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Telese L., “Cuori neri”

«Quella bottiglia? Forse l’ho tirata io.» Carlo Panella nel 1970 era un ragazzo di ventidue anni, militante di Lotta continua a Genova. Oggi fa lo scrittore e il giornalista a Mediaset. Ha pubblicato romanzi autobiografici e non, una biografia di Saddam Hussein, un saggio sull’estremismo islamico: appare spesso in televisione come commentatore di politica estera, è un opinionista caustico ed efficace che conosce perfettamente il peso delle parole e la forza delle provocazioni intellettuali. Ha una folta barba e i capelli sale e pepe, due occhi verde-azzurro che - quando ricorda - si spalancano sull’interlocutore.
C’era anche lui, quel 18 aprile, in piazza, e mentre ripete quella frase sa benissimo quale stupore susciti in chi lo ascolta, anche se dopo trent’anni ogni reato è ormai prescritto, e le uniche responsabilità possibili - archiviate quelle penali - sono quelle politiche, o morali:
Intendiamoci. Io non so, e nessuno esattamente può sapere, oggi, quali degli innumerevoli oggetti che abbiamo tirato verso i missini abbiano colpito il povero Venturini. Nemmeno so quelli che hanno tirato gli altri, e i tantissimi che si abbatterono su di noi, lanciati dai fascisti. So anche che il povero Venturini non morì a causa dell’entità della ferita, ma solo perché qualcuno non gli fece l’antitetanica. Una morte assurda, che non era conseguenza dell’intensità di uno scontro di piazza, ma di una serie di concause disgraziate. Certo, io ero lì, in prima fila, e ho fatto la mia parte. Oggi mi prendo la mia porzione di responsabilità, anche se nessuno immaginava che da una giornata così potesse scappare un morto, che infatti fu ucciso non dai nostri sassi, ma da un virus. Eppure io c’ero, ho tirato sassi e bottiglie. Perché? Perché tutti quanti, sia «noi» che «loro», i missini intendo, ripercorrevamo lo spartito esausto del luglio 1960, quello della conquista della città rossa e della grande mobilitazione antifascista che la impedisse, quella del comizio che espugnasse la città medaglia d’oro della Resistenza, eccetera eccetera. Quel giorno a Brignole erano quattro gatti i missini ed eravamo quattro gatti noi. Oggi non si può capire che cosa ci portasse lì, se non si ha presente il quadro di quegli anni. C’era stata la spedizione punitiva guidata a La Sapienza. C’erano stati la strage fascista di piazza Fontana e un tentativo di golpe, c’era la violenza quotidiana degli squadristi fascisti che a noi sembrava un pericolo mortale per la democrazia, e un pericolo per l’incolumità di molti lo era davvero. A torto o a ragione, tutti i crimini di marca fascista per noi si identificavano nel Msi.
Telese L., “Cuori neri”, Sperling, pag. 19

 

E’ una confessione non ancora completa, viziata dal sospetto di opportunismo (Lollo oggi non può più essere processato per Primavalle), che sì chiude con una chiamata di correo. Lollo dice:
«L’attentato alla casa dei Mattei venne organizzato da sei persone. Oltre a me, Marino Clavo e Manlio Grillo, c’erano altri tre compagni. Facevano parte di un collettivo che avevamo creato qualche mese prima, vicino a Potere operaio. I loro nomi sono Paolo Gaeta, Diana Perrone ed Elisabetta Lecco, liberi e tranquillí da trentadue anni.
In molti vennero a sapere la verità su Primavalle, nei mesi successivi, compresi i vertici di Potere operaio.»

Il passaggio più inquietante riguarda ovviamente la dinamica dell’attentato, quel 16 aprile 1973:
«Attorno a mezzanotte ci incontrammo tutti vicino a piazza Farnese. Avevamo due 500, io e Grillo con una e gli altri quattro sull’altra. Ci mettiamo d’accordo sull’azione e ci separiamo. Verso l’una e mezzo, io e Grillo ripassiamo a prendere Clavo ed Elisabetta Lecco: i due erano fidanzati. Loro avevano la tanica per l’attentato. Ci fermiamo da un benzinaio, un distributore automatico, e dividiamo a metà mille lire, tra la tanica e il serbatoio della macchina.
Il resto è la cronaca ordinaria di una discesa all’inferno: arrivano sotto casa Mattei e lì... «Lì avviene il disastro, la terribile cazzata.» Quale? Qui il racconto di Lollo si fa autogiustificatorio: «Non volevamo provocare l’incendio, né uccidere. Doveva essere un’azione dimostrativa, come altre che avevamo fatto contro i fascisti a Primavalle. Ma nel momento di montare l’innesco mi si ruppe il preservatívo. La Lilli, così si chiamava all’epoca la bomba artigianale, si costruiva con una tanica, un po’ di benzina - due o tre litri - e i due preservativi servivano per l’acido solforico, il diserbante e lo zucchero. Se tutto avesse funzionato avremmo provocato un botto e annerito la porta dell’appartamento. Invece io sbaglio, l’acido mi cola tra le mani e scappiamo lasciando la tanica inesplosa».

Qui Lollo cerca di ritagliare ancora spazio al giallo: «Da quel giorno ho il dubbio su cosa sia successo dopo. [...] Noi non abbiamo incendiato la casa dei Mattei. Ci sono troppe cose strane accadute quella notte. Nessuno fece scivolare la benzina sotto la porta. L’innesco non si accese. E poi loro non vennero colti nel sonno, ci stavano aspettando. Da dietro la porta, prima di scappare, sentii una voce: ‘Eccoli, arrivano’. Una voce che ho in testa da trent’anni».

L’intervista ha l’effetto di una bomba. Il caso viene riaperto persino dal punto di vista giudiziario: Diana Perrone, Elisabetta Lecco e Paolo Gaeta vengono indagati e diventano processabili a tutti gli effetti.
Lanfranco Pace, su Il Foglio, racconta, con toni talvolta sarcastici, quello che lui chiama «il cuore di tenebra» degli anni Settanta:
«Avremmo potuto consegnarli alla magistratura, chiedere perdono alla famiglia Mattei, al Msi, a Giorgio Almirante... Avremmo potuto farlo, ma non lo facemmo. Ci sarebbe voluta tanta grandezza. [...] Scegliemmo la sola strada che potevamo percorrere: dire che erano innocenti, coprire.»
Telese L., “Cuori neri”, Sperling, pag. 117

 

Certo, le stragi, come dimenticarle? Nel 1969, a piazza Fontana, sono rimasti a terra diciassette morti. Nel 1970, sul treno a Gioia Tauro, sei cadaveri. Nel 1972, a Peteano, il terrorista nero Pierluigi Concutelli ha ucciso tre carabinieri. Nel 1973, alla questura di Milano, sono morte quattro persone. Nel 1974, a Brescia, in piazza della Loggia, sono morte altre otto persone, e nello stesso anno, sul treno Italicus devastato da una bomba, altre dodici. Ma le stragi non spiegano tutto, non tutte sono ascrivibili ai fascisti e di nessuna è stato giudicato responsabile un iscritto dell’Msi.
Telese L., “Cuori neri”, Sperling, pag. 270

Guido Giraudo, 2005:
Mi chiedi se all’epoca abbiamo girato armati: voglio dire la verità, quella che non ho mai raccontato neanche a mio figlio, perché non voglio che nemmeno per sbaglio, oggi, si faccia di questo un mito. Sì, ci sono stati giorni in cui dovevamo farlo e lo abbiamo fatto: ma soltanto a condizioni precise, e solo per necessità. In quegli anni, a Milano, anche limitarsi ad attacchinare un manifesto del Msi, per noi, voleva dire esporsi al rischio di un’aggressione certa. Ricordo che nei periodi più duri di solito giravamo in non più di quattro, e che, a turno, uno di noi si assumeva il rischio di portare un’arma e l’onore di restare di copertura degli altri.
Lo abbiamo fatto e siamo stati anche dei pazzi, anche se sapevamo benissimo che era pericoloso; perché il clima era tale, in alcuni anni, che solo l’idea che noi potessimo distribuire un volantino - in città - era considerata una provocazione. Anzi, a ben vedere era una provocazione. Ma lo abbiamo fatto perché non avevamo alternativa: o rinunciavamo a qualunque attività politica, oppure dovevamo rischiare la pelle.
Telese L., “Cuori neri”, Sperling, pag. 289

Il 30 aprile 1975, a commento della morte e dell’agonia di Sergio Ramelli, l’Unità pubblica un corsivo, a firma di Claudio Petruccioli, che al contrario di quello dei cugini dell’Avanti!, molto schietto nell’analisi e molto duro nella condanna del delitto:
Aveva 19 anni, studiava, e si diceva ed era detto fascista, ci considerava, cioè. suoi nemici, si compiaceva probabilmente delle azioni anticomuniste delle squadracce nere, aderiva ad un’ideologia aberrante che fa vittime innanzitutto fra coloro che la scelgono, tanto più quanto più sono giovani. Così probabilmente era Sergio Ramelli. [Però...] Per la sua morte manifestiamo cordoglio ed esprimiamo aspra denuncia e amara riflessione, dato da forze e da comportamenti che vogliamo contrastare ed estirpare. [...] Quando Ramelli venne aggredito scrivemmo su questo giornale che si trattava di un’azione criminale compiuta da cultori di una violenza ottusa che porta sistematicamente acque al mulino dei nemici. Questo giudizio ovviamente resta, ma oggi diciamo di più. […]
Noi non siamo tra coloro che, spesso in mala fede, amano dipingere la lotta politica per il progresso e per l’emancipazione come una strada amena, cosparsa di buoni sentimenti, sappiamo bene che la battaglia antifascista può anche essere, e di fatto in Italia lo è stata - ci riferiamo alla lotta di Liberazione - una battaglia violenta, una battaglia di popolo in armi contro il terrorismo ed il tradimento fascista, contro la vergogna della sottomissione allo straniero. Violenza che voleva riscattare l’uomo da ogni violenza, violenza che era lotta per la libertà. Nulla di tutto questo vi è stato nell’aggressione omicida contro Sergio Ramelli. Nelle sprangate che lo hanno lasciato morente non vi era né volontà di riscatto né amore per la libertà, in quei colpi vi era solo una violenza cieca e compiaciuta tutta individuale che ad altro non mirava se non a riprodurre se stessa in una spirale senza fine, tale da suscitare orrore e repulsione in ogni sincero democratico, in ogni uomo onesto.
Telese L., “Cuori neri”, Sperling, pag. 307

Teodoro Buontempo, 2004:
Vede, oggi si parla del coraggio fisico come se fosse una brutta cosa, un gioco per picchiatori. Persino qualcuno di noi ci tiene a dire: io non c’ero, io non ho mai menato le mani. Era il contrario: non potevi avere quel coraggio se non credevi a quello che facevi, non potevi rischiare come facevano quei ragazzi, se non eri convinto che stavi costruendo - anche in quei terribili momenti - un mondo migliore.
Telese L., “Cuori neri”, Sperling, pag. 341

Benito Bollati, 80 anni nel 2005, racconta:
«Lo sa che cosa accadde nella primavera del 1975, un anno prima che sparassero a Enrico? Mi aspettarono sotto casa, con le chiavi inglesi. Erano in quattro. Mi circondarono: iniziarono a massacrarmi di botte, selvaggiamente. Io avevo la pistola nella tasca, e non sapevo cosa fare con le mani, mentre piovevano i colpi... Se continuare a ripararmi il cranio, insomma, o se rischiare la vita per estrarla. Ero già a terra, non vedevo più nulla, il sangue mi colava sugli occhi, con la forza della disperazione sono riuscito a prendere l’arma e a impugnarla. Loro se ne sono accorti, e un altro colpo di chiave inglese mi ha fratturato la mano. Ma sono riuscito a puntarla lo stesso, verso i miei aggressori, che avevano tutti i passamontagna calati. Ho letto la paura, nei loro occhi. Sa com’è andata? Che ho tenuto puntata la pistola dritta, e loro sono fuggiti via, a gambe levate.
Bollati prende un sospiro:
«Da trent’anni convivo con questa certezza. So che se non avessi avuto la sicura innestata, ne avrei stesi almeno un paio. È un pensiero... Un pensiero...»
Che le dà sollievo? chiedo.
E lui, voltandosi, come stupito per la domanda:
«No. A esser sinceri, è un pensiero che mi dà ancora rammarico. Non fosse stato per quella sicura, almeno uno di quei vigliacchi lo avrei di sicuro lasciato per terra».
Telese L., “Cuori neri”, Sperling, pag. 391

La fine di Lotta continua


Nel suo libro su Lotta continua, l ragazzi che volevano fare la rivoluzione 1968-1978 (Mondadori, Milano 1998) Aldo Cazzullo ha fatto risalire l’atto di nascita simbolico del movimento extraparlamentare più importante degli anni Settanta al marzo 1963.
In particolare, al giorno in cui il segretario del Pci Palmiro Togliatti si trova a tenere una conferenza alla Normale di Pisa, nella sala degli stemmi del Palazzo dei cavalieri. Ed è quello il giorno in cui il segretario dei Pci racconta ai ragazzi della sinistra pisana la sua «svolta di Salerno», la scelta di governo del Pci che ha messo fine, nel 1945, alla prospettiva rivoluzionaria e insurrezionale, ponendo le basi della Costituzione.
Cazzullo ricostruisce quello che accadde quel giorno, mentre Togliatti sta raccontando:
«II generale McFarlane si meravigliò con me che il Pci non volesse fare la rivoluzione e me ne diede atto...» Una voce nasale lo interrompe dalle ultime file: «Ci voleva l’ingenuità di un generale americano per pensare che un partito che si proclamava comunista volesse il comunismo». Togliatti la prende male. Cerca lo sguardo di chi ha parlato: «Devi ancora crescere. Provaci tu, a fare la rivoluzione». «Ci proverò, ci proverò.»
La voce nasale è quella di un giovane studente della Normale che si chiama Adriano Sofri. La nascita di Lotta continua nell’autunno 1969 è la risposta a quella domanda, il tentativo di fare la rivoluzione davvero, quando tutto sembra possibile, sull’onda lunga del maggio francese. In meno di sette anni quel sogno però si infrangerà. Durante il congresso di Rimini, nell’ottobre 1976, sarà lo stesso Sofri a decidere che un movimento in ebollizione, pericolosamente sospeso fra utopia e lotta armata, debba cessare la sua esistenza.
Telese L., “Cuori neri”, Sperling, pag. 391

Ma l’ultimo perché viene spiegato con disarmante chiarezza, ancora una volta, da Massimo Libardi. L’ex terrorista lo chiarisce durante il dibattimento, nel dicembre 1983:
Mi viene chiesto: perché proprio Pedenovi? Intanto a Milano c’è stata una pratica di schedatura dei fascisti che è stata continua e totale. [...] Nel momento in cui veniva colpita una personalità di destra, la cosa importante non era la sua posizione, se fosse più o meno un duro o un rappresentante della linea moderata, ma era semplicemente una rappresaglia: viene colpito uno di sinistra, viene colpito uno di destra.
E infine, raccontando una grande verità che non vale solo per il delitto Pedenovi, ma per tutti gli anni di piombo:
Questa logica era seguita anche dagli avversari politici di destra nei confronti di quelli di sinistra. Non è mai stata uccisa una personalità importante. Sono stati sempre colpiti gli obiettivi più facili, quelli immediatamente più identificabili.
Telese L., “Cuori neri”, Sperling, pag. 412

La morte di Marco Donat Cattin


Autostrada A4, lo svincolo che porta alla Modena-Brennero, nei pressi di Verona Sud. È la sera del 19 giugno 1988. Un tamponamento tra una Fiat Regata e una Bmw coinvolge quattro vetture che viaggiano ad alta velocità. Una macchina prende fuoco, cinque persone rimangono ferite, una donna, Andreina Furlan, muore travolta, si scatena un piccolo inferno. Sull’asfalto ci sono anche un uomo e una donna - Alberto Quagli e Franca Marchetto - in condizioni molto gravi. E in mezzo alla strada c’è un altro ragazzo che corre nella notte, agitando le braccia per chiedere alle macchine che passano di fermarsi, di prestare soccorso. Il ragazzo stava passando con la sua auto, si è fermato ed è sceso per aiutare i feriti. E un ex terrorista, un pregiudicato: condannato a undici anni di carcere, ne ha scontati sette e poi è uscito, visto che la pena gli è stata ridotta per via del suo status di «collaboratore di giustizia». Si è messo a lavorare come assistente sociale in un istituto per bambini abbandonati, il Razzetti, poi al progetto Exodus in una comunità per tossicodipendenti. Il ragazzo che corre nel buio della notte per chiedere aiuto è lo stesso che ha fornito le prime tracce nell’inchiesta Pedenovi. Ma la macchina che sta cercando di fermare, nel buio, continua la sua corsa e lo travolge come un manichino.
Strane e complesse le storie degli uomini: Marco Donat Cattin, responsabile di tre delitti, muore in una notte di giugno per cercare di compiere uno spericolato e nobilissimo gesto di solidarietà.
Telese L., “Cuori neri”, Sperling, pag. 415

 

Maurizio Lupini non ha ancora cinquant’anni, ha fatto carrîera nell’esercito, attualmente è distaccato presso la sede nazionale della Croce Rossa di Roma, tra i vialoni larghi del quartiere Portuense. A meno di vent’anni era uno dei principali dirigenti del Fronte della gioventù nelle periferie, ad Acca Larentia era di casa. Il fatto di essere scampato a una strage non lo ha aiutato, quando è uscito un libro con un titolo che collegava la nascita dello «spontaneismo armato», la tragedia della lotta armata e quella in cui è stato suo malgrado coinvolto. Qualche superiore zelante lo ha persino convocato per chiedergli: «Ma lei cosa c’entra, perché è citato in quel capitolo?» Non è facile spiegare che sei vivo per miracolo.
Lupini è uno di quegli uomini destinati a essere tormentati dalla passione politica per tutta la vita. Il suo ricordo non è pacificato, tutt’altro. Spesso mentre parla senti che si alternano in lui il disincanto e il rimpianto. Le riflessioni che ha fatto sulla strage sono sorprendenti:
Allora, a caldo, forse avrei potuto pensare alla vendetta, non lo so. So che adesso provo solo un grande senso di pena, penso che sia noi che «loro», i rossi e i neri, siamo diventati strumenti del sistema che combattevamo. Ci hanno fregati, tutti. Oggi mi sono rimaste solo le certezze dei valori in cui ho creduto da giovane, ma il resto? Spesso mi trovo più d’accordo con qualche compagno no global incontrato sul posto di lavoro che con alcuni ex del mio partito che hanno fatto carriera e si sono dimenticati troppo facilmente di quando erano «brutti sporchi e cattivi».
Telese L., “Cuori neri”, Sperling, pag. 471

Il commando di Acca Larentia nel messaggio di rivendicazione, dice:
«Il fatto che questa azione sia stata fatta da una componente del movimento e non dal movimento per intero non colloca questa componente al di fuori del movimento stesso». Telese L., “Cuori neri”, Sperling, pag. 504

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