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Junge T., “Fino all’ultima ora”

Non possiamo correggere a posteriori la nostra biografia

Due anni fa ho conosciuto Melissa Miiller. Venne a trovarmi per fare a me, testimone di un’epoca, qualche domanda su Adolf Hitler e sulle sue preferenze in campo artistico.
Fu la prima di molte conversazioni che avevano per tema la mia vita e l’effetto che, nel lungo periodo, l’incontro con Hitler aveva avuto su di me. Melissa appartiene alla seconda generazione del dopoguerra, il suo sguardo è segnato dalla conoscenza dei crimini del Terzo Reich, ma non fa parte di quella categoria di persone che, col senno di poi, pretende di sapere tutto. Non crede che sia così semplice. Ascolta ciò che abbiamo da raccontare noi, testimoni storici, un tempo ammaliati dal Fuhrer, e tenta di indagare sulle origini di quanto è accaduto.
«Non possiamo correggere a posteriori la nostra biografia, siamo costretti a conviverci. Possiamo però correggere noi stessi.» Questa citazione di Reiner Kunze, tratta da “Am Sonnenhang. Tagebuch eines Jahres” (Sul pendio assolato. Diario di un anno), è diventata un principio importante della mia vita. Continua così: «Solo non ci si aspetti sempre la pubblica umiliazione. Esiste una vergogna silenziosa che è più eloquente di qualsiasi discorso, e talvolta più sincera.»
Alla fine, comunque, Melissa mi ha convinto a concedere l’autorizzazione a pubblicare il mio manoscritto. Se sono riuscita a far capire a lei quanto sia stato facile cedere al fascino di Hitler e quanto sia difficile vivere con la consapevolezza di aver servito l’autore di uno sterminio, ho pensato, dovrebbe essere possibile renderlo comprensibile anche ai lettori. O almeno questa è la mia speranza.
Junge T., “Fino all’ultima ora”, Mondadori, pag. 5

La macchina da discorsi

Tutto lo stato maggiore doveva trasferirsi a Berchtesgaden, ossia nell’Obersalzberg, dove Hitler desiderava trascorrere un periodo di riposo al suo Berghof e al tempo stesso ricevere alcune visite ufficiali.
Così, negli ultimi giorni di marzo dell’anno 1943, assistei alla partenza e al trasferimento di un gigantesco apparato. Era previsto un soggiorno di diverse settimane e fu sorprendente vedere i preparativi svolgersi tranquillamente e senza difficoltà in un arco di tempo brevissimo.
Noi segretarie preparammo le valigie con i nostri effetti personali, ma dovevamo anche portare il nostro ufficio da viaggio. Al Fuhrer poteva benissimo venire in mente di scrivere qualcosa lungo il percorso e dunque ciò doveva essere possibile anche in treno. Impacchettammo pertanto nelle apposite casse due macchine da scrivere Silenta, due con le maiuscole e una macchina da discorsi (una macchina con caratteri da circa un centimetro per leggere meglio il dattiloscritto di un discorso), perché al Berghof non ce n’erano. Un grosso baule conteneva la carta da lettere occorrente e altro materiale da ufficio disposto in molti cassettini e scomparti.
Dovevamo fare attenzione a impacchettare tutti i tipi di carta da lettere, perché potevamo essere certe che sarebbero serviti proprio quelli che avessimo dimenticato. C’erano, per esempio, i fogli che Hitler usava per tutta la corrispondenza personale in qualità di capo di stato. Fogli bianchi con l’emblema della nazione (l’aquila con la croce uncinata) nell’angolo in alto a sinistra e sotto stampato in oro «Der Fuhrer». Per tutte le lettere di carattere privato, invece, si serviva di fogli molto simili, con la differenza che sotto l’emblema della nazione spiccava il nome «Adolf Hitler» in lettere maiuscole. Per ogni evenienza, dovevamo portare anche i fogli per gli affari di partito, con l’impressione in rilievo, nonché alcuni fogli per la corrispondenza militare con la normale stampa in nero.
Junge T., “Fino all’ultima ora”, Mondadori, pag. 57

Fumare fa male

Il professor Blaschke, un signore sulla sessantina, era il tipo dello studioso. Aveva le tempie ingrigite, mentre le folte sopracciglia e i baffi curati segnavano il suo volto pallido e sottile come delle travi scure. Era un uomo di natura introversa e taciturna. Nelle ore passate davanti al camino, tuttavia, di quando in quando veniva coinvolto da Hitler in una conversazione ed era uno dei pochi a difendere con determinazione il proprio punto di vista, sebbene il suo parere fosse opposto a quello del Fuhrer. Il professor Blaschke era anch’egli vegetariano, ma per un altro motivo. Sosteneva che la dentatura umana fosse fatta per gli alimenti vegetali e che tale nutrimento fosse il più digeribile. A questo proposito, dunque, concordava pienamente con Hitler, anche se spesso «danneggiava» il proprio corpo con cibi a base di carne e non riteneva che il pollame rientrasse nella categoria «carne». Ma quando Hitler pretese che il professor Blaschke gli confermasse che il fumo era uno dei vizi più dannosi e che produceva effetti negativi soprattutto sui denti, incontrò un’opposizione molto decisa. Blaschke era egli stesso un fumatore accanito e, forse per questo, più tollerante di quanto non avrebbe dovuto essere sotto il profilo medico. Riteneva che il fumo fosse addirittura benefico, in quanto disinfettava il cavo orale e stimolava l’irrorazione sanguigna, e che, in condizioni normali, non fosse affatto nocivo. Hitler, però, non gli dava ascolto: «Il fumo è e rimane una delle passioni più pericolose; al di là del fatto che personalmente trovo disgustoso l’odore del fumo di sigaro e di sigaretta, non offrirei mai una sigaretta o un sigaro a una persona che stimo o amo, perché gli renderei un cattivo servizio. È stato inequivocabilmente dimostrato che i non fumatori vivono più a lungo dei fumatori e che sono molto più resistenti alle malattie».
Gretl Braun dichiarò di non volere affatto invecchiare se non poteva fumare, la vita non sarebbe stata bella neanche la metà e in ogni caso lei era sana anche se fumava da anni. «Sì, Gretl, ma se non fumasse, sarebbe ancora più sana, e vedrà che quando si sposerà non avrà bambini. E poi, l’odore del tabacco non dona proprio alle signore. Una volta ero a Vienna al ricevimento di un artista. Accanto a me sedeva Maria Holst (un’attrice viennese), davvero una bellissima donna. Aveva dei magnifici capelli castani, ma quando mi chinai verso di lei, dalla sua chioma mi arrivarono zaffate di nicotina. Le dissi: ma perché lo fa, dovrebbe cercare di mantenere la sua bellezza e non fumare». Quando poi Hitler affermò che l’alcool era meno dannoso della nicotina, suscitò l’opposizione compatta di tutti i fumatori, e non erano pochi nel suo entourage. Io dissi: «Mio Fuhrer, l’alcool distrugge matrimoni, provoca incidenti e crimini. La nicotina, invece, al massimo danneggia un poco la salute di chi fuma». Lui, tuttavia, non si lasciò convincere dalle nostre argomentazioni e stabilì che nei pacchi di Natale distribuiti a suo nome ai soldati della Leibstandarte fossero messi cioccolata e acquavite, ma non sigarette. Tentammo di spiegargli che probabilmente, alla prima occasione, i soldati avrebbero scambiato la loro cioccolata con del tabacco: fu tutto inutile. Himmler provvide poi personalmente a distribuire pacchetti di tabacco alle truppe, altrimenti l’efficienza bellica delle SS ne avrebbe sofferto di sicuro.
Junge T., “Fino all’ultima ora”, Mondadori, pag. 91

Hoffmann il buon compagno di lotta mai sobrio

Hoffmann, il buon compagno di lotta, anche nei suoi momenti migliori non aveva mai disdegnato un goccetto; Hitler stesso, infatti, narrò alcuni aneddoti che provavano che Hoffmann non era mai stato astemio.
Dall’inizio della guerra Hoffmann aveva avuto poche occasioni di incontrare il Fuhrer. Al quartier generale non aveva motivo di recarsi, il Berghof, dunque, era la loro unica occasione d’incontro. All’inizio il Fùhrer era sempre contento di rivedere, dopo lunghi mesi, il suo fedele sostenitore, ma in poco tempo questi riusciva a irritarlo. «Hoffmann, il suo naso sembra una zucca andata a male; credo che se si mettesse un fiammifero davanti al suo respiro, lei esploderebbe. Presto nelle sue vene scorrerà vino rosso al posto del sangue» gli disse il giorno in cui si presentò a tavola senza poter nascondere nemmeno al Fuhrer di avere alzato un po’ troppo il gomito, cosa che almeno, prima, non aveva mai fatto. Era sempre apparso sobrio davanti a Hitler, che rimase impressionato e sconvolto nel vedere il suo vecchio amico e confidente lasciarsi andare così.
Alla fine Hitler ordinò ai suoi aiutanti Schaub e Bormann: «Vi prego di provvedere che il professor Hoffmann si presenti sobrio da me. L’ho invitato per conversare con
lui e non perché si desse alle sbronze». Da allora il buon Hoffmann ebbe qualche difficoltà a trovare qualcuno che bevesse in sua compagnia. Improvvisamente, nessuno nell’entourage di Hitler aveva la possibilità di procurargli una fiaschetta, né di tenergli compagnia con il vino. Più tardi, si portò egli stesso l’occorrente, irritando Hitler a tal punto che non venne quasi più invitato.
Junge T., “Fino all’ultima ora”, Mondadori, pag. 101

Un silenzio imbarazzante circa le persecuzioni degli ebrei

Di sera, davanti al camino, con Hitler si parlò a lungo dei galleristi e delle mostre allestite da Hoffmann, un vecchio compagno di lotta di Monaco, presso la Haus der Deutschen Kunst. La conversazione annoiò tutti tremendamente, ma Hitler amava la pittura e Hoffmann conosceva i suoi gusti e, soprattutto, il valore materiale degli antichi maestri.
Un giorno era presente anche la figlia di Hoffmann, la moglie di Baldur von Schirach. Era una viennese graziosa e schietta dalla conversazione incantevole, ma dovette interrompere molto presto la sua visita per aver creato una situazione incresciosa durante una conversazione alla casa da tè. Io non ero presente, ma me lo riferì Hans Junge. Mentre Hitler era seduto davanti al camino con i suoi ospiti, a un tratto disse: «Mio Fuhrer, di recente ad Amsterdam ho visto un treno di ebrei deportati. È terribile osservare l’aspetto di quelle povere persone, sono certamente trattate malissimo. Lei lo sa e lo permette?».
Vi fu un silenzio imbarazzante.
Poco dopo Hitler si alzò, si congedò e si ritirò. Il giorno dopo la signora von Schirach tornò a Vienna, e nessuno accennò più all’accaduto. Apparentemente, aveva oltrepassato il limite dei propri diritti di ospite e non aveva adempiuto il suo compito di intrattenere il Fuhrer.
Junge T., “Fino all’ultima ora”, Mondadori, pag. 102

Hitler racconta del suo viaggio in Italia ospite di Mussolini

«Il Duce è un eccellente statista. Conosce la mentalità del proprio popolo ed è davvero sorprendente cosa sia riuscito a fare dell’Italia con il suo popolo pigro in così breve tempo. Ma non è in una posizione facile, si trova tra la Chiesa e la Casa reale. Il re è un imbecille, ma ha molti seguaci. Comunque è stato meraviglioso a Roma. L’Italia è un paese incantevole, però ha una popolazione molto pigra.»
Hitler raccontò poi con entusiasmo delle grandi manifestazioni e dei fastosi allestimenti che il Duce aveva preparato in onore dell’ospite. La popolazione fascista aveva tributato infinite ovazioni allo statista alleato, mostrando molto temperamento e un entusiasmo incredibile. In seguito, Hitler definì tutto quell’entusiasmo semplicemente un fuoco di paglia e disse che gli italiani erano gentaglia priva di carattere. A quel tempo era stato con Mussolini all’opera e la disattenzione del pubblico nei confronti degli interpreti lo aveva fatto inorridire. «La gente sedeva nei palchi e nelle gallerie abbigliata in sontuose toilette e s’intratteneva in pettegolezzi personali mentre i cantanti davano il loro meglio. Arrivammo solo a metà del secondo atto e non riuscivo a credere alle mie orecchie quando all’improvviso, nel bel mezzo della rappresentazione, si interruppero per suonare l’inno nazionale italiano, quello della Germania e lo Horst-Wessel-Lied [l’inno ufficiale del Partito nazista, che dal 1933 veniva sempre cantato dopo l’inno nazionale]. Ero proprio imbarazzato e ho trovato la faccenda molto sgradevole per gli attori.»
Junge T., “Fino all’ultima ora”, Mondadori, pag. 103.

La prima asserzione da megalomane che sentivo da Hitler

Un giorno, si parlava ancora di matrimonio e di nozze e domandai: «Perché non si è sposato, mio Fuhrer?». Sapevo bene quanto gli piacesse combinare matrimoni. La risposta fu alquanto strabiliante: «Non sarei un buon padre di famiglia e ritengo irresponsabile formare una famiglia se non posso dedicarmi a mia moglie come si deve. Inoltre non vorrei avere dei figli miei. Credo che, di solito, i discendenti dei geni abbiano una vita molto difficile. Da loro ci si aspetta la stessa grandezza del famoso genitore e non se ne perdona la mediocrità. E poi, spesso diventano dei cretini».
Era la prima seria asserzione da megalomane che sentivo da Hitler. Finora avevo avuto di tanto in tanto l’impressione che fosse megalomane nella sua ideologia e nel suo fanatismo, ma la sua persona era sempre stata esclusa dal gioco, mentre sottolineava piuttosto: «Sono uno strumento del fato e devo percorrere il cammino predisposto per me da una volontà superiore». Ora, tuttavia, mi disturbava enormemente l’idea che un essere umano si considerasse un genio.
Junge T., “Fino all’ultima ora”, Mondadori, pag. 123

La convincente eloquenza di Hitler

A volte nascevano anche interessanti discussioni sulla Chiesa o sull’evoluzione dell’umanità. Definirle discussioni forse è esagerato; partendo da una nostra domanda o osservazione cominciava a sviluppare il proprio pensiero, e noi stavamo ad ascoltare. È un peccato che io rammenti ormai solo minuscole schegge di queste teorie e purtroppo non possiedo neppure la convincente eloquenza con cui Hitler ci esponeva le sue idee.
Tornando alle nostre baracche parlammo tra noi della conferenza di Hitler ed ero ben decisa a riflettere ancora su queste cose e tenerle a mente. Purtroppo, già il giorno dopo, dovetti constatare che riuscivo a riferire agli amici solo in maniera confusa e poco chiara tutto ciò che la sera precedente mi aveva impressionato e persuaso. Ah, se fossi stata matura ed esperta come lo sono oggi, non mi sarei semplicemente lasciata trascinare, non avrei subìto l’influsso di Hitler così, senza scrupoli né sospetti! Mi sarei dovuta preoccupare del pericolo insito nella forza di una persona che riusciva, con la propria oratoria e il proprio potere di suggestione, a stregare gli altri soffocandone la volontà e le convinzioni.

Talvolta vidi consiglieri di Hitler, generali e collaboratori, uscire con espressioni perplesse da una riunione con il Fuhrer, masticando grossi sigari e lambiccandosi il cervello. In seguito ho avuto occasione di parlare con alcuni di loro e, sebbene fossero più forti, più saggi e più esperti di me, spesso era capitato loro di presentarsi al Fuhrer armati di un fermo proposito e di documenti e argomentazioni ineccepibili per convincerlo dell’impossibilità di un comando, dell’irrealizzabilità di una disposizione, ma, ancor prima che avessero finito, lui attaccava a parlare e tutte le loro obiezioni svanivano, perdevano senso di fronte alla sua logica. Sapevano che non poteva funzionare, ma non riuscivano a trovare il bandolo della matassa. Lo lasciavano disperati, scombussolati, resi insicuri delle proprie opinioni, prima tanto salde e irrefutabili, come ipnotizzati. Credo che molti abbiano tentato di opporsi a questa influenza, ma tanti si sono stancati, arresi, e hanno lasciato semplicemente perdere fino all’amaro epilogo.
Tuttavia ci sono voluti la completa e totale disfatta, un’amara fine e molte profonde delusioni perché acquistassi lucidità e sicurezza.
Junge T., “Fino all’ultima ora”, Mondadori, pag. 125

Un’ebrea nello staff di Hitler

In primavera partimmo di nuovo alla volta del Berghof, mentre nella Prussia orientale le costruzioni dovevano essere sottoposte a ulteriori opere di fortificazione. Hitler voleva fare realizzare alcuni bunker molto stabili e a prova di bomba.
Marlene von Exner non era della partita. Era rimasta nella Tana del Lupo per fare le valigie, chiudere casa e tornare a Vienna. Il suo destino ebbe un che di tragicomico. Sebbene non potesse soffrire i prussiani e odiasse le SS, si era innamorata del giovane aiutante delle SS Fritz Darges. Anche Gretl Braun si era innamorata di lui, ma per il piccolo Fritz questo amore era un po’ troppo pericoloso e troppo poco privato, dunque non aveva saputo decidersi ad accettarlo. Tuttavia c’era qualcosa che non quadrava con gli avi di Marlene. All’inizio del servizio da Hitler, lei aveva accennato al fatto che i documenti di sua madre non fossero a posto. La nonna era una trovatella e non era possibile verificarne la discendenza. In virtù dei provati sentimenti nazionalsocialisti dell’intera famiglia, Hitler aveva attribuito poca importanza alla faccenda, fino a quando l’efficiente e solerte SDP constatò che effettivamente nella linea materna era presente del sangue ebraico. Lo sgomento di Marlene fu grande, non tanto per il rischio di perdere il posto di lavoro, quanto per l’impossibilità di sposare un soldato delle SS.
Hitler ebbe un colloquio con la signora von Exner, durante il quale disse: «Mi dispiace moltissimo per lei, ma capirà che non posso fare altro che licenziarla dal mio servizio. È impossibile che io faccia un’eccezione per me personalmente e annulli le mie stesse leggi quando mi fa comodo. Ma quando sarà di nuovo a Vienna farò arianizzare tutta la sua famiglia e le pagherò lo stipendio per altri sei mesi. Inoltre, prima di lasciarmi, la prego di venire una volta al Berghof come mia ospite».
E fu così che Marlene prese congedo. Il Reichsleiter Bormann ricevette in mia presenza l’incarico di procedere all’arianizzazione della famiglia Exner. Era un compito che Bormann accettò controvoglia, perché aveva tentato di corteggiare l’affascinante viennese e non le avrebbe mai perdonato di averlo fatto invano.
La sua vendetta non mancò di colpire; alcune settimane più tardi, infatti, ricevetti da Vienna una lettera molto infelice, secondo la quale ai membri della famiglia erano state ritirate le tessere del partito e si trovavano tutti in grandi difficoltà. Quando interrogai Bormann in merito, dichiarò che se ne sarebbe occupato lui. Trascorsero ancora settimane e settimane e alla fine ricevetti un resoconto impressionante su quanto fosse diventata dura la vita per gli Exner. Marlene dovette lasciare la clinica universitaria, sua sorella non poté studiare medicina, il fratello fu costretto a chiudere il suo studio medico e il minore non ebbe la possibilità di intraprendere la carriera di ufficiale.
Ero talmente furiosa e indignata che mi sedetti alla macchina da scrivere con i caratteri grandi, trascrissi la lettera parola per parola e mi recai dal Fuhrer. Diventò tutto rosso dalla rabbia e convocò Bormann. Anche il Reichsleiter era tutto rosso quando uscì dalla camera di Hitler e mi squadrò furibondo. In marzo, però, ricevetti buone notizie: era tutto a posto, l’intera famiglia Exner mi ringraziava moltissimo, finalmente l’arianizzazione era stata portata a termine. Quattro settimane più tardi gli alleati erano a Vienna.
Junge T., “Fino all’ultima ora”, Mondadori, pag. 135

Hitler ammalato

Qualche giorno più tardi ci fu comunicato: «Il Fúhrer si scusa, mangerà da solo». E anche il tè fu sospeso. Finché, un giorno, Hitler rimase a letto. L’avvenimento fece scalpore. Nessuno lo aveva mai visto giacere a letto. Perfino il suo cameriere lo svegliava restando dall’altra parte della porta chiusa e appoggiava i fogli con le notizie del mattino fuori, su un tavolino. Il Fúhrer non aveva mai ricevuto nessuno dei suoi collaboratori in vestaglia. A un tratto si era ammalato e nessuno sapeva perché. Non era uscito indenne dall’attentato? I medici ritenevano che potesse forse essere l’effetto ritardato di una commozione cerebrale che si manifestava soltanto ora. In ogni caso non lo vedemmo per giorni. Gli aiutanti erano disperati. Il Fuhrer non voleva ricevere nessuno. Un giorno Otto Gunsche venne a raccontarmi: «Il Fúhrer è completamente indifferente, non sappiamo cosa fare. Nemmeno la situazione sul fronte orientale lo interessa, anche se lì siamo proprio messi male».
Dalla degenza, Morell impartiva al suo assistente istruzioni telefoniche sulle cure per Hitler. Ed ecco che all’improvviso la sua vitalità si risvegliò, impartì ordini dal letto, chiese rapporti sulla situazione e, dopo qualche giorno, riprese perfino l’abitudine del tè notturno. Credo che ricevere i propri ospiti in camera, coricato, sia stato un evento unico nella sua vita. Devo dire che era molto scomodo.
La stanzetta del bunker era ammobiliata in maniera squallida. Proprio come l’alloggio di un soldato in una caserma. Inoltre Hitler aveva in camera anche una gigantesca cassa di legno per Blondi e la sua famiglia, sicché lo spazio era davvero esiguo. Mi venivano in mente le preoccupazioni di Eva Braun, che non sapeva mai cosa regalare a Hitler per il suo compleanno o per Natale. Lui indossava una modesta vestaglia di flanella grigia, nessuna cravatta colorata, solo dei brutti calzini neri, nemmeno il pigiama era moderno. Giaceva nel suo letto, ben pettinato e rasato, in una camicia da notte bianca, così semplice che poteva essere stata disegnata solo dalla Wehrmacht. Non aveva abbottonato le maniche perché l’avrebbero stretto e quindi vedevamo la pelle bianca delle sue braccia. Un bianco cereo! Potevamo ben capire che non andasse volentieri in giro in pantaloni corti! Davanti al letto era stato collocato un tavolino, intorno al quale ci riunivamo con fatica avvicinando alcune sedie. Se uno degli ospiti (non erano molti, a parte le due segretarie, l’aiutante Bormann e Hewel) voleva uscire, tutti dovevano alzarsi, e servire era difficoltoso.
Hitler non parlava ancora molto. Si fece raccontare cosa avevamo fatto negli ultimi giorni. Non avevamo grandi novità da riferire. La nostra principale attività era consistita nel copiare intere pile di comunicazioni sulle perdite. Era stato un lavoro avvilente e ci era parso inutile; negli ultimi giorni Hitler non aveva nemmeno guardato i resoconti. Era terribile vedere l’unico uomo che avrebbe potuto mettere fine a ogni miseria con un solo tratto di penna giacere nel suo letto quasi indifferente e guardare fisso davanti a sé con occhi stanchi, mentre intorno si scatenava l’inferno. Avevo l’impressione che il suo corpo avesse compreso all’improvviso la vanità di tutti gli sforzi della sua mente e della sua forte volontà e avesse dichiarato sciopero, si fosse semplicemente coricato dicendo: «Non ci sto più». Hitler non si era mai imbattuto in una simile insubordinazione e si era lasciato cogliere di sorpresa.
Poco tempo dopo, tuttavia, ogni debolezza fu superata. La notizia che i russi sarebbero penetrati nella Prussia orientale lo rimise in piedi e lo fece guarire in un amen.
Junge T., “Fino all’ultima ora”, Mondadori, pag. 164

Il medico di Hitler faceva anche esperimenti medici sui detenuti dei campi di concentramento e sull’eutanasia

Dal punto di vista professionale, nel frattempo, le si prospettano buone opportunità. A trent’anni non ha ancora un obiettivo preciso, ma finisce sempre per imbattersi in persone che la stimano e l’aiutano. Willi Brust, un conoscente che lavora come grafico per «Quick», la raccomanda alla rivista, a quel tempo un apprezzato periodico di reportage, noto per le inchieste e gli accurati servizi, spesso anche su persone con un passato nazista. Sebbene i reporter e i redattori di «Quick» conoscano il passato della loro collega, non la interpellano mai sulle sue esperienze durante il Terzo Reich.
Ricordo che, un martedì grasso, la redazione stava lavorando a un grande servizio su diversi processi per crimini di guerra ed esecuzioni capitali a Landsberg. Allora, per la prima volta, ho saputo che cosa avveniva dietro le quinte del Terzo Reich. E soprattutto ho conosciuto la vera natura di quelle persone che ricordavo cortesi e raffinate. Il dottor Karl Brandt, per esempio, uno dei medici al seguito di Hitler, che avevo considerato un uomo colto e umano. Nel 1948 fu impiccato per aver partecipato agli esperimenti medici sui detenuti dei campi di concentramento e sull’eutanasia. Ero esterrefatta.
Junge T., “Fino all’ultima ora”, Mondadori, pag. 243

Il confronto con una martire della “Rosa bianca”

Racconta Traudl Junge :
«A quel tempo, a Monaco, devo essere passata spesso senza farci caso davanti alla targa in memoria di Sophie Scholl in Franz-Joseph-Strasse [Sophie Scholl (1921-1943) partecipò con il fratello all’attività di propaganda antinazista del piccolo gruppo di resistenti della Rosa bianca.]. Un giorno l’ho notata e, quando mi sono resa conto che è stata giustiziata nel 1943, proprio nel momento in cui stava cominciando la mia vita accanto a Hitler, ne sono stata profondamente scioccata. Anche Sophie Scholl all’inizio era stata una ragazza del BDM, di un anno più giovane di me, e aveva capito benissimo di avere a che fare con un regime criminale. La mia scusa perdeva ogni consistenza.»
Anni di presa di coscienza. Lunghe fasi depressive e colloqui terapeutici che non portano alcun miglioramento, apatia anche nel lavoro. Tra il 1967 e il 1971 Traudl è responsabile della rivista di settore «Drogerie Journal» per la casa editrice Wort und Bild.
«A un tratto non riuscivo più a scrivere. Anche la frase più semplice mi creava delle difficoltà. Al pensiero di non essere più in grado di svolgere la mia professione le mie condizioni si erano ulteriormente aggravate. Volevo fuggire in Australia, cercare rifugio da mia sorella. Ho dato le dimissioni e ho affittato il mio appartamento.»
Per quanto possa suonare paradossale, Traudl Junge ha preso radicalmente le distanze dal nazionalsocialismo, un sistema al quale non ha mai sentito di appartenere, ma che, ciononostante, ha condiviso. Non si è costruita un’esistenza fittizia, bensì si è sforzata di essere sincera con il suo prossimo. Gli anni del tormentoso confronto con se stessa hanno avuto un senso: l’hanno fatta maturare.
«Mi sono ritirata e ho trangugiato i sensi di colpa, il lutto e il tormento. All’improvviso sono diventata interessante perché sono una testimone della storia; ciò mi ha fatto entrare in un pesante conflitto con i miei complessi di colpa. Perché in questi colloqui non si è mai parlato della colpa, ma soltanto di fatti storici, e quindi potevo riferire senza dovermi giustificare. Questa circostanza mi ha oppresso ancora di più e mi ha fornito ulteriore materia di riflessione. Oggi rimpiango due cose: il destino di quei milioni di persone che sono state assassinate dal nazionalsocialismo e la ragazza Traudl Humps, alla
quale è mancata la sicurezza di sé e l’accortezza di saper dire no al momento giusto.»
Junge T., “Fino all’ultima ora”, Mondadori, pag. 251

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