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Elliot J., “La Spagna imperiale”

Il patto di catalani e aragonesi con il loro re

Barcellona, luogo in cui vide la luce il Libre del Consolat e cioè il celebre codice marittimo che regolava i traffici nel mondo mediterraneo, fu al centro di un sistema commerciale che aveva le sue propaggini fino nel lontano Levante.
Nel corso del quattordicesimo secolo i catalani si procurarono (e poi perdettero) un avamposto in Grecia noto sotto la denominazione di Ducato di Atene. Divennero poi padroni della Sardegna e della Sicilia, che da ultimo finì annessa alla Corona di Aragona (1409). Barcellona continuò a tenere suoi consoli nei principali porti del Mediterraneo e mercanti catalani erano presenti nel Levante, nell'Africa settentrionale, ad Alessandria e a Bruges. Essi rivaleggiarono con i mercanti veneziani e genovesi per avere il monopolio del commercio delle spezie con l'Oriente e seppero trovare mercati in cui esitare il ferro catalano, ma soprattutto si procurarono mercati per i tessuti catalani in Sicilia, in Africa e nella stessa penisola iberica.
Il successo che arrise all'attività commerciale catalano-aragonese recò prosperità alle città della Corona di Aragona e contribuì a rafforzare potenti patriziati urbani. In realtà proprio i patriziati urbani furono padroni del paese perché, fatta eccezione per un manipolo di grandi aristocratici, il ceto nobile della Corona di Aragona era costituito da piccola nobiltà che non aveva modo di competere nel possesso di terre con il corrispondente ceto nobiliare castigliano. Quindi, avendo il dominio sulla vita economica del paese, la bourgeoisie, ora collaborando con la Corona ora in conflitto con la medesima, riuscì a forgiare un peculiare sistema costituzionale che corrispondeva esattamente ai suoi ideali e alle sue aspirazioni. Fulcro di tale sistema costituzionale era l'idea del contratto. Vale a dire: tra sovrano e sudditi doveva esistere una reciproca fiducia e sincerita di rapporti, fondate sul riconoscimento da entrambe le parti contraenti che ognuna aveva i suoi obblighi e che esistevano limiti al loro potere. Solo in questo modo poteva funzionare a dovere l'ordinamento pubblico e nel contempo restavano debitamente protette le libertà dei sudditi.
La Diputació catalana era un'ístituzione quanto mai potente che avéva il supporto di grandi risorse finanziarie. Proprio la sua avvincente reputazione di essere un baluardo della libertà nazionale aveva stimolato gli aragonesi e i valenzani a créare nelle loro regioni istituzioni analoghe, il che avvenne nella prima metà del quindicesimo secolo. In questo modo tutti e tre gli stati della Corona di Aragona si trovarono ad essere, alla fine del Medioevo, ben protetti contro eventuali. soprusi della Corona. La Diputació fu il simbolo dei rapporti reciproci che dovevano esistere tra il re e un popolo libero e forte.
Lo stesso concetto venne espresso in maniera più perentoria nel famoso giuramento aragonese di fedeltà al re che dice: «Noi che siamo leali come sei tu, giuriamo a te, che non sei migliore di noi, di accettarti come nostro re e signore sovrano, purché tu rispetti tutte le nostre libertà e le nostre leggi; ma se non le rispetti, non ti riconosciamo». Si tratta di espressioni - una di tenore emotivo e l'altra di tenore giuridico - che alludono a quel tipo di patto reciproco su cui poggiava il sistema costituzionale aragonese-catalano.
Fu poi caratteristico dei catalani medievali sentirsi talmente orgogliosi delle forme istituzionali che si erano conquistate da pensare che potessero essere impiantate anche nei territori che avevano sottoposto al loro dominio. Sia 'la Sardegna (la cui conquista iniziò l'anno 1323) sia la Sicilia (che aveva offerto la corona a Pietro III d'Aragona nell'anno 1282) ebbero i loro parlamenti, ricalcati nella struttura soprattutto sull'esempio aragonese. Quindi, l'impero medievale della Corona di Aragona fu ben lungi dall'avere le sembianze di un impero autoritario, retto con mano ferrea dalla capitale Barcellona. Al contrario, quell'impero fu una federazione alquanto sconnessa di territori diversi, ognuno dei quali aveva le sue leggi e le sue istituzioni ed ognuno votava indipendentemente i sussidi chiesti dal re. In questa confederazione di province semi-autonome, l'autorità del monarca era raprpesentata da un personaggio che doveva poi avere un ruolo vitale nella storia del futuro impero spagnolo. Vogliamo alludere al viceré, la cui prima comparsa in scena si ebbe nel quattordicesimo secolo nel ducato catalano di Atene, allorché il duca designò come suo rappresentante un vicarius generalis o viceregens o viceré.
Elliot J., “La Spagna imperiale”, Il Mulino, pag. 28

La crisi catalana dopo la Peste

La crisi catalana del quindicesimo secolo è stata considerata soprattutto una crisi politica, provocata dall'ascesa al trono nel 1412 di una dinastia straniera e cioè castigliana. Si è sostenuto che i sovrani del ceppo castigliano non capirono quali fossero le aspirazioni politiche dei catalani, non intesero il meccanismo delle loro istituzioni, che non erano di loro gusto. E così nel secolo quindicesimo ebbe fine quella stretta collaborazione tra dinastia e popolo che era stata la peculiare caratteristica della Catalogna nel periodo del suo fulgore. Il fatto che Alfonso il Magnanimo avesse deliberato di vivere nel regno di Napoli, che egli aveva acquisito nel 1443, stette a simboleggiare che tra i catalani e la dinastia era intervenuto quello che potremmo chiamare un divorzio. I catalani, infatti, si sentirono sempre più estraniati dagli interessi del loro sovrano.
Dietro la crisi catalana dobbiamo scorgere innanzi tutto la peste, flagello ricorrente e impietoso. Il 1333, anno di carestia, venne chiamato il «primo anno cattivo», ma fu poi tra il 1 347 e il 1351 che il principato catalano fu per la prima volta devastato dall'epidemia. La Peste Nera di quegli anni fece pagare alla popolazione un pesante pedaggio e bisogna ricordare che quella popolazione era già stata depauperata dalle imprese imperialistiche di un recente passato. E mentre il flagello colpì duramente, ma solo per breve tempo, la Castiglia, in Catalogna fu solo il primo atto di una serie lunga e terribile. Sebbene le prime perdite fossero riparate con sorprendente rapidità, le successive ondate epidemiche - 1362-63, 1371, 1396-97 e poi periodicamente per tutto il quindicesimo secolo - finirono per colpire alla radice la vitalità del paese. I 430.000 abitanti del 1365 erano 350.000 nel 1378 e 278.000 nel 1497. La popolazione non risalì alle cifre raggiunte prima della Peste Nera se non nella seconda metà del Cinquecento. Non stupisce, dunque che questo calo terribile della popolazione, un calo più massiccio di quello che si ebbe nell'Aragona o nella regione valenzana, mandasse a rotoli la vita economica del principato catalano e riducesse drasticamente le forze di cui avrebbe avuto bisogno per far fronte alle mutate condizioni economiche di un mondo sconvolto dalla peste. La prima e più ovvia conseguenza della peste fu la crisi delle campagne. Scarseggíò la mano d'opera, le fattorie vennero abbandonate e, dal 1380 circa, i contadini cominciarono a rivoltarsi violentemente contro i signori, perché, come i signori di altri paesi europei sul finire del Trecento, essi intendevano sfruttare a pieno i diritti che vantavano sui loro dipendenti, dato che i tributi feudali stavano calando di valore e stava rapidamente crescendo il costo del lavoro. Nel corso del secolo quindícesimo il fermento delle campagne si fece endemico. Sollevazioni armate, uccisioni e incendi furono usati da una classe decisa ad emanciparsi.
Elliot J., “La Spagna imperiale”, Il Mulino, pag. 36

Amministrazione ed economia sotto il regno di Carlo V

Gli juros emessi, l’equivalente degli attuali BOT Buoni Ordinari del Tesoro, poteva arrivare anche al 7 per cento, furono assegnati ossia addossati volta a volta ad una delle rentas ordinarias con il risultato che nel 1543 il 65 per cento di tali entrate era ormai destinato al pagamento delle rendite annuali. Orbene, a parte il fatto che la Corona dovette procedere all'ipoteca delle sue entrate future e lo fece al punto che le previsioni annuali di entrate ottenibili dalle fonti ordinarie perdettero ogni significato, l'aumento enorme che i juros ebbero durante il regno di Carlo V comportò conseguenze economiche e sociali collaterali di somma importanza. I juros furono acquistati da banchieri stranieri e da banchieri del paese, da mercanti e da nobili e, per farla breve, da chiunque avesse un po' di denaro da investire. In questo modo si formò nella Castiglia una poderosa classe di rentiers che investivano il loro denaro non tanto nei commerci o nella produzione industriale, ma nei vantaggiosi titoli di stato e che viveva contenta di percepire i suoi interessi annuali. Quando si propose (come avvenne di fatto nel 1552) che il governo riscattasse gradualmente i juros emessi, si alzò immediatamente un coro di proteste da parte dei detentori di juros, che non scorgevano un'alternativa sicura ai loro investimenti che non fosse l'acquisto di terreno: il prezzo della terra sarebbe cresciuto di molto qualora i juros fossero stati riscattati e ritirati.
I ministri dell'imperatore che dovevano curarsi della Spagna furono pienamente consapevoli degli effetti funesti che la sua politica aveva sulla vita del paese.

Le lettere disperate del Cobos – il segretario di Carlo V - che scongiurava l'imperatore di fare la pace e protestava essere ormai impossibile raccogliere nuovi fondi ci fanno capire che in ultima istanza non era la condotta dei ministri ad essere degna di biasimo, bensì che la responsabilità di tutto era proprio dello stesso imperatore. A quanto risulta, il Cobos cercò di gestire le finanze del suo re nel modo migliore possibile, date le circostanze. Infatti, riuscì a mettere fine alle rapine che a danno del Tesoro facevano i grandi aristocratici; inoltre egli e i suoi colleghi fecero di tutto per apprestare bilanci di previsione per le entrate e le spese di cui servirsi come base orientativa dell'azione politica futura. L'imperatore, tuttavia, non si diede pensiero del quadro buio che gli dipingevano i suoi ministri e non ascoltò i loro consigli. Continuò così a spendere e spandere denaro ovunque si recasse e a tempestare poi di richieste urgenti di nuove rimesse il povero Cobos, che era costretto a ricorrere ai prestiti, ottenuti spesso a tassi di interesse quanto mai onerosi. E se il Cobos fallì come ministro delle Finanze, ciò dipese in larga misura dal fatto che l'imperatore chiese e pretese da lui l'impossibile.
Le continue preoccupazioni finanziarie del Cobos finirono, a quanto sembra, per logorare il suo fisico. Egli morì nel 1547, dopo avere lavorato duro fino ai suoi ultimi giorni di vita. La sua morte fece scomparire uno degli ultimi ministri spagnoli che avevano servito Carlo V fin dall'inizio del suo regno e che avevano collaborato a preparare il principe Filippo a raccogliere l'eredità del padre.
Elliot J., “La Spagna imperiale”, Il Mulino, pag. 236

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