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Zuccalà E., “Sopravvissuta ad Auschwitz – l’esperienza di Liliana Segre, testimone della Shoah”

”Ma è giusto che racconti anche delle mie miserie, delle mie vigliaccherie, delle mie povertà morali di allora. Alla selezione successiva, dietro di me c’era una ragazza francese, Janine, che lavorava con me in fabbrica alla macchina che tagliava l’acciaio e che, proprio nei giorni precedenti la selezione, le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei, poverina, in qualche modo nascondeva con uno straccio la sua mano mutilata e si presentava, nuda e menomata, al tribunale di vita e di morte. Io ero appena passata, ce l’avevo fatta ancora una volta, e sentii che gli assassini fermavano Janine e che la scrivana, prigioniera come noi, prendeva nota del suo numero.

Quel gesto significava: “Vai a morire perché non puoi più lavorare”.

Io fui insensibile: da mesi lavoravo accanto a lei alla macchina ma non mi voltai. Racconto sempre questo episodio quando parlo di Auschwitz, è come un’espiazione, per me. Perché io non le dissi: “Coraggio, Janine, ti voglio bene, ciao…”

Avrei potuto rivolgerle una parola qualunque affinché non si sentisse sola nel momento della condanna a morte per la colpa di essere nata ebrea. Non l’ho chiamata per nome nell’attimo estremo della sua vita. Non mi sono voltata, non accettavo più i distacchi.

Sono vecchia e sono passati più di sessant’anni da quel giorno, ma lo racconto sempre e, quando parlo ai ragazzi nelle scuole, chiedo loro di pensare a Janine per un attimo, di farla vivere per un istante nel ricordo, come se Janine fosse l’immagine di tutti quelli che sono spariti, cenere, nel vento di Auschwitz.

Pensiamo a Janine, per un attimo: era francese, aveva ventidue o ventitré anni, occhi azzurri, voce dolce, ricciomi biondi corti, appena ricresciuti dopo la rasatura. Andata al gas ad Auschwitz in un giorno del 1944. Pensiamola un momento, perché nessuno, tranne me e gli aguzzini, conosce la fine che ha fatto Janine.

Mi sono sempre vergognata del mio comportamento verso di lei, ma non ho potuto far nulla per tornare indietro.

Ci sono momenti della nostra vita che vorremmo rivivere per essere diversi, episodi che ci insegnano a non lasciare che la vita scorra sopra di noi senza riflettere sulle occasioni perdute: una parola buona, andare a trovare una persona sola, un vecchio che non ha nessuno, cinque minuti della nostra vita. Fermarsi, voltarsi a dire “ciao, Jaune”, anche senza arrivare ad alcun gesto eroico di cui pochi sono capaci...

Piccoli gesti che possiamo compiere ogni giorno, e che invece rimpiangiamo di non aver compiuto solo quando ormai è troppo tardi...

Janine andava a morte. Io invece ho fatto quel passo avanti che divideva la morte dalla vita, mi sono rivestita con i miei stracci e ho ripreso la mia esistenza di prigionera schiava che un anno di lager aveva tramutato in una lupa affamata, scheletrita, egoista. Trasparente a sé e agli altri».

Zuccalà E., “Sopravvissuta ad Auschwitz – l’esperienza di Liliana Segre, testimone della Shoah”, Paoline, pag. 53

Quel che resta della mia testimonianza

«Ci sono giorni che, non lo nascondo, esco profondamente delusa dagli incontri con i ragazzi e gli insegnanti. Non è mai una ragione per farmi smettere di testimoniare, ma rimango male. Vorrei ricevere rispetto assoluto non per me stessa, ma per la mia enorme vicenda, che in qualche modo rappresenta il vissuto drammatico di miioni di persone. La maggior parte delle quali non sono Iornate a raccontare.

Lo capisci subito quando hai di fronte gente che ha letto libri sul tema, che si è informata: le domande sono diverse, stimolanti. Altrimenti arrivano solo osservazioni stupide o — peggio — curiosità molto personali sulla religione ebraica, sul rapporto con mio papà... Non posso buttarmi via entrando troppo nella mia sfera intima.

Già quando io arrivo alla fine del mio racconto sento che l’ideale sarebbe il silenzio, per potermene andare via a leccarrni le ferite tra i miei oggetti, e invece no, mi sforzo e mi trattengo lì perché il dibattito può essere interessante... Quando il risultato è questo, non posso non chiedermi: ma chi me lo fa fare?

È solo un esempio. In realtà ho ricevuto mille prove che la mia testimonianza interessa e mette radici, sia tra i ragazzi che tra gli insegnanti.

All’Università Cattolica parlo ogni anno alle studentesse di Pedagogia, le educatrici di domani, e di fronte a tante giovani donne si ripete a ogni incontro un’atmosfera molto intensa, un empatia forte. A Bologna, qualche anno fa, c’erano settemila ragazzi di oltre cinquanta scuole ad ascoltarmi in silenzio.

A volte capita che i ragazzi mi investano di un potere morale enorme, come se la mia esperienza facesse di me un essere superiore, in grado di formulare soluzioni illuminate a qualsiasi dilemma dell’esistenza. Questo mi dispiace perché non è la dimensione esatta: la mia è un’esperienza speciale, ma su una persona qualunque. Gli uomini speciali che hanno vissuto questa esperienza speciale e l’hanno risolta, in molti casi sono morti suicidi. Penso a Primo Levi, a Jean Améry, agli altri intellettuali ad Auschwitz che non hanno retto al ricordo.

E c’è un’altra categoria di domande: quelle sull’attualità. Spesso mi sento chiedere: “Cosa pensa dei naziskin?”. O peggio, vogliono conoscere la mia opinione su quanto accade oggi in Israele, e me la chiedono con piglio provocatorio, come se volessero stabilire qualche nesso tra la Shoah e le vicende attuali in Medio Oriente. Quando ho

visto che l’andazzo era di domandarmi queste cose, ho cominciato a precisare, prima dei loro interventi, che avrei risposto solo a domande concernenti la mia testimonianza. Non è il caso di rischiare un dibattito su Israele partendo da Auschwitz, sono due momenti storici che non c’entrano nulla tra loro. E poi, davvero, io non mi sento diversa da qualsiasi altra persona della mia età che guarda la televisione e legge i quotidiani, la mia opinione sull’attualità non conta nulla. Non più di quella di chiunque altro. A volte mi sento citare episodi degli anni Settanta e Ottanta,

particolari della crisi mediorientale su cui io non sono affatto informata: non possiedo alcuna cultura politica sul conflitto arabo-israeliano, non ce l’ho proprio».

Cara signora Liliana,

sono tante le cose che le vorrei dire... Ma forse il modo migliore per ringraziarla è quello di far continuare a vivere nel mio cuore e in quello degli altri le sue parole. Non dimenticherò.

Annalisa

Pesaro, dicembre 2003

Cara signora Segre,

Lei ci ha detto di non dire mai «non ce la faccio più». Perché ce la si fa sempre. La sua storia ne è una prova. È questo l’insegnamento più importante tra quelli che ho appreso; quello che ricorderò per tutta la vita.

Silvia

Milano, maggio 2003

Grazie, grazie e ancora grazie, signora Liliana.

all’inizio, quando l’ho vista, non credevo che avrei davvero conosciuto un testimone dei campi di sterminio! Non avrei mai pensato di sentire le loro esperienze dal vivo! Quando l’ho vista mi ha fatto impressione, paura.

Io la ammiro tanto, grazie a lei ho imparato qualcosa di nuovo: per vivere si deve volere la vita, niente è impossibile, soprattutto mai dire «non ce la faccio più».

Ibish Maquinana

Milano, maggio 2003

Zuccalà E., “Sopravvissuta ad Auschwitz – l’esperienza di Liliana Segre, testimone della Shoah”, Paoline, pag. 127

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