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Tranfaglia N, “Cirillo Ligato e Lima”, Laterza

Una lista con indirizzi per eseguire le condanne a morte di magistrati antiterroristi e di esponenti delle forze dell’ordine

In quei giorni viene fatta anche una pressione insolita su Cutolo per costringerlo a trattare per conto della Dc. Ingenti forze. dell’ordine pattugliano per giorni e giorni le strade di Napoli come mai era avvenuto prima. I traffici illegali vengono bloccati. Cutolo capisce l’antifona. Comincia seriamente a collaborare e la pressione delle forze dell’ordine viene allentata. A luglio riprenderanno gli ammazzamenti per le strade. Se ne conteranno 39 rispetto ai 3 di maggio.
Cutolo cosa offrirà alle BR?
«Soldi, armi ed una lista con indirizzi per eseguire le condanne a morte di magistrati antiterroristi e di esponenti delle forze dell’ordine», riferiscono quasi con le stesse parole i vari brigatisti interrogati.
Che cosa ottiene Cutolo?
Oltre a quanto abbiamo già visto (controllo delle carceri, trasferimenti di quasi 60 detenuti) a Cutolo vengono promesse riduzioni di pena, perizie psichiatriche per sé e per i suoi affiliati. Su questo punto tutte le testimonianze concordano. «Entro due o tre anni doveva uscire», dice il suo ex luogotenente Mario Incarnato. Pasquale Scotti aggiunge che il rilascio anticipato era stato promesso anche ad altri camorristi legati a Cutolo. Lo stesso generale Santovito ammetterà: «Ha richiesto di essere aiutato nelle sue vicende giudiziarie». Conferma che viene da Francesco Pazienza: «Cutolo teneva all’alleggerimento delle pene e alla revoca dei mandati di cattura». Cutolo dirà ad Alemi: «Mi è stato promesso che sarei uscito dal carcere, mi si fece balenare la possibilità formale della scarcerazione al di là di ogni perizia psichiatrica». Effettivamente, dopo la liberazione di Cirillo, Cutolo viene assolto per la fuga dal manicomio giudiziario di Aversa, e Vincenzo Casillo si vede sospeso un decreto di carcerazione.
Fu pagato un riscatto anche alla camorra?
Cutolo ha sempre sdegnosamente respinto questa versione. Quasi tutti i pentiti danno per certa la mazzetta a Cutolo. C’è differenza solo nell’indicare la cifra (2 miliardi e 800 milioni secondo Pandico, 1 miliardo e mezzo secondo Salvatore Imperatrice e Marco Medda, 800 milioni secondo Claudio Sicilia, 2 miliardi secondo Salvatore Federico). Più volte si è parlato di assicurazioni fornite a Cutolo e ai suoi affiliati di appalti nelle zone terremotate. Anche questa versione ha avuto numerosi riscontri.
Nelle zone controllate dalle bande di Cutolo gli appalti per i prefabbricati videro coinvolti esponenti della Nco. Basta ricordare le inchieste giudiziarie su Avellino città, Mercato S. Severino, Nocera Inferiore, Nocera Superiore, solo per fare qualche esempio. Il tramite di molti di questi affari furono Alvaro Giardili, il faccendiere romano amico di Francesco Pazienza, Alfonso Rosanova e Vincenzo Casillo. Alvaro Giardili si fece presentare da Pazienza a Piccoli, il quale gli procurerà un incontro a Napoli con l’on. Zamberletti, all’epoca commissario alla ricostruzione. Pazienza e Giardili si incontreranno anche con Gava, presente un boss italo-americano legato al SISMI, Alphonse Bove, originario di Nocera Inferiore, procacciatore d’affari per gli appalti della ricostruzione. E Cutolo, quando fu arrestato nel covo di Albanella, dove si era rifugiato dopo la fuga dal manicomio giudiziario di Aversa, teneva in tasca la carta d’identità intestata a Califano Gennaro, un imprenditore edile di Nocera Inferiore legato alla camorra che aveva monopolizzato tutti gli incarichi nei primi mesi dopo il terremoto. A Nocera Superiore Alfonso Rosanova riuscì a far comprare per diversi miliardi dal Comune un intero parco da lui costruito per alloggiare le famiglie terremotate.
Il ruolo avuto dalla camorra nella ricostruzione delle zone terremotate fu stabilito a tavolino durante le trattative per CiriIlo? La vicenda non fu così banale.
I cutoliani utilizzeranno bene i rapporti che avevano stretto con i vertici della Dc per premere sulle amministrazioni locali. E infatti tra la fine del 1981 e l’inizio del 1982 che la stragrande parte dei comuni avvia la costruzione dei prefabbricati, dopo la prima fase di allestimento dei campi containers. Ed è in questo periodo che cominciano a emergere le notizie che la Dc e i servizi segreti hanno trattato con Cutolo la liberazione di Cirillo.
Il clima nei comuni era pesante e molti amministratori si «convinsero» che non era il caso di resistere alle forti pressioni della camorra se lo Stato aveva trattato con il suo capo.
 [Tranfaglia N., “Cirillo, Ligato e Lima”, Laterza, pag. 65]

L’uccisione di Ammaturo

Alle 16.30 del 15 luglio 1982 quattro brigatisti della colonna napoletana delle BR uccidono sotto casa il capo della squadra mobile di Napoli, Antonio Ammaturo, e il suo autista, Pasquale Paola.
Pochi giorni prima aveva detto per telefono al fratello Grazio: «Ho concluso, sono cose grosse, tremerà Napoli, ho spedito tutto al ministero. Stai attento che ti ho spedito una copia per posta. Mi raccomando, estrema riservatezza su quanto leggerai». Quella lettera del fratello, Grazio Ammaturo non l’ha mai ricevuta.
Anche la vedova Ammaturo, Ermelina Lombardi, conferma la circostanza di una indagine riservata curata dal marito:
«Se fosse riuscito a portarla a compimento sarebbero venuti fuori fatti così grossi che a Napoli ci sarebbe stata un’eclisse». E la sorella Filomena aggiunge: «Mi parlò di una indagine estremamente delicata e altrettanto pericolosa che stava svolgendo, e per la quale temeva anche per la sua incolumità. Mi disse che essa verteva sul sequestro Cirillo e tutto ciò che vi era collegato. Se non mi faranno fuori prima, mi disse, cadranno molte teste altisonanti.»
L’indagine riservata su cui stava lavorando Ammaturo era dunque il caso Cirillo. È il commissario Salvatore Pena, suo collaboratore, a confermarlo. “Quindici giorni dopo il sequestro, Ammaturo mi disse di aver saputo da persone bene informate che per il rilascio di Cirillo si erano interessati personalmente Corrado Iacolare ed il sindaco di Giugliano, Granata. Aggiunse inoltre che della questione si erano interessati Gava ed altri esponenti della Dc.
Ai primi di luglio, Pera sta per andare in vacanza e va a salutare Ammaturo che gli confida di aver quasi completato le indagini, fatte da lui personalmente, per accertare come fossero andate esattamente le cose per il sequestro Cirillo  e in particolare chi si fosse interessato per Cirillo  e chi fosse entrato nel carcere di Ascoli.
Ammaturo, come capo della squadra mobile, non aveva competenze nelle indagini sul sequestro, in quanto, trattandosi di un’azione terroristica, la competenza era della Digos. Perché se ne occupava? Intanto perché aveva da tempo capito che il sequestro portava diritto al coinvolgimento della camorra cutoliana e di esponenti politici democristiani, e poi perché aveva un conto aperto con Granata e con Cirillo .
Ammaturo conosceva bene Giuliano Granata in quanto aveva diretto per dieci anni il commissariato di Giugliano. Da lì fu trasferito a Gioia Tauro ed ebbe sempre la certezza che dietro quel trasferimento ci fossero le pressioni di Ciro Cirillo, Giuliano Granata e addirittura dell’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone. Era tempo di elezioni e «la sua presenza non garantiva la vittoria della Dc». Inoltre Cirillo  e Granata erano intervenuti, a suo dire, per impedirgli di inquisire il capocamorra locale, Alfredo Maisto.
Quel trasferimento Ammaturo non lo aveva mai digerito e non aveva dimenticato coloro che lo avevano voluto. Così, quando viene a sapere in questura a Napoli del ruolo di Granata nella vicenda, comincia a indagare personalmente e quando arriva a delle prove scottanti con «voce trionfale» le annuncia al fratello, le mette per iscritto in un rapporto che invia al ministero (e in copia anche al fratello). Di tutto ciò non si trova nessuna traccia dopo l’assassinio. Le BR comunicano di aver eliminato «un’importante pedina all’interno dell’antiguerriglia ed in particolare della lotta all’extralegalità».
Ammaturo era stato invece un abile e tenace nemico della camorra. Aveva avuto il coraggio di violare la casa e il castello di Cutolo a Ottaviano, primo poliziotto in assoluto a farlo. Cutolo ce l’aveva con lui sia per questo «mancato rispetto» alla sua casa e alla sua famiglia, sia perché lo accusava di avere passato delle informazioni al giornalista Sergio De Gregorio per un libro sulla camorra, da cui il capo della Nco non usciva bene. Cutolo gli aveva spedito una lettera intimidatoria a cui il vicequestore aveva risposto attraverso la stampa con parole lapidarie: «E’ un buffone».
Secondo il pentito Giovanni Pandico, Cutolo era infuriato contro Ammaturo e lo avrebbe fatto uccidere dalla colonna napoletana delle BR. Quando Ammaturo fu assassinato, ci furono grandi feste nelle carceri di Novara, dove erano rinchiusi diversi capi della Nco, e Roberto, figlio di Cutolo, confida che se i BR non fossero stati identificati subito, la paternità dell’omicidio sarebbe stata rivendicata dalla Nuova camorra organizzata. Cutolo stesso risponde feroce e ambiguo al giudice
Alemi:
“Non ho fatto alle BR il nome di Ammaturo perché venisse ucciso. Non escludo che mi avrebbe fatto piacere ammazzarlo, ma lo avrei fatto direttamente io perché era una vendetta personale. Mi chiede se il dottor Ammaturo stesse facendo indagini personali sul sequestro Cirillo. E che ne so? Anche se non escludo che l’operazione di polizia a casa mia avesse come scopo di acquisire elementi per colpire più in alto e cioè colpire quelli che avevano trattato con me per Cirillo.”
E le BR non avevano detto che Cutolo era pronto, tra le altre cose, a dare loro nomi di poliziotti e magistrati da eliminare?
Le BR, che volevano colpire il «cuore» dello Stato, con l’assassinio di Ammaturo ritardano di alcuni anni la verità su quel torbido intreccio di interessi che, nel cuore dello Stato, aveva consentito la trattativa per Cirillo.
Tranfaglia N., “Cirillo, Ligato e Lima”, Laterza, pag. 81

Banche che stranamente ritirano il fido

Per le BR costituiva motivo di vanto «l’aver espropriato al boia Cirillo , alla sua famiglia di speculatori, al suo partito di affamatori e alla sua classe di sfruttatori» i miliardo e 450 milioni, come avevano affermato nel comunicato.
Perché dunque i figli di Cirillo, Piccoli e Gava dissero il falso?
Dissero il falso non per consentire a Cirillo di tornare in politica, né per non mettere in difficoltà la linea della fermezza della Dc, ma perché ammettendo il riscatto dovevano dire i nomi di coloro che avevano contribuito a mettere insieme la cifra e spiegare il perché di tanta generosità da parte di «alcuni amici». Così i figli di Cirillo , suffragati dal padre, inventano la storia che la cifra era stata messa insieme grazie allo sconto di effetti bancari, a riserve prelevate dalla concessionaria di auto di proprietà della famiglia e al contributo di altri familiari, di cui non riescono a indicare i nomi. Ma tutti i brigatisti autori del sequestro avevano invece detto al giudice che era stato proprio Ciro Cirillo  a indicare ai figli gli «amici» a cui rivolgersi e il sistema da usare per nascondere la loro partecipazione alla colletta.
Le BR avevano suggerito a Cirillo  questa strada dopo che l’assessore regionale aveva affermato di potere disporre personalmente di soli 50 milioni.
«Stabilisci un rapporto fruttuoso con i tuoi familiari in modo che possono accumulare, in tempi medio-brevi, cifre di un certo volume; ricorrendo agli amici con cui hai intrapreso in passato iniziative economiche e finanziarie a lato delle tue attività politiche.»
Così gli dice il brigatista Chiocchi, e così fa Cirillo. «E difatti lui individua delle persone, degli amici di partito, degli amici con cui ha avuto delle iniziative economiche in passato, che hanno già ricevuto favori in passato». Circostanza confermata da un altro brigatista, autore del sequestro, Giovanni Planzio:
«Cirillo aveva dato mandato ai suoi figli di contattare alcuni politici ed imprenditori del suo giro che avrebbero potuto contribuire alla raccolta della somma; tra questi aveva fatto il nome di Giustino. Nel fornire tali nominativi, Cirillo affermò che erano tutti relativi a nominativi che già avevano un debito di riconoscenza nei suoi confronti, in quanto, per il suo personale intervento ed interessamento, avevano già in precedenza ricevuto appalti e altri favori similari.»
Chi pagò il riscatto? Vediamo di ricostruire le varie notizie finora acquisite.
Si è parlato più volte di un contributo alla raccolta di soldi per il riscatto da parte di imprenditori della penisola sorrentina. Cutolo ha ripetuto spesso di avere a disposizione delle fotografie che ritraggono, nel già menzionato Hotel Europa Palace, Casillo con un importante uomo politico e con alcuni imprenditori.
Abbiamo già detto che Patriarca era socio di alcuni imprenditori della zona. Patriarca ha indicato nell’on. Raffaele Russo, di Piano di Sorrento, l’organizzatore della colletta. E dunque molto probabile che degli imprenditori della penisola sorrentina siano stati coinvolti nel pagamento del riscatto. Non potevano dire no a Gava, a Patriarca e a Russo. Sicuramente pagò l’ing. Giuseppe Savarese, titolare di un albergo a Seiano.
Si è poi parlato da parte di numerosi pentiti di un contributo versato dai maggiori costruttori napoletani. Sempre secondo Patriarca Russo avrebbe contattato Carlo Rolandi, amministratore delegato della metropolitana napoletana, per chiedergli di raccogliere il denaro del riscatto.
[G. Di Fiore, Acampora: cosi raccogliemmo i soldi per Cirillo, in «Il Mattino», sabato 11 settembre 1993.]
Gava ha giustificato il suo comportamento sostenendo di aver saputo solo molto tempo dopo dell’esistenza di un riscatto. Ma è stato smentito da un suo amico costruttore, l’ing. Savarese, il quale ha riferito al giudice Alemi che all’inizio del luglio 1981, prima del rilascio, Gava gli aveva parlato di un riscatto da versare.
Savarese in sede di processo cercò di ritrattare questa versione, ma poi alla fine la confermò. Alcuni giorni dopo il Banco di Napoli gli revocò un fido, facendolo così fallire.
La banca controllata da Gava poteva permettere uno sgarbo del genere al suo protettore?
Tranfaglia N., “Cirillo, Ligato e Lima”, Laterza, pag. 69
Lima abbandona presto Gioia, che solo tre anni prima aveva messo in crisi un governo regionale e l’Antimafia pur di difenderlo. Lima, ora, nella Dc cerca casa, I morotei, interpellati, rinunciano ad accogliere nelle loro fila un uomo così spregiudicato. Alla fine lo prende con sé Giulio Andreotti, accogliendolo nella sua corrente personale, che fino a quel momento ha avuto il suo punto di forza nel troppo angusto feudo ciociaro.
I retroscena di questa conversione di Salvo Lima li ha raccontati Franco Evangelisti, il luogotenente di Giulio Andreotti.
«Avevo 24 anni quando l’ho conosciuto. Dopo aver fondato a Roma la corrente «Primavera» mi guardai attorno nel resto d’Italia. E incontrai Lima, fanfaniano, che mi disse: «Se vengo con Andreotti non voglio venire solo, ma con i miei luogotenenti, i colonnelli, la fanteria, le fanfare e le bandiere». Parlammo per tre giorni di fila e quando arrivò la data fissata, nell’ufficio di Andreotti a Piazza Montecitorio, arrivò davvero alla testa di un esercito.»
In quest’incontro, secondo la ricostruzione fatta, a sua volta, dallo stesso Lima in un’altra intervista, il nuovo adepto avrebbe invitato Andreotti a «chiedere notizie sul mio conto alla Commissione Antimafia. Sapevo di essere chiacchierato e non volevo creargli problemi. Giulio chiese informazioni e mi disse: va bene». Strano: nonostante il salvataggio di Pafundi, agli atti della Commissione erano già in quel momento accumulate accuse brucianti, che non sembrerebbe possibile derubricare come «chiacchiere».
Tranfaglia N., “Cirillo, Ligato e Lima”, Laterza, pag. 229

Secondo Buscetta Andreotti ha ordinato i delitti Dalla Chiesa e Pecorelli perché i due personaggi «erano a conoscenza di segreti sul sequestro Moro».
Racconta Buscetta:
“L’incontro avvenne in un albergo di via Veneto, antico ma elegante e raffinato che aveva un atrio, oltre il quale vi era una rientranza con una panca ove ci sedemmo io Lima e Nino Salvo. Invero l’incontro era stato richiesto dallo stesso Lima, tramite Nino Salvo. Nino Salvo mi disse appunto che l’on. Lima desiderava incontrarmi avendo saputo che io mi ero dato alla latitanza. Fu così che avvenne l’incontro di cui ho parlato. Nel corso di questo incontro mi parlò di affari politici concernenti Palermo, e fra l’altro si scusò del fatto che non si era potuto adeguatamente interessare delle mie vicende giudiziarie perché disse che ciò avrebbe recato altrimenti «danno a se stesso e a me». Mi consta che Lima Salvo era effettivamente l’uomo politico a cui principalmente Cosa nostra si rivolgeva per le questioni di interesse dell’organizzazione, che dovevano trovare una soluzione a Roma.
Nel giro di pochi mesi ulteriori rivelazioni investiranno direttamente Giulio Andreotti: Buscetta chiarirà, per esempio, che nel corso di quel colloquio romano che a pizzichi e bocconi ha via via rievocato in diversi interrogatori, Lima gli chiese di tornare a Palermo per dargli man forte contro l’offensiva di Ciancimino, interfaccia politica dei «corleonesi». E chiamerà in causa Andreotti non solo come «il referente politico nazionale» cui Lima si rivolgeva, ma per compenetrazioni più organiche che sarebbero testimoniate dal fatto che anche un capomafia dell’importanza di Badalamenti si sarebbe incontrato con Andreotti nel suo ufficio romano e per aver ordinato i delitti Dalla Chiesa e Pecorelli perché i due personaggi «erano a conoscenza di segreti sul sequestro Moro».
Mutolo, impressionato da una minacciosa sortita pubblica in Tv di Totò Riina dopo la cattura, si decide ad «affrontare il problema più importante, costituito da quello che sicuramente era — fin quando sono stato in Cosa nostra — il più potente referente politico di Cosa nostra. Intendo parlare del sen. Andreotti, esattamente la persona alla quale l’on. Salvo Lima si rivolgeva costantemente per le decisioni da adottare a Roma che coinvolgevano gli interessi di Cosa nostra». Perché uccidere Lima? Perché bisognava mandare «un segnale al suo padrone». Anzi, più precisamente: «Nei confronti del sen. Andreotti l’omicidio di Lima costituiva in effetti sia una sanzione perché gli derivava un grave danno politico, sia un avvertimento per i suoi comportamenti futuri». Marino Mannoia dichiara di essere a conoscenza del fatto che «Lima fosse uomo d’onore» e d’averlo «saputo da Stefano Bontade». E racconta persino di un incontro di Andreotti con Stefano Bontade in una villa a Palermo. Baldassarre Di Maggio narrerà, infine, di un incontro in casa di Ignazio Salvo del potente leader democristiano con il superlatitante Riina, che avrebbe fin’anche baciato Andreotti.
Calunnie, replica fieramente l’interessato, e attacca i magistrati che hanno raccolto tali deposizioni: «Non mi fido di loro». Ma «sulla eventuale responsabilità politica del sen. Andreotti, derivante dai suoi rapporti con Salvo Lima, dovrà pronunciarsi il Parlamento», come scriverà nella sua relazione su mafia e politica la Commissione Antimafia, nel documento che viene sottoscritto ai primi di aprile 1993 anche dai commissari Dc. Andreotti, accettando infine di sottoporsi all’autorità giudiziaria, dirà in Senato un mese dopo che i suoi rapporti con Lima erano esclusivamente «politici».
Sembra passato un secolo da quando Andreotti difendeva a spada tratta il suo proconsole siciliano. Salvo Lima, secondo Andreotti intervistato da Enzo Biagi nel novembre 1988: «è stato un sindaco di Palermo molto stimato, uno dei pochi sindaci di grandi città che abbia fatto il piano regolatore. Sono passate decine di anni, ci sono state inchieste parlamentari, commissioni antimafia, processi e controprocessi. Non una volta si è potuto dire che Lima fosse colpevole, anzi quando è stato accusato e si è rivolto ai giudici, ha sempre avuto soddisfazione. Il giorno che dimostreranno che Lima non merita più la mia stima, non l’avrà più».
Con tanto ritardo, Andreotti con il suo intervento al Senato fa capire che forse quel giorno è arrivato.
Tranfaglia N., “Cirillo, Ligato e Lima”, Laterza, pag. 265

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