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Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”

Non fui mai in grado di spiegare a mio padre le cose che non capiva

Mio padre mi ha sempre stimolato a diventare uno scienziato. Una volta però, che tornavo a casa dal MIT (università dove ero stato alcuni anni) mi disse: «Ora che hai avuto una certa istruzione su questi argomenti, c’è da chiarire una faccenda che non ho mai capito del tutto».
Gli chiesi di cosa si trattasse.
«Mi sembra che quando un atomo fa una transizione da uno stato all’altro, emetta una particella di luce chiamata fotone. »
«È così. »
«Il fotone sta nell’atomo già da prima?» «No, prima non c’è fotone. »
«Ma allora da dove viene? Come fa a saltar fuori?»
Cercai di spiegare - che il numero dei fotoni non è conservato, che è creato dal moto dell’elettrone - ma la spiegazione non mi veniva bene. «È come il suono che emetto ora, non era in me, prima. » (Non come il giorno in cui mio figlio mi annunciò - era piccolissimo - di non poter più pronunciare una certa parola che risultò essere «gatto», perché ormai l’aveva esaurita nella sua «sacca di parole». Non c’è una sacca di parole dalla quale attingiamo per farle uscire; nello stesso senso non c’è una sacca di fotoni nell’atomo.)
Mio padre non fu soddisfatto dei miei sforzi. Non fui mai in grado di spiegargli le cose che non capiva. In questo aveva fallito: mi aveva mandato in tutte quelle università a scoprirle, ma lui non le scoprì mai.
Mia madre invece non sapeva nulla di scienza, tuttavia ha avuto anche lei una grande influenza su di me. Aveva soprattutto un meraviglioso senso dell’umorismo, e da lei ho imparato che le più alte forme di comprensione che possiamo raggiungere sono la risata e la compassione umana.
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”,  Zanichelli, pag. 11

Due modi diversi di pensare: a voce e come visione. È semplice come contare fino a 60

La domanda interessante era: che cosa determina il «senso del tempo»? Se si prova a contare entro un tempo costante, da che cosa dipende questo tempo? E cosa posso fare a me stesso per cambiarlo?
Decisi di indagare. Cominciai a contare i secondi - senza guardare l’orologio, ovviamente - fino a 60 con un ritmo lento e regolare: 1, 2, 3, 4, 5... Arrivato a 60, erano passati soltanto 48 secondi, ma questo non mi turbava: il problema non stava nel contare per un minuto esatto, ma nel contare entro un tempo costante. Quando contai di nuovo fino a 60, erano
passati 49 secondi. La volta dopo, 48. Poi 48, 48, 49, 48, 48... Riuscivo davvero a contare entro un tempo ragionevolmente costante.
Se invece stavo seduto senza contare e aspettavo che trascorresse un minuto, i risultati erano molto irregolari, variavano completamente. Se si prova a indovinare, è difficilissimo valutare il trascorrere di un minuto, ma se si conta si riesce ad essere molto accurati.
Sapevo dunque che potevo contare entro un tempo costante. La domanda successiva era: cosa modifica il tempo?
Forse c’entra il ritmo cardiaco. Mi misi a fare le scale di corsa, su e giù, perché il mio cuore battesse più forte. Poi mi precipitavo in camera mia, mi buttavo sul letto e contavo fino
a 60.
Ho provato anche a contare mentre facevo le scale di corsa, su e giù.
Gli altri, che mi vedevano sfrecciare sulle scale, scoppiavano a ridere, e mi chiedevano cosa stessi combinando.
Non potevo rispondere - il che mi fece capire che non ero in grado di parlare, mentre contavo mentalmente - e continuai a correre su e giù per le scale e a far la figura dell’imbecille.
Comunque, dopo aver provato in ogni combinazione a correre su e giù e a sdraiarmi sul letto, sorpresa! Il battito cardiaco non aveva alcun effetto.
Potevo addirittura leggere gli articoli, mentre contavo fino a 60, e il tempo non cambiava! Direi che potevo fare qualunque cosa mentre contavo mentalmente, salvo parlare a voce alta, ovviamente.
L’indomani alla prima colazione, riferii agli altri del mio tavolo i risultati degli esperimenti. Elencai loro tutte le cose che riuscivo a fare mentre contavo mentalmente e dissi che l’unica cosa che non mi riusciva mai era di contare mentalmente mentre parlavo.
Uno di loro, un ragazzo di nome John Tukey, obiettò: «Non ci credo che riesci a leggere contando; mentre non vedo perché non devi riuscire a parlare. Scommettiamo che riesco a parlare mentre conto mentalmente, e che tu non riesci a leggere?»
Feci una dimostrazione: mi diedero un libro e lessi per un po’, contando. Arrivato a 60, dissi: «Ora!» - 48 secondi, il mio solito tempo. Poi raccontai quello che avevo letto.
Tukey era stupefatto. Lo abbiamo cronometrato alcune volte per misurare il suo tempo costante, e poi lui si mise a parlare: «Eran trecento, eran giovani e forti. Posso dire quello che mi pare, non fa differenza; non capisco cos’è che ti disturba,» blablabla e poi: «Ora!» Aveva fatto esattamente il suo solito tempo. Non mi ci raccapezzavo.
Ne discutemmo per un po’ e scoprimmo qualcosa. Tukey contava in altro modo: visualizzava un nastro sul quale scorrevano i numeri. Diceva: «Eran trecento, eran giovani e forti» e intanto osservava il nastro. Tutto chiaro: lui per contare guardava, e perciò non poteva leggere; siccome io invece pronunciavo i numeri mentalmente, non potevo parlare.
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”,  Zanichelli, pag. 47

Tanti modi di sbagliare

Non mi viene niente, dalla conferenza. Non imparo niente. Siccome non si fanno esperimenti, non è una disciplina attiva, e pochi degli uomini migliori lavorano in questo campo. Il risultato è che qui ci sono orde di imbecilli (126) che mi fanno salire la pressione; si dicono e si discutono seriamente tante inanità che fuori dalle sedute formali (a colazione, per dire) litigo ogni volta che qualcuno mi pone una domanda o parla del proprio «lavoro». Il «lavoro» è sempre: 1. completamente incomprensibile, 2. vago e indefinito, 3. una cosa giusta assolutamente ovvia e banale, oppure, 4. l’affermazione, fondata sulla stupidità dell’autore, che un qualunque fatto corretto e banale, accettato e controllato da anni, è in realtà errato (sono i peggiori: nessun argomento riesce a convincere l’idiota), 5. un tentativo di far qualcosa di probabilmente impossibile, ma sicuramente privo di ogni utilità che, si scopre alla fine, è fallito (dolce giunto e mangiato), op,pure, 6. soltanto puramente sbagliato. C’è un bel po’ di «attività nel settore» di questi giorni, ma l’«attività» sta principalmente nel dimostrare che la precedente «attività» di qualcun altro ha prodotto errori, o niente di utile, o qualcosa di promettente. Sembrano tanti vermi che tentino d’uscire dalla bottiglia arrampicandosi uno addosso all’altro. Non perché la questione sia difficile, è che gli uomini capaci sono affaccendati altrove. Rammentami di non partecipare più a un’altra conferenza sulla gravità!
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”,  Zanichelli, pag. 81

Un grande insegnante di matematica

17 febbraio 1988 Londra, Inghilterra
Cara signora Feynman,
Ci siamo visti troppo di rado, temo, perché il reciproco ricordo potesse radicarsi. Quindi voglia perdonare l’eventuale impertinenza, ma non potevo lasciar passare sotto silenzio la morte di Richard, o la possibilità di unire al suo il mio senso di perdita.
Dick era il migliore e il preferito tra i vari «zii» che hanno circondato la mia infanzia. Quando insegnava a Cornell, era un visitatore frequente e sempre benvenuto della nostra casa, uno del quale si poteva esser certi che avrebbe distolto tempo alla conversazione con i miei genitori e gli altri adulti, per dispensare generosamente l’attenzione a noi ragazzi. Era bravissimo a giocare e al tempo stesso, anche in quei momenti, un insegnante che ci apriva gli occhi sul mondo.
Il ricordo che ho più caro è quello dell’esser seduto, al l’età di otto o nove anni, tra mia madre e Dick, in attesa che l’eminente naturalista Konrad Lorenz tenesse una conferenza.
Ero agitato e impaziente, come tutti i ragazzi quando si chiede loro di star fermi; Dick si girò verso di me e disse: «Lo sapevi che ci sono due volte più numeri dei numeri?»
«No! Non ci sono! » Come tutti i ragazzi, ero pronto a difendere il mio sapere.
«Sì che ci sono. Ti faccio vedere: dammi un numero.» «Un milione.»
Bello grosso, sin dall’inizio. «Due milioni.»
«Ventisette» «Cinquantaquattro.»
Dissi una decina di altri numeri, e ogni volta Dick ribatteva con un numero raddoppiato. Intravvidi la luce.
«Allora ci sono tre volte più numeri dei numeri. » «Dimostralo», rispose zio Dick. Disse un numero, e io uno tre volte più grande. Provò con un altro. Feci la stessa cosa. Ancora e ancora.
Disse un numero troppo complicato perché lo potessi moltiplicare a mente. «Tre volte quello», risposi.
«C’è un numero più grande di tutti?» chiese.
«No», replicai. «Perché per ognuno ce n’è uno grande il doppio, e uno tre volte più grande. Ce n’è persino uno un milione di volte più grande.»
«Esatto, e questo concetto di aumento senza limiti, di nessun numero più grande di tutti, si chiama ’infinito’.»
In quel momento arrivò Lorenz, e ci interrompemmo.
Non ho più rivisto spesso Dick dopo che è partito da Cornell. Ma mi ha lasciato dei ricordi splendidi, l’infinito, e nuovi modi d’imparare qualcosa del mondo. Gli ho voluto
molto bene.
Suo devoto,
Henry Bethe
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”,  Zanichelli, pag. 89

Una comunicazione fatta bene influenza la commissione d’inchiesta

L’indomani, domenica, Bill Graham [il capo della Nasa] con moglie e figli mi hanno portato a visitare il National Air and Space Museum. Dopo aver fatto la prima colazione insieme, abbiamo attraversato la strada, per andare al museo.
Mi aspettavo di trovarlo affollato, ma avevo dimenticato che Graham era un pezzo veramente grosso. Per un po’ il museo è stato a nostra completa disposizione, e ci abbiamo visto Sally Ride: era in vetrina, in tuta spaziale, con il casco in mano. La figura di cera è proprio uguale a lei.
Nella sala cinematografica proiettavano un film sulla NASA e le sue conquiste. Un film meraviglioso. Non mi ero reso conto fino ad allora della quantità di persone che lavoravano alla navetta, e dello sforzo compiuto per costruirla. Sapete come sono i film, sanno far spettacolo. Uno spettacolo così commovente che fui sul punto di piangere. Capii che l’incidente era stato un brutto colpo. Pensare che avevano lavorato in tanti, e con un tale accanimento, per farla partire - ed era poi scoppiata - rafforzò la mia determinazione di aiutare a chiarire i problemi della navetta appena possibile, perché tutta quella gente tornasse in pista. Dopo aver visto quel film, mi trovai passato da un atteggiamento quasi anti-NASA ad un atteggiamento decisamente pro-NASA.
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”,  Zanichelli, pag. 127

Un professore di fisica usa il suo sapere soltanto per spiegare le osservazioni degli sperimentatori

Quel pomeriggio mi telefona il generale Kutyna.
«Professor Feynman? Ho notizie urgenti per lei.» E aggiunge: «Pulivo il carburatore stamattina, e pensavo: la navetta è partita con una temperatura appena sotto 0°C. Invece la temperatura più fredda in precedenza era di 11 °C. Lei è un professore... qual è l’effetto del freddo sugli anelli di gomma?»
«Oh! Diventano rigidi! Sì, certo!»
Non aveva altro da dirmi. È un indizio per il quale più tardi mi si attribuì molto merito, ma l’osservazione era stata sua. Un professore di fisica teorica ha sempre bisogno che gli si dica cosa cercare. Usa il suo sapere soltanto per spiegare le osservazioni degli sperimentatori.
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”,  Zanichelli, pag. 128

Uno stratagemma retorico: la dimostrazione

Mentre usciamo, arriva Graham con un pacco di documenti per me. «Cribbio, che velocità! Ti ho chiesto i dati soltanto questa mattina!» Graham.era sempre sollecito, in verità.
Il foglio in cima alla pila dice: «Il professor Feynman, della commissione presidenziale, desidera conoscere gli effetti della temperatura sull’elasticità degli anelli, nel tempo...». Una comunicazione di Graham ad un sottoposto.
Sotto, altro appunto: «Il professor Feynman della commissione presidenziale desidera conoscere... » da quel sottoposto al suo sottoposto, e così via, sempre più giù.
C’è un pezzo di carta, con alcuni numeri scritti dal povero cristo in fondo alla gerarchia, poi una serie di note di accompagnamento che fanno risalire la risposta man mano al livello superiore.
Ecco cos’è il pacco di fogli! Un panino, con al centro la risposta - alla domanda sbagliata! La risposta era: «Si comprime la gomma per due ore a certe temperature e pressioni, e si cronometra il tempo necessario perché torni alla forma originale» - ore? Volevo sapere la velocità di reazione della gomma in millisecondi, durante un lancio. Quell’informazione era inutile.
Torno in albergo, a cena avevo il morale a terra; sul tavolo c’era un bicchiere di acqua ghiacciata. «Porca miseria! Posso sapere tutto della gomma», penso, «senza che l’intera
NASA si scambi comunicazioni scritte. Mi basta far la prova, mi serve soltanto un campione di quella gomma. Posso farla domattina, mentre ce ne stiamo ad ascoltare le balle che Cook ci ha raccontato oggi. Ci portano sempre acqua ghiacciata, alle riunioni. Provo lì e intanto guadagno tempo.» Ma poi mi dico: «No, sarebbe una mancanza di tatto».
Mi viene in mente Luis Alvarez, il fisico, un uomo di cui ammiro la faccia tosta e l’umorismo, e concludo fra me e me: «Se Alvarez fosse membro della commissione, lo farebbe. Allora posso farlo anch’io.»
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”,  Zanichelli, pag. 135

Attento a ore sei!

«Noi dell’aviazione abbiamo una regola: attento a ore sei.
Un pilota è in volo; guarda in tutte le direzioni e si sente sicuro. Un aereo nemico, però gli si mette esattamente alle spalle (quello che noi chiamiamo ’a ore sei’, le ’dodici’ sono invece di fronte) e spara. La maggior parte degli aerei viene abbattuta proprio in questo modo. Pensare di essere al sicuro è molto pericoloso! Da qualche parte c’è sempre un punto debole che lei deve scoprire. Bisogna sempre controllare le sei!»
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”,  Zanichelli, pag. 145

Accordi su una parola in più o una in meno

Mandai un telegramma al signor Rogers [il presidente della commissione]:
PREGO TOGLIERE MIA FIRMA DA RELAZIONE SALVO SEGUENTI CONDIZIONI:
1) NON EST ALCUNA DECIMA RACCOMANDAZIONE.
2) MIO RAPPORTO PUBBLICATO SENZA MODIFICHE.

(Ormai sapevo di dover essere molto preciso.)
Il telegramma fece sì che Rogers e Keel cercassero di negoziare. Chiesero al generale Kutyna di far da mediatore, perché sapevano che era un buon amico.
«Salve, professore, voglio solo dirle che penso lei abbia perfettamente ragione. Mi hanno però incaricato di convincerla del contrario, e pertanto le elencherò i loro argomenti.»
«Non tema!» gli risposi. «Non cambierò idea. Fuori gli argomenti, e non tema. »
Primo: se non avessi accettato la decima raccomandazione, non avrebbero accettato il mio rapporto, neppure come appendice.
Non era importante, potevo far uscire il rapporto per conto mio.
Erano tutti argomenti simili, nessuno brillante, nessuno efficace. Avevo riflettuto molto attentamente su quanto stavo facendo, e non mollai.
Poi Kutyna propose un compromesso: erano disposti ad accludere il rapporto come l’avevo scritto, con l’eccezione di una frase verso la fine.
Lessi la frase e mi accorsi che avevo già messo in chiaro il punto nel paragrafo precedente. Ribadirlo sembrava di voler attaccar briga; senza la frase, il testo ci guadagnava. Accettai.
Quindi proposi a mia volta un compromesso sulla decima raccomandazione: «Se vogliono concludere con un pensiero carino per la NASA, non lo chiamino raccomandazione: la gente capirà che non appartiene alla stessa categoria delle altre. Lo chiamino «Riflessione conclusiva», se vogliono. E per evitare equivoci, non usino le parole ’raccomanda vivamente’. Basta ’si augura’ - ’La Commissione si augura che la NASA continui a ricevere l’appoggio dell’Amministrazione e della nazione.’ Il resto può rimanere uguale.»
Poco dopo telefona Keel: «Possiamo scrivere ’si augura vivamente’?»
«No. Soltanto ’si augura’.»
«O.K.» e così fu.
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”,  Zanichelli, pag. 191

Usare le parole dell’altro contro di lui

Avevo dato a delle giornaliste una copia del mio rapporto. Un mia amica inorridita mi fece capire che avevo sbagliato.
«Ho fatto una cretinata, vero? Meglio se telefono loro di non usarlo.»
Da come la mia amica scuoteva la testa, intuii che l’impresa si prospettava ardua!
Chiamo una delle giornaliste: «Mi dispiace, ho sbagliato: non avrei dovuto darvi il rapporto, e ora preferisco che lei non lo usi. »
«Lavoriamo nell’informazione, professor Feynman, e lo scopo del nostro lavoro è procurarci notizie: il suo rapporto è una notizia. Non usarlo sarebbe del tutto contrario al nostro istinto e alla nostra pratica. Ne parlerò con la mia collega e la richiamerò in seguito.»
Due ore dopo, richiamano, sono al telefono entrambe e cercano di spiegarmi perché devono usare il rapporto. Continuai ad insistere, senza cedere mai.
Si andò avanti fino a tarda notte, l’una, le due, e ancora stavamo dibattendo. «Professor Feynman, è contrario alla deontologia dare un’informazione e poi ritirarla. A Washington non ci si comporta così.»
Ad un certo punto, una delle giornaliste chiese: «Cioè se usiamo il suo rapporto, non parteciperà alla trasmissione?»
«L’ha detto lei, non io.»
«La richiameremo. »
Altra attesa.
In realtà non avevo ancora deciso se partecipare o meno alla trasmissione, perché ero convinto di poter rimediare al guaio. Tuttavia, non mi era sembrato corretto giocare quella carta. Visto però che la giornalista aveva commesso l’errore di suggerirne l’eventualità, avevo replicato: «L’ha detto lei, non io» con molta freddezza, come per sottintendere: «Non la sto minacciando, ma può immaginare da sé cos’accadrà, bella mia. »
Alla fine hanno richiamato per dirmi che non avrebbero usato quel rapporto.
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”,  Zanichelli, pag. 197

…atomi con la coscienza, materia con la curiosità

…atomi con la coscienza
materia con la curiosità.
In piedi davanti al mare
meravigliato della propria meraviglia:
io un universo di atomi
un atomo nell’universo.
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”,  Zanichelli, pag. 231

Non siamo ancora in un’era scientifica

Forse una delle ragioni di tanto silenzio è che bisogna saper leggere la musica. Facciamo l’esempio di un articolo scientifico: «il contenuto di fosforo radioattivo del cerebro del topo diminuisce di metà su un periodo di due settimane.» Cosa vorrà dire?
Significa che il fosforo presente oggi nel cervello di un topo, e nel mio e nel vostro, non è più lo stesso fosforo di due settimane fa. Significa che gli atomi del cervello sono stati sostituiti: quelli di prima non ci sono più.
Cosa c’è allora nella nostra mente? Cosa sono questi atomi provvisti di coscienza? Le patate della settimana scorsa! Riescono a ricordare ora quello che c’era nella mia mente un anno fa - una mente che è stata sostituita da tempo.
Accorgersi che la cosiddetta individualità è soltanto un disegno o una danza, ecco cosa significa la scoperta del tempo occorrente perché gli atomi del cervello siano sostituiti da altri. Gli atomi vengono nel mio cervello, ballano la propria danza, ed escono - ci sono sempre nuovi atomi, ma danzano sempre la stessa danza, conservano la memoria del ballo del giorno precedente.
Vorrei ora parlare di un altro valore della scienza. Un po’ meno immediato, ma non tanto. Lo scienziato ha una vasta esperienza dell’ignoranza, del dubbio, dell’incertezza, un’esperienza fondamentale, credo. Quando uno scienziato non sa la risposta a una domanda, è ignorante. Quando ha una vaga idea del probabile risultato, è incerto. E quando è sicuro del risultato, maledizione, gli rimane ancora qualche dubbio. Abbiamo riscontrato l’importanza vitale del fatto che per andare avanti dobbiamo riconoscere la nostra ignoranza e lasciare spazio al dubbio. La conoscenza scientifica è un insieme di dichiarazioni a vari livelli di certezza - alcune quasi del tutto insicure, altre quasi sicure, ma nessuna assolutamente certa.
Noi scienziati ci siamo abituati, e diamo per scontato che sia perfettamente coerente non esser sicuri, che si possa vivere senza sapere. Non so però se tutti ne siano consapevoli. La nostra libertà di dubitare è nata da una lotta contro l’autorità, agli albori della scienza. Era una lotta profonda e possente: permetteteci di mettere in discussione, di dubitare, di non esser certi. E importante, credo, non dimenticare questa lotta e non perdere così quanto abbiamo conquistato. In questo risiede una responsabilità verso la società.
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”,  Zanichelli, pag. 233

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