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La segretaria personale di Bush

Condoleezza Rice considerava il proprio lavoro sotto due aspetti: primo, coordinare le azioni della Difesa, del dipartimento di Stato, della CIA e di altri enti, assicurandosi che gli ordini della Casa Bianca venissero eseguiti; secondo, agire da consigliere, esponendo in privato le proprie opinioni al presidente quando questi gliele chiedeva, e a volte anche quando non lo faceva.

La sera di giovedì 25 ottobre la Rice chiamò Ashley Estes, la segretaria personale di Bush. «Ho bisogno di parlare con il presidente», disse, e pregò Ashley di verificare se poteva essere ricevuta per qualche minuto. L’accesso agli appartamenti privati di Bush era un privilegio particolare, accordato solo ai collaboratori più stretti. A quell’ora, le 18.30 circa, il presidente aveva terminato la sua normale giornata di lavoro.

Bush aveva fatto in modo che la Rice e altri potessero chiedergli un colloquio senza dover passare attraverso procedure complicate. «Credo di dover garantire alle persone la possibilità di comunicare con me», aveva dichiarato in un’intervista, aggiungendo che «una delle soddisfazioni di far parte dello staff della Casa Bianca è la possibilità di parlare in privato con il presidente.»

Lo stratega politico di suo padre, Lee Atwater, gli aveva detto: «Avere accesso significa avere potere». Bush lo aveva imparato nel 1988, quando il padre si era candidato alla presidenza. «Ricordo che a volte andavo a casa del vicepresidente, quando invitavano il gruppo di collaboratori della campagna elettorale. Io arrivavo con una ventina di minuti di anticipo, così mi vedevano con mio padre. Non sapevano di che cosa stessimo parlando, poteva trattarsi di un evento sportivo o di un pettegolezzo di famiglia, ma loro non lo sapevano. Sapevano solo che io avevo un filo diretto con lui, che eravamo lì soli, lui e io. Fu una lezione molto interessante. Più aumentava il mio accesso a lui, più la mia statura politica cresceva.»

Cheney, la Rice, Card, la Hughes, Rove e Fleischer potevano semplicemente chiedere ad Ashley se il presidente aveva cinque minuti per loro. Bush affermava che la cosa funzionava anche in senso inverso: «Avere una comunicazione diretta con varie persone semplifica molto il mio lavoro».

Lo stile della sua leadership era sempre un po affrettato: lui voleva azioni, soluzioni. Una volta partito, concentrava tutte le sue energie in quella direzione, senza guardarsi indietro e ignorando qualsiasi incertezza, senza mezze misure.

Woodward B., “La guerra di Bush”, Sperling, p. 240

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