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Il culmine della carriera di Rommel nella Prima guerra mondiale fu segnato dalla conquista di Monte Matajur, a sudovest di Caporetto, il 26 ottobte 1917.
Rimmel persuase il comandante del battaglione, un certo maggiore Spròsser, a permettergli di agire alla loro destra e di attaccare per conto suo le posizioni italiane. Mentre i bavaresi venivano arrestati e contenuti, Rommel, con due compagnie, attraversava il fronte italiano prima dell’alba, senza essere scoperto. Alle prime luci un gruppo avanzato riuscì a penetrare nelle linee italiane e con un assalto alla baionetta, senza incontrare nessuna reazione di fuoco, catturò una batteria. Rommel lasciò una compagnia a tenere e ad allargare il varco, ordinando alla seconda di proseguire l’avanzata nelle retrovie italiane. Ben presto dovette ritornare sui suoi passi per dare man forte alla prima compagnia, attaccata da un intero battaglione italiano. Quest’ultimo, sorpreso dal tergo, si arrese. Rommel inviò un dispaccio al suo comandante di battaglione, e col dispaccio più di mille prigionieri. Allora il maggiore Sprósser uscì a sua volta con altre quattro compagnie. Avendo ai suoi ordini sei compagnie, Rommel poté procedere nella sua incursione nelle retrovie nemiche. Giunto su una strada mascherata alla vista, vi incanalò tutte le sue truppe che, in fila indiana, avanzarono per quasi due miglia, mentre gl’italiani si preoccupavano ancora della battaglia principale e del bombardamento in corso sul loro fronte. Sboccato in aperta campagna, dietro le linee nemiche, Rommel prese la strada principale per Monte Matajur e catturò una colonna di rifornimenti,
un’automobile del comando, cinquanta ufficiali e duemila uomini della 4° brigata bersaglieri che stavano affluendo al fronte. Dopo aver fatto una ricognizione preliminare, a bordo dell’automobile catturata, decise di tagliare attraverso la campagna per puntare su Monte Matajur, chiave delle posizioni nemiche. Per tutto il resto della giornata e per tutta la notte seguente continuò a portare avànti le sue truppe ormai esaurite. All’alba s’imbatté in un accampamento della brigata Salerno. Con altri due ufficiali e con un pugno di fucilieri piombò in mezzo ad una folla di armati e ordinò loro di arrendersi. Dopo un momento di esitazione, quarantatré ufficiali e millecinquecento soldati gettarono le armi, sorpresi e affascinati dall’apparizione di un nemico così audace.
Infine Rommel scalò il Monte Matajur dal tergo e lanciò dalla vetta i suoi razzi per annunciare la vittoria : aveva marciato senza sosta per cinquanta ore, aveva percorso dodici miglia in linea retta su terreno di montagna, era salito ad oltre 2200 metri e, pur non avendo ai suoi ordini più di sei compagnie, aveva catturato centocinquanta ufficiali, novemila uomini e ottantun cannoni.
Young D., “Rommel la volpe del deserto”, Rizzoli, pag. 36
Rommel non era un grande psicologo, né fu mai un intimo di Hitler. Ma era un uomo accorto, un acuto osservatore e un buon giudice degli uomini normali. In questo periodo non gli mancò la possibilità di studiare il Fúhrer da vicino. Le impressioni da lui riportate non aggiungono molto alla nostra conoscenza. Tuttavia i suoi appunti, conservati dal figlio Manfred, senza dubbio sono esatti. Hitler, scrisse Rommel, possedeva certamente un potere magnetico, forse ipnotico, derivante dalla sua fede di essere ispirato da Dio o dalla Vorsehung (la Provvidenza) per guidare il popolo tedesco « verso il sole ». (Già allora Rommel sospettava che, se non avesse potuto guidare i tedeschi alla vittoria, Hitler non avrebbe esitato a portarli alla distruzione, purché la fine fosse drammatica.)
Questo potere si manifestava nel contegno di Hitler durante le riunioni coi suoi collaboratori. Dapprima il suo sguardo sembrava quasi assente, il suo atteggiamento esitante, come quello di un uomo che cerchi a tentoni i vari pezzi di un gioco di pazienza. Poi, improvvisamente, si rivelava il suo sesto senso, e allora egli si metteva ad scoltare, assorto e intento. Infine, «dalle profondità di se stesso», evocava una risposta che, almeno sul momento, appagava interamente coloro ai quali si rivolgeva. «In quel momento parlava come un profeta.» Rommel si rese conto che Hitler «agiva sotto l’impulso dell’intuizione, non della ragione»; e tuttavia possedeva in misura straordinaria il dono di afferrare i punti essenziali di una discussione e di distillarne una soluzione apparentemente appropriata.
Quella stessa intuizione gli permetteva di captare i pensieri di chiunque l’ascoltasse, e di trovare, quando voleva, le parole adatte per conquistarselo. Era abilissimo nell’arte dell’adulazione. Così, quando ormai aveva preso la sua decisione su un determinato problema, usava consultare coloro di cui sapeva in anticipo che condividevano il suo punto di vista; poi, faceva mostra di lasciarsi convincere, sia pur contro voglia, dai loro argomenti. Quando la decisione veniva annunciata pubblicamente, i suoi consiglieri, già lusingati dalla idea di essere stati interpellati dal Fiihrer, si sentivano doppiamente lusingati al pensiero di avervi contributo con la loro influenza. (Sarebbe interessante sapere se Hitler aveva letto i libri di Dale Carnegie, come Dale Carnegie probabilmente lesse Mein Knrnpf.)
Un’altra cosa che colpì Rommel, fu la straordinaria memoria di Hitler. Come il generale Smuts, egli sapeva virtualmente a memoria tutti i libri che aveva letto; come il generale Smuts, egli aveva intere pagine e capitoli esattamente fotografati nella sua mente. Questa sua qualità si manifestava soprattutto nel campo dei numeri e delle statistiche : era capace di esporre a getto continuo cifre relative agli organici dell’esercito, ai carri armati distrutti, alle riserve di benzina e di munizioni, eccetera, in maniera tale da impressionare i più perfetti prodotti dello stato maggiore generale.
Il barone von Esebeck, il noto corrispondente di guerra tedesco, mi ha raccontàto un episodio da cui risulta che Hitler non perse mai la memoria né l’intuizione, quella famosa intuizione che ormai aveva condotto le armate tedesche al disastro. Al principio della primavera del 1945, il Fúhrer si recò a visitare un comando d’armata al fronte orientale. « Quando attendete il prossimo attacco russo? » domandò al comandante d’armata. Questi gli citò una data e gli spiegò le sue ragioni. «No», rispose Hitler, « l’attacco avverrà una settimana dopo.» Poi chiese: «Quante cariche avete per ogni cannone della vostra artiglieria media? » Il comandante gl’indicò una cifra. «No», disse Hitler, «ve ne ho mandate di più; debbono essere tante e tante. Telefonate al generale che -comanda la vostra artiglieria.» Hitler aveva ragione e il comandante d’armata aveva torto. È un vecchio trucco, se vogliamo, un trucco ben noto ai sovrani in visita e ai generali in ispezione, ma Hitler se ne serviva magistralmente, senza bisogno di suggeritori.
Per quanto possa sembrare incredibile, vi era un’ultima qualità che Rommel apprezzava molto nel Fiihrer: il suo coraggio fisico. Il 13 marzo 1939, mentre i tedeschi stavano per entrare a Praga, Rommel, che si trovava nuovamente al comando del battaglione di scorta, si sentì chiedere dal Fúhrer: « Che cosa fareste, colonnello, se foste al mio posto? » La risposta di Rommel fu in carattere: « Salirei su una vettura aperta e attraverserei la città fino al Hradschin senza scorta ». Se si pensa allo stato d’animo dei cechi, è facile immaginare che ben pochi uomini, essendo responsabili della sicurezza di Hitler, avrebbero osato dare un simile consiglio. E ben pochi uomini, trovandosi nella posizione di Hitler, l’avrebbero accettato. Ma Hitler l’accettò, e i vecchi documentari cinematografici mostrano ancora come si svolsero le cose.
Young D., “Rommel la volpe del deserto”, Rizzoli, pag. 61
Nella guerra nel deserto Rommel manovrava la sua piccola flotta corazzata con innegabile audacia e abilità. La sua maggiore esperienza era destinata a pesare sulla bilancia. Rommel aveva già comandato una divisione corazzata in combattimento, ed una settimana di guerra vale quanto sei mesi di manovre. Di fronte a lui stavano truppe e comandanti inesperti che, per mancanza di carri armati, non avevano neppure assistito ad una manovra condotta su scala sufficiente. In una parola, egli conosceva meglio il mestiere.
Young D., “Rommel la volpe del deserto”, Rizzoli, pag. 96
La mattina, Rommel era in piedi alle sei. Esigentissimo quando si trattava di sfilare in parata, in Africa lasciava che i suoi uomini si vestissero come meglio credevano. In genere, essi seguivano la moda australiana : scarpe, calzoncini, berretto e basta. Rommel, da parte sua, era sempre ben rasato e in ordine con l’uniforme. Qualche volta indossava i calzoncini, ma più spesso portava i pantaloni e gli stivali. Non tralasciava mai d’indossare la giacca. Del casco africano si sbarazzò poco dopo il suo arrivo, come facemmo tutti noi, né volle mai portare l’elmetto metallico.
Alle 6,30 Rommel aveva già iniziato il giro quotidiano alle posizioni tedesche. Qualche volta partiva in aereo, pilotando personalmente l’apparecchio. Pur non avendo nessun brevetto, era un pilota sicuro e un eccellente ufficiale di rotta. In battaglia si serviva generalmente del Mammut, il carro blindato britannico trasformato in sede del suo comando. Spesso partiva in ispezioni guidando una Volkswagen. Fin dai primi giorni di permanenza in Africa riuscì ad orizzontarsi perfettamente nel deserto. Nessun avamposto era troppo isolato o lontano perché egli rinunciasse a visitarlo. Quando arrivava d’improvviso nelle retrovie, gli ufficiali superiori che pescava a letto dopo le sette, passavano dei brutti quarti d’ora. «Maledetto pigrone che non siete altro», disse ad un disgraziato colonnello che gli andò incontro in pigiama, «credevate proprio che venissi a servirvi la colazione a letto?» Dopo questo incidente, parlando con Aldinger, disse: «È una gran cosa essere feldmaresciallo e ricordare ancora il linguaggio dei sergenti maggiori».
Le sue visite in prima linea non erano le solite ispezioni di natura puramente formale. Padrone assoluto di tutti i più piccoli segreti della tattica, dotato di occhio clinico nella valutazione del terreno, Rommel non si lasciava sfuggire nulla. Una mitragliatrice mal postata, un mezzo dì trasporto insufficientemente riparato dagli argini di un uadi, un campo minato troppo visibile, un posto di osservazione scarsamente occultato alla vista, tutto questo attirava subito la sua attenzione. Quando non era soddisfatto di una postazione, non esitava a portarsi tutto solo ad una distanza di un migliaio di metri, per poterla osservare con l’occhio del nemico. Non di rado queste sue manovre provocavano qualche sparatoria. Allora ritornava indietro seguendo una direzione differente, per non rivelare la postazione tedesca.
Il suo interesse per i piccoli problemi dei soldati, la sua prontezza nell’escogitare soluzioni tattiche, la sua abilità nella navigazione nel deserto, tutto ciò fece impressione sui giovani ufficiali e sui giovani soldati. Era uno dei loro, un « tipo da prima linea ».
E sapeva anche parlare con loro, perché voleva bene ai giovani. « Era sempre di buon umore quando parlava ai ragazzi », dice von Esebeck. « Aveva un sorriso e una battuta per chiunque mostrasse di fare il suo dovere. Nulla gli faceva più piacere che poter discorrere in dialetto svevo con qualcuno delle sue parti. Aveva buon cuore; e aveva più fascino lui di qualunque altra persona che io abbia conosciuto.»
Young D., “Rommel la volpe del deserto”, Rizzoli, pag. 138