roma. Troverete lassù tutto un ambiente che ha prevenzioni contro il fascismo. Ciò è comprensibile: è gente devota e fedele al Comandante. Non fidarsi soprattutto dei così detti fiduciari o segretari».
Giovanni Comisso si diceva convinto che Mussolini, temendo un giorno o l’altro di vederselo insorgere contro, aveva ordinato di «domare» il poeta con un lento veleno. «Vi erano intermediari occulti di Mussolini che, approfittando della debolezza che segue ineluttabilmene tutti i grandi artisti, procuravano a d’Annunzio una scatola, grande come un portasigarette, piena di uno stupefacente che il poeta fiutava ogni giorno.»
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 319 |
Eccoci alla scena comica finale: né Fiume né morte
«Non serbo se non il mio coraggio. Non posso imporre alla città eroica la rovina e la morte totale che il Governo di Roma minaccia».
Lo diceva con grande tristezza perché un giorno non lontano aveva esclamato: «O Fiume sarà italiana o anch’io andrò via da Fiume... morto, ravvolto nella bandiera di Giovanni Randaccio». Aveva parlato della morte gloriosa che dava l’immortalità, aveva detto che sarebbe ridiventato giovane nel marmo del suo sepolcro e che la sua cenere si sarebbe fatta semenza. Eppure Fiume non fu per lui come la Missolungi greca di Byron, per quanto sensibili fossero le affinità fra le loro vite e le opere. Diverso si era rivelato il suo destino e doveva darne una giustificazione. «Compagni - disse ai più vicini collaboratori al termine d’una rapida, ultima cena - vi giuro che, avevo pensato di morire. Avevo preparato la mia anima e dentro di me il sacrificio era già compiuto. Ma dopo le cannonate fratricide, ho capito che questa Italia non valeva tanto.» Nitti, che ricordava come il motto dannunziano fosse stato «Fiume o morte», fu spietato nel suo commento: «Eccoci alla scena comica finale: né Fiume né morte».
Si chiudevano così le tragiche cinque giornate di Fiume, che si erano protratte, dal 24 al 28 dicembre, a conclusione d’un’avventura di quindici mesi.
Sui morti e i feriti in quei cinque giorni di battaglia, d’Annunzio diede all’inizio cifre esorbitanti. Parlò di quattrocento caduti e di migliaia di feriti soprattutto fra la popolazione civile. In realtà le perdite, anche se dolorose, furono lievi. Da parte fiumana i morti ammontarono a ventidue fra i militari e a cinque fra i civili, compresa una donna. A questi si aggiungevano quattro legionari caduti a Veglia. I regolari lamentarono venticinque morti tra i militari e due tra i civili. Il conto dei feriti era più alto: quarantasei militari e quindici civili tra i fiumani; centotrentanove militari e sette civili, tra i regolari. In città subirono seri danni, oltre il Palazzo della Reggenza, una ventina di edifici, e tra questi le officine del gas e i depositi ferroviari.
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 308 |
I legionari passano con Mussolini
I legionari tornavano in Italia avviliti, orfani del loro Capo al quale si erano morbosamente legati nell’esaltante comunanza con la grande Sirena. L’incanto si era rotto! Che cosa fare? Dove andare? Buona parte di loro confluì nelle file del fascismo nascente, bisognosi d’una nuova Sirena, e vi portarono la ritualità dannunziana, la coreografia, i gesti, il cerimoniale, le metafore, con gli «alalà», il canto di «Giovinezza, giovinezza» e addirittura gli aggettivi più inopinati come l’«immarcescibile» del Trionfo della morte.
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I pirati dell’Adriatico
Fu proprio una pattuglia di quei novelli bucanieri a catturare il 10 ottobre, davanti al faro di Lussinpiccolo, il piroscafo italiano Persia che, partito da Trieste verso Vladivostok, trasportava armi e munizioni, batterie da montagna, mitragliatrici e fucili. Era materiale da guerra per complessive tredicimila tonnellate che il governo italiano aveva venduto all’Armata Bianca in Russia e che sarebbe stato impiegato in combattimenti contro i bolscevichi. L’operazione abbordaggio e cattura fu compiuta da una dozzina di uomini a bordo di un Mas armato di cannoncino. L’equipaggio fraternizzò subitamente con gli uscocchi, e il piroscafo fu dirottato nel porto di Fiume avendo sull’albero di maestra la bandiera dei legionari. Capitan Giulietti, che governava la Federazione della gente del mare, e che aveva favorito il compimento del colpo di mano, fu festosamente ricevuto a Fiume con banchetti e luminarie.
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 119 |
Il falso di Abramo Lincoln
Il poeta parlò alla folla chiamandola «popolo sovrano di Fiume; concittadini e fratelli, gente della "Santa Entrata"», e le espresse gratitudine per essere accorsa «al grido di allarme». Attaccò il Consiglio nazionale che «si era trincerato dietro l’ambiguità di formule aride», quindi rivolse ai presenti un invito supremo: «Sia il popolo a giudicare». A questo punto lesse con commozione il testo d’un messaggio in cui Abramo Lincoln, il presidente della libertà americana, aveva riconosciuto l’italianità di Fiume, scrivendo a metà Ottocento al patriota Macedonio Melloni che a Parma era insorto contro l’Austria. La traduzione del messaggio era attribuita a Mazzini, il che rendeva la cosa ancor più toccante, ma non ci volle molto a scoprire che il cosiddetto autografo mazziniano era opera di un falsario e che dell’originale del messaggio non c’era traccia.
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 248 |
Indisciplina e violenza nella vita a Fiume
Infiniti erano i casi di indisciplina e di violenza in quasi tutte le espressioni della vita cittadina. I militari, contravvenendo a precise disposizioni del Comando, rifiutavano di pagare il biglietto del tram, né si limitavano a ciò. Mostravano tutta la loro prepotenza con i bigliettai, li canzonavano, li aggredivano, tanto che il personale delle tranvie, in due o tre occasioni, scese in sciopero per giornate intere. II generale Ceccherini richiamava i mìlitari indisciplinati dichiarando che «arrossiva» per loro, ma tutto era inutile. Schiamazzando i legionari salivano in massa sui tram e spavaldamente si impossessavano dei posti a sedere, incuranti dei vecchi e delle donne. Il generale continuava a dìramare ordini del giorno di biasimo: «Col vostro comportamento colpite i più deboli, verso i quali ogni legionario deve invece avere un debito di rispetto». Diceva che «i legionari non erano un Corpo di occupazione in un paese di conquista, ma un nucleo di fratelli che mirava al bene di Fiume».
Frequentemente i legionari percorrevano le strade della città sparando all’impazzata e seminando il terrore fra la gente inerme. Sempre Ceccherini, che era il comandante della Divisione militare fiumana, era costretto a intervenire nel tentativo di spegnere i bollenti spiriti d’una gioventù indocile e ribelle. «Spesso ho deplorato il mal vezzo invalso fra ì legionari - scriveva in un suo ordine del giorno - di considerare le armi come oggetti di trastullo, come giocattoli, e di sbizzarrirsi fanciullescamente a sparare.
Ma il male è ben lungi dalla guarigione, ché anzi si nota una recrudescenza deplorevole e, sia pur detto, vergognosa.» Con quelle sparatorie, che egli definiva «pazzesche», i legionari «usando e abusando del fucile e delle bombe» dimostravano di «non aver capito che siamo in guerra e che non possiamo sprecare scioccamente il sacro patrimonio dei mezzi bellici». Si rivolgeva infine ai comandanti delle formazioni «perché facessero cessare a ogni costo l’obbrobrioso sconcio».
I legionari non si comportavano meglio in occasione delle frequenti sfilate militari che si svolgevano lungo le strade della città. Pretendevano che i borghesi, uomini e donne, salutassero al passaggio bandiere e gagliardetti. Quei fiumani, soprattutto croati, che mostravano indifferenza o che rifiutavano di rendere omaggio ai drappi dannunziani, erano coperti di contumelie e spesso aggrediti. Agli uomini imponevano di toglìersi il cappello, in segno di saluto, e se non lo facevano glielo strappavano con la violenza. I fiumani di lingua italiana spalleggiavano i legionari nelle bravate, e ciò non faceva che approfondire il distacco tra loro e gli altri gruppi etnici della città.
Nei mesi estivi, quando si apriva la stagione dei bagni, i legionari in gruppi numerosi e vocianti si precipitavano al mare. Lo stabilimento da loro preferito era il «Bagno Quarnero». Vi irrompevano, ovviamente senza pagare il biglietto d’ingresso, e sotto gli occhi di tutti si spogliavano rimanendo al sole completamente nudi. Il generale Ceccherini li richiamava per lo scandaloso spettacolo d’inciviltà che essi offrivano senza ritegno e senza riguardo per nessuno, «calpestando ogni regola di decenza». Ma le sue «grida» erano sempre meno ascoltate.
Altre rampogne egli rivolgeva ai soldati che danneggiavano le proprietà private rurali nei dintorni, con prepotenza «teppistica». Sistematico era il saccheggio dei prodotti agricoli e dei raccolti, con grave danno per i contadini che vedevano piombare sui loro campi i legionari come sciami di locuste distruttrici. Purtroppo le stesse esercitazioni belliche si svolgevano senza badare ai guasti che provocavano nelle campagne, travolgendo e distruggendo le già scarse coltivazioni delle colline carsiche.
In realtà di tanto in tanto si scoprivano individui che erano riusciti a farsi passare per legionari e che si erano infiltrati nelle milizie dannunziane con attestati e documenti falsi. Ma non sempre questi erano tra i più facinorosi, sebbene fossero arrivati a Fiume attratti dall’odore e dal sapore dell’avventura. Spesso erano lì soltanto perché vi avevano trovato un divertente modo di sbarcare il lunario. Soprattutto tra le loro file si celavano gli spacciatori di carta moneta italiana falsa.
«Fiume - si poteva leggere sul settimanale filofascista dei garibaldini «Camicia Rossa» diretto da Ezio Garibaldi - sei stata il rifugio di ogni sorta di individui, dal durissimo combattente all’avventuriero più losco, dal giornalista in fregola di corrispondenze sensazionali alla spia del regio governo, dal colonnello in cerca di avventure femminili al pederasta in cerca di avventure maschili. Fiume doveva essere un’impresa di vita, e invece troppi legionari vegetavano aspettando, e si dedicavano al gioco, alla cocaina, ai complotti»
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 188 |
Inventa “Me ne frego”
Non riusciva a d’Annunzio di spiccare il grande volo, e di estendere all’Italia intera la fiamma che ardeva a Fiume e che anzi minacciava di spegnersi anche lì. Egli cercava di tenerla accesa con sempre nuovi colpi di mano, alcuni dei quali semplicemente dimostrativi, come quando gli aviatori della squadra del Carnaro lanciarono su Trieste migliaia di manifestini con un suo concitato messaggio in cui apparve per la prima volta il motto “Me ne frego”, in dispregio della morte e di tutte le derisioni da lui subite per non aver ceduto alle profferte di compromesso.
Appariva oscillante e disorientato tra le fazioni contrapposte dei suoi collaboratori. Perciò scriveva agli amici triestini. «Anche voi mi avete creduto un piccolo Cesare stanco, impigliato nelle reti dei pretoriani? Anche voi mi avete creduto un piccolo Amleto ambiguo, dilettante di scherma, a cui il fiato corto impedisca la frase stretta delle lame cortesi?». Ma lui voleva dare l’impressione di infischiarsene, come appariva dal proclama lanciato su Trieste: «Me ne frego, si legge al centro del gagliardetto azzurro che l’altra notte consegnai ai serventi delle mie mitragliatrici blindate. Il motto è crudo. Ma a Fiume la mia gente non ha paura di nulla. Neppure - concluse ironicamente - delle parole». In breve, il motto dannunziano dei legionari passò agli arditi e alle camicie nere di Mussolini.
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 169 |
L’aereo come strumento di propaganda della falsa retorica
D’Annunzio fece lanciare da due suoi aerei su Roma migliaia di manifestini zeppi di contumelie e di recriminazioni. Vi si diceva che Fiume pativa ogni male, la desolazione, la carestia, la fame; a tutto ciò si era aggiunta la pestilenza, ma «Romani, Italiani, non dovete temere il contagio della peste fiumana; la vostra è peggiore; andate a inghirlandare le foci delle cloache e poi infilate nello spiedo le vecchie oche del Campidoglio».
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 252 |
La guardia personale di d’Annunzio
Keller aveva creato, per la difesa personale del Comandante, la «Compagnia della Guardia», ben presto ribattezzata «La Disperata» per le sue sortite ribalde e per l’estrema indisciplina dei suoi componenti. Questa Compagnia era costituita da giovani di cui non si sapeva nulla non avendo mai presentato alcun documento d’identità. Bisognava credere loro sulla parola, e dì conseguenza il Comando non li accoglieva ufficialmente pur non rifiutandone i servizi. La storia di quei disperati la narrava Comisso. Diceva che si erano accampati nei cantieri navali della città, dove un giorno il suo amico Keller si era recato a trovarli. Vide che alcuni di loro «se ne stavano nudi a tuffarsi dalle prue delle navi immobilizzate; altri cercavano di manovrare vecchie locomotive; altri, arrampicati sulle gru, cantavano». A Keller apparvero «ebri e felici». Ebbe perciò l’idea di adunarli e di passarli in rassegna: «Erano tutti bellissimi, fierissimi e li giudicò ì migliori soldati di Fiume». Li inquadrò e li offerse al Comandante come una «guardia personale». Tale decisione fece scandalo tra gli ufficiali superiori, ma il Comandante «accettò l’offerta».
Agli ordini di Keller, per gran parte del giorno «i nuovi soldati facevano esercizi di nuoto e di voga, cantavano e marciavano attraverso la città a torso nudo con calzoncini corti, non avevano obbligo di rimanere chiusi in caserma, ma gli stessi esercizi con la loro piacevolezza li persuadevano a tenersi raggruppati e alla sera per loro divertimento se ne andavano in una località deserta chiamata la Torretta, dove divisi in due schiere iniziavano veri combattimenti a bombe a mano, e non mancavano i feriti».
Ben diversamente si esprimeva Ceccherini. E difatti il generale nel lasciare Fiume, essendo divenuto insanabile il suo contrasto con d’Annunzio, scrisse che gli uomini della «Disperata» erano «capaci di ogni misfatto» e che «avevano per principio giurato di poter commettere anche omicidi se fossero stati comandati dal loro Duce».
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 177 |
Mussolini e D’Annunzio. Il fotomontaggio sulla lettera
Che cosa faceva Mussolini per Fiume, in quei giorni? Ben poco, e d’Annunzio se ne adontò. Il capo dei Fasci si limitava ad azioni dimostrative cui non seguivano iniziative concrete di pieno appoggio. Esaltava l’impresa sul suo giornale, come testimoniavano certi titoli: Francesco Saverio Nitti, vilissimo ministro borbonico, noi ti gridiamo sul grugno: Viva Fiume Italiana!, Sozzo mercante della dignità della Patria: Viva d’Annunzio.
Tutto ciò gli era anche suggerito dal fatto che i suoi lettori erano simpatizzanti fiumani, come dimostrava il sensibile aumento delle vendite che il «Popolo d’Italia» registrò nei primi due mesi della conquista dannunziana. Ma il poeta non otteneva da lui un vero aiuto sul terreno della strategia politica e dell’incoraggiamento ad accorrere a Fiume, forse perché Mussolini, non sapendo ancora che cosa aspettarsi da quell’avventura, giocava su più tavoli, compreso quello di un blocco delle sinistre interventiste.
D’Annunzio si sentì tradito per il mancato appoggio alla sua impresa, e gli inviò a Milano una lettera minacciosa piena d’insulti. Era il 16 settembre. La lettera veniva consegnata al destinatario da una giovane signora, Alma Pinchetti, che a Fiume svolgeva il ruolo di «porta ordini» personale del Comandante. Mussolini la pubblicò quattro giorni più tardi, dopo averla sottoposta a un fotomontaggio truffaldino per epurarla dei passaggi scabrosi. La manomissione fu compiuta con tanta destrezza che il «Popolo d’Italia» poté pubblicarla nel testo autografo, come se fosse stata davvero scritta di pugno dal Comandante senza le frasi offensive e senza le intimidazioni. Il testo integrale della lettera diceva [le parti soppresse da Mussolini sono in corsivo]:
«Mio caro Mussolini, mi stupisco di voi e del popolo italiano. Io ho rischiato tutto, ho dato tutto, ho avuto tutto. Sono padrone di Fiume, del territorio, d’una parte della linea d’armistizio, delle navi; e dei soldati che non vogliono obbedire se non a me. Non c’è nulla da fare contro di me. Nessuno può togliermi di qui. Ho Fiume; tengo Fiume finché vivo, inoppugnabilmente.
«E voi tremate di paura! Voi vi lasciate mettere sul collo il piede porcino del più abbietto truffatore che abbia mai illustrato la storia del canagliume universale. Qualunque altro paese - anche la Lapponia - avrebbe rovesciato quell’uomo, quegli uomini. E voi state lì
a cianciare, mentre noi lottiamo d’attimo in attimo, con una energia che fa di questa impresa la più bella dopo la dipartita dei Mille. Dove sono i combattenti, gli arditi, i volontari, i futuristi?
«Io ho tutti soldati, qui, tutti soldati in uniforme, di tutte le armi. E’ un’impresa di regolari. E non ci aiutate neppure con sottoscrizioni e collette. Dobbiamo fare tutto da noi, con la nostra povertà. Svegliatevi! E vergognatevi anche. Se almeno mezza Italia somigliasse ai Fiumani, avremmo il dominio del mondo. Ma Fiume non è se non una cima solitaria dell’eroismo, dove sarà dolce morire ricevendo un ultimo sorso della sua acqua.
«Non c’è proprio nulla da sperare? E le vostre promesse? Bucate almeno la pancia che vi opprime; e sgonfiatela. Altrimenti verrò io quando avrò consolidato qui il mio potere. Ma non vi guarderò in faccia. Su! Scotetevi, pigri nell’eterna siesta. Io non dormo da sei notti; e la febbre mi divora. Ma sto in piedi. E domandate come, a chi m’ha visto. Alalà.»
Mussolini, nonostante la gravità della lettera, tergiversò ancora. E’ vero, lanciò subito la sottoscrizione così imperiosamente reclamata dal poeta, ma prese tempo per incontrarsi con lui e parlare di politica. Gli inviò una lettera interlocutoria, in cui gli annunciava una sua imminente visita a Fiume, ma poi la procrastinò di ben tre settimane. Gli scrisse: «Mio caro D’Annunzio, spero di arrivare a Fiume prima di questa lettera. Voglio dimostrarvi che io ho lavorato strenuamente. Che io sono deciso a tutto. Ma bisogna intendersi. Bisogna precisare gli obiettivi politici all’interno.
Dunque Mussolini gli parlava chiaro: «Bisogna precisare gli obiettivi politici». D’Annunzio invece pensava alla sollevazione dell’Italia, movendo da una marcia che da Fiume raggiungesse Trieste come prima tappa, per por puntare su Roma. Già a Ronchi, nella notte che precedeva la partenza, aveva scritto nel suo diario: «Roma, la mèta!».
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 101 |
Mussolini si appropria dei soldi raccolti per D’Annunzio
A Fiume si ebbe un’altra pagina nera quando si diffuse la voce che Mussolini si era appropriato di gran parte delle somme raccolte con la sottoscrizione indetta dal suo giornale per sostenere la causa dei legionari. Il «caso» aveva preso le mosse da un esposto presentato al collegio dei probiviri dell’Associazione lombarda dei giornalisti da due redattori del «Popolo d’Italia», Arturo Rossato (Arros) e Giovanni Capodivacca (Giancapo), che si erano dimessi dal giornale per gravi contrasti politici con il loro direttore Mussolini. I due chiedevano l’indennità di liquidazione che il «professore» gli rifiutava e che poi non riconobbero nemmeno i probiviri nel lodo arbitrale. Comunque dal dibattito emerse con chiarezza che Mussolini si era servito di gran parte della sottoscrizione pro Fiume per organizzare e finanziare bande di facinorosi utilizzate a scopo intimidatorio durante la campagna elettorale del 1919. I reclutati erano soprattutto arditi ai quali si corrispose un compenso di trenta lire al giorno oltre il pagamento delle spese. Mussolini non poté respingere tutte queste accuse, e chiese a d’Annunzio una dichiarazione dalla quale risultasse che la distrazione d’una parte delle somme era stata da lui autorizzata. «Mio caro Benito Mussolini - gli rispondeva il poeta accogliendone la richiesta - attesto che, avendo spedito a Milano una compagnia di miei legionari ben scelti per rinforzo alla vostra e nostra lotta civica, io vi pregai di prelevare dalla somma delle generosissime offerte il soldo fiumano per quei combattenti.»
Non solo tra gli avversari dei Fasci si gridava allo scandalo, ma anche fra quei legionari che imputavano a Mussolini una certa freddezza nel sostenere l’impresa fiumana. Nessuno riusciva a sapere con esattezza quanto il «professore» avesse incamerato. Una parte della somma sottoscritta era stata da lui personalmente consegnata al poeta nel viaggio compiuto a Fiume, e fino a quel momento si erano raccolte ottocentocinquantamila lire. La sottoscrizione raggiunse quasi i tre milioni complessivi, ma non si seppe quanto di quella cifra fosse effettivamente passato nelle mani di d’Annunzio, anche se Alceste De Ambris giurava che Mussolini non aveva trattenuto pìù di trecentomila lire.
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 177 |
Nitti preso di sorpresa dalla marcia su Fiume dei volontari italiani
A Nitti non era naturalmente sfuggita la preparazione dell’impresa fiumana, se non altro perché i congiurati si muovevano piuttosto scopertamente e irresponsabilmente. C’erano inoltre i discorsi infuocati di d’Annunzio a rendere chiari i propositi eversivi.
Ma egli non seguiva in maniera diretta lo sviluppo di quei fatti, convinto, forse ingenuamente, che facessero buona guardia Diaz e Badoglio, capo e sottocapo di Stato maggiore dell’Esercito. Li riteneva in grado di controllare, nonostante i sommovimenti sociali, sia il processo di smobilitazione militare sia eventuali tentativi di sedizione.
Era tranquillo, come era tranquillo il Comando supremo il quale a sua volta credeva che mai nessun soldato sarebbe venuto meno ai doveri della disciplina militare. A loro avviso la situazione era sotto controllo, e difatti proprio Nitti aveva inviato due telegrammi rassicuranti al ministro degli Esteri, Tittoni, che si trovava a Parigi. Il primo, in data 27 agosto, diceva: «Ho fatto arrestare tutti i volontari diretti a Fiume ma movimento non ha alcuna importanza. Tutte misure precauzionali anche per la stampa sono state adottate. Ma il paese ha ormai visione sicura della realtà».
Il governo e il Comando supremo forse non avevano colto la sostanza della questione. Non avevano capito che dietro il colpo di mano su Fiume c’era un ben più vasto tentativo di colpo di Stato, un complotto sovversivo antiliberale, antidemocratico. La marcia su Fiume doveva essere la prova generale d’una marcia su Roma. Lo diceva lo stesso Giuriati: «Il gesto compiuto a Fiume deve aver termine a Roma». Dietro le quinte, alle spalle di d’Annunzio, c’era un grande burattinaio, Oscar Sinigaglia, il cosiddetto «impresario del fiumanesimo», che, con il colpo d’ariete sulla città contesa, intendeva far crollare il governo e quindi l’intero sistema istituzionale italiano basato sulla Costituzione, sul Parlamento e sullo Stato di diritto.
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 85 |
Oratoria 4
Nel commentare il voto del Senato disse di un quinto Evangelista «copròfago» con in pugno il «vangelo di Rapallo»; rappresentò l’«amata Patria» sotto specie d’una «vacca ruminante»; chiamò Sforza il «Lunigiano marmoreo»; parlò di «pause catarrali», di «clisteri irrecusabili», dei «gargarozzi avvolti nelle stole senatorie». Invitava i suoi arditi a ridere omericamente con i loro «centocinquantamila denti bianchi», e i suoi marinai «dalla fresca gentilezza» a pensare, al mattino quando lavano il ponte, al presidente del Senato, «che non è lavabile». Poi rise delle «papere del Campidoglio» e del «Giolitti bancoromano» suggerendo di chiamare il Trattato di Rapallo con un nome più appropriato, quello di «Contratto di Belgrado» perché stipulato «da finanzieri e cambiatori diplomaticamente privilegiati». Aveva ancora un nome più efficace da proporre, quello di «Carta di Laverna», dall’antica dea romana protettrice «dei ladroni, dei ciurmatori, dei barattatori, d’ogni specie di gente avara e rapace».
D’Annunzio aveva la mania di trovare soprannomi e nomi nuovi.
Agli occhi di d’Annunzio, la casta politica, che da mezzo secolo «insudiciava l’Italia» aveva dimostrato di essere soltanto capace di «amministrare la propria immondizia», tanto che ora l’Italia era ridotta «a patteggiare, in non so qual villaggio di confine, coi feroci porcari che tagliano le mammelle alle donne montenegrine e uccidono in culla i poppanti a colpi di spillo».
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 288 |
L’oratoria di d’Annunzio
Inveì aspramente contro Wilson, senza risparmiarne nemmeno la moglie. Indicò al ludibrio dei convenuti la lunga faccia equina» del presidente americano e i suoi «trentadue falsi denti». Lo accusò di voler gettare un «nodo scorsoio» alla gola dell’«Italia ingenua». Disse che bisognava però prestare attenzione a un lontano fragore di riscossa. «Laggiù, su le vie dell’Istria, su le vie della Dalmazia, che tutte sono romane, non udite la cadenza di un esercito in marcia? I morti vanno più presto dei vivi. Fuori la schiaveria bastarda e le sue lordure e le sue mandrie di porci!»
È stato d’Annunzio ad inventare il termine “veivolo”.
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 32 |
L’oratoria di d’Annunzio 2
«Ed ecco che mi ritrovo tra i piedi i tetri becchini dell’eroismo; questa gente seppellisce l’eroismo come una intollerabile carogna, e nasconde la sepoltura sotto l’enorme cartame burocratico, sotto le cedole d’obbligazione, i titoli di banca, i listini di borsa, a mucchio».
Cercava di risvegliare il popolo. Con parole incendiarie gli chiedeva: «Quali armi voi mi date? Come vi siete ordinati e disposti alla lotta?». Per parte sua egli sapeva ciò che voleva e faceva: «Non ho lasciato un comando se non per prenderne un altro. Se seguissi il mio istinto, io stasera, con le latte di benzina che avanzarono alla beffa di Bùccari, andrei a bruciare il Palazzo Braschi, infischiandomi della bella scalinata di Pio VI. Con una delle mazze ferrate a spunzone, che prelevai dal bottino del Faiti, andrei a sgonfiare il ciccioso dirimpettaio del Tritone». L’allusione era rivolta a Nitti che abitava nell’albergo Bristol di piazza Barberini, di fronte alla fontana del Bernini.
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 45 |
Oratoria di D’Annunzio 3
«So che, a forza di fatica e anche di disperazione, noi compiremo quel che è da compiere. La spada sanguigna del Piave e del Grappa, caduta nella fossa dei porci, sommersa da un’orribile cloaca, noi l’abbiamo raccattata vincendo lo schifo dopo aver vinto il dolore». Poi, drammaticamente, lanciò un interrogativo: «Uomini di pena e di lotta, uomini di dubbio e di fede, uomini di discordia e d’unanimità, a chi la vittoria?». Si levò un grido solo: «A noi!».
In quel discorso creò simboli e motti che passarono al fascismo, ridiede vita a una canzone di guerra, un canto nato sul Piave: "Giovinezza, giovinezza, / primavera di bellezza!"».
Esaltò la parola “fascio”:
«Il nostro fascio è già legato. Severo presagio fu l’averlo figurato nelle nostre insegne e nelle nostre medaglie. Lo sormonta l’aquila latina. Lo corona l’aquila dei Legionarii». Rivolse alla platea ancora un interrogativo: «Sono io sempre degno di avervi fratelli e di condurvi?». La risposta fu una sola: «Siii!». Infine diede in un grido supremo: «Chi non è con me è contro di me. Chi non è con noi è contro di noi».
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 181 |
Profondi dissidi politici e Marinetti
Profondi erano i dissidi politici. Particolarmente acuto era il conflitto fra i paladini della monarchia e i fautori d’un rivolgimento istituzionale repubblicano. D’Annunzio fino a quel momento si era confermato di fede monarchica, mentre il futurista Marinetti, già celebre, e il valoroso capitano degli arditi Ferruccio Vecchi, erano i più accaniti propagandisti di un’insurrezione repubblicana. Per di più, il capo dei futuristi reclamava l’espulsione del papa dall’Italia, lo «svaticanamento», e lo andava gridando con furore ai quattro venti. Marinetti e Vecchi erano arrivati fra i primi a Fiume, e furono i primi a doverne uscire per un decreto del Comandante che li espelleva dalla città, appunto perché repubblicani rissosi. I carabinieri di Trieste scrissero in un loro rapporto riservato che i due personaggi erano stati bollati da d’Annunzio con l’epiteto di «mestatori».
Sbollita almeno in parte l’ira, Marinetti cercò di smentire l’esistenza di un contrasto con il poeta.
Marinetti a Fiume era assai popolare. Ogni giorno all’ora dell’aperitivo passeggiava in corso Dante seguito da un codazzo di giovanotti e ragazze suoi ammiratori. Portava sempre la bombetta e il bastone. Di tanto in tanto si arrestava e, attorniato da una folla di curiosi, si esibiva nel bel mezzo della strada a declamare versi suoi o di altri poeti futuristi per celebrare la guerra, «sola igiene del mondo e sola morale educatrice», per esaltare «la sinfonia degli shrapnels», per propugnare «tutti gli sport violenti esercitati all’aria aperta, la ginnastica, la corsa, la boxe», per esortare i giovani «a disprezzare tutti i diplomi accademici e a liberarsi dalle pressioni tradizionali della famiglia». D’Annunzio in verità non lo amava. Ricordava bene come soltanto qualche anno prima fosse stato da lui accusato di essere il decadente campione di una «Italia erotomane e rigattiera», di un’Italia fatta di «donne fatali e incestuose». Ricordava altresì come lo avesse definito l’«ineffabile discendente di Casanova e di Cagliostro e di tanti altri avventurieri italiani», e avesse parlato di lui come di una «folta tappezzeria decorativa», di una «roulette di banalità» popolata di cocottes, del «Montecarlo di tutte le letterature». Non poteva certo andare d’accordo Gabriele con un poeta che predicava l’abolizione della sintassi, degli aggettivi, degli avverbi, della punteggiatura, che proclamava di uccidere la solennità, di fare spazio al «brutto» nelle lettere, di «sputare ogni giorno sull’Altare dell’Arte» in omaggio alle parole in libertà. Per tutte queste ragioni d’Annunzio lo aveva chiamato il «cretino fosforescente».
Marinetti sorprendeva un po’ tutti a Fiume, non tanto con le estemporanee declamazioni in corso Dante, quanto con i suoi spettacoli teatrali in cui non succedeva mai niente sul palcoscenico, con uno o due attori pressoché muti, e con una platea invece scatenata. Il pubblico in piedi sulle sedie, inveiva contro quello strano modo di fare teatro, un teatro in cui, come del resto voleva Marinetti, erano gli spettatori a recitare inconsapevolmente con le loro urla pazzesche e non i silenziosi attori.
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 129 |
Sequestra e fa prigioniero un generale
d’Annunzio attuò un audace colpo di mano ai danni d’uno dei generali agli ordini di Caviglia che era il nuovo comandante militare della Venezia Giulia. L’obiettivo fu il generale Arturo Nigra il quale non amava certamente d’Annunzio e i fiumani e
non perdeva occasione per denigrarli. «Manigoldi, guardia d’onore del gran manigoldo!», così si esprimeva Nigra nei confronti dei legionari più vicini al poeta. Questi decise allora di far rapire il generale e di affidarne l’incarico proprio ad alcuni arditi appartenenti alla sua vilipesa Guardia d’onore.
Gli arditi si appostarono tra i boschi che fiancheggiavano la strada del monte Luban poiché avevano saputo che di lì sarebbe passato Nigra. La loro attesa, in una notte gelida, non fu breve, ma alla fine ecco apparire l’auto del generale. Gli arditi sbucarono intirizziti dal loro nascondiglio e furono addosso alla macchina che procedeva con lentezza sulla carreggiata ricoperta di ghiaccio. Armi alla mano intimarono l’alt all’autista, squarciarono con i pugnali le gomme, mentre Nigra protestava dichiarando la sua «venerazione» per il grande poeta-soldato. Si proclamava suo amico e «sviscerato» simpatizzante della patriottica impresa dannunziana. Tutto fu inutile.
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 171 |
Si rinchiude nel Vittoriale
Quando prese possesso del casale, i suoi più fedeli collaboratori di Fiume, i più alti ufficiali del Comando lo accompagnarono. Erano tanti e d’Annunzio li invitò, per l’addio, al Grand Hótel di Gardone. Spiritualmente egli si era già distaccato da loro e il cicaleccio della cena lo irritò, tanto da esclamare all’orecchio di Toni Antongini: «Ti sei accorto di quanto possa essere stupida la conversazione degli eroi?».
A poco a poco egli sottopose quella casa cadente a una radicale trasfigurazione, divenne il Vittoriale in cui rinchiuse se stesso come in una fortezza inaccessibile. Vecchio, deluso, «la carne stanca», inchiodò sulla porta due cartelli di legno con le scritte Clausura, Silentium. Forse ormai non pensava che a dare gli ultimi ritocchi al suo mito, a fare di quella lugubre villa il museo della sua fine.
Voleva un eremo lacustre o marino che fosse «lontano da stazioni ferroviarie e, quasi, dai centri abitati in modo da evitare il più possibile l’assedio dei devoti Legionari e dei troppi e troppo zelanti amici».
Poteva avere nelle orecchie le accuse di Thomas Mann che di lui aveva scritto cose terribili. Lo aveva chiamato un retore e un demagogo che non conosceva la solitudine: «Sta sempre affacciato al balcone, da dove seduce e disonora il popolo». D’Annunzio era per lo scrittore tedesco la «scimmia di Wagner» e un «pastasciutta dello spirito».
Il poeta diceva di lavorare quattordici-quindici-diciotto ore al giorno e si gloriava che, tra gli intimi, nessuno osasse avvicinarsi alla sua porta. Contro qualche ardimentoso adoperava come bombe a mano i più pesanti dei suoi vocabolari. A Vittorio Margonari, ch’era stato il gran capo dei servizi di commissariato a Fiume e che si lamentava di essere stato da lui duramente respinto, scriveva: «Non ho un momento di tregua per il culto dell’amicizia».
Nella sua allucinante segregazione d’Annunzio accentuava sempre più la sua misantropia, dando ordine ai domestici di scacciare i disturbatori.
Lo spettro della vecchiaia si era impossessato del poeta, e anche questa era una ragione per tenere lontani i fiumani che imperterriti bussavano alla sua porta.
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 320 |
Suddivisione degli incarichi a Fiume
In veste di governatore procedette quindi alla formazione del suo Ufficio, un vero e proprio Comando, attribuendo gli incarichi ai suoi uomini più fidati. Giovanni Giuriati fu capo di Gabinetto; Carlo Reina, capo di Stato maggiore; la medaglia d’oro Ulisse Igliori, ufficiale d’ordinanza; Eugenio Coselschi, segretario particolare; Orazio Pedrazzi, capo dell’ufficio stampa; Castruccio Castracane, capo delle forze della Marina. A Guido Keller affidò un ruolo tutto speciale. Intendeva nominare il giovane aviatore suo segretario particolare, ma di fronte alle di lui rimostranze - «Non amo gli scartafacci!» - inventò su due piedi la carica di “segretario d’azione”.
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 96 |
Ufficio Colpi di Mano e Ufficio Falsi
La situazione dei militari non era certo migliore. I soldati ancora indossavano le uniformi estive, e se l’esercito dei legionari poteva essere pur sommariamente rifornito di viveri, lo si doveva alle sortite che gruppi di arditi eseguivano con destrezza nei dintorni, per terra e per mare. D’Annunzio diede ai suoi corsari il nome di «uscocchi», che era quello dei pirati balcanici del Cinquecento, dal serbo-croato uskok, transfuga. Nella vicina Susak, una
strada s’intitolava ancora agli uscocchi. Gli arditi dannunziani erano, come loro, animati da un prepotente spirito di guerriglia, pronti a tutto pur di portare a casa un bottino, grande o piccolo che fosse. Tale era il clima di sventatezza e tale l’amore per tutto ciò che sapeva di avventuroso che, per iniziativa scherzosa dello stesso Comandante, si decise la costituzione di un ufficio particolare subito battezzato UCM, come dire Ufficio Colpi di Mano. Accanto all’UCM fu altrettanto rapidamente istituito un altro organismo che ebbe per sigla UF, che stava a significare Ufficio Falsi, presso il quale, con l’ausilio di tipografie affiliate e di consenzienti fabbriche di timbri, si riusciva a riprodurre ogni genere di documenti falsi - perfino passaporti per l’estero - ma perfettamente imitati tanto da trarre in inganno il più oculato dei controllori.
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 119 |
Vanta la sua calvizie
Inventò un superbo appellativo per i fiumani, esclamando: «Tutti gli Italiani di Fiume si chiamano da oggi Teste di ferro», perché decisi a non muoversi mai più dalla città conquistata.
Disse che la propria testa era la più dura di tutti: «Ha la durezza del ciottolo ben levigato dal torrente». Mentre si scopriva per mostrarla pulita e lucente, la folla andava in visibilio. A Roma «non osano neppure di grattarsi la pera per paura di sconvolgere il sottil lavorio dei capelli fissati dal cerotto sulla indissimulabile calvizie; la mia è invece nettissima». Interminabili furono ancora gli applausi della gente divertita da tanta ironia.
Spinola A., “D’Annunzio il poeta armato”, Mondadori, pag. 113 |
Viene ratificato il Trattato di Rapallo
Gli eventi precipitavano. Bonomi rinforzò le truppe a disposizione di Caviglia, il governo ordinò al generale di trasmettere a d’Annunzio il testo d’una intimazione fattagli pervenire da Roma con un velocissimo corriere. Era il 17 dicembre. In quello stesso giorno il Senato aveva reso esecutivo il Trattato di Rapallo ratificandolo con duecentosessantadue voti favorevoli e soltanto ventidue contrari; precedentemente anche la Camera aveva votato a favore, con duecentocinquantatré «sì», quattordici «no» e l’astensione dei socialisti. D’Annunzío era sconfitto senza appello sul piano politico. Gli rimaneva da giocare un’ultima carta, la più disperata, quella dello scontro militare. |