MOTORI di RICERCA
POSIZIONAMENTO su GOOGLE
Perché il POSIZIONAMENTO
REGISTRAZIONE sui MOTORI
di RICERCA
TECNICHE di INDICIZZAZIONE
COSTI di INSERIMENTO su GOOGLE
CONSULENZE PRIMI su GOOGLE
CORSO PRIMO
su GOOGLE
CORSO di
SCRITTURA
CORSO PHOTOSHOP
GIOCA con l’ARTE
LIBRI
INTERESSANTI
CERVELLO, MENTE e COSCIENZA
STORIA e
MICRO-STORIA
COMUNICAZIONE
DOCENTE di
COMUNICAZIONE
SCARICARE NARRATIVA
PUBBLICITA’
EFFICACE
REALIZZAZIONE
SITI WEB
RITOCCHI FOTOGRAFICI
STAFF
MAPPA
del SITO
LINK
CONTATTI

Dawkins R., “Il cappellaio del diavolo”

Le religioni come virus della mente

Descrivere le religioni come virus della mente talvolta viene interpretato come atto insolente o addirittura ostile. È entrambe le cose. Spesso mi viene domandato perché io sia così ostile nei confronti della "religione organizzata". La mia prima risposta è che non è nemmeno esatto dire che io sia favorevole alla religione disorganizzata. Come amante della verità, diffido dalle credenze che vengono difese fermamente senza che siano supportate dall’evidenza: fate, unicorni, lupi mannari. La ragione per cui la religione organizzata merita aperta ostilità è che la religione è potente, influente, esente da tasse e sistematicamente trasmessa a bambini che sono troppo piccoli per difendersi. Loro non sono obbligati a spendere gli anni della loro formazione a memorizzare folli libri.
Dawkins R., “Il cappellaio del diavolo”, Raffaello Cortina Editore, pag. 158

I gesti tipici di Wittgenstein

Un giorno, quando ero studente universitario, stavo chiacchierando con un amico mentre facevamo la coda alla mensa del college. Lui mi guardò con aria curiosa, sempre più divertita; poi mi chiese: "Sei appena stato con Peter Brunet?". Era proprio vero, anche se non riuscivo a immaginare come avesse potuto saperlo. Peter Brunet era uno dei tutor più amati, e io ero appena arrivato da un’ora con lui. "Lo immaginavo", disse ridendo il mio amico. "Parli proprio come lui; la tua voce suona esattamente come la sua." Avevo, anche solo per poco, "ereditato" le intonazioni e i modi di parlare di uno stimato insegnante, di cui ora molto si sente la mancanza.
Anni dopo, quando divenni io stesso tutor, fui insegnante di una giovane donna che esibiva un’abitudine inusuale: quando le veniva rivolta una domanda che richiedeva un pensiero approfondito, era solita serrare gli occhi, abbassare la testa sul petto per poi restare ferma circa mezzo minuto, prima di rialzare il capo, riaprire gli occhi e rispondere alla domanda in modo fluente e intelligente. Ciò mi divertiva, e una volta, dopo cena, la imitai per i miei colleghi. Tra loro vi era un illustre filosofo di Oxford. Appena vide la mia imitazione, disse immediatamente: "Quello è Wittgenstein! Per caso il cognome della donna è... ?". Preso alla sprovvista, dissi che era così. "Immaginavo", disse il collega. "Entrambi i suoi genitori sono devoti discepoli di Wittgenstein." Il gesto era passato dal grande filosofo, attraverso uno o entrambi i suoi genitori, alla mia allieva. Pur avendone fatto per scherzo l’imitazione, credo di dovermi considerare un trasmettitore del gesto di quarta generazione. Ma da dove l’aveva preso Wittgenstein?
Dawkins R., “Il cappellaio del diavolo”, Raffaello Cortina Editore, pag. 160

Le religioni persistono lungo le discendenze familiari anziché essere scelte ex novo a ogni generazione

L’imitazione è il modo in cui un bambino impara la sua lingua particolare più che qualsiasi altra lingua. È la ragione per cui le persone parlano in modo più simile ai propri genitori che ai genitori altrui. È la ragione per cui esistono gli accenti regionali e, su una scala temporale più ampia, le differenti lingue. È la ragione per cui le religioni persistono lungo le discendenze familiari anziché essere scelte ex novo a ogni generazione. C’è almeno un’analogia superficiale con la trasmissione longitudinale dei geni attraverso le generazioni e con la trasmissione orizzontale dei geni nei virus. Senza pregiudicare la questione se l’analogia sia o meno feconda, se volessimo parlare anche di questa sarebbe meglio avere un nome per l’entità che potrebbe svolgere il ruolo del gene nella trasmissione di parole, idee, fedi, usanze e mode. A partire dal 1976, quando è stata coniata la parola, un numero sempre crescente di persone ha adottato il termine "meme", proprio per la postulata analogia con il gene.
Dawkins R., “Il cappellaio del diavolo”, Raffaello Cortina Editore, pag. 161

Quando una nuova parola è ammessa nel vocabolario

I compilatori dell’Oxford English Dictionary utilizzano un criterio pratico per decidere se una nuova parola sarà o meno inclusa e canonizzata. L’aspirante "parola" deve essere usata comunemente, senza avere bisogno di essere definita e senza che occorra aggiungere un riferimento alla sua invenzione.
Dawkins R., “Il cappellaio del diavolo”, Raffaello Cortina Editore, pag. 161

I virus informatici

Non ho intenzione di pubblicare alcun codice di virus. Ma ci sono certi trucchi in programmi di virus efficaci che sono così noti, persino scontati, che non provocherà alcun danno menzionarli, come mi serve qui per sviluppare il mio argomento. Essi discendono tutti dal bisogno dei virus di diffondersi, senza essere individuati.
Un virus che clona se stesso all’interno di un computer in maniera eccessivamente prolifica verrà individuato in breve tempo, poiché i sintomi dell’invasione diventeranno troppo evidenti per poter essere ignorati. Per questo motivo parecchi programmi virus, prima di infettare un sistema, controllano di non essere già presenti in esso.
Un virus troppo virulento verrà rapidamente individuato e reso innocuo. Un virus che danneggi istantaneamente e catastroficamente ogni computer in cui viene a trovarsi, non si rintraccerà in molti computer! Potrà avere effetti molto dívertenti su un computer - cancellare un’intera tesi di dottorato, o qualcosa di egualmente esilarante - ma non si diffonderà come un’epidemia. Certi virus, pertanto, sono programmati per avere un effetto sufficientemente limitato da renderne difficile l’individuazione, ma che comunque può rivelarsi estremamente dannoso. C’è un genere di virus che, invece di cancellare i settori del disco indiscriminatamente, attacca solo i fogli di calcolo elettronici, provocando qualche cambiamento casuale nei dati quantitativi (di solito, finanziari) registrati nelle
righe e nelle colonne. Altri virus sfuggono all’individuazione venendo attivati in maniera probabilistica, cancellando, per esempio, solo un hard disk su sedici infettati. E altri virus ancora adoperano il principio della bomba a orologeria. Per la maggior parte, i computer odierni "sanno" la data del giorno, e certi virus sono stati attivati in modo da manifestarsi in ogni parte del mondo in un giorno particolare, come venerdì 13 o il giorno del pesce d’aprile. Dal punto di vista di un parassita non importa quanto un attacco si riveli catastrofico, a patto che prima il virus abbia ripetute opportunità per diffondersi.
Dawkins R., “Il cappellaio del diavolo”, Raffaello Cortina Editore, pag. 177

La religione è un virus della mente?

Ecco i segni di riconoscimento di un virus della mente:
1. Il paziente tipicamente si trova spinto dalla profonda convinzione interiore che qualcosa sia vero, o giusto, o virtuoso: una convinzione che non sembra dovere nulla all’evidenza delle prove o alla ragione, ma che, nondimeno, egli sente come totalmente cogente e convincente. Tra medici ci riferiamo a tale credenza con il termine "fede".
2. I pazienti tipicamente considerano la forza e la solidità della loro fede una virtù positiva, a dispetto dell’assenza di qualsiasi supporto fornito dall’evidenza. Invero, è possibile che essi considerino la credenza tanto più virtuosa quanto minore è il numero delle prove disponibili. Tale idea paradossale, cioè che in materia di fede la mancanza di prove sia una virtù positiva, ha qualcosa della natura di un programma capace di autoalimentazione, in quanto autoreferenziale. Una volta che si crede a una proposizione, ciò scredita automaticamente qualsiasi opposizione. L’idea che "la mancanza di prove sia una virtù" potrebbe essere una notevole alleata della fede, entro una combriccola di programmi virali che si supportano a vicenda.
3. Un altro sintomo correlato, che un ammalato di fede potrebbe presentare, è la convinzione che "il mistero", di per sé, sia cosa buona. Risolvere i misteri non è una virtù. Anzi, dovremmo godere dei misteri, o addirittura rallegrarci per la loro insolubilità!
Anzi, qualsiasi impulso a risolvere misteri potrebbe costituire un serio nemico per la diffusione di un virus della mente. Pertanto, non dovrebbe sorprendere che l’idea che sia "meglio lasciare i misteri insoluti" sia stata uno dei membri favoriti di una squadra di virus che si supportano a vicenda. Prendiamo il "Mistero della Transustanziazione". È facile e "non misterioso" credere che in un certo senso simbolico e metaforico il vino eucaristico si trasformi nel sangue di Cristo. Ma la dottrina cattolico-romana della transustanziazione dice ben di più. "Tutta la sostanza" del vino viene mutata nel sangue di Cristo; la parvenza restante del vino è "puramente accidentale", "non inerisce a sostanza alcuna". Si insegna così che "transustanziazione", in parole semplici, significa che il vino si trasforma "letteralmente" nel sangue di Cristo. Sia nel suo nebuloso linguaggio aristotelico sia nella sua più schietta forma colloquiale, il dogma della transustanziazione si può accettare solo presupponendo una pesante forzatura dell’usuale significato di parole come "sostanza" e "letteralmente". Ridefinire le parole non è certo un peccato; ma se usiamo parole come "tutta la sostanza" e "letteralmente" in questo caso, che parole useremo quando davvero vorremo parlare di cose realmente accadute? Come osservò Anthony Kenny, a proposito delle sue perplessità di giovane seminarista: "Per quanto riuscivo a capire, la mia macchina da scrivere poteva benissimo essere Benjamin Disraeli transustanziato... ".
I cattolici romani, il cui credo nell’infallibilità dell’autorità li costringe ad accettare che il vino si trasformi "fisicamente" in sangue, a dispetto di ogni evidenza sensibile, parlano del "Mistero" della transustanziazione. Chiamarlo mistero mette tutto a posto, no? O almeno, funziona per una mente ben disposta da un’infezione di fondo. Lo stesso espediente viene praticato con il "Mistero" della Trinità. I"Misteri" non sono fatti per essere risolti: il loro scopo è incutere timore. L’idea che "il Mistero è una virtù" viene in aiuto del cattolico, che altrimenti troverebbe intollerabile l’obbligo di credere agli ovvi non sensi della transustanziazione e del "tre in uno". Inoltre, credere che "il Mistero è una virtù" crea un circolo autoreferenziale. Come direbbe Hofstadter, è la stessa natura misteriosa del credere che spinge il credente a perpetuare il mistero.
Sintomo estremo dell’infezione del tipo "il Mistero è una virtù" è il Certum est quia impossibile est ("B certo perché è impossibile") di Tertulliano. Che follia! Si è tentati di citare la Regina bianca di Lewis Carroll che, in risposta ad Alice che afferma: "Non si può credere a cose impossibili", controbatte: "Suppongo che tu non ti sia allenata molto... Quando avevo la tua età lo facevo sempre per mezz’ora al giorno. A volte sono riuscita a credere addirittura a sei cose impossibili prima di colazione". O il Monaco elettrico di Douglas Adams, un meccanismo risparmia-fatica programmato per credere al vostro posto, che era "capace di credere persino a cose a cui avrebbero creduto a stento a Salt Lake City" e che nel momento in cui veniva presentato al lettore credeva, contro ogni evidenza, che tutte le cose del mondo fossero di un’uniforme sfumatura di rosa. Ma Regine bianche e Monaci elettrici si rivelano meno divertenti, se si pensa che questi virtuosi credenti non sono tanto diversi dai riveriti teologi della vita reale. "La ragione per cui occorre credervi con ogni mezzo è che è assurdo" (di nuovo Tertulliano). Sir Thomas Browne (1635) lo cita con approvazione, e si spinge ancora più in là: "Mi pare che nella religione non ci siano abbastanza cose impossibili per una fede attiva". E aggiunge: "Desidero esercitare la mia fede nelle questioni più ardue; perché credere agli oggetti comuni e visibili non è fede, ma persuasione". Ho la sensazione che qui sia in ballo qualcosa di più interessante della semplice follia o del non senso surrealista, qualcosa di affine all’ammirazione che proviamo nel guardare un giocoliere in piedi su una corda tesa. Come se il fedele acquistasse maggiore prestigio nel credere a cose "più" impossibili di quelle in cui credono i credenti suoi rivali. Questa gente sta forse mettendo alla prova - con l’esercizio - i propri muscoli da credente, si sta allenando per credere a cose impossibili, in modo da risolvere con facilità il problema di credere alle cose meramente improbabili a cui quotidianamente si è chiamati a credere?
Mentre stavo scrivendo queste righe, per caso The Guardian (29 luglio 1991) ha riportato un caso esemplare. Era in un’intervista con un rabbino, che si sottoponeva al compito bizzarro di controllare la purezza kosher dei prodotti alimentari, fino alle più remote origini dei loro ingredienti più insignificanti. In quel momento si stava tormentando se andare fino in Cina per sottoporre a scrutinio il mentolo delle caramelle per la tosse.
“Ha mai provato a controllare il mentolo cinese? È stato estremamente difficile, specialmente dopo che la prima lettera che avevamo mandato ha ottenuto una risposta nel migliore anglo-cinese, "Il prodotto non contiene kosher". Solo di recente la Cina ha iniziato ad aprire le frontiere alle investigazioni kosher. Il mentolo dovrebbe essere OK, ma non si può mai essere sicuri al cento per cento, finché non si va sul posto.”
Questi "investigatori kosher" hanno una hot line telefonica in cui vengono registrati in tempo reale allarmi rossi di sospetto circa barrette di cioccolato od olio di fegato di merluzzo. Il rabbino lamenta che la tendenza ecologista contraria ad aromi e coloranti artificiali "rende dura la vita nel campo kosher, perché bisogna star dietro a tutte queste cose". Quando l’intervistatore gli domanda la ragione del suo impegno in un’operazione così palesemente insensata, risponde sottolineando chiaramente che il senso di tutta la faccenda è precisamente il fatto che non esiste alcun senso:
“Il punto, al cento per cento, è che quasi tutte le leggi Kashrut sono ordini che non hanno un motivo. E facile non ammazzare nessuno. Molto facile. È un po’ più difficile non rubare, perché di tanto in tanto se ne ha la tentazione. Così, se non uccido o non rubo, non do grande prova della mia fede in Dio o del mio rispetto della Sua volontà. Ma se Egli mi dice di non farmi una tazza di caffè con latte e frutta secca all’ora di pranzo, questa è una prova. L’unica ragione per cui lo faccio è perché così mi è stato detto. Si tratta di fare una cosa difficile.”
Helena Cronin mi ha suggerito che qui potrebbe esserci un’analogia con il "principio dello handicap" nella selezione sessuale e con la teoria dell’evoluzione dei segnali di Zahavi.
Zahavi ipotizza che i pavoni, per esempio, abbiano evoluto le loro ruote assurdamente pesanti con i loro colori altrettanto assurdamente visibili (ai predatori), proprio perché sono pesanti e pericolose, e pertanto colpiscono le femmine. È come se il pavone dicesse: "Guarda quanto devo essere adatto e robusto, visto che mi posso permettere di portare in giro questa coda assurda".
La premessa dell’idea di Zahavi è che la selezione naturale incoraggi lo scetticismo tra le femmine (o, in genere, tra i destinatari di un messaggio pubblicitario). L’unico modo in cui un maschio (o un pubblicitario) può dimostrare l’autenticità della sua esibizione di forza (di qualità, o che altro) è provare la sua sincerità caricandosi di un handicap assai costoso - un handicap che solo un maschio genuinamente forte (di buone qualità, ecc.) potrebbe sopportare. Lo si potrebbe chiamare il principio dell’autenticazione ad alto costo. E ora veniamo al punto. È possibile che alcune dottrine religiose siano favorite proprio in quanto assurde, e non malgrado siano assurde? Qualunque persona dotata di una superficiale religiosità potrebbe credere che il pane rappresenti simbolicamente il corpo di Cristo; ma ci vuole un vero cattolico purosangue per credere in qualcosa di così folle come la transustanziazione. Queste persone credono di poter credere a qualsiasi cosa e
(come testimonia la storia di Tommaso l’incredulo) sono allenate a vedere tutto ciò come un valore positivo.
Torniamo alla nostra lista di sintomi che una persona colpita dal virus mentale della fede, e dalla squadra di infezioni secondarie che l’accompagnano, potrebbe aspettarsi di esperire. 4. E possibile che il malato si trovi a esibire un comportamento intollerante nei confronti dei vettori delle fedi rivali, fino ad arrivare in casi estremi a ucciderli o a invocarne almeno
la morte. E possibile che mostri una disposizione ugualmente violenta verso gli apostati (coloro che un tempo possedevano la sua fede, ma che poi vi hanno rinunciato) o verso gli eretici (coloro che propongono una diversa versione di quella fede - spesso, significativamente, una versione di poco diversa). Il malato può anche mostrarsi ostile
nei confronti di modi di pensiero che sono nemici potenziali della sua fede, come il metodo del ragionamento scientifico, che potrebbe funzionare in modo abbastanza simile
a un pezzo di software antivirus.
La minaccia di uccidere il celebre romanziere Salman Rushdie è solo l’ultimo di una lunga serie di tristissimi esempi.
La setta del Peoples’ Temple si estinse quando il suo leader, il reverendo Jim Jones, spostò il suo "gregge" dagli Stati Uniti alla Terra Promessa di "Jonestown", nella giungla della Guyana, ove persuase più di novecento di loro, bambini per primi, a ingerire del cianuro.
Jones, all’interno della sua setta, nei giorni precedenti "si autoproclamò l’unica persona a cui fosse permesso fare sesso" (ma si presume che fosse lecito anche alle sue partner). Una segretaria gli programmava gli incontri. Chiamava le ragazze, e diceva loro: "Il Padre detesta fare ciò, ma ha questo bisogno insopprimibile: potresti per favore...?". Le sue vittime, però, non erano soltanto femmine. Un seguace diciassettenne, dell’epoca in cui la comunità di Jones si trovava ancora a San Francisco, raccontò in che modo fu portato per squallidi fine settimana in un albergo in cui Jones fruiva "di una riduzione, particolarmente destinata ai ministri di culto, per il reverendo Jones e suo figlio". Il ragazzo riferì:
“Ero davvero in soggezione nei suoi confronti. Era più di un padre. Per lui avrei ucciso i miei genitori.”
La cosa notevole circa il reverendo Jim Jones non è tanto il suo comportamento egoistico, quanto l’ingenuità quasi sovrumana dei seguaci. Data una così sorprendente creduloneria, qualcuno può ancora dubitare della predisposizione della mente umana alle infezioni maligne?
Ammettiamolo, il reverendo Jones plagiò solamente qualche migliaio di persone. Ma questo è solo un caso estremo, la punta dell’iceberg. La medesima smania di venire plagiati da leader religiosi è diffusa in tutto il mondo. Molti di noi avrebbero scommesso che nessuno se ne sarebbe potuto andare in televisione a dire, in poche parole: "Mandatemi il vostro denaro, in modo che io possa utilizzarlo per persuadere altri babbei a mandarmi il loro". Eppure, oggi, in ogni principale agglomerato urbano degli Stati Uniti, potete trovare almeno un canale televisivo a carattere religioso interamente dedicato a tale evidente imbroglio. E questa gente se ne va via con un mucchio di soldi. Di fronte a una stupidità così diffusa, è difficile non provare una riluttante simpatia nei confronti di questi truffatori dai bei completi luccicanti. Fino a che non si realizza che non tutti i babbei sono ricchi e che spesso gli "evangelisti" ingrassano sugli oboli delle vedove. Ho perfino sentito uno di loro invocare esplicitamente il principio che ora chiamo Principio di Zahavi dell’autenticazione ad alto costo. Dio apprezza davvero una donazione, disse con sincerità colma di enfasi, solo quando la donazione è così consistente da far male. Dopodiché arrivavano dei poveri anziani su sedie a rotelle a testimoniare come si sentissero più felici da quando avevano mollato tutti i loro pochi averi al Reverendo, chiunque egli fosse.
5. Il paziente potrebbe accorgersi che le sue convinzioni particolari, mentre non hanno nulla a che fare con l’evidenza, sembrano dovere molto all’epidemiologia. Perché, potrebbe domandarsi, ho questo insieme di convinzioni, anziché quello? È perché ho passato in rassegna tutte le confessioni religiose del mondo, e ho scelto quella che mi è parsa fondata sulle dichiarazioni più convincenti? Quasi sicuramente no. Se si ha una fede, vi è una schiacciante probabilità statistica che sia la stessa fede professata dai propri genitori; e dai propri nonni. Senza dubbio, le sublimi cattedrali, la musica emozionante, le storie commoventi e le parabole impressionanti danno un certo aiuto. Ma nella determinazione del credo religioso la variabile di gran lunga più importante è la casualità della nascita. Le convinzioni in cui uno crede con tanta enfasi avrebbero potuto essere completamente diverse, nonché alquanto in contraddizione con le attuali, se solo a questa persona fosse capitato di nascere in un posto diverso. Epidemiologia, non evidenza.
6. Se il paziente rappresenta una delle rare eccezioni in cui una persona segue una religione differente da quella dei genitori, la spiegazione può nuovamente essere di natura epidemiologica. A dir la verità, è possibile che egli abbia passato in rassegna con calma tutte le fedi del mondo e abbia scelto quella più convincente. Ma è statisticamente più probabile che sia stato esposto a un agente infettivo particolarmente potente - un John Wesley, un Jim Jones o un San Paolo. Stiamo parlando di trasmissione orizzontale, come accade con il morbillo. L’epidemiologia a cui abbiamo fatto riferimento prima implicava una forma di trasmissione verticale, come nel caso della Corea di Huntington.
7 Le sensazioni interne del paziente possono ricordare, in modo allarmante, quelle più comunemente associate all’amore carnale. Si tratta di una forza mentale estremamente potente e non sorprende che alcuni virus si siano evoluti per sfruttarla. La famosa visione orgasmíca di Santa Teresa d’Avila è fin troppo nota perché vi sia bisogno di citarla per l’ennesima volta.
Dawkins R., “Il cappellaio del diavolo”, Raffaello Cortina Editore, pag. 195

Google
 
Web www.ilpalo.com