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Damasio, L’errore di Cartesio
Parte seconda
Un’altra via di verifica sperimentale si fondava su una prova studiata da Antoine Bechara, un giovane laureato che seguiva un corso di perfezionamento nel mio laboratorio. Frustrato (come tutti i ricercatori) dalla natura artificiosa della maggior parte delle prove sperimentali che si compiono in neuropsicologia, egli voleva sviluppare un mezzo il più «realistico” possibile per valutare la capacità di decisione. Così egli escogitò (e in seguito perfezionò, assieme a Hanna Damasio e Steven Anderson) una serie di brillanti prove che nel nostro laboratorio vanno sotto il nome - scontato - di «esperimenti con giochi d’azzardo”, e sono quanto di più lontano si possa immaginare dalle noiose manipolazioni in genere imposte da esperimenti analoghi. L’ambientazione è assai colorita, pazienti e soggetti normali si divertono a sottoporvisi e la natura stessa della ricerca così compiuta favorisce il verificarsi di episodi divertenti. Mi ricordo ancora l’espressione di un mio illustre visitatore il quale, dopo avere fatto un giro per il laboratorio, ed essere passato accanto a una stanza dove era in corso un test, ritornò nel mio ufficio con gli occhi fuori dalle orbite e la mandibola penzoloni per lo stupore e mi bisbigliò: «C’è gente che gioca a carte, qui!
Nell’esperimento di base, il soggetto (chiamato “il giocatore”) è seduto a un tavolo sul quale sono disposti, di fronte a lui, quattro mazzi di carte, rispettivamente contrassegnati A, B, C e D. Gli vengono dati in prestito 2000 dollari (falsi, ma perfettamente simili a quelli veri) e gli si comunica lo scopo del gioco: egli deve perdere il meno possibile della somma assegnatagli all’inizio e guadagnare quanto più possibile denaro extra. Il gioco consiste nello scoprire in successione le carte, una per volta, da uno qualsiasi dei quattro mazzi, fino a che lo sperimentatore non interrompe la prova; quindi il giocatore non sa quante carte dovrà voltare in totale. Inoltre, lo si informa che ogni carta voltata gli farà guadagnare del denaro, ma di tanto in tanto a questo guadagno si accompagnerà l’obbligo di pagare una certa somma. Egli però non sa, quando comincia a giocare, né quanto guadagnerà o perderà per una data carta, né l’ordine di comparsa delle carte; ignora anche la relazione tra le carte e uno dei quattro mazzi. Solo dopo che una carta è stata voltata si svela quanto ha guadagnato, o quanto dovrà pagare. Inoltre, il giocatore non sa quanto ha guadagnato o perduto a un dato momento, e non può tenerne registrazione scritta.
Voltare una carta del mazzo A o B frutta la bella somma di 100 dollari, mentre voltarne una dal mazzo C o D ne frutta solo 50. Però alcune carte del mazzo A o del mazzo B, del tutto imprevedibilmente, richiedono da parte del giocatore un pagamento molto forte, fino a un massimo di 1250 dollari, mentre alcune carte del mazzo C o del mazzo D possono comportare anch’esse un pagamento, ma di somme decisamente inferiori: meno di 100 dollari, in media. Queste regole, non rivelate al giocatore, non vengono cambiate mai. Inoltre, sempre senza che il giocatore lo sappia, la prova termina dopo che sono state voltate 100 carte. In partenza il giocatore non ha modo di prevedere che cosa accadrà, e nemmeno può riuscire a tenere a mente un computo preciso di guadagni e perdite, via via che il gioco procede: proprio come nella vita, in cui buona parte della conoscenza grazie alla quale viviamo e costruiamo il nostro futuro adattativo ci viene distribuita con parsimonia, frammento dopo frammento, mentre l’esperienza aumenta e l’incertezza domina. La nostra conoscenza (come quella del giocatore) è foggiata sia dal mondo con il quale interagiamo sia dalle spinte intrinseche al nostro organismo: per esempio il fatto che preferiamo il guadagno alla perdita, la ricompensa alla punizione, un rischio moderato a un rischio forte.
È interessante osservare come si comportano, nell’esperimento, gli individui normali. Essi cominciano con il saggiare ognuno dei quattro mazzi, in cerca di indizi e di regolarità. Poi, forse allettati dall’esperienza degli alti guadagni possibili, mostrano in genere una prima preferenza per i mazzi A e B, ma gradualmente, nel giro delle prime trenta mosse, spostano la preferenza verso i mazzi C e D e si attengono a questa strategia fino al termine della prova. Alcuni giocatori che si dichiarano amanti del rischio possono occasionalmente tornare a saggiare i mazzi A e B, ma solo per riportarsi in breve alla linea d’azione che appare più prudente.
I giocatori non hanno modo di effettuare un calcolo preciso di guadagni e perdite; invece a poco a poco si fa strada in loro l’impressione che alcuni mazzi (e precisamente l’A e il B) siano più «pericolosi” di altri. Si potrebbe dire che essi intuiscano come le più basse penalizzazioni collegate ai mazzi C e D consentiranno loro di vincere, a lungo andare, sebbene il guadagno iniziale sia più modesto. Io sospetto che prima e al di sotto dell’impressione conscia vi sia un processo non conscio che gradualmente formula una previsione per l’esito di ogni mossa e gradualmente dice al giocatore attento (dapprima in modo sommesso, ma poi sempre più forte) che se farà una certa mossa ne avrà una ricompensa o una punizione. In breve, io non credo che si tratti di un processo interamente conscio, o interamente non conscio; sembra invece che, quando un cervello ben accordato prende una decisione, operino entrambi i tipi di elaborazione.
Il comportamento dei pazienti con lesioni frontali ventromediane fu illuminante: quel che essi facevano nel test con le carte assomigliava a quello che spesso avevano fatto nella vita quotidiana dopo aver subito la lesione cerebrale, mentre differiva da quello che avrebbero fatto prima della lesione. Il loro comportamento era diametralmente opposto a quello degli individui normali.
Dopo un primo campionamento generale, i pazienti con lesioni frontali sistematicamente voltavano più carte prese dai mazzi A e B, e sempre meno carte prese dai mazzi C e D. In tal modo, le penalità che erano costretti a pagare erano così forti che, nonostante ricevessero una cifra più alta per ogni carta presa dal mazzo A o dal mazzo B, verso la metà del test avevano dato fondo alla somma ricevuta all’inizio e dovevano chiedere un altro prestito allo sperimentatore. Anche Elliot fu sottoposto all’esperimento, e nel suo caso questo comportamento è tanto più degno di nota in quanto egli continua a definirsi una persona avveduta, poco propensa a rischiare, mentre anche gli individui normali che si definivano amanti del rischio, giocatori d’azzardo, si comportavano in modo assai diverso, con grande cautela. Per di più, alla fine del test Elliot sapeva quali mazzi di carte fossero pericolosi e quali no; eppure, quando alcuni mesi dopo l’esperimento venne ripetuto, con altre carte e altri contrassegni per i mazzi, Elliot continuò a comportarsi come faceva nella vita quotidiana, cioè perseverando nell’errore.
Questo è il primo test di laboratorio che abbia consentito di misurare una controparte delle travagliate scelte quotidiane di Phineas Gage. Sottoposti alla medesima prova, pazienti con lesioni ai lobi frontali il cui comportamento - e le cui lesioni - sono confrontabili con quelli di Elliot hanno fornito prestazioni simili.
Ma perché questo test dovrebbe avere successo là dove altri falliscono? Probabilmente perché esso è una buona imitazione della vita: viene eseguito in tempo reale, e assomiglia ai veri giochi di carte; include esplicitamente ricompense e punizioni, come pure valori espressi in moneta; impegna il soggetto in una ricerca di vantaggi, presenta dei rischi; offre delle scelte ma non dice come, quando o che cosa scegliere. E’ carico di incertezze, ma la sola via per ridurle al minimo è quella di produrre, con qualsiasi mezzo sia disponibile, impressioni e stime di probabilità, dal momento che non si può fare alcun calcolo preciso.
Dietro questo comportamento operano meccanismi neuropsicologici affascinanti, soprattutto nel caso dei pazienti con lesioni frontali. Elliot era manifestamente preso dal compito: attentissimo, collaborativo, interessato all’esito. Di fatto, egli voleva vincere. Che cos’era che lo faceva scegliere in modo così disastroso? Come per gli altri suoi comportamenti, non possiamo invocare né penuria di conoscenze né mancanza di comprensione della situazione. Le premesse per una scelta non venivano mai meno, lungo il procedere del gioco. Quando perse 1000 dollari, Elliot se ne rese ben conto, e infatti pagò la somma all’esaminatore; e tuttavia continuò a scegliere i mazzi che davano 100 dollari, il che lo portava in perdita ogni volta che era penalizzato. E nemmeno si può pensare che dopo un po’ il gioco imponesse un carico aggiuntivo alla sua memoria, poiché il susseguirsi dei risultati sfavorevoli o positivi veniva reso esplicito, in genere. Via via che le loro perdite si accumulavano, Elliot e gli altri pazienti con lesioni frontali dovevano ricorrere a prestiti, che costituivano la prova esplicita del cattivo andamento della partita; ma essi insistevano nell’operare le scelte meno vantaggiose, per un tempo più lungo rispetto a quello rilevato in qualsiasi altro gruppo di soggetti - inclusi diversi pazienti con lesioni cerebrali non interessanti i lobi frontali.
I pazienti che presentano vaste lesioni cerebrali localizzate in altri punti (per esempio all’esterno dei settori prefrontali) possono dare, nella prova, le stesse prestazioni di soggetti normali, purché siano in grado di vedere e di comprendere le istruzioni. Questo è vero anche per soggetti con menomazioni del linguaggio. Una paziente affetta da grave deficit della capacità di denominazione, provocato da disturbi alla corteccia temporale sinistra, eseguì il test continuando per tutta la durata della prova a lamentarsi a voce alta, nel suo linguaggio spezzato dall’afasia, che non vedeva alcun senso in quel che faceva. E tuttavia il profilo della sua prestazione risultò impeccabile: senza alcuna esitazione scelse sempre ciò che la sua razionalità perfettamente integra la portava a scegliere.
Che cosa poteva essere accaduto, nei cervelli dei soggetti con lesioni frontali? Proviamo a considerare un elenco di possibili meccanismi alternativi:
1) questi soggetti non sono più sensibili alla punizione come i soggetti normali, ma reagiscono solo alla ricompensa;
2) sono diventati talmente sensibili alla ricompensa che la sola presenza di questa basta perché essi trascurino la punizione;
3) sono ancora sensibili a ricompensa e punizione, ma né l’una né l’altra contribuiscono al marca-mento automatico o al dispiegamento prolungato di previsioni di esiti futuri, cosicché risultano favorite le opzioni immediatamente premianti.
Mentre tentava di orientarsi tra queste possibilità, Antoine Bechara mise a punto una prova diversa, modificata per l’inversione tra ricompensa e punizione. Ora si aveva per prima la punizione, poiché ogni carta voltata comportava il pagamento di una somma (più grande per le carte del primo mazzo che per quelle del secondo) mentre di tanto in tanto arrivava la ricompensa. Come nella prima prova, anche in questa due mazzi davano un guadagno e due davano una perdita. In questa nuova prova Elliot si comportò come i soggetti normali; lo stesso accadde con gli altri pazienti colpiti da lesioni ai lobi frontali. Perciò bisognava scartare l’idea che Elliot e gli altri pazienti con lesioni frontali fossero semplicemente insensibili alla punizione.
In questo senso andava anche l’analisi qualitativa delle prestazioni dei pazienti nella prima prova. I profili delle loro risposte mostravano che, subito dopo aver dovuto pagare, i pazienti evitavano il mazzo dal quale avevano pescato la carta penalizzante, e lo stesso facevano i soggetti normali; a differenza dei soggetti normali, però, subito dopo i pazienti tornavano al mazzo «cattivo”. Se ne desume che i pazienti erano ancora sensibili alla punizione, ma che gli effetti di questa non si protraevano per molto, probabilmente perché la punizione non era connessa con l’abbozzo di elementi di previsione riguardanti le prospettive a venire.
Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 298
I meccanismi delineati nell’ipotesi 3) porterebbero un osservatore esterno a giudicare i pazienti assai più interessati al presente che al futuro. Privi di marcatori, o di previsioni dispiegate per un tempo non brevissimo, questi pazienti sono in larga misura guidati dalle prospettive immediate e sembrano, in effetti, insensibili al poi. Ciò suggerisce che nei pazienti con lesioni ai lobi frontali è profondamente accentuata quella che può essere una tendenza di base affatto normale: puntare sull’oggi invece di investire sul domani. Negli individui normali e in quelli socialmente adattati, tale tendenza è posta sotto controllo, specie nelle situazioni in cui è in gioco un interesse personale; nei pazienti con lesioni ai lobi frontali, invece, essa acquista una dimensione soverchiante, che può facilmente schiacciarli. Si potrebbe descrivere il loro disagio come «miopia rispetto al futuro”, adottando il concetto che è stato proposto per spiegare il comportamento di individui sotto l’influenza dell’alcool o di altre sostanze. Lo stato di ebbrezza restringe il panorama del nostro futuro, tanto che quasi nulla che non appartenga al presente viene elaborato con chiarezza.
Se ne potrebbe concludere che il risultato delle lesioni di questi pazienti è la perdita di ciò che i loro cervelli hanno acquisito attraverso l’educazione e la socializzazione. La capacità di imparare a farsi guidare dalle prospettive future anziché dall’esito immediato è uno dei caratteri più tipici degli esseri umani - e si comincia a impararlo da bambini. Nei pazienti con lesioni ai lobi prefrontali, il danno cerebrale menoma non solo il deposito di conoscenze accumulate relative a tale orientamento, ma anche la capacità di acquisire nuove conoscenze dello stesso tipo. Come spesso avviene nei casi di lesioni cerebrali, questa tragedia apre uno spiraglio alla scienza, consentendo di fare qualche luce sulla natura dei processi che sono andati perduti - e qui sta l’unico aspetto riparatore, se proprio se ne vuole trovare uno.
Sappiamo dove sono localizzate le lesioni che causano la menomazione; sappiamo qualcosa sui sistemi neurali presenti nelle aree danneggiate da quelle lesioni. Ma come avviene che la loro distruzione d’improvviso faccia sì che le conseguenze future non abbiano più alcuna influenza sul decidere? Analizzando i vari componenti in cui si può scinde-re il processo, si trovano svariate possibilità.
E pensabile che le immagini che costituiscono uno scenario futuro siano deboli e instabili; esse verrebbero attivate, ma non mantenute ferme nella coscienza per un tempo bastante a far sì che intervengano nella strategia di ragionamento appropriata. In termini neuropsicologici, ciò equivale a dire che la memoria operativa e/o l’attenzione non stanno funzionando bene, per quanto si riferisce alle immagini relative al futuro. La spiegazione regge a prescindere dal fatto che le immagini riguardino il dominio degli stati corporei o quello dei fatti esterni al corpo.
Un’altra spiegazione fa ricorso all’idea dei marcatori somatici. Anche se le immagini delle conseguenze future fossero stabili, una lesione delle cortecce prefrontali ventromediane impedirebbe l’evocazione dei relativi segnali di stato somatico (attraverso un anello corporeo, o un anello «come se”) e di conseguenza i corrispondenti scenari futuri non sarebbero più marcati. La loro importanza non sarebbe evidente e il loro impatto sul processo di decisione sarebbe cassato, oppure facilmente soverchiato dall’importanza delle prospettive immediate. Si può spingersi un po’ oltre dicendo che quel che andrebbe perduto sarebbe un meccanismo capace di generare in modo autonomo previsioni sull’importanza di un esito futuro. Nei soggetti normali sottoposti ai test con le carte descritti più sopra, ciò avverrebbe dopo ripetute esposizioni a differenti combinazioni di punizione e ricompensa, rispetto a un certo mazzo di carte. In altre parole, il cervello associerebbe un certo grado di positività o negatività a ciascuno dei mazzi (A, B, C o D). Il processo di base sarebbe non conscio, e consisterebbe nel «pesare”frequenze e gravità degli stati negativi. Lo stato somatico orientante sarebbe l’espressione neurale di questo mezzo, celato e non conscio, di ragionamento. Nei pazienti con lesioni frontali non sembra verificarsi alcun processo del genere.
Oggi io sono propenso a mettere assieme le due possibilità. Il fattore critico è l’attivazione degli stati somatici pertinenti, ma credo anche che il meccanismo dello stato somatico agisca da amplificatore per mantenere attive e ottimizzare la memoria operativa e l’attenzione connesse con gli scenari futuri. In breve, non è possibile formulare e usare adeguate «teorie” della propria mente e di quella degli altri, se fa difetto qualcosa come il marcatore somatico.
Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 300
Hanna Damasio ha suggerito un séguito del tutto naturale agli esperimenti con i giochi d’azzardo. La sua idea è stata quella di tenere sotto osservazione le prestazioni sia dei soggetti normali sia di quelli con lesioni frontali, per cogliere eventuali differenze nell’andamento della conduttanza cutanea durante le prove.
Antoine Bechara e Daniel Tranel organizzarono l’esperimento collegando al poligrafo alcuni pazienti e alcuni soggetti normali sottoposti al test con le carte. In tal modo furono raccolti due insiemi paralleli di dati: le scelte che i soggetti andavano operando con continuità via via che la prova si svolgeva e il profilo continuo della conduttanza cutanea generato durante il processo.
Il primo lotto di risultati fornì un profilo sorprendente: sia i soggetti normali ( di controllo”) sia i pazienti con lesioni ai lobi frontali davano una risposta di conduttanza cutanea, ogni volta che ricevevano una ricompensa o una penalizzazione dopo avere voltato una data carta. In altre parole, nei pochi secondi immediatamente successivi al pagamento della penale o all’acquisizione della ricompensa, sia i soggetti normali sia i pazienti con lesioni frontali mostravano, attraverso la risposta della pelle, di essere stati influenzati dall’evento. Ciò è importante perché mostra, una volta di più, che i pazienti possono generare tale risposta in certe condizioni ma non in altre. E evidente che essi rispondono a stimoli che si producono adesso (una luce, un suono, una perdita, un guadagno), ma che non risponderanno se l’evento innescante è la rappresentazione mentale di qualcosa che è in relazione con lo stimolo ma non è accessibile in percezione diretta. Di primo acchito, si potrebbe descrivere il loro stato con lo slogan: “Fuori della vista, fuori della mente”: felice formula che Patricia Goldman-Rakic adotta per spiegare in modo sintetico il deficit di memoria operativa provocato da una disfunzione frontale dorsolaterale. Noi sappiamo però che, in questi pazienti, ciò che è “fuori della vista» può essere «ancora nella mente”, ma non conta; allora uno slogan migliore potrebbe forse essere questo: «Fuori della vista e dentro la mente, ma non fa niente”.
Dopo che ebbero voltato un certo numero di carte, però, anche ai soggetti normali cominciò ad accadere qualcosa di bizzarro. Subito prima che essi scegliessero una carta da un mazzo cattivo (cioè, mentre essi stavano decidendo o avevano appena deciso di pescare da quello che lo sperimentatore sapeva essere un mazzo cattivo), veniva generata una risposta di conduttanza cutanea che andava accentuandosi con il procedere del gioco. Il cervello dei soggetti normali, insomma, andava gradualmente imparando a prevedere un esito sfavorevole, e segnalava la relativa «negatività» di quel mazzo prima che ne venisse pescata e voltata una carta.
Il fatto che i soggetti normali non esibissero tali risposte all’inizio della prova, il fatto che le risposte fossero acquisite con l’esperienza e che la loro intensità continuasse ad aumentare via via che si aggiungevano nuove esperienze (sia positive sia negative), indicavano in modo netto che il cervello di quei soggetti andava imparando qualcosa di importante sulla situazione e cercava di segnalare in anticipo che cosa non sarebbe stato positivo, in futuro.
Ancora più sorprendente fu ciò che vedemmo esaminando le risposte dei pazienti con lesioni frontali: i pazienti non mostravano alcun tipo di risposta anticipatrice; nessun segno che il loro cervello stesse sviluppando la previsione di un esito negativo.
Più di qualsiasi altro risultato, questo dimostra sia l’inspiegabile comportamento sia buona parte della sottostante neuropatologia di tali pazienti: i sistemi neurali che avrebbero consentito loro di imparare che cosa preferire e che cosa evitare non funzionano bene, e perciò non sono in grado di produrre risposte adeguate a una situazione nuova.
Noi non sappiamo, tuttora, in qual modo negli esperimenti con le carte si sviluppi la previsione di esiti futuri negativi. Ci si può chiedere se il soggetto elabori una stima cognitiva di negatività contro positività, per ogni mazzo, e colleghi in modo automatico tale impressione con uno stato somatico indicante negatività, il quale a sua volta può cominciare a operare come segnale d’allarme. In questo schema il ragionamento (una stima cognitiva) precede la segnalazione somatica; ma questa è ancora l’elemento critico per l’attuazione, giacché si sa che i pazienti non possono operare «normalmente» pur conoscendo i mazzi buoni e quelli cattivi.
Vi è, però, un’altra possibilità, secondo la quale una valutazione celata e non conscia precede qualsiasi processo cognitivo. Le reti prefrontali si affinerebbero, quanto al rapporto tra negatività e positività proprio di ogni mazzo, sulla base della frequenza di stati somatici cattivi o buoni provati dopo la punizione o la ricompensa. Con il contributo di questa cernita automatica, il soggetto sarebbe «aiutato a pensare» alla possibile negatività o positività di ciascun mazzo; vale a dire, sarebbe guidato verso una teoria sul gioco che sta giocando. Sistemi regolatori di base del corpo preparerebbero così il terreno a un’elaborazione cognitiva, conscia. In assenza di siffatta preparazione, non si arriverebbe mai, o si arriverebbe troppo tardi e in misura insufficiente, a rendersi conto di che cosa è buono e che cosa è cattivo.
Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 303
“Il corpo gli è andato al cervello» è uno dei meno noti tra i celebri epigrammi di Dorothy Parker. Possiamo essere sicuri che l’arguzia sbrigliata della scrittrice non si sia mai rivolta alla neurobiologia, che ella non si stesse riferendo a William James e che non avesse mai sentito parlare di George Lakoff o di MarkJohnson - rispettivamente, un linguista e un filosofo che di certo hanno posto mente al corpo.1 Ma il suo gioco di parole potrebbe dare qualche sollievo al lettore infastidito dalle mie riflessioni sul cervello pensoso del corpo. Nelle pagine che seguono ritornerò sull’idea che il corpo offre un riferimento di base alla mente.
Immaginate di stare tornando a casa a piedi, attorno alla mezzanotte (certo, dovete vivere in una città nella quale ancora si torni a casa a piedi), e di rendervi conto all’improvviso che qualcuno continua a seguirvi, abbastanza da presso. In termini semplici, ecco quel che accade: il vostro cervello ravvisa la minaccia; evoca alcune opzioni di risposta; ne sceglie una; agisce su questa; in tal modo riduce o elimina il rischio. Come si è visto discutendo delle emozioni, però, le cose sono un po’ più complicate di così. Gli aspetti chimici e neurali della risposta del cervello causano un profondo cambiamento del modo in cui operano tessuti e interi sistemi di organi. Ne sono modificati la disponibilità di energia e il tasso metabolico dell’organismo tutto, come pure la prontezza del sistema immunitario; il profilo biochimico complessivo dell’organismo attraversa rapide fluttuazioni; si contraggono i muscoli scheletrici che permettono alla testa, al tronco e agli arti di muoversi: segnali relativi a tutti questi cambiamenti vengono trasmessi al cervello, alcuni lungo vie neurali, altri lungo vie chimiche (nel flusso sanguigno), di modo che lo stato del corpo, che si è andato modificando di continuo, secondo dopo secondo, esercita un’influenza neurale e chimica sul sistema nervoso centrale, in diversi punti. Il risultato netto di questa come di altre situazioni simili è una marcata deviazione dall’andamento normale, sia in settori ristretti dell’organismo (cambiamenti «locali”) sia nell’organismo nel suo insieme (cambiamenti “globali”). Quel che è più importante è che tali cambiamenti si verificano sia nel cervello sia nel corpo.
Oggi si conoscono molti esempi ditali complessi cicli di interazione; nonostante ciò è consuetudine concepire corpo e cervello come separati, per struttura e per funzione. L’idea che sia l’intero organismo, anziché il corpo da solo o il cervello da solo, a interagire con l’ambiente, il più delle volte riceve scarso credito, se mai viene presa in considerazione. Eppure quando vediamo, udiamo, tocchiamo, gustiamo, annusiamo, all’interazione con l’ambiente partecipano il corpo e il cervello.
Immaginate di contemplare uno dei vostri paesaggi preferiti: entra in gioco ben più che la rètina o le cortecce visive del cervello. Si potrebbe dire che, mentre la cornea è passiva, il cristallino e l’iride non solo lasciano passare la luce ma correggono la propria forma e dimensione reagendo alla scena che gli si apre davanti. Diversi muscoli muovono e orientano il bulbo oculare per seguire gli oggetti nel modo più efficace, mentre la testa e il collo si dispongono nella posizione migliore. Se questi (e altri) assestamenti non hanno luogo, di fatto non riuscite a vedere molto; ed essi dipendono da segnali che vanno dal cervello al corpo e da segnali correlati che vanno dal corpo al cervello.
Successivamente, i segnali riguardanti il paesaggio vengono elaborati all’interno del cervello. Vengono attivate strutture subcorticali come i collicoli superiori, e anche le cortecce sensitive di ordine inferiore e le diverse stazioni della corteccia di associazione e del sistema limbico connesse con quelle cortecce. Via via che le rappresentazioni disposizionali di quelle aree cerebrali attivano internamente la conoscenza relativa al paesaggio, il resto del corpo partecipa al processo. Presto o tardi, i visceri sono portati a reagire alle immagini che vedete e a quelle che la vostra memoria sta generando all’interno e che sono attinenti a ciò che vedete. Alla fine, quando del paesaggio visto si è formato un ricordo, questo sarà una registrazione neurale di molti dei cambiamenti dell’organismo appena descritti: alcuni hanno luogo nel cervello stesso (l’immagine costruita per il mondo esterno, insieme con le immagini costituite a partire dal ricordo), altri hanno luogo nel corpo.
Percepire l’ambiente, quindi, non può ridursi al cervello che riceve segnali diretti da un certo stimolo, tanto meno al cervello che riceve figure dirette. L’organismo si modifica attivamente, in modo che l’interfaccia possa prodursi al meglio; il corpo non è passivo. Forse è altrettanto importante osservare che la ragione per la quale la maggior parte delle interazioni con l’ambiente ha luogo è che l’organismo le richiede al fine di mantenere l’omeostasi - la condizione di equilibrio funzionale. L’organismo
agisce di continuo sull’ambiente (per prime vennero azioni ed esplorazione), così da poter favorire le interazioni necessarie alla sopravvivenza; ma per riuscire con successo a evitare il pericolo, a procurarsi con efficienza cibo, sesso e riparo, esso deve sentire l’ambiente (odorarlo, gustarlo, toccarlo, udirlo, vederlo) in modo da potere intraprendere le azioni appropriate in reazione a ciò che viene sentito. Percepire è tanto ricevere segnali dall’ambiente quanto agire su di esso.
Sulle prime, l’idea che la mente derivi dall’organismo intero preso come un insieme può apparire contraria all’intuizione. Non è molto che il concetto di mente ha lasciato l’etereo non luogo che occupava nel diciassettesimo secolo per muovere verso la residenza attuale, nel cervello o in quei dintorni: una collocazione ancora più che dignitosa, anche se ottenuta dopo una sorta di degradazione. In termini di biologia evoluzionistica, di ontogenia (cioè di sviluppo individuale) e di funzionamento corrente, suggerire che la mente in sé dipenda dalle interazioni tra corpo e cervello può sembrare azzardato. Ma seguitemi: quello che io sto suggerendo è che, certo, la mente scaturisce dall’attività dei circuiti neurali, molti dei quali però vennero foggiati, nell’evoluzione, dai requisiti funzionali dell’organismo; si avrà una mente normale solo se quei circuiti contengono rappresentazioni di base dell’organismo, e continuano a tenere sotto osservazione gli stati dell’organismo in azione. In breve, i circuiti neurali rappresentano con continuità l’organismo, mentre esso è perturbato da stimoli provenienti dall’ambiente fisico e da quello socioculturale, e mentre agisce su tali ambienti. Se l’oggetto fondamentale ditali rappresentazioni non fosse un organismo ancorato nel corpo, potremmo sì avere qualche forma di mente, ma dubito che sarebbe la mente che abbiamo.
Non sto affermando che la mente è nel corpo; sto affermando che il contributo del corpo al cervello non si riduce agli effetti modulatori o al sostegno delle operazioni vitali, ma comprende anche un contenuto che è parte integrante del funzionamento della mente normale.
Torniamo all’esempio della passeggiata di mezzanotte verso casa. Il vostro cervello ha ravvisato una minaccia (la persona che vi segue) e dà inizio a diverse, complicate catene di reazioni neurali e biochimiche. Alcune battute di questa sceneggiatura interna sono scritte nel corpo, altre nel cervello; e tuttavia, anche se siete un esperto e sapete tutto della neurofisiologia e della neuroendocrinologia sottese, non potete distinguere nettamente quel che vi accade nel cervello da quel che vi accade nel corpo. Siete consapevoli di essere in pericolo; di essere fortemente allarmati - e forse dovreste accelerare il passo; di avere accelerato il passo, di essere infine, si spera, fuori pericolo. Il «voi» di questo episodio è in un sol pezzo; in effetti si tratta di una costruzione mentale molto reale, che chiamerò “sé» (in mancanza di un termine migliore) e che si basa su attività coinvolgenti l’intero organismo, cioè il corpo e il cervello.
Verrà data più avanti una sommaria descrizione di quel che a mio avviso occorre alla base neurale del sé; qui voglio però affermare subito che il sé è uno stato biologico ripetutamente ricostruito; non è un minuscolo individuo (il famigerato omuncolo) che se ne sta all’interno del vostro cervello a contemplare quel che succede. Se qui lo cito ancora, e solo per ribadire al lettore che non faccio affidamento su di esso: non serve invocare un omuncolo che vede, o pensa, o quant’altro, nel cervello, perché allora sarebbe naturale chiedersi se anche nel cervello di tale omuncolo si celi un altro essere ancor più minuscolo che vede, o pensa, ecc., e così via all’infinito. Questa particolare spiegazione, che pone il problema di un regresso all’infinito, non spiega un bel nulla. Devo anche osservare che l’avere un sé, un sé individuale, è del tutto compatibile con l’affermazione di Dennett secondo la quale non vi è alcun teatro cartesiano in qualche angolo del nostro cervello. Vi è, certo, un sé per ogni organismo (fatta eccezione per quei casi in cui un disturbo cerebrale ne ha creato più di uno, come accade nelle sindromi da personalità multipla, oppure ha menomato o soppresso l’unico sé normale, come accade in certe forme di anosognosia e in certi tipi di attacchi epilettici); ma il sé che dà soggettività alla nostra esperienza non è un ente centrale di conoscenza, un incaricato con il compito di ispezionare tutto ciò che accade nella mente.
Perché lo stato biologico del sé si verifichi, bisogna che siano integri e in piena attività numerosi sistemi cerebrali e anche numerosi sistemi corporei. Supponete che vengano recisi tutti i nervi che portano al corpo i segnali del cervello; il vostro stato corporeo cambierebbe in modo radicale, e così pure, di conseguenza, la vostra mente. Anche un arresto parziale degli scambi cervello-corpo (come si ha in pazienti con lesioni al midollo spinale) modifica lo stato della mente.
I filosofi ben conoscono l’esperimento immaginario del “cervello in una vasca”: si immagina che un cervello, rimosso dal corpo cui apparteneva, venga mantenuto in vita immerso in una soluzione nutritizia, e venga stimolato - attraverso i moncherini dei nervi - nello stesso identico modo in cui sarebbe stimolato se fosse ancora racchiuso nel cranio. Vi è chi crede che siffatto cervello avrebbe esperienze mentali normali; ora, a parte la sospensione di incredulità indispensabile per immaginare questo esperimento (e in verità qualsiasi Gedankenexperiment), io credo invece che esso non avrebbe una mente normale. In mancanza degli stimoli uscenti, diretti al corpo come campo d’azione, capaci di contribuire al rinnovarsi e al modificarsi degli stati corporei, ne risulterebbero sospesi l’innesco e la moduLazione di quegli stati che, quando vengono ripresentati al cervello, costituiscono ciò che a me sembra il fondamento del senso di essere vivi. E se fosse possibile, al livello dei nervi recisi, imitare configurazioni realistiche di segnali entranti come se provenissero dal corpo? In tal modo il cervello scorporato avrebbe una mente normale. Questo sarebbe certo un esperimento suggestivo e interessante “da fare”, e sospetto che in tali condizioni il cervello potrebbe sì avere una qualche mente. Ma l’elaborazione ulteriore non avrebbe fatto altro che creare un surrogato del corpo, così confermando in definitiva che per un cervello normalmente fornito di mente occorrono input “di tipo corporeo”. Non sarebbe verosimile, invece, che anche in questa versione perfezionata gli “input corporei» ripetessero in modo realistico la varietà di configurazioni che gli stati corporei assumono quando sono innescati da un cervello impegnato a compiere valutazioni.
In breve, le rappresentazioni che il cervello costruisce per descrivere una situazione, e i movimenti elaborati come risposta, dipendono da mutue interazioni tra corpo e cervello. Via via che il corpo cambia, per influenze chimiche e neurali, le rappresentazioni che il cervello ne costruisce si evolvono; alcune rimangono non consce, mentre altre raggiungono la coscienza. Allo stesso tempo, al corpo continuano ad affluire segnali provenienti dal cervello, alcuni in modo deliberato e altri in modo automatico, provenienti da settori del cervello le cui attività non hanno rappresentazione diretta nella coscienza. Il risultato è che il corpo si modifica ancora, e quindi si modifica l’immagine che se ne ha.
Gli eventi mentali sono il risultato dell’attività che si svolge nei neuroni del cervello; ma vi è. una storia precedente e indispensabile che essi devono narrare: la storia del disegno e del funzionamento del corpo.
La supremazia del corpo è un motivo che risuona nell’evoluzione: dal semplice al complesso, per milioni di anni, il cervello si è occupato in primo luogo dell’organismo che lo detiene. In misura minore lo si ritrova anche nello sviluppo di ciascuno di noi in quanto individui, cosicché agli inizi vi furono dapprima rappresentazioni del corpo e solo in seguito rappresentazioni relative al mondo esterno - e in una misura ancora più piccola, ma non trascurabile, relative all’adesso, allorché costruiamo la mente del momento.
Fare scaturire la mente da un organismo anziché da un cervello staccato dal corpo è compatibile con un certo numero di ipotesi.
Innanzitutto, quando nel corso dell’evoluzione furono selezionati cervelli abbastanza complessi da generare non solo risposte motorie (azioni), ma anche risposte mentali (immagini nella mente), ciò avvenne, con ogni probabilità, perché quelle risposte mentali rafforzavano la capacità di sopravvivenza dell’organismo con uno dei seguenti mezzi (o con tutti): un migliore apprezzamento delle circostanze esterne (per esempio, percependo un maggior numero di particolari di un oggetto, localizzandolo con più esattezza nello spazio, ecc.); un affinamento delle risposte motorie (così da colpire un bersaglio con maggiore precisione); una previsione delle conseguenze future attraverso la formazione di scenari e la pianificazione di azioni che portino a realizzare, tra gli scenari immaginati, quelli migliori.
In secondo luogo, dato che la sopravvivenza così orientata da una mente era intesa alla sopravvivenza dell’intero organismo, ai primordi le rappresentazioni di quei cervelli dovettero riguardare il corpo in termini di struttura e stati funzionali, ivi incluse le azioni interne ed esterne con le quali l’organismo rispondeva all’ambiente. Non sarebbe stato possibile regolare e proteggere l’organismo senza rappresentarne l’anatomia e la fisiologia a un livello di dettaglio sia di base sia presente.
Lo sviluppo di una mente, che in realtà significa sviluppo di rappresentazioni delle quali si possa acquisire coscienza come immagini, offrì agli organismi un nuovo modo di adattarsi a circostanze ambientali che non si sarebbero potute prevedere nel genoma. È probabile che la base di tale adattabilità abbia avuto inizio con la costruzione di immagini del corpo in funzione, cioè immagini del corpo che risponde all’ambiente esternamente (ad esempio usando un arto) e internamente (regolando lo stato dei visceri.
Se il cervello si è evoluto in primo luogo per assicurare la sopravvivenza del corpo, allora quando comparvero cervelli dotati di mente essi cominciarono con il por mente al corpo. E per tutelare la sola più grande efficacia possibile, la natura - io credo - si imbatté in una soluzione molto potente: rappresentare il mondo esterno in termini di modificazioni che esso provoca nel corpo, cioè rappresentare l’ambiente modificando le rappresentazioni primordiali del corpo ogni volta che si ha un’interazione tra organismo e ambiente.
Che cos’è e dove si trova tale rappresentazione primordiale? Io credo che essa abbracci:
1) la rappresentazione di stati di regolazione biochimica in strutture del midollo allungato e dell’ipotalamo;
2) la rappresentazione dei visceri, ivi inclusi non solo gli organi della testa, del torace e dell’addome, ma anche le masse muscolari e la pelle - che agisce come un organo e costituisce il confine dell’organismo, la supermembrana che racchiude ciascuno di noi come un’unità;
3) la rappresentazione dell’intelaiatura muscolare e della pelle.
Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 313
Quando ricorro alla nozione di sé, non intendo in alcun modo suggerire che tutti i contenuti della mente siano ispezionati da un singolo osservatore e detentore - tanto meno che tale entità risieda in un unico sito cerebrale. Dico, nondimeno, che le nostre esperienze tendono ad avere una prospettiva coerente, come se davvero vi fosse un osservatore e detentore per la maggior parte dei contenuti, seppure non per tutti. Io immagino che tale prospettiva sia radicata in uno stato biologico relativamente stabile, incessantemente ripetuto. Sorgenti della stabilità sono la struttura e il funzionamento - in larghissima misura invarianti - dell’organismo e gli elementi in evoluzione dei dati autobiografici.
La base neurale del sé, a mio parere, sta in una continua riattivazione di almeno due insiemi di rappresentazioni. Il primo riguarda le rappresentazioni di elementi chiave dell’autobiografia di un individuo, sulla base dei quali si può ricostruire ripetutamente una nozione di identità, mediante parziale attivazione in mappe sensitive topograficamente organizzate. L’insieme delle rappresentazioni disposizionali che descrivono una qualsiasi delle nostre autobiografie riguarda un gran numero di fatti categorizzati che definiscono la nostra persona: che cosa facciamo, chi e che cosa ci piace, quali tipi di oggetti usiamo, quali luoghi frequentiamo e quali azioni compiamo più spesso. Si può vedere questo insieme di rappresentazioni come un dossier del tipo di quelli che ben sapeva preparare J. Edgar Hoover, salvo il fatto che non è contenuto in schedari, bensì nelle cortecce di associazione di molti siti cerebrali. E poi, in aggiunta a tali categorizzazioni, vi sono gli eventi, unici, del nostro passato, che vengono costantemente attivati come rappresentazioni proiettate su mappe: dove viviamo e lavoriamo, quale lavoro svolgiamo, qual è il nostro nome e quello dei nostri amici e parenti più stretti, della nostra città, del paese, ecc. Infine, nella memoria disposizionale recente, vi è una raccolta di eventi vicini nel tempo, insieme con una loro approssimativa proiezione temporale, e anche una raccolta di progetti, un certo numero di eventi immaginari che intendiamo far accadere, o ci aspettiamo che accadano. Progetti ed eventi immaginari costituiscono ciò che io chiamo «memoria del possibile futuro», tenuta in rappresentazioni disposizionali proprio come qualsiasi altro ricordo.
In breve, l’incessante riattivazione di immagini aggiornate riguardanti la nostra identità (una combinazione di ricordi del passato e del futuro progettato) costituisce una parte considerevole dello stato del sé come io lo intendo.
Il secondo insieme di rappresentazioni sottese dal sé neurale è dato dalle rappresentazioni primitive del corpo di un individuo, a cui ho fatto accenno in precedenza: non solo come il corpo è stato in generale, ma anche come è stato ultimamente, appena prima del processo che ha portato alla percezione dell’oggetto X (questo punto è importante: come si vedrà più avanti, io credo che la soggettività dipenda in larga parte dai cambiamenti che hanno luogo nello stato del corpo durante e dopo l’elaborazione di X). Ciò abbraccia, necessariamente, stati di fondo del corpo e stati emotivi. La rappresentazione complessiva del corpo costituisce la base per un concetto di “sé”, quasi nel modo in cui una raccolta di rappresentazioni di forma, dimensioni, colore, struttura e gusto può costituire la base del concetto di arancia.
Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 325
Agli esseri umani, il linguaggio offre la capacità di una narrazione del secondo ordine: esso può produrre narrazioni verbali, a parte quelle non verbali, ed emergerebbe da tale processo la raffinata forma di soggettività che ci caratterizza. Il linguaggio forse non costituisce la sorgente del sé, ma di certo è la sorgente dell’”io”.
Non sono a conoscenza di altre proposte specifiche per dare una base neurale alla soggettività; ma siccome questa è una caratteristica chiave della coscienza, è opportuno notare, sia pure brevemente, i punti di contatto tra la mia proposta e le altre avanzate in questo campo.
L’ipotesi di Francis Crick sulla coscienza si concentra sul problema della produzione di immagini e omette completamente quello della soggettività: non perché egli lo ignori, ma perché ha deciso di non occuparsene, per ora, dubitando che si possa affrontarlo per via sperimentale. La sua scelta e la sua cautela sono del tutto legittime; ma non vorrei che, rimandando la considerazione della soggettività, ci trovassimo incapaci di interpretare in modo corretto i dati empirici riguardanti la produzione e la percezione di immagini.
Quanto all’ipotesi di Daniel Dennett, essa attiene all’estremo alto della coscienza, ai prodotti finali della mente. Egli conviene sull’esistenza di un sé, ma non si volge a considerarne le basi neurali e invece si concentra sui meccanismi che potrebbero consentire di creare l’esperienza di un flusso di coscienza. E’ interessante osservare che, al livello di processo, egli ricorre a una nozione di costruzione di sequenze (la sua macchina virtuale joyciana) non dissimile da quella di costruzione di immagini che impiego io, a un livello precedente e più basso. Sono sicuro, comunque, che il mio dispositivo per generare la soggettività non è la macchina virtuale di Dennett.
La mia proposta condivide una caratteristica importante con quanto sostiene Gerald Edelman sulle basi neurali della coscienza, e cioè il riconoscimento di un sé biologico impregnato di valori. (Tra i teorici contemporanei, Edelman si può dire sia stato l’unico ad accordare importanza ai valori innati nei sistemi biologici). Egli però limita il sé biologico ai si-sterni omeostatici subcorticali, mentre io lo incorporo in effettivi sistemi a base corticale e ammetto che i prodotti della loro attività divengano sentimenti. Sono diversi, quindi, i processi che io descrivo e le strutture necessarie - nel mio schema - per compierli. Inoltre, io non so dire quanto la mia nozione di soggettività corrisponda alla nozione di coscienza primaria di Edelman.
William James pensava che nessuna psicologia ragionevole potesse mettere in dubbio l’esistenza di “sé personali”; egli credeva che la psicologia non potesse fare cosa peggiore che togliere significato a tali sé. Oggi, forse, egli sarebbe lieto di scoprire che la base neurale del sé ha trovato ipotesi plausibili, seppure non ancora provate.
Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 331
Sembra, inoltre, che l’idea di una mente distaccata dal corpo abbia foggiato il peculiare modo in cui la medicina occidentale affronta lo studio e il trattamento della malattia. La scissione cartesiana permea sia la ricerca sia la pratica medica; con il risultato che le conseguenze psicologiche delle malattie del corpo in senso stretto (le cosiddette “vere” malattie) di solito vengono trascurate, e prese in considerazione, semmai, solo in un secondo momento. Ancora più trascurati sono i fenomeni inversi, cioè gli effetti somatici di conflitti psicologici. È suggestivo pensare che Cartesio contribuì a modificare il corso della medicina, a far sì che essa deviasse dall’orientamento organico, o meglio «organismico» (“la-mente-è-nel-corpo”) che era prevalso dai tempi di Ippocrate fino al Rinascimento. Quanto sarebbe stato infastidito da Cartesio, Aristotele, se l’avesse conosciuto!
Svariate versioni dell’errore di Cartesio celano che le radici della mente umana si trovano in un organismo biologicamente complesso ma fragile, finito e unico; tengono nell’ombra la tragedia implicita nel conoscere tale fragilità, finitezza e unicità. E se gli esseri umani non riescono a vedere l’intrinseco dramma di un’esistenza conscia, tanto meno si sentiranno chiamati a fare qualcosa per attenuarlo, e possono avere meno rispetto per il valore della vita.
I fatti che ho esposto riguardo a sentimenti e ragione, assieme agli altri che ho discusso sulle interconnessioni tra cervello e corpo, confortano l’idea generale presentata all’inizio del libro: una piena comprensione della mente umana richiede una prospettiva integrata: la mente non solo deve muovere da un “cogito” non fisico al regno dei tessuti biologici, ma deve anche essere correlata con un organismo intero, in possesso di un cervello e di un corpo integrati e in piena interazione con un ambiente fisico e sociale.
Ma
la mente davvero intrisa nel corpo per come la vedo io non abbandona
i livelli più raffinati di attività, quelli che ne costituiscono l’anima e
lo spirito. Nella mia prospettiva, anima e spirito, con tutta la loro dignità
e misura umana, sono ora stati, complessi e unici, di un organismo. Forse
la cosa davvero indispensabile che noi come esseri umani possiamo fare è ricordare
a noi stessi e agli altri, ogni giorno, la nostra complessità, fragilità,
finitezza e unicità. E qui sta il difficile; non nel muovere lo spirito
dal suo piedistallo sul nulla a un qualche sito, preservandone dignità e importanza,
ma quello di riconoscerne la vulnerabilità, le umili origini, e tuttavia continuare
a fare appello alla sua guida. Compito difficile davvero, ma indispensabile,
rinunciando al quale sarebbe assai meglio lasciare non corretto l’errore di
Cartesio.
Damasio,
L’errore di Cartesio, Adelphi , pag. 341