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Dukas H. Hoffmann B., “Albert Einstein il lato umano“

Una laurea finta nel cestino della carta straccia

Durante l’estate del 1952 Carl Seelig, uno dei primi biografi di Einstein, scrisse allo scienziato chiedendogli di fornirgli alcuni dati relativi alla sua prima laurea honoris causa. Nella sua risposta, Einstein accennò ad avvenimenti che risalivano al r9o9, il periodo in cui egli lavorava ancora nell’Ufficio brevetti di Berna, benché quattro anni prima avesse elaborato la sua teoria speciale della relatività. Nell’estate del 1909 l’università di Ginevra conferì piú di cento lauree honoris causa in occasione del 350° anniversario della sua fondazione da parte di Calvino; segue il resoconto di Einstein sull’accaduto:
«Un giorno ricevetti all’Ufficio brevetti di Berna una grande busta dalla quale estrassi un foglio dall’aspetto ufficiale. Recava in eleganti caratteri (mi pare che fosse addirittura in latino) [In realtà il testo, stampato in corsivo, era in lingua francese] un messaggio che mi parve impersonale e di scarso interesse. Finì subito nel cestino. Piú tardi appresi che si trattava dell’invito alle celebrazioni in memoria di Calvino e dell’avviso che avrei ricevuto la laurea honoris causa dall’università di Ginevra.»
Dukas H. Hoffmann B., “Albert Einstein il lato umano“, Einaudi, pag. 6

Una risposta ambigua ma non mezognera

Verso la fine del 1936 la Società scientifica di Berna inviò a Einstein un diploma che gli era stato appena conferito. La sua risposta del 4 gennaio da Princeton:
«Non potete immaginare quanto mi ha fatto e mi fa piacere che la Società scientifica di Berna si sia ricordata di me in modo cosí cortese. Mi è giunto come un messaggio dai tempi ormai lontani della mia giovinezza. Le nostre riunioni serali, tanto stimolanti e vivaci, mi tornano ancora una volta alla mente e soprattutto gli straordinari commenti che il Professor Sahli [Salis?], l’internista, faceva sulle conferenze. Ho fatto subito incorniciare il documento ed è l’unico di tanti riconoscimenti che è appeso nel mio studio. È un ricordo dei tempi di Berna e degli amici che avevo allora.
Vi chiedo di esprimere ai membri della Società i miei cordiali ringraziamenti e la mia riconoscenza per la cortesia che mi hanno dimostrato.»
Qui bisogna aggiungere qualche precisazione. Quando arrivò il documento Einstein disse: « Questo lo farò incorniciare e lo appenderò in studio, perché quei signori deridevano sempre me e le mie teorie». Ricevette molti altri premi ma non li incorniciò mai, né li appese alle pareti dello studio. Li nascondeva invece in un angolino che chiamava «l’angolo del vanto» (« Protzenecke »).
Dukas H. Hoffmann B., “Albert Einstein il lato umano“, Einaudi, pag. 7

Le difficoltà che incontri in matematica

Einstein conobbe una fama duratura e ricevette un’enorme quantità di lettere di ogni sorta. Per esempio, una ragazzina di Washington, D.C., gli scrisse il 13 gennaio 1943 comunicandogli, fra l’altro, che era leggermente al di sotto della media in matematica e quindi si trovava costretta a studiarla di piú di molte sue compagne.
Rispondendo in inglese da Princeton il 7 gennaio 1943, Einstein la consolò:
«Non preoccuparti delle difficoltà che incontri in matematica; ti posso assicurare che le mie sono ancora più grosse.»
Dukas H. Hoffmann B., “Albert Einstein il lato umano“, Einaudi, pag. 8

Non vi è alcuna utilità in questo, si tratta solo di una occasione per concedermi il piacere di pensare

Citiamo dei passi da una lettera che Einstein scrisse da Berlino nella primavera del 1918 all’amico Heinrich Zangger di Zurigo. La teoria generale della relatività era già stata elaborata, ma la conferma ottenuta durante l’eclisse del 1919 e la fama mondiale erano ancora di là da venire. Il figlio maggiore di Einstein, allora quattordicenne, dimostrava un vivo interesse per l’ingegneria e la tecnologia:
«Anch’io dovevo diventare ingegnere. Ma trovai intollerabile l’idea di applicare il genio creativo a problemi che non fanno che complicare la vita quotidiana - e tutto ciò unicamente al triste scopo di guadagnare denaro. Pensare solo per il piacere di pensare, come nella musica! ... Quando non ho qualche problema particolare cui dedicarmi, mi diverto a ricostruire le prove di teoremi matematici e fisici che mi sono noti ormai da tempo. Non vi è alcuna utilità in questo, si tratta solo di una occasione per concedermi il piacere di pensare.»
Dukas H. Hoffmann B., “Albert Einstein il lato umano“, Einaudi, pag. 16

L’esperimento è un giudice inesorabile e poco benevolo del lavoro

All’epoca in cui viveva a Berlino, Einstein spesso si recava in Olanda, dove aveva numerosi amici scienziati. Durante una visita a Leida, Einstein scrisse queste frasi in un libro di ricordi dedicato al professor Kammerlingh-Onnes, uno dei primi ricercatori nel campo della fisica della bassa temperatura, al quale fu assegnato il premio Nobel per la fisica nel 1913. La nota di Einstein è datata 11 novembre 1922:
«Lo scienziato teorico non è da invidiare. Perché la Natura, o piú esattamente l’esperimento, è un giudice inesorabile e poco benevolo del suo lavoro. Non dice mai «Sí» a una teoria: nei casi piú favorevoli risponde: «Forse»; nella stragrande maggioranza dei casi, dice semplicemente: «No». Quando un esperimento concorda con una teoria, per la Natura significa «Forse»; se non concorda, significa «No». Probabilmente ogni teoria un giorno o l’altro subirà il suo «No»; per quasi tutte ciò avviene subito dopo la formulazione.»
Dukas H. Hoffmann B., “Albert Einstein il lato umano“, Einaudi, pag. 18

Si può sperare che la gente continui a leggervi solo se si scarta tutto quello che non è rilevante

Nel marzo 1927 Einstein tenne una conferenza che venne trascritta da un membro del pubblico, il quale suggerí ad Arnold Berliner, direttore della rivista scientifica «Die Naturwissenschaften», di pubblicarne il testo. Segue la risposta di Einstein alla proposta di Berliner:
Non sono favorevole alla pubblicazione, perché il testo non è sufficientemente originale. Bisogna essere particolarmente critici nei confronti del proprio lavoro. Si può sperare che la gente continui a leggervi solo se, per quanto è possibile, si scarta tutto quello che non è rilevante.
Dukas H. Hoffmann B., “Albert Einstein il lato umano“, Einaudi, pag. 20

Lo scopo dell’esistenza dell’individuo

Ai primi di dicembre 1950, Einstein ricevette a Princeton una lunga lettera manoscritta da uno studente diciannovenne della Rutgers University, che diceva: «Il mio problema è questo, professore: qual è lo scopo dell’uomo sulla terra?» Scartando eventuali risposte come il guadagno, la fama, l’altruismo, lo studente scriveva: « Onestamente, professore, non riesco neanche a capire perché mi sono iscritto a ingegneria». Gli sembrava che l’uomo non avesse «nessuna meta nella vita». Citava questo passo dai Pensées di Pascal, dicendo che riassumeva i propri sentimenti: «Non so chi mi abbia messo al mondo, né che cosa sia il mondo, né che cosa sia io stesso. Sono in un’ignoranza spaventosa di tutto. Non so che cosa siano il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e questa stessa parte di me che pensa quel che dico, che medita sopra di tutto e sopra se stessa, e non conosce sé meglio del resto. Vedo quegli spaventosi spazi dell’universo, che mi rinchiudono; e mi trovo confinato in un angolo di quest’immensa distesa, senza sapere perché sono collocato qui piuttosto che altrove, né perché questo po’ di tempo che mi è dato da vivere mi sia assegnato in questo momento piuttosto che in un altro di tutta l’eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Da ogni parte vedo soltanto infiniti, che mi assorbono come un atomo e come un’ombra che dura un istante, e scompare poi per sempre. Tutto quel che so è che debbo presto morire; ma quel che ignoro di piú è, appunto questa stessa morte, che non posso evitare».
Lo studente osservava che mentre Pascal trovava una soluzione al problema nella religione, lui invece non ne vedeva alcuna. Dopo aver sviluppato il tema della nullità cosmica dell’uomo, chiedeva a Einstein di indicargli la strada giusta e di motivare la sua risposta, aggiungendo: « Non abbia paura di offendermi: se sgarro me lo dica chiaro e tondo ».
A questo appello angosciato, Einstein non offrí facili soluzioni di comodo, il che dovette senz’altro rincuorare lo studente, alleviando il triste peso dei suoi dubbi. La lettera di Einstein, scritta in inglese, è datata Princeton 3 dicembre 1950, pochi giorni dopo quella dello studente.
«Mi ha molto colpito il fervore dei Suoi tentativi per definire lo scopo dell’esistenza dell’individuo e dell’umanità intera. Penso però che non ci possa essere alcuna risposta sensata se la domanda viene formulata in questi termini. Se parliamo dello scopo e del fine di un’azione, in effetti ci domandiamo quali aspirazioni si realizzano mediante questa azione e le eventuali conseguenze; oppure quali conseguenze negative si possono evitare? Certo, si può parlare in termini specifici dello scopo di un’azione dal punto di vista della comunità alla quale appartiene l’individuo. In questo caso, lo scopo dell’azione ha un rapporto perlomeno indiretto con la realizzazione delle aspirazioni degli individui che formano la società.
Se mi chiede qual è lo scopo e il fine della società nel suo complesso o di un individuo considerato come entità autonoma, la domanda perde ogni significato. È ancora piú evidente se chiede qual è lo scopo o il senso della natura in generale. In questi casi sembra arbitrario, anzi illogico, postulare l’esistenza di un Essere i cui desideri abbiano un rapporto con gli avvenimenti.
Nonostante ciò, ognuno di noi avverte che in realtà è non solo giusto, ma essenziale chiedersi come comportarsi nella vita. A mio avviso la risposta è questa: soddisfare per quanto è possibile le aspirazioni e i bisogni di tutti, raggiungendo l’armonia e la bellezza nei rapporti umani. Ciò presuppone molta consapevole riflessione e molta autodisciplina. È un dato di fatto che i filosofi greci e gli antichi saggi orientali raggiunsero in questo campo preminente un livello superiore a quello che prevale oggi nelle nostre scuole e università.
Dukas H. Hoffmann B., “Albert Einstein il lato umano“, Einaudi, pag. 26

Un po’ di umorismo: sono un po’ perplesso (ma non troppo)

Il 25 febbraio i rappresentanti della Sixth Form Society [Un’associazione di allievi dell’ultimo anno di liceo] di una scuola secondaria inglese scrissero a Einstein informandolo in tono entusiasta che era stato eletto, quasi all’unanimità, rettore del loro gruppo. La carica non comportava alcun obbligo e, secondo le norme dello statuto, il gruppo non era neanche autorizzato ad avere un rettore.
Tuttavia i soci erano convinti che Einstein avrebbe apprezzato il loro gesto come riconoscimento della grandiosità della sua opera.
Il 17 marzo 1952 Einstein rispose in inglese:
«Quale vecchio insegnante ho accolto con immensa gioia e orgoglio la nomina alla carica di rettore della vostra Società. Sebbene sia ormai un anziano vagabondo, riconosco che esiste anche in me quella tendenza alla rispettabilità tipica della vecchiaia. Devo dirvi però che sono un po’ perplesso (ma non troppo) dal fatto che la nomina sia stata effettuata senza il mio consenso.»
La lettera di Einstein venne incorniciata e appesa nella biblioteca della scuola dove si riuniva la Sixth Form Society; probabilmente è ancora li.
Dukas H. Hoffmann B., “Albert Einstein il lato umano“, Einaudi, pag. 31

La scienza è una cosa meravigliosa quando non serve a guadagnarsi il pane quotidiano

Il 24 marzo 1951 una studentessa di un college californiano scrisse a Einstein a Princeton, chiedendogli se si ricordava di aver inaugurato il piccolo osservatorio nella sua città; volle anche un suo consiglio. Da molto tempo ormai s’interessava di astronomia e desiderava esercitare quella professione dopo aver conseguito la laurea. Ma due suoi professori le avevano detto che vi erano già troppi astronomi e che in ogni caso lei non era abbastanza abile per aver successo in quel campo. Confessando che in matematica non era molto brillante, gli domandava se a questo punto le conveniva continuare i suoi studi o invece ripiegare su altri a lei piú adeguati. Einstein rispose, in inglese:
«La scienza è una cosa meravigliosa quando non serve a guadagnarsi il pane quotidiano. È meglio guadagnarsi da vivere con un lavoro che si ha la certezza di poter fare. Solo quando non bisogna rendere conto delle nostre attività a nessuno, si può provare vero piacere e soddisfazione nella ricerca scientifica.»

Può sembrare che questo consiglio fosse formulato appositamente per una studentessa di cui Einstein conosceva ben poco; egli tuttavia lo considerava fondamentale e valido in ogni circostanza. Conosceva bene la fatica di dover sempre sfornare idee nuove. Durante una conversazione a Berlino, si paragonò a una gallina costretta a deporre uova in continuazione. Insisteva nel dire che l’aspirante scienziato o studioso doveva guadagnarsi da vivere facendo un mestiere poco impegnativo, come quello del calzolaio, evitando di trovarsi nella situazione di dover «pubblicare o morire», guastando il piacere del lavoro creativo e presentando spesso risultati superficiali. Dopo tutto, anche il grande Spinoza, filosofo per cui Einstein aveva una vera venerazione, si era guadagnato da vivere molando le lenti; Einstein spesso rievocava con piacere nostalgico i tempi in cui, impiegato dell’Ufficio brevetti di Berna, aveva elaborato le sue teorie piú importanti.
Dukas H. Hoffmann B., “Albert Einstein il lato umano“, Einaudi, pag. 53

Ogni giorno Einstein mi spiegava la sua teoria. Al nostro arrivo ero pienamente convinto che lui la capisse perfettamente

Einstein aveva già riflettuto molto sull’argomento “sionismo”. All’inizio del 1919 - prima della conferma della teoria generale della relatività verificata durante l’eclisse e quindi prima della fama mondiale di Einstein - Kurt Blumenfeld, un funzionario sionista, aveva accennato alla questione con lo scienziato. Due anni dopo, Blumenfeld convinse Einstein ad accettare l’invito di Chaim Weizmann ad accompagnare quest’ultimo negli Stati Uniti per raccogliere fondi per la futura Università ebraica di Gerusalemme. Weizmann, capo del movimento sionista internazionale - e futuro primo presidente dello stato di Israele - era anche uno scienziato. Parlando del viaggio insieme a Einstein, disse: «Ogni giorno Einstein mi spiegava la sua teoria. Al nostro arrivo ero pienamente convinto che lui la capisse perfettamente».
Dukas H. Hoffmann B., “Albert Einstein il lato umano“, Einaudi, pag. 57

I gusti musicali di Einstein

1. Bach, Mozart e alcuni compositori italiani e inglesi antichi sono i miei preferiti. Beethoven mi piace assai meno; Schubert invece si.
2. Mi è impossibile dire se per me significa di piú Bach o Mozart. Nella musica non vado alla ricerca della logica. In complesso seguo l’istinto e sono del tutto digiuno di teorie. Non mi piace mai un’opera musicale della quale non riesco ad afferrare intuitivamente l’unità interna (l’architettura).
3. Haendel mi piace sempre - anzi, lo trovo perfetto - ma ha una certa superficialità. Per me Beethoven è troppo drammatico, troppo personale.
4. Schubert è uno dei miei preferiti per la sua straordinaria abilità di esprimere l’emozione e la sua enorme capacità d’invenzione melodica. Ma nelle sue opere piú vaste mi dà fastidio una certa mancanza di struttura architettonica.
5. Le opere minori di Schumann mi piacciono per la loro originalità e la loro ricchezza di sentimento, ma la sua mancanza di grandezza formale mi impedisce un pieno godimento. In Mendelssohn vedo un talento considerevole, ma anche un’indefinibile superficialità che spesso porta alla banalità.
6. Trovo che alcuni lieder e opere da camera di Brahms sono davvero significativi anche nella struttura. Tuttavia la maggior parte delle sue opere non hanno per me la forza di convincermi interiormente. Insomma, non capisco perché provò la necessità di scriverle.
7. Ammiro la capacità creativa di Wagner, ma considero la sua mancanza di struttura architettonica un segno di decadenza. Inoltre trovo la sua personalità musicale cosí indescrivibilmente offensiva che per lo piú lo ascolto solo con un senso di disgusto.
8. Credo che (Richard) Strauss abbia molto talento, ma che gli manchi una verità interiore e che si preoccupi soltanto degli effetti esteriori. Non posso dire che la musica moderna in generale non mi interessi. Mi pare che la musica di Debussy sia delicata e colorita, dimostra però una mancanza di senso strutturale. Non riesco a entusiasmarmi per una cosa del genere.
La maggior parte delle opere dei compositori moderni, come si vede, aveva scarso interesse per Einstein. Tuttavia aveva grande considerazione personale per Ernst Bloch e il 15 novembre 1950 scrisse in inglese queste parole, probabilmente in risposta a una richiesta specifica:
La mia conoscenza della musica moderna è molto limitata. Sono però-sicuro di un fatto: la vera arte è caratterizzata dall’impulso irresistibile dell’artista. Riconosco questo impulso nell’opera di Ernst Bloch come in pochi musicisti recenti.
Dukas H. Hoffmann B., “Albert Einstein il lato umano“, Einaudi, pag. 73

Cari posteri, se non siete diventati piú giusti, allora andate al diavolo!

Il 1° maggio 1936 un prestigioso editore americano scrisse a Einstein, chiedendogli un favore. Aveva appena iniziato la costruzione di una biblioteca per la sua casa di campagna e voleva collocare nella pietra angolare una scatola a tenuta d’aria contenente degli oggetti che avrebbero avuto una particolare importanza archeologica per i posteri. Ci sarebbe stato per esempio un numero del «New York Times » stampato su una carta di stracci particolarmente resistente. Pregava Einstein di scrivergli un messaggio, accludendo a tale scopo un foglio di carta fatto di stracci che, egli era sicuro, sarebbe durato mille anni.
Il 4 maggio 1936 Einstein inviò il messaggio seguente, probabilmente battuto a macchina sulla carta speciale particolarmente resistente:
«Cari posteri,
se non siete diventati piú giusti, piú pacifici e in genere piú razionali di quanto siamo (o eravamo) noi - allora andate al diavolo!
Con questo mio pio augurio, sono (fui) vostro Albert Einstein.»
Dukas H. Hoffmann B., “Albert Einstein il lato umano“, Einaudi, pag. 99

Einstein  su Hitler

Il brano seguente risale probabilmente al 1935. Il manoscritto porta l’annotazione « non pubblicato ». Dopo la morte di Einstein venne incluso nel libro di Otto Nathan ed Heinz Norden, Einstein on Peace. Si tratta di un brano dal tono insolitamente polemico; Einstein forse non volle pubblicarlo proprio per questo motivo. Scrivendolo però deve aver senz’altro provato un senso di sollievo:
«A eterna vergogna della Germania, il dramma che si svolge attualmente nel cuore dell’Europa è carico di elementi tragici e grotteschi; non fa onore alla comunità delle nazioni che si considerano civilizzate.
Per secoli il popolo tedesco è stato soggetto all’indottrinamento da parte di una successione infinita di maestri di scuola e istruttori militari. I tedeschi sono statí non solo addestrati a lavorare duramente e a imparare molte cose, ma anche abituati alla sottomissione servile, alla disciplina militare e alla brutalità. La costituzione democratica della repubblica di Weimar del dopoguerra si addiceva al popolo tedesco pressappoco come gli abiti del gigante a Pollicino. Poi sopraggiunsero l’inflazione e la depressione e tutti vivevano nel terrore e nell’angoscia.
Comparve Hitler, un uomo di limitate capacità intellettuali, inadatto a qualsiasi lavoro utile, pieno di invidia e di amarezza contro tutti quelli che erano stati favoriti piú di lui dalla natura e dal destino. Appartenente alla piccola borghesia, era abbastanza presuntuoso per odiare perfino la classe operaia, che all’epoca si batteva per una maggiore eguaglianza nel tenore di vita. Ma odiava piú di qualsiasi altra cosa proprio quella cultura e quella educazione che gli erano state negate per sempre. Nella sua disperata ambizione di potere scoprì che i suoi discorsi sconnessi e pervasi dall’odio suscitavano gli applausi frenetici di quanti si trovavano nelle sue stesse condizioni e condividevano le sue opinioni. Raccattava questi relitti della società per strada, nelle osterie, organizzandoli intorno a sé. In questo modo avviò la sua carriera politica.
Ma ciò che veramente lo portò a diventare un Fuhrer era il suo odio acerrimo contro ogni cosa di origine straniera e specialmente contro una minoranza inerme, gli ebrei tedeschi. La loro sensibilità intellettuale lo metteva a disagio e la considerava, non del tutto erroneamente, non tedesca.
Le sue incessanti tirate contro questi due «nemici» gli assicurarono l’appoggio delle masse cui prometteva splendide vittorie e una nuova età dell’oro. Sfruttò abilmente per i propri scopi il gusto secolare dei tedeschi per la disciplina, il comando, la cieca ubbidienza e la crudeltà. Così diventò il Fuhrer.
Il denaro affluì abbondante alle sue casse, specie dalle classi possidenti che vedevano in lui uno strumento per impedire l’emancipazione sociale ed economica del popolo, iniziata durante la repubblica di Weimar. Ingannò il popolo con quella falsa retorica pseudopatriottica e romantica cui si era abituato prima della guerra mondiale e con quella menzogna sulla presunta superiorità della razza ariana o nordica, un mito inventato dagli antísemiti per promuovere i loro fini sinistri. È impossibile, in base alla sua personalità sconnessa, capire fino a che punto egli stesso credesse alle assurdità che diffondeva. Tuttavia gli uomini che si schierarono intorno a lui o che emersero grazie al nazismo erano per la maggior parte dei cinici incalliti, perfettamente consapevoli della falsità dei loro metodi privi di scrupoli.
Dukas H. Hoffmann B., “Albert Einstein il lato umano“, Einaudi, pag. 104

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