![]() |
|||||
Less Udrà ora un’altra parte della testimonianza di Wisliceny: «Eichmann mi disse allora che avrebbe potuto esibirmi anche l’ordine scritto di Himmler, se ciò fosse servito a mettere in pace la mia coscienza. Prelevò da una cassaforte un sottile fascicolo e mi mostrò uno scritto di Himmler indirizzato al capo della polizia di sicurezza e del SD. In quella lettera era scritto, più o meno, che il Fùhrer aveva ordinato la soluzione finale del problema ebraico. Della esecuzione di questa soluzione finale erano incaricati il capo della polizia di sicurezza e del SD e l’ispettore del sistema dei campi di concentramento. Fino alla soluzione finale tutti gli ebrei in grado di lavorare, maschi e femmine, dovevano essere utilizzati per la esecuzione di lavori».
[sovraccaricando i treni, Eichmann ha fatto morire migliaia di deportati, giunti cadaveri nei campi di sterminio. Non era quello un delitto senza scusanti? Non stava sottraendo braccia alla germania? Era vero quel comando o l’altro, di uccidere in ogni caso, in viaggio come col gas?]
Less A Wisliceny è stato chiesto di indicare la data di quell’ordine. Ha risposto: «Quell’ordine era dell’aprile 1942 ed era firmato personalmente da Himmler. Eichmann mi aggiunse che era stato personalmente incaricato della esecuzione di quell’ordine nell’ambito degli uffici centrali per la sicurezza del Reich.
Eichmann Wisliceny ha tirato la questione per i capelli, in un certo senso. Io non
mai avuto un incarico speciale, perché - e insisto ancora nel sottolinearlo - io non ho avuto nulla a che fare con le uccisioni. Con le evacuazioni, sì... non c’è verso che io possa sottrarmi a questa responsabilità e quindi la ammetto, sissignore! Ma le mie competenze cessavano con la consegna delle tradotte alle stazioni di destinazione secondo gli orari prefissati
Less Lei dunque era responsabile dei trasporti, ma uno sterminio non sarebbe stato possibile se non fossero stati fatti i trasporti.
Von Lang J., “Il verbale del processo Eichmann”, Sperling, pag. 105
Less Come avvenivano le evacuazioni?
Eichmann Ne riferisco in termini generali, ma il problema era questo. In casi simili io non potevo far altro che dire al Gruppenfùhrer Miiller: «La prego, mandi un dispaccio per telescrivente perché il responsabile territoriale per la questione ebraica si presenti qui a Berlino e faccia rapporto». E poi invece Muller mi diceva: «No, è meglio che ci vada lei. Vada a verificare lei cosa e e che non funziona». Ci andavo e la relazione poi l’indirizzavo al capo dell’ufficio IV, Gruppenfùhrer Muller, con preghiera di renderne partecipe, ai fini deeisionali, il C, dove C stava per capo della polizia di sicurezza e del SD. Io non potevo decidere nulla: era Muller che stabiliva se la comunicazione dovesse essere inoltrata o meno. Spesso tornava da me con l’indicazione : «C ne ha preso atto, fare rapporto al Reichsfùhrer delle SS». Un esempio: Himmler ordinava la evacuazione degli ebrei dalla Francia, verso ghetti di Litzmannstadt o Varsavia. In tal caso l’ordine di Himmler perveniva innanzi tutto al principale responsabile delle SS e della polizia a Parigi e poi al capo della polizia di sicurezza a Parigi. Se Himmler, nel corso di un qualche incontro col ministro degli Esteri del Reich, aveva già chiarito tutto in anticipo, allora il consenso del ministero degli Esteri poteva considerarsi come dato. Se invece si era trattato di un’idea impulsiva di Himmler, allora il capo della polizia di sicurezza doveva chiedere l’approvazione del ministero degli Esteri. E si avviava in tal modo il tira e molla dell’apparato burocratico. Passavano settimane prima che ogni parte interessata attestasse di non avere obiezioni. A quel punto fa faccenda andava chiarita con il governo francese di Vichy e bisognava quindi chiamare in causa il comandante militare a Parigi. Ritengo di dover menzionare tutte queste cose perché chiariscono come le evacuazioni non potessero avvenire così, semplicemente. Non c’era organizzazione tedesca, per forte e autorevole che fosse, la quale potesse riunire gente, infilarla nei vagoni e spedirla via: avanti, marsch! L’intera faccenda delle evacuazioni dai paesi europei è stata una catena di tenaci, infinite trattative. Dovevamo ordinare i treni presso il ministero dei Trasporti del Reich, cioè presso il consigliere ministeriale Stange, e dovevamo stabilire contatti anche coll’ufficio centrale per gli affari economici e amministrativi delle SS. È lì che decidevano le destinazioni, perché noi non sapevamo dove inviare i convogli. Non era compito nostro il dover decidere dove mandare i trasporti.
Less Lei avrà ovviamente spiegato ai responsabili per le questioni ebraiche all’estero, nel territori occupati, quali fossero gli obiettivi delle evacuazioni?
Eichmann Sì, gliel’ho detto. Gliel’ho detto, quando mi chiedevano le ragioni di quei trasferimenti. Non mentivo nemmeno allora. Io non sono un uomo capace di mentire. Lo dico subito: quando il dottor Kastner, il portavoce degli ebrei in Ungheria, nel periodo in cui io ero in servizio a Budapest, veniva da me, e lo faceva spesso, per dirmi: «Obersturmbannftìhrer, faccia cessare il meccanismo della distruzione ad Auschwitz, facciamola finita con Auschwitz!» io gli rispondevo: «Caro dottor Kastner, io non posso fermano, perché non sono stato io a metterlo in moto. Può farlo solo il Reichsfiìhrer Himmler». E quello continuava a ripetermi:
«Fermi quel meccanismo di distruzione». E io: «Signor Kastner, non posso, non posso, non posso; li conosco, conosco quella gente, ma io non posso perché non è compito mio, non ho alcuna competenza. Sarebbe come se intervenisse lei. Intervenga lei, lo faccia lei, io non posso, la mia funzione ètroppo piccola, non ho possibilità alcuna, nessuna. Non mi compete. Il meccanismo della distruzione», gli spiegavo, «dipende dall’ufficio centrale per gli affari economici e amministrativi, Gruppenfùhrer Pohb». Così dissi al dottor Kastner, a Budapest.
Von Lang J., “Il verbale del processo Eichmann”, Sperling, pag. 108
Less I comandanti dei campi di sterminio non facevano delle relazioni sulla loro attività, con indicazioni di numeri e non le spedivano, fra l’altro, anche al suo settore?
Eichmann No. A me non arrivavano mai relazioni. Certo, dovevano fare delle relazioni, ma per l’ufficio centrale degli affari economici ed amministrativi. Un giorno venne a trovarmi uno che si occupava di statistiche: professionaImente voglio dire. Il mio superiore Muller mi comunicò che si trattava di fare una relazione per Hitler e cioè per il Fùhrer, come si diceva allora, per ordine di Himmler e usando la macchina del Fùhrer. Fu un’espressione che mi risultò del tutto nuova. Si trattava d’una macchina da scrivere dai caratteri molto grandi. Una volta che lo specialista in statistiche avesse compilato il suo rapporto, dovevo mandarla a prendere presso la centrale della Gestapo, nella Prinz Albrecht-Strasse, perché esisteva una sola macchina per scrivere di quel tipo presso la polizia di sicurezza.
In breve, quell’uomo, quell’esperto di statistiche, venne nel mio ufficio. Aveva avuto incarico da Himmler di compilare una statistica esatta sullo stato della soluzione del problema ebraico in Europa; gli si dovevano mettere a disposizione tutti gli affari segreti del Reich, ogni cosa doveva essere esibita a quell’uomo. E si trattava d’una persona assai bene informata, ebbi subito quest’impressione. Quell’uomo si èrivolto a tutti i dirigenti della polizia di sicurezza.
Less E a quali risultati pervenne?
Eichmann Elencò tutte quelle cose, quelle operazioni di sterminio nei territori orientali. E pervenne - comprendendo però anche le cifre dell’emigrazione e di morte naturale, come le definiva - a una cifra di quattro milioni e mezzo o cinque milioni. Questi almeno sono i numeri che ricordo. In tal modo - diceva la sua relazione - il problema ebraico poteva considerarsi in Europa sostanzialmente risolto.
Less Quale materiale fece vedere a quell’esperto in statistica?
Eichmann Tutto quello che era registrato sotto «affari segreti del Reich» perché così mi era stato ordinato. Tutti i trasporti effettuati e che ci erano stati fin lì segnalati.
Less Quel materiale conteneva anche cifre relative all’annientamento degli ebrei?
Eichmann No. Niente annientamento. Non avevo cifre in relazione a quella fase.
Less Solo i dati sulle evacuazioni e sui trasporti? Però le davano comunicazione quando un convoglio arrivava a destinazione.
Eichmann Sì, quelle comunicazioni ci pervenivano. Erano le sole cifre di cui fossi informato e Gunther, sulla base di quelle cifre, aveva predisposto nella sua stanza, sulla parete, un grafico... Il dottor Lòwenherz lo avrà certo visto dozzine di volte; chiunque entrasse nella stanza lo poteva vedere...
Era una raffigurazione grafica, fatta con un nastro, ecco, così, di queste dimensioni. Mi dispiace, ma la cifra in sé oggi non la ricordo più.
Less Aveva già fatto prima un rapporto sul numero degli ebrei deportati?
Eichmaflfl Prima che venisse l’esperto in statistica? Signor capitano, non lo so. Se me lo avevano ordinato, l’ho certamente fatto, ma non riesco a nicordarmefle. Con tutte quelle cose che avevamo da scrivere - perché il nostro lavoro consisteva essenzialmente nello scrivere - è davvero difficile oggi fare riferimento, un riferimento impegnativo, a qualche fatto specifico, alle cose che si scrivevano.
[un uomo tutto scrittura, un contabile, con una battuta macabra “l’uomo che leggeva la bolletta del gas”]
Less La visita di quell’esperto avvenne perché Himmler riteneva il numero degli ebrei uccisi troppo basso?
Eichmann No. Quella relazione statistica fu fatta per mettere Himmler in grado di informare Hitler. Perché poi la relazione lui fu restituita con questa annotazione di Himmler: «Primo: il Fùhrer ha preso atto. Secondo: distruggere l’incartamento».
Cronista Il dottor Richard Korherr non era un membro delle SS, bensì un esperto di statistica di buona fama scientifica. Himmler, da quella spia pedante che era, si servì di quell’uomo poiché era convinto di poter, mediante la statistica, scoprire le millanterie e le irregolarità commesse dai suoi immediati sottoposti. Con il bilancio delle cifre relative allo sterminio degli ebrei sperava invece di far colpo su Hitler.
Però, con suo grande dispiacere, non ebbe occasione di esibire la relazione personalmente al Fuhrer. Dovette consegnarla a Martin Bormann. Questi gliela restituì inizialmente con un rabbuffo osservando che non poteva essere sottoposta a Hitler in quella forma. Così per esempio le parole o espressioni come «liquidazione» e «trattamento speciale» dovevano essere sostituite con altre. Anche quando quelle correzioni furono apportate, Bormann esitò a lungo prima di far vedere la relazione a Hitler. Lui lo sapeva: bisognava bensì sterminare gli ebrei, ma la massima autorità dello Stato preferiva ufficialmente non saperlo.
Von Lang J., “Il verbale del processo Eichmann”, Sperling, pag. 123
Less Io le leggerò ora un estratto dal trentunesimo volume del verbale del processo contro i maggiori criminali di guerra al tribunale militare internazionale di Norimberga e precisamente l’affidavit del dottor Wilhelm Hòttl. Cito testualmente: «Il mio nome è dottor Wilhelm Hòttl, Sturmbannfuhrer delle SS, cioè maggiore delle SS. La mia mansione, fino al crollo tedesco, è stata quella di relatore e di vicedirettore nell’ufficio VI presso la centrale per la sicurezza del Reich. L’ufficio VI era il cosiddetto ufficio per gli affari esteri del SD e si occupava del Servizio informazioni in tutti i paesi del mondo. Corrispondeva più o meno all’Intelligence Service britannico.
Verso la fine dell’agosto del 1944 ebbi un colloquio, nella mia casa di Budapest, con l’Obersturmbannfùhrer delle SS Adolf Eichmann, che conoscevo fin dal 1938. Eichmann, in quell’epoca, per quanto mi constava, era direttore di Sezione presso l’ufficio IV della Gestapo, alla centrale per la sicurezza del Reich, e inoltre era incaricato da Himmler di catturare gli ebrei in tutti i paesi d’Europa e di trasportarli in Germania. Eichmann in quel periodo era fortemente scosso dalla decisione della Romania di cessare la guerra. Pensava che la guerra dovesse ormai considerarsi perduta per la Germania.
Gli chiesi quanti fossero in effetti gli ebrei uccisi. Mi rispose che la cifra costituiva un affare segreto del Reich, ma che me l’avrebbe comunicata poiché poteva interessarmi anche nella mia qualità di storico.
Mi spiegò di aver fatto poco tempo prima una relazione per Himmler, appunto poiché questi aveva voluto conoscere con esattezza il numero degli ebrei uccisi. Sulla base delle informazioni di cui aveva potuto disporre era pervenuto a questo risultato: nei vari campi di sterminio erano stati uccisi circa quattro milioni di ebrei, mentre altri due milioni erano morti in altro modo; la maggior parte di questi ultimi era stata comunque fucilata dai gruppi speciali della polizia di sicurezza durante la campagna di Russia. Himmler si era detto soddisfatto del risultato, poiché, secondo il suo parere, il numero degli ebrei uccisi doveva essere in effetti superiore ai sei milioni.
Devo supporre che quest’informazione datami da Eichmann fosse esatta poiché di tutte le persone interessate era quella che aveva un quadro più preciso sull’entità degli ebrei uccisi. Prima di tutto era lui che, con le sue squadre speciali, riforniva i campi di sterminio di ebrei, e poi, quale dirigente del settore IV, che era competente in materia di questioni ebraiche, conosceva meglio di tutti le cifre esatte. Si aggiunga che Eichmann, in quel momento, era in condizioni di spirito tali da non potermi deliberatamente indicare dati falsi».
[Eichmann ricerca uno “storico” che attesti il suo zelo: si sente un impiegato modello. Se i soldati al fronte avessero fatto il loro dovere fino in fondo - come lui che si era affannato ad organizzare deportazioni - il nemico non avrebbe vinto come stava facendo in quel momento.]
Von Lang J., “Il verbale del processo Eichmann”, Sperling, pag. 127
Eichmann La mia squadra era stata sciolta il 29 settembre 1944.
L’unità fu ridotta all’osso poiché non c’era in pratica più lavoro da svolgere. Io, da parte mia, era da un bel po’ di tempo che premevo perché mi richiamassero, perché.., perché in pratica non c’era niente da fare. Per molti giorni mi sono annoiato, perché non c’era nulla da fare. Risultava assai enigmatico anche a me, che ci lasciassero lì, tanto più in un momento di guerra. Non ero abituato a starmene seduto da qualche parte a girare i pollici per far passare il tempo.
Von Lang J., “Il verbale del processo Eichmann”, Sperling, pag. 255
Less Becher [un ufficiale delle SS incaricato di missioni speciali] afferma ancora: «Ho raggiunto Himmler tre giorni dopo. Mi pare che fosse nella Prussia orientale. E fu li che, in presenza di Winkelmann, fu impartito l’ordine di vietare ogni ulteriore deportazione mediante colonne in marcia. Questo ordine fu impartito ad Eichmann, o meglio fu trasmesso da Winkelmann ad Eichmann.
Eichmann Questo non è... non è affatto vero!
Less E Becher dice ancora: «Il signor Eichmann intendeva portar via dall’Ungheria gli ultimi centocinquantamila ebrei rimasti. So anche che mi ha detto: ‘Ho il consenso per cinquantamila; al come ci penserò io! ‘
Eichmann Questo è... queste sono, tutte, queste sono tutte fantasie che mi risultano inspiegabili. Di più non posso dire. Less Becher afferma: «Ho detto a Himmler che dovevo in continuazione constatare che Eichmann sabotava i suoi ordini. Quella marcia a piedi che aveva allestito era un puro maSsacro».
Eichmann Ho la sensazione che Becher, che era dentro fino
al collo in tutta la faccenda, abbia cercato tutti i mezzi, forse già prima della fine della guerra, ma di certo subito dopo la fine della guerra, per potersene lavare le mani, in fretta, esattamente come fa qui. Capovolge letteralmente il senso delle cose. E esatto che dopo la nostra visita al Reichsfùhrer le deportazioni sono state interrotte. Ma che sia stato Becher a determinare questa decisione è... è del tutto escluso.
Less Intitolando il capitolo: «Il comandante di Auschwitz contro la marcia a piedi», scrive il dottor Kastner nel suo libro: «Il 16 novembre del 1944 arrivarono a Budapest degli ospiti importanti. giunse cioè il capo delle Waffen-SS, generale Jiittner, accogliendo un invito di Becher. Venne a Budapest in compagnia di Krumey e del comandante di Auschwitz, l’Obersturmbanfuhrer delle SS Hòss. Lungo il tragitto fra Vienna e Budapest furono testimoni di quell’orrenda marcia. I cadaveri ammucchiati lungo la strada, quella gente che incedeva disfatta fecero ai signori tedeschi un’impressione estremamente penosa. Arrivati a Budapest manifestarono a Becher la loro costernazione per quanto avevano visto. Il comandante di Auschwitz, Hòss, si dimostrò particolarmente indignato. Fra l’altro Hòss stava tornando dal quartier generale di Himmler, ove gli era stato comunicato il nuovo orientamento del Reichsfuhrer. Himmler impartì alla squadra addetta alle faccende ebraiche di Budapest l’ordine di interrompere immediatamente la marcia. Il che avvenne il 17 novembre. Quel giorno fu possibile riportare a Budapest circa settemilacinquecento ebrei già avviati lungo il tragitto. Eichmann era momentaneamente assente. Il 13 novembre aveva modificato gli ordini dati, nel senso che aveva disposto la deportazione di tutti i bambini che avessero superato il decimo anno di età. Appena informati, avevano avvertito Becher. Questi chiamò Eichmann, per telefono, in mia presenza. Inizialmente Eichmann non volle ammettere, smentì di aver dato quell’ordine e sostenne che si trattava di notizie false e denigratone. Becher minacciò allora di telefonare a Himmler. Fu la minaccia che servì. Eichmann revocò il suo ordine».
Eichmann lo non so nulla di tutto questo, di quei... di quei cadaveri che si sarebbero ammucchiati lungo le strade.
Von Lang J., “Il verbale del processo Eichmann”, Sperling, pag. 265
Less Vorrei ora leggerle alcuni brani di un articolo apparso sul settimanale tedesco Stern. L’articolo è stato pubblicato nel numero datato 9 luglio 1960: «Raccontò loro ciò che aveva concepito come scusa o giustificazione per se stesso: il loro padre era bensì ricercato, gli si addebitavano crimini orrendi, ma non era vero. Era sempre stato un fedele e ligio funzionario, che aveva fatto ciò che gli era stato ordinato, ma che non aveva mai ucciso un essere umano».
Eichmann Ed è verissimo!
Less E poi ancora: «Ammette con gli amici di essere Eichmann, si abbandona a discussioni senza fine, legge tutto ciò che dopo la guerra è pubblicato sulla questione che gli era stata affidata: il problema ebraico. S’aggrappa disperatamente all’unica cosa che gli è rimasta per giustificare le sue azioni: il giuramento, il compimento del dovere, l’ubbidienza. L’odio di Eichmann si scarica su chiunque nelle ultime ore del Reich millenario avesse fatto valere sentimenti umani contro l’ubbidienza incondizionata. Legge il libro di Gerhard Boldt, Gli ultimi giorni della cancelleria del Reich e scopre che l’autore Boldt non ha ubbidito al Fùhrer fino all’ultimo puntino sulla i. La frase riportata sul risvolto della copertina comincia con le parole: ‘Un giovane ufficiale al fronte (Boldt) è assegnato nel gennaio del 1945...’ Eichmann cancella le parole ‘giovane ufficiale al fronte’ e scrive: ‘ farabutto’. E continua. Ovunque nel libro appaia il nome di Boldt, aggiunge ‘farabutto, traditore, mascalzone’. Quando Boldt riferisce che, negli ultimi giorni del Reich nazionalsocialista, alti ufficiali delle SS, sin lì arroganti e alteri, divennero improvvisamente umili e piagnucolosi, si riscontra un’annotazione al margine di Eichmann: ‘L’autore è uno stronzo infame! Boldt si chiama questo porco!’ In un altro punto Eichmann scrive: ‘L’autore andrebbe spellato vivo per la sua indegnità. E’ per questo tipo di farabutti che s’è persa la guerra’. E infine, sull’ultima pagina del libro, il riassunto di Eichmann:
1. Ciascuno è libero di vivere come gli pare;
2. Ma allora non bisogna darsi da fare per diventare ufficiali perché
3. L’ufficiale è tenuto a fare il suo dovere sulla base del giuramento prestato! Rieccolo, il filo di paglia, ‘il dovere’, al quale si aggrappa, e per difendere il quale sviluppa una passionalità e un vocabolario che non gli erano consueti ai tempi in cui dava una mano a risolvere la questione ebraica con fredda e mortale correttezza».
Fu lei a fare queste annotazioni sul libro?
Eichmann Sì, le ho fatte io.
Von Lang J., “Il verbale del processo Eichmann”, Sperling, pag. 303
Eichmann: la sua totale mancanza di senso dell’umorismo
La sua totale mancanza di senso dell’umorismo è forse l’aspetto del suo carattere che mi ha colpito di più. Le sue labbra erano sottili, parevano tagliate col rasoio; le poche volte che sorrideva, il sorriso non si estendeva mai agli occhi e il suo volto assumeva semmai un’espressione sprezzante.
La sua linea di difesa risultò chiara fin dall’inizio. Era in sostanza la stessa seguita anche nel corso dei vari processi di Norimberga. Eichmann aveva tuttavia il vantaggio di aver potuto meditare sui processi di Norimberga e di poter quindi sfruttare le esperienze che vi erano state fatte.
La linea fondamentale della sua tattica di difesa è stata, in primo luogo, questa: «Mentire fino alla prova del contrario». E in quel modo seguiva le orme del suo ex superiore Kaltenbrunner. In secondo luogo ha tentato di definirsi come una «piccola rotellina» del grande ingranaggio e di scaricare ogni colpa sugli altri, superiori e subordinati. La sua terza linea di difesa, che aveva già trovato applicazione nei processi a carico di sessanta alti ufficiali delle SS e di polizia, comandanti di unità operative delle SS o dirigenti di uffici centrali delle SS, è stata quella di richiamarsi allo stato di necessità impostogli dagli ordini che gli erano stati dati.
Eichmann utilizzò alternativamente queste tre linee nel corso degli interrogatori e vi si attenne poi anche durante il processo a Gerusalemme.
Von Lang J., “Il verbale del processo Eichmann”, Sperling, pag. 329
Less Stern scrive ancora: «Perché questo Eichmann non era né una belva, né un essere ottuso. Secondo un testimone attendibile era semmai un uomo sensibile. Ciò nonostante quest’uomo firmò in piena consapevolezza gli ordini di deportazione per centinaia di migliaia di persone, per cui quell’ordine implicava la morte. E stato un burocrate dell’omicidio e ne era ben consapevole finché lo è stato. Non ha avuto, allora, né esitazioni, né la sensazione di soggiacere a uno stato di necessità ineludibile. E dovrà quindi assumersene le relative responsabilità».
Von Lang J., “Il verbale del processo Eichmann”, Sperling, pag. 305