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Il partito di Htler era più un club dove ci si riuniva per bere che un movimento politico. Aveva molti elementi mistici e di folklore e vi si faceva un gran parlare della purezza del sangue tedesco. I suoi membri si lamentavano tra loro degli ebrei, dei grandi affari, delle atrocità comuniste, del costo della vita e del declino morale del Paese. Volevano far parte di una società senza classi (il che forse significava solo che aspiravano a venire accettati nei circoli della classe media) e credevano in una vaga specie di socialismo, ma non potevano accettare il tipo di internazionalismo, guidato dalla Russia, cui aspirava la sinistra. Era un punto di vista abbastanza comune e fu la riconciliazione del nazionalismo con il socialismo a rendere più tardi il Partito nazista (Partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi) così bene accetto agli elettori.
Dopo qualche esitazione, Hitler ricevette la tessera numero 555 e non ebbe difficoltà a diventare subito il membro n. 7 del comitato. Gli vennero affidate la propaganda e il tesseramento. Con la macchina per scrivere fornitagli in caserma, rivolse tutta la sua dedizione e le sue immense energie al nuovo compito. Scrisse centinaia di lettere, riattivò le iscrizioni e avvicinò personalmente i probabili iscritti. Nessuno dei suoi camerati aveva il tempo o la voglia di svolgere un’attività così febbrile. Ma il suo incarico di spia politica dava a Hitler quasi tutto il tempo che voleva per lavorare per il Partito dei lavoratori tedeschi. Fu questo fatto, tanto quanto le sue idee e la sua energia, a consentirgli di diventare l’iscritto più dinamico proprio di una delle organizzazioni che era pagato per spiare.
Non solo Hitler era l’organizzatore dei comizi settimanali, i quali presto cominciarono ad attirare folle di circa tremila persone, ma di solito era anche il principale oratore.
Fu attraverso il Partito dei lavoratori tedeschi che Hitler giunse a conoscere Dietrich Eckart, un uomo danaroso che avrebbe avuto un grande impatto sulla sua vita. Molto più vecchio di Hitler, era un mediocre poeta, autore di teatro e giornalista. Ossessionato da un odio capillare contro gli ebrei, Eckart vide in Hitler un uomo che avrebbe potuto diffondere la sua filosofia perversa. Hitler era l’uomo giusto per questo compito. Combattente pluridecorato, non aveva la maniera di parlare né i modi d’un ufficiale. Al contrario, l’accento di Hitler era quello del reduce d’estrazione operaia, non timoroso di essere il portavoce del fanatismo, delle paure e dell’odio della folla. Eckart fornì istruzioni e incoraggiamento, influenzando le letture di Hitler e migliorando la sua dizione. Quindi sfruttò la vasta cerchia di persone conosciute come giornalista per far conoscere Hitler e, attraverso di lui, il Partito e il suo bisogno di fondi.
Deighton L., “La guerra lampo”, Euroclub, pag.27
La strana doppia vita di Hitler, come spia contro il Partito e come il suo iscritto più attivo, non gli aveva creato difficoltà con i suoi superiori dell’esercito. Anzi, l’esercito e il Freikorps che ora, con un’alleanza difficile, controllavano la Baviera, videro in Hitler un buon alleato. L’uomo che aveva creato la sezione informazioni alla quale era stato assegnato Hitler, si iscrisse al Partito dei lavoratori tedeschi con la tessera n. 623. Si chiamava Ernst Ròhm, ed era un robusto ex ufficiale dello Stato Maggiore generale, dal volto sfregiato e dalle maniere brusche che, con il grado di capitano del Reichsheer, fungeva da consigliere politico del comandante del locale Freikorps. Il capitano Róhm descriveva se stesso come un uomo immaturo e malvagio e non faceva mistero della sua omosessualità. Ma Ròhm si era dimostrato un soldato coraggioso durante la guerra e dopo gli era stato affidato il compito di organizzare depositi clandestini di armi in tutta la Baviera. Róhm era rimasto impressionato dall’attività e dai discorsi di Hitler e divenne suo amico al punto di essere uno dei pochi che gli davano del tu. Ròhm era in grado di rifornire Hitler sia di denaro sia di armi. Non meno importanti erano le reclute che gli mandava, duri reduci che non avevano paura della violenza fisica.
Questo flusso di reduci aumentò quando il governo di Berlino decise di ridurre il potere delle forze paramilitari. Nel giugno del 1921 la milizia di cittadini fu sciolta, seguita dal Freikorps dell’Oberland in luglio. Ròhm scelse una squadra di uomini provenienti dalla 19’ compagnia mortai per dare una scorta a Hitler e quindi cominciò a organizzare altre reclute in un’apposita formazione.
Deighton L., “La guerra lampo”, Euroclub, pag. 28
Hitler sfruttò i pregiudizi e le paure sia dei cattolici sia dei monarchici. Egli scoprì la convenienza politica di essere antiprotestante, antisemita, anticomunista e soprattutto antiberlinese, perché Berlino era considerata storicamente la sede del governo centrale prussiano, dominato dai protestanti. Hitler compiaceva i suoi simpatizzanti fabbricando su misura una credenza che « provava » come tutti i guai degli elettori fossero stati causati dai generali prussiani incompetenti di Berlino e dagli ebrei pagati con l’oro di Mosca.
E persino la parola « ebreo » era usata dai nazisti come un termine onnicomprensivo, indicante gli immigrati stranieri, specialmente russi e polacchi, fuggiti in Germania dopo la prima guerra mondiale. Le tirate naziste contro gli ebrei avevano lo scopo di fomentare le paure degli xenofobi; le promesse di costruire una grande Germania e di sfidare le potenze del trattato di Versailles miravano a dissipare quelle paure.
Deighton L., “La guerra lampo”, Euroclub, pag. 30
Un’altra reliquia imperiale adottata da Hitler fu Erich Ludendorff, probabilmente il più grande generale della prima guerra mondiale. Vittima di manie senili nel 1923, quando annunciò la sua alleanza con i nazisti, Ludendorff dedicava gran parte del suo tempo a « provare » che la prima guerra mondiale era stata parte di un complotto ordito dalla massoneria internazionale, dagli ebrei e dal papa. Tuttavia, l’illustre reputazione del vecchio era utile ai nazisti e quando nel novembre 1923, con la Germania in preda all’incubo dell’inflazione, Hitler fece un folle tentativo di prendere il potere con la pistola in pugno, il vecchio generale volentieri guidò la marcia attraverso Monaco.’
Hitler pensava che la presenza di Ludendorff gli avrebbe garantito l’appoggio dell’esercito. Fu un grave errore; l’esercito tedesco era controllato dal generale von Seeckt, che lo aveva modellato secondo le proprie idee. « Da che parte sta l’esercito? » aveva chiesto Ebert. « L’esercito, signor presidente, sta dalla mia parte », aveva risposto arrogante Seeckt. Ben lungi dall’aiutare i nazisti, Seeckt offrì il suo appoggio alle autorità di Monaco per schiacciare la rivolta.
Fu la presenza di Ludendorff a procurare una pubblicità mondiale al processo. Hitler sfruttò questa opportunità per tenere discorsi politici, che furono largamente pubblicati da giornali dove non era mai comparso prima il suo nome. Un testimone disse che Hitler era « privo di tatto, limitato, noioso, talvolta brutale, talvolta sentimentale e senza dubbio scadente ». Ma il pubblico ministero disse che Hitler era « altamente dotato », con una vita privata impeccabile, che era un lavoratore accanito e coscienzioso. Era « un soldato che aveva fatto il suo dovere al massimo e non poteva essere accusato di aver sfruttato la sua posizione per interesse personale ». Con un pubblico ministero come quello, non c’era alcun bisogno di un avvocato difensore. La permanenza in prigione di Hitler fu breve e molto confortevole.
L’esperienza carceraria di Hitler mutò le sue ambizioni. Esse non miravano più esclusivamente alla Baviera; i suoi occhi puntavano su Berlino. Egli cambiò pure tattica. Abbandonò l’idea della rivoluzione violenta; la polizia e l’esercito erano troppo forti. Da quel momento in poi, la politica di Hitler fu per lo più decisa secondo l’atteggiamento dell’esercito. Si compiaceva, come disse, che fosse stata la polizia e non l’esercito a sparare sui suoi seguaci. Ciò lasciava aperta la possibilità di un’alleanza con l’esercito.
Deighton L., “La guerra lampo”, Euroclub, pag. 61
A differenza di molti partiti, quello nazista non offrì mai all’elettore un programma politico ed economico ben chiaro che promettesse pace e prosperità. Piuttosto, metteva in guardia contro complotti ebraici che avrebbero distrutto il mondo e invasioni slave che avrebbero segnato la fine degli uomini dal puro sangue ariano. Gli oppositori venivano classificati come comunisti o ebrei, oppure tutti e due. L’indeterminatezza era deliberatamente un fondamento del fascismo di Hitler. Così, via via che i nazisti prendevano il potere, non avevano un sistema coordinato di governo. Hitler preferiva che i suoi luogotenenti si combattessero tra loro mentre si costruivano i propri imperi. Né tutti questi imperi erano sempre così specializzati come il controllo di Goebbels sulla stampa, la radio e la propaganda. Ad esempio, l’influenza di Góring si estendeva dalla Polizia segreta al Ministero dell’aviazione. Una politica indefinita e subordinati litigiosi contribuivano ad accentrare il potere in un uomo solo.
L’ascesa di Hitler appare ancora più sinistra alla luce delle sue continue osservazioni sulla credulità dell’elettorato. Nel 1933 ormai questo astemio austriaco di quarantaquattro anni aveva raggiunto un potere personale quasi senza precedenti. Lo aveva raggiunto dicendo sistematicamente al popolo tedesco le cose che questo voleva sentire, mentre combinava accordi segreti con chiunque potesse essergli utile, senza badare a quanta fosse la differenza tra le promesse nascoste e i pubblici discorsi.
Hitler non fumava né beveva alcolici. Alla fine proibì di fumare in sua presenza. Era un vegetariano, anche se mangiava uova. La sua conversazione era ripetitiva e un monumento di noia - come prova oltre ogni dubbio la lettura degli appunti delle sue chiacchierate quotidiane - ma gli ascoltatori soccombevano di fronte alle sue irresistibili qualità personali. La combinazione di un’energia senza limiti e di un immenso fascino è una caratteristica che spesso si intravede negli attori di fama mondiale. Hitler era capace di concentrare tutta la sua attenzione sulle persone che incontrava e, così facendo, di persuaderle che i loro problemi da quel momento erano anche i suoi.`
Persino nel 1935 ci furono persone che uscirono da un colloquio con Hitler convinte che il regime repressivo e totalitario da lui creato non piacesse neppure a lui e che egli stesse cercando di creare condizioni meno dure. Qualsiasi cosa tu volessi sentire, Hitler te la diceva.
Leggendo raccoglieva una messe d’informazioni divulgative che gli consentiva un rapporto immediato tanto con esperti, quanto con profeti e fanatici. Le sue cognizioni militari erano ridotte ed egli non comprendeva veramente le questioni tecniche, ma grazie a una memoria sorprendente riusciva a rammendare insieme i particolari. Gli piaceva confondere i suoi generali discutendo nei dettagli su materiali distribuiti da poco a qualche lontano reggimento o parlando di qualche altro particolare minimo. Ma spesso non sarebbe poi riuscito a comprendere i problemi di logistica o di strategia su larga scala su cui avrebbe dovuto decidere.
Gran parte delle sue difficoltà erano dovute alla mancanza di sicurezza nei rapporti di mondo. La voce rauca, la sintassi zoppicante e il forte accento provinciale che erano stati cause essenziali dei suoi primi successi elettorali divennero svantaggi via via che egli penetrava negli strati sociali più elevati del Paese. Allo stesso modo l’aver fatto la guerra da caporale austriaco e cattolico in un reggimento di fanteria bavarese lo metteva in difficoltà quando parlava con i prussiani protestanti dello Stato Maggiore dell’esercito, i cui antenati militari riempivano i libri di storia tedesca.
Deighton L., “La guerra lampo”, Euroclub, pag.61
I carristi erano diversi dagli altri soldati della divisione. Uno di loro ricordò il suo carro come fosse casa propria:
La necessità che il carro funzionasse senza pecche significava che l’equipaggio doveva stargli sempre vicino. L’equipaggio divenne una famiglia e il carro una casa dove si era al sicuro e si riposava. Si riposava a causa della vibrazione dei cingoli: i piedi doloranti, la schiena rattrappita, gli strappi muscolari andavano tutti a posto dopo un’ora di strada. E ogni carro aveva il proprio odore, una combinazione degli odori dell’olio riscaldato, della benzina, dell’acciaio e della terra.
C’è anche l’aspetto opposto di essere un carrista. Ho dovuto guidare nella pioggia gelida, con il vento che entrava nel carro, e avrei potuto piangere dal freddo. In quel caso c’era un solo modo per sgelarsi: fare a turno per andare fuori sulla parte posteriore, sdraiandosi con la schiena sul radiatore e lasciando che il calore penetrasse attraverso la tuta. Con le braccia allargate, si era perfettamente al sicuro e nessuno di noi cadde mai mentre ci muovevamo lungo le strade.
Il carro, con il suo movimento diritto e veloce, coperto di fango e di terra, al nemico sembra inarrestabile. Dai motori silenziati usciva poco rumore, ma il fracasso dei cingoli d’acciaio sul selciato o lo squittire del metallo sulle strade erano una cosa mai udita prima e molto terrificante.
I cannoni ad alta velocità di calibro maggiore erano armi bivalenti. Benché il cannone ad alta velocità diventi più versatile con il crescere del calibro, crescono anche le difficoltà per costruirlo. L’acciaio deve essere migliore e anche le capacità del progettista. Costa pure molto di più. Guderian non ottenne il pezzo da 50 mm per i suoi carri, che invece furono dotati delle bocche da fuoco impiegate per il controcarri tedesco standard, il 37 mm.
I due carri leggeri cechi montavano cannoni da 37 mm piuttosto simili a quello tedesco e quindi non erano adatti a impegnare postazioni d’artiglieria o a sparare granate dirompenti contro bersagli « morbidi ».
Deighton L., “La guerra lampo”, Euroclub, pag.154
Se la prima guerra mondiale era stata statica, con grandi batterie di cannoni ippotrainati, a lento caricamento, sparati per colpire obiettivi fermi, il grande problema degli anni tra le due guerre non era «come farà questa artiglieria a piazzarsi e a colpire invasori corazzati e veloci?» bensì «come faranno gli invasori corazzati e veloci a sopravvivere senza un’artiglieria capace di muoversi rapidamente, in modo da tenere il passo con loro e fornirgli copertura?» Era previsto che queste domande fossero solo retoriche. Molti esperti militari ritenevano ovvio che finché un gran numero di pezzi d’artiglieria montati su veicoli cingolati (artiglieria semovente) avesse potuto fornire l’appoggio, nessuna forza che avesse tentato un Blitzkrieg sarebbe riuscita a sopravvivere. Queste serie riserve sulle teorie del Blitzkrieg non erano tipiche solo dei vecchi misoneisti; molti dei teorici dei carri armati la pensavano allo stesso modo.
Guderian era uno dei pochi a dare un’altra risposta. A differenza delle aeronautiche di altre nazioni, la Luftwaffe aveva impegnato gran parte delle sue risorse nell’appoggio tattico dell’esercito (la Germania non aveva una forza da bombardamento strategico). Il bombardiere - concludeva Guderian - sarebbe stato l’artiglieria del Blitzkrieg.
Ma alla prova dei fatti la Luftwaffe non fornì il costante bombardamento d’artiglieria che spesso le viene attribuito. I suoi bombardieri furono inviati in battaglia a seconda delle necessità, nella stessa maniera elastica in cui furono impiegate tutte le armi del Blitzkrieg. Per le immediate occorrenze della battaglia le Panzerdivision si tirarono dietro la loro artiglieria.
Tutta la Panzer-Artillerie era costituita di obici. Un obice è un pezzo d’artiglieria a velocità iniziale relativamente bassa, che lancia il suo proietto con una traiettoria alta in modo che cada sul bersaglio. Per ottenere la gittata necessaria, l’artigliere varia l’alzo e la carica di propellente dietro la granata.
Gli obici abbisognavano di un tempo minimo per venire piazzati e potevano sparare con una cadenza di tiro elevata su un bersaglio a breve distanza.
Deighton L., “La guerra lampo”, Euroclub, pag. 152
Una Panzerdivision era più complicata di qualsiasi altra divisione, e molto più versatile. La sua natura composita si estendeva fino alle unità che la formavano. Le parti di una divisione erano in qualche modo autosufficienti e potevano essere ricostituite e adattate su misura alle esigenze della battaglia. Tali formazioni erano chiamate « gruppi di combattimento » e le loro componenti avevano quella che veniva chiamata « capacità di incastro».
Un classico gruppo di combattimento (impiegato all’epoca dalla 5a Pz. Div.) consisteva in un reggimento fanteria combinato con uno di carri, assieme a un battaglione pionieri, uno delle trasmissioni e un gruppo d’artiglieria. In questa divisione il 13° reggimento fanteria era quasi sempre scelto per il gruppo di combattimento, poiché era fornito di semicingolati blindati e così pote -a impegnarsi a fianco dei carri. Il battaglione trasmissioni aveva pìchissimi semicingolati blindati. Le unità esploranti non venivan:: mai assegnate ai gruppi di combattimento, ma restavano sempre sotto il diretto controllo del comando divisione.
Tuttavia una divisione corazzata era troppo grande per poter essere facilmente messa in posizione per un attacco di sorpresa. Non solo essa poteva comprendere oltre 3000 automezzi (compresa la colonna di rifornimenti), ma aveva quasi altrettanti uomini quanti quella di fanteria (14.000 invece di 17.000).
Un treno carico di truppe poteva avere scarsa importanza in un rapporto dello spionaggio nemico, ma quale agente segreto si sarebbe lasciato sfuggire i carri armati di una divisione corazzata? Questa, trasportata per ferrovia, aveva bisogno di non meno di ottanta treni, ognuno di cinquantacinque vagoni. Questo gigantesco movimento impegnava l’intera capacità di una ferrovia per quattro giorni e quattro notti.
Ma spostare una divisione corazzata su strada era un’impresa ancora più appariscente. Come poteva restare nascosta una colonna di automezzi in movimento che occupava quasi 120 km di strada e si trascinava alla velocità di 4 km all’ora? (Questi sono calcoli da manuale, in condizioni atmosferiche perfette, su terreno buono e senza alcun intervento del nemico.) È facile immaginare lo scompiglio in una città o in un villaggio attraversati da questa interminabile sfilata. E che dire della vulnerabilità alla ricognizione aerea e ai bombardieri?
Anche durante un trasferimento senza opposizione nemica si sarebbero avuti il logorio e i guasti dei mezzi, soprattutto dei cingoli. Questi infliggevano anche gravi danni al manto stradale, il che metteva in difficoltà i mezzi di trasporto che seguivano, dato che pochi autocarri tedeschi avevano le quattro ruote trattive. Il carro armato non era una macchina affidabile e ogni divisione aveva bisogno di tre officine mobili, due con carri-ricupero da 12 tonnellate e una con carri-ricupero da 24.
Deighton L., “La guerra lampo”, Euroclub, pag. 171
I tentativi di attraversare continuavano. Rommel ordinò che carri e artiglierie appoggiassero l’attacco e poi tornò indietro per incontrarsi con Kluge, il comandante della 4a Armata e con il suo comandante del corpo corazzato, Hoth. Entrambi erano arrivati al quartier generale di Rommel per osservare come si svolgeva la battaglia.
Hoth e Kluge erano in torto per aver richiesto la presenza di Rommel al quartier generale. In circostanze così critiche il comandante divisionale deve essere lasciato al proprio lavoro oppure devono essere i suoi superiori a recarsi nel posto dove si trova lui.
Quando Rommel tornò a Dinant, il tentativo di attraversare si era arenato. Battelli di gomma bucherellati costellavano entrambe le rive e gli ufficiali avevano smesso di spronare i soldati a uscire dai ripari dove si erano messi per proteggersi dall’intenso fuoco dei francesi.
In parte per l’effetto che la presenza del comandante di divisione aveva sui soldati e più ancora sugli ufficiali subalterni che li guidavano, alcuni tedeschi riuscirono ad attraversare il fiume.
Le lunghe e frequenti visite di Rommel al fronte gli consentivano di prendere rapide decisioni tattiche, costringendo i suoi subordinati a mostrare alle loro unità analoga energia e iniziativa e spingendo i sottoposti ad atti di valore. Il suo ufficio operazioni restava nelle retrovie ed egli si teneva in contatto con esso mediante la radio e due riunioni giornaliere con il suo capo ufficio operazioni. Disse un ufficiale tedesco:
“Durante tutta la guerra in Francia dalla frontiera alla Manica, Rommel non vide mai personalmente il suo capo di Stato Maggiore. Mai! Egli aveva con sé soltanto, vicino al carro armato del mio comandante di reggimento, due autoblinde con radio a lunga portata. Un’autoblinda era in contatto con tutte le truppe della sua divisione e l’altra serviva per i collegamenti con il corpo d’armata, l’armata e spesso con l’aeronautica.”
Rommel veniva criticato dai suoi superiori perché passava troppo tempo al fronte, ma non aveva mai comandato prima una divisione corazzata e aveva bisogno di vedere da vicino i problemi del
l’avanzata.
Ora Rommel andò oltre. Prese il comando del secondo battaglione del suo 7° reggimento fanteria, esortandolo a mettere i battelli in acqua. Imbarcandosi su uno dei canotti, guidò personalmente l’assalto sull’altra riva.
Fu mentre Rommel era sulla riva occidentale della Mosa che vennero avvistati alcuni carri armati francesi. Senza carri armati o cannoni controcarro, i tedeschi non potevano far altro che impegnarli con il fuoco delle armi leggere. Rommel ordinò che si sparasse contro i carri persino con le pistole lanciarazzi. Credendo forse che i razzi fossero i colpi d’aggiustamento di una batteria d’artiglieria, i carri armati francesi si allontanarono.
Deighton L., “La guerra lampo”, Euroclub, pag. 231
Questo attacco sulla destra doveva solo arrivare alla cima delle basse colline antistanti e quindi svoltare a ovest, cercando di aprirsi la strada tra la 55a divisione di fanteria francese che aveva di fronte e la 102a divisione da fortezza che continuava la linea difensiva della Mosa a nord-ovest. Perché quelle due divisioni facevano ciascuna parte di una diversa armata francese e un simile punto di congiunzione è sempre vulnerabile a un attacco. In questo caso la vulnerabilità era aumentata dal fatto che il generale Corap aveva piazzato una divisione debole all’estremo fianco della sua 9a Armata, mentre il generale Charles Huntziger aveva posto una divisione di riservisti sull’adiacente fianco della sua 2a Armata. Era una formula per il disastro, e la 2’ Pz. Div. ne era il catalizzatore.
La 553 divisione di fanteria francese era un’unità di serie B. Dei suoi quattrocentocinquanta ufficiali solo venti erano permanenti effettivi. Se si tien conto di quanti di loro fossero civili di mezz’età, combatterono bene contro i migliori soldati di cui la Germania potesse disporre e contro quella che Guderian aveva promesso che sarebbe stata « quasi l’intera aeronautica tedesca ».
II 13 maggio l’urlo degli Stuka, i collegamenti rotti, il basso .1g morale e la mancanza di fanteria a protezione dei fortini, tutto contribuì alle avanzate dei tedeschi sulla sponda meridionale. Erano le 17,10 - ormai l’attacco tedesco era in corso da un po’ più di un’ora - quando un messaggio della 55a divisione di fanteria segnalò che si era perso il contatto con la fanteria alla sua sinistra. Tra la 93 e la 2a Armata francesi si era aperto un varco che non sarebbe più stato chiuso.
Tuttavia non fu in questo varco tra le armate francesi che fu smossa la prima pietra della valanga del disastro. Fu il comandante di una batteria d’artiglieria, nel villaggio di Chaumont, che alle 18,30 di quel bel pomeriggio di primavera segnalò che carri armati tedeschi si erano spinti fino alle alture di Marfée. Non era vero, ma chiunque fosse stato incline a scartare la segnalazione come isterica dovette ripensarci quando da Bulson, un po’ più a sud di Chaumont, un colonnello d’artiglieria avvertì - anche qui prematuramente - il comandante dell’artiglieria del suo corpo d’armata che i combattimenti erano così vicini al suo posto comando che doveva ritirarsi o rimanere accerchiato. Il comandante dell’artiglieria di corpo d’armata - che si trovava a otto chilometri dagli scontri - decise che sarebbe stato prudente ritirare il proprio posto comando. Nessuno di questi ufficiali d’artiglieria ebbe conferma dei rapporti.
Il comando della 553 divisione di fanteria era proprio a sud di Bulson. Il suo comandante aveva appena ordinato a un battaglione di appoggiare i difensori delle alture di Marfée e cominciava a ristabilire le comunicazioni con i suoi vicini, quando giù per la strada arrivò « un’ondata di fuggiaschi terrorizzati ». C’erano artiglieri e fanti, ufficiali frammisti alla truppa, alcuni a piedi, altri su veicoli, certi che insistevano d’aver ricevuto l’ordine di ritirata e altri ancora che correvano semplicemente per salvare la pelle. Concordavano tutti sulla presenza di carri armati tedeschi a Bulson.
Fu questa la più grande vittoria di mezzi corazzati in tutta la storia militare. Molte volte i carri avevano ottenuto una vittoria senza sparare un colpo, ma ora avevano messo in rotta il nemico senza neppure entrare in azione. Perché Guderian non era ancora riuscito a far attraversare la Mosa ai suoi carri. Tutti i carri visti dai soldati in preda al panico erano francesi. Era ironico che il panico fosse cominciato tra gli artiglieri - l’arma controcarri per eccellenza - di una divisione che aveva una dotazione di pezzi d’artiglieria doppia. E si trattava di uomini d’un esercito che li aveva addestrati per tutta la loro carriera militare a pensare che i carri da soli non valessero nulla e non avessero altro scopo che l’appoggio della fanteria. Il carro armato, come lo Stuka, fu più fatale al morale che agli uomini.
Deighton L., “La guerra lampo”, Euroclub, pag. 243