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Koestler A., “La tredicesima tribu’

L’imperatore bizantino preso per il naso

I cazari furono coinvolti in uno dei più sinistri episodi della storia bizantina, caratteristico dei tempi e del ruolo svoltovi dai cazari.
Nel 685 divenne imperatore romano d’Oriente, all’età di sedici anni, Giustiniano Il Rinotmeto. Gibbon, nel suo inimitabile stile, ha schizzato così il ritratto del giovane:
Le sue passioni erano violente; la sua intelligenza debole ed era accecato da un orgoglio folle [...]. I suoi ministri preferiti erano due personaggi privi di qualsiasi attrattiva umana: un eunuco e un monaco; il primo pretendeva di correggere la regina madre a colpi di frusta, mentre il secondo appendeva i tributari insolventi a testa in giù, sopra braci ardenti e fumanti.
Dopo dieci anni di un simile intollerabile regime scoppiò una rivolta e il nuovo imperatore Leonzio ordinò la mutilazione e la cacciata di Giustiniano:
L’amputazione del naso e forse della lingua venne eseguita in modo imperfetto; con la notevole duttilità propria della lingua greca fu possibile creare per Giustiniano il soprannome di Rinotmeto (« naso tagliato »); poi il tiranno mutilato venne esiliato a Cherson in Crimea, una colonia isolata dove il grano, il vino e l’olio venivano importati come prodotti esotici di lusso.

Durante il suo esilio a Cherson, Giustiniano continuò a complottare per riprendersi il trono. Dopo tre anni di esilio, vide improvvisamente crescere le proprie possibilità, quando anche Leonzio venne detronizzato a Bisanzio e anche a lui fu tagliato il naso. Giustiniano fuggì allora da Cherson e raggiunse la città cazara dí Doros, in Crimea, dove si incontrò con il kagan dei cazari, il re Busir o Bazir. Il kagan accolse volentieri la possibilità che gli veniva offerta di immischiarsi nella politica dinastica di Bisanzio: egli concluse, intatti, un’alleanza con Giustiniano dandogli in moglie la propria sorella. Pare che questa principessa, che fu battezzata con il nome di Teodora e più tardi regolarmente incoronata, fosse il solo personaggio decente in tutta questa storia di sordidi intrighi, e che amasse sinceramente il suo marito senza naso (che doveva avere poco più di trent’anni). La coppia, accompagnata da un gruppo di sostenitori, venne trasferita a Fanagoria (l’attuale Taman), sulla riva orientale dello stretto di Kerc, che era retta da un governatore cazaro. Qui si stava preparando l’invasione di Bisanzio con l’aiuto delle armate cazare che il re Busir doveva aver promesso. Ma gli inviati del nuovo imperatore, Tiberlo III, convinsero Busir a cambiare idea promettendogli un ricco compenso in oro se avesse consegnato Giustiniano, vivo o morto, ai bizantini. Il re Busir diede perciò ordine a due dei suoi uomini, Papatzes e Balgitres, di assassinare il cognato. Ma la fedele Teodora ebbe sentore del complotto e avvisò il marito. Giustiniano invitò allora Papatzes e Balgitres, separatamente, nei suoi appartamenti e li strangolò l’uno dopo l’altro con una corda. Poi si imbarcò e attraversò il mar Nero fino all’estuario del Danubio, dove contrasse una nuova alleanza con una potente tribù bulgara. Il re di tale tribù, Terbolis, si dimostrò per il momento più fidato del kagan cazaro; infatti, nel 704 procurò a Giustiniano 15.000 cavalieri per attaccare Costantinopoli. In capo a dieci anni o i bizantini avevano dimenticato gli aspetti negativi del precedente governo di Giustiniano, oppure trovavano il loro attuale imperatore ancor più intollerabile, giacché si ribellarono prontamente contro Tiberio e rimisero sul trono Giustiniano. Il re bulgaro fu ricompensato con « un mucchio di monete d’oro che misurò con la sua frusta scita » e se ne tornò a casa; verrà poi coinvolto in una nuova guerra contro Bisanzio alcuni anni dopo.
Il secondo regno di Giustiniano (704-711) fu persino peggiore del primo: « Egli considerava la scure, la corda e la ruota i soli strumenti di governo ». Divenne squilibrato; era ossessionato dall’odio per gli abitanti di Cherson, dove aveva trascorso gli anni peggiori del suo esilio, fino a inviare una spedizione contro la città. Alcuni notabili vennero bruciati vivi, altri affogati, e fu raccolta una massa di prigionieri; ma questo non bastò a placare la sete di vendetta di Giustiniano che inviò una seconda spedizione con l’ordine di radere al suolo la città. Questa volta, tuttavia, le sue truppe vennero fermate da una potente armata cazara; dopo di che il rappresentante di Giustiniano in Crimea, un certo Bardane, cambiò schieramento e passò con i cazari. Le forze della spedizione bizantina, demoralizzate, ritirarono la loro fedeltà a Giustiniano ed elessero imperatore Bardane con il nome di Filippico. Ma poiché Filippico si trovava nelle mani dei cazari, i ribelli dovettero pagare un pesante riscatto al kagan per la restituzione del loro nuovo imperatore. Quando l’esercito rientrò a Costantinopoli, Giustiniano e suo figlio vennero assassinati e Filippico, accolto come un liberatore, salì al trono per esserne deposto un paio d’anni più tardi con la condanna a essere accecato.
Lo scopo di questo sanguinoso racconto è quello di mostrare quale fosse l’influenza esercitata dai cazari in questo periodo sulle sorti dell’Impero romano d’Oriente, in aggiunta al loro ruolo di difensori dei passi caucasici contro i musulmani. Filippico Bardane divenne imperatore poiché lo vollero i cazari e la fine del regno di terrore di Giustiniano la si deve a suo cognato, il kagan. Scrive Dunlop: «Non deve sembrare un’esagerazione l’affermazione secondo la quale in questo periodo il kagan era praticamente in grado di dare un nuovo capo all’impero greco».
Koestler A., “La tredicesima tribu’”, Utet, pag. 20

I costumi sessuali dei ghuz e dei cazari

I costumi sessuali dei ghuz – vicini dei cazari - e di altre tribù erano un notevole miscuglio di liberalismo e di barbarie:
Le loro donne non portano velo in presenza degli uomini e neppure di fronte agli stranieri. E le donne non coprono nessuna parte del loro corpo in presenza di gente. Un giorno eravamo nella casa di un ghuz, seduti in circolo; era presente anche la moglie. Mentre conversavamo la donna si scoprì le parti intime e si grattò di fronte a tutti. Allora noi ci coprimmo il volto esclamando: « Che Dio mi perdoni ». Il marito rise e disse all’interprete: « Dì loro che noi mostriamo ciò in vostra presenza affinché voi abbiate la possibilità di vedere e di dominarvi; ma non si può toccare. E meglio così piuttosto che tenere tutto coperto, per poi permettere di toccare». L’adulterio non è in uso tra loro, ma se scoprono qualcuno colpevole di adulterio lo spezzano in due. Fanno ciò avvicinando i rami di due alberi, legando l’uomo ai rami e lasciandoli andare. Così egli viene lacerato a metà.
Il cronista non dice se la stessa punizione fosse prevista anche per la donna colpevole. Più avanti, quando parla dei bulgari del Volga, l’autore descrive un metodo altrettanto barbaro di spezzare in due gli adulteri, che veniva applicato sia agli uomini sia alle donne. Tuttavia, egli osserva con stupore, i bulgari di entrambi i sessi nuotano nudi nei loro fiu
mi e, come i ghuz, non hanno alcun senso del pudore.
Abituato agli splendidi bagni di Baghdad, il nostro viaggiatore non riusciva a sopportare la sporcizia dei turchi:
«I ghuz non si lavano dopo aver defecato o urinato, e neppure si bagnano dopo le polluzioni seminali o in altre occasioni. Essi rifiutano ogni contatto con l’acqua, soprattutto d’inverno». Allorché il comandante in capo dei ghuz si tolse il lussuoso abito di broccato per indossare quello nuovo portatogli dalla missione, i presenti videro che i suoi sottabiti erano « tutti sbrindellati e cascanti per il sudiciume; infatti è abitudine dei ghuz di non togliere mai la camicia che sta a contatto con il loro corpo finché non si sia disintegrata ». I membri di un’altra tribù turca, quella dei bashkiri, « si radono la barba e mangiano i loro pidocchi. Cercano nelle pieghe dei vestiti, scovano i pidocchi e li sgranocchiano tra i denti ». Mentre Ibn Fadlan stava osservando un bashkiro intento a questa operazione, questi commentò: « Sono deliziosi ».

Circa le religioni pagane Ibn Fadlan ha poco da dire. Tuttavia il culto fallico dei bashkiri risveglia il suo interesse, giacché egli domanda a un indigeno, per mezzo di un interprete, che cosa lo spinga a venerare un pene di legno e registra la sua risposta: « Perché io vengo da una cosa simile e non conosco un altro creatore che mi abbia fatto ». Aggiunge poi che « alcuni di loro [i bashkiri] credono in dodici divinità: un dio dell’inverno, un dio dell’estate, uno della pioggia, uno del vento, uno degli alberi, uno degli uomini, uno dei cavalli, uno dell’acqua, uno della notte, uno del giorno, un dio della morte e uno della terra; mentre il dio che risiede nel cielo è il più grande di tutti, ma tiene consiglio con gli altri, così tutti sono sempre concordi su ciò che fanno gli altri».
Koestler A., “La tredicesima tribu’”, Utet, pag. 27

Il ruolo divino attribuito al kagan

Come s’è già visto, il kagan era venerato, ma virtualmente tenuto prigioniero, lontano dal popolo, fino alla sua inumazione che veniva eseguita secondo un complesso protocollo. Gli affari di stato, ivi compreso il comando dell’esercito, erano affidati al bek (detto talvolta kagan bek) che gestiva tutto il potere effettivo. Su questo punto le fonti arabe e gli storici moderni concordano, e questi ultimi descrivono di solito il sistema di governo cazaro come una « duplice monarchia», nell’ambito della quale il kagan rappresentava il potere divino e il bek quello secolare.
La doppia monarchia dei cazari è stata paragonata - a torto, pare - alla diarchia spartana e a una forma di duplice leadership, solo apparentemente simile, in uso presso varie tribù turche. Ma i due re di Sparta, che erano i discendenti di due importanti famiglie, esercitavano il medesimo potere; e per quanto concerne la doppia leadership delle tribù
nomadi", non ci sono tracce di una sostanziale divisione delle funzioni come presso i cazari. Il sistema può essere più validamente confrontato con quello in vigore in Giappone dal medioevo al 1867, dove il potere secolare era concentrato nelle mani dello shoguzi, mentre il inikado veniva venerato da lontano come un personaggio divino.
Cassel ha proposto una suggestiva analogia tra il sistema di governo cazaro e il gioco degli scacchi. La doppia monarchia è rappresentata sulla scacchiera dal re (il kagan) e dalla regina (il bek). Il re è tenuto in reclusione sotto la protezione della corte, ha poco potere e può muoversi solo compiendo un piccolo passo per volta. Per contro la regina è il personaggio più importante della scacchiera, che essa domina. Tuttavia anche se la regina è persa, il gioco può continuare senza di lei, mentre la caduta del re significa il disastro finale e pone termine immediatamente alla partita.
La doppia monarchia sembra indicare così nella mentalità dei cazari una distinzione categorica tra il sacro e il profano.
Secondo Bury, « non abbiamo informazioni circa il momento in cui l’autorità attiva del kagan si trasformò in una nullità divina, né attorno alle ragioni per le quali egli venne elevato a una posizione simile a quella dell’imperatore del Giappone, nella quale l’esistenza del sovrano, e non il suo governo, era considerata essenziale
per la prosperità dello stato ».
In chiave ipotetica, una risposta a questa domanda è stata avanzata recenteinente da Artamonov. L’accettazione del giudaismo come religione di stato - suggerisce lo studioso - fu forse il risultato di un colpo di stato, che allo stesso tempo ridusse il kagan a un ruolo puramente rappresentativo, quale discendente di una dinastia pagana la cui fedeltà alla legge mosaica non poteva dare affidamento. Si tratta di una ipotesi valida tanto quanto un’altra e, come le altre, difficile da suffragare con documenti storici. Appare tuttavia probabile che i due avvenimenti - l’adozione del giudaismo e l’avvento della doppia monarchia - fossero in qualche modo connessi tra loro ».
Koestler A., “La tredicesima tribu’”, Utet, pag. 40

La conversione

« La religione degli ebrei - scrive Bury - aveva esercitato una profonda influenza sul credo dell’Islam ed era stata un fondamento del cristianesimo; essa aveva raccolto qualche raro proselito; ma la conversione dei cazari alla genuina religione di Jehova è un fatto unico nella storia »i.
Quali furono i motivi che portarono a questo fatto unico?
All’inizio dell’ottavo secolo il mondo era polarizzato attorno alle due superpotenze che rappresentavano il cristianesimo e l’Islam. Le loro dottrine ideologiche si saldavano alle rispettive politiche di potenza, perseguite con i metodi classici della propaganda, della sovversione e della conquista militare. L’impero cazaro rappresentava una terza forza, che aveva dimostrato di essere pari a ciascuna delle altre due, sia come avversario sia come alleato. Ma l’impero cazaro poteva continuare a mantenere la sua indipendenza solo a patto che non accettasse né il cristianesimo né l’Islam, poiché l’adottare una delle due religioni avrebbe automaticamente significato la sua subordinazione all’autorità dell’imperatore romano o del califfo di Baghdad.
Tuttavia, la conversione a una delle due religioni avrebbe significato la sottomissione, la fine dell’indipendenza, che era esattamente il contrario di ciò che con la conversione ci si proponeva di ottenere. E allora, che cosa avrebbe potuto essere più logico che l’abbracciare una religione terza, non compromessa con nessuna delle altre due, e che pure costituiva la venerabile origine comune di entrambe?
L’evidente logica della decisione va attribuita ovviamente alla ingannevole chiarezza di chi guarda retrospettivamente ai fatti della storia. Nella realtà, la conversione al giudaismo richiese un colpo di genio.
I cazari conoscevano bene gli ebrei e le loro osservanze religiose almeno da un secolo, attraverso il continuo flusso di rifugiati che scappavano dalle persecuzioni di Bisanzio e, in misura più modesta, che provenivano dai Paesi dell’Asia minore conquistati dagli arabi. Sappiamo che la Cazaria era un Paese relativamente civile tra i barbari del nord, non ancora compromesso con nessuna delle due religioni militanti; divenne perciò il rifugio naturale per le periodiche fughe degli ebrei sudditi di Bisanzio, minacciati dalle conversioni forzate e sottoposti ad altre pressioni.
Koestler A., “La tredicesima tribu’”, Utet, pag. 43

Hasdai Ibn Shaprut il personaggio più brillante dell’« epoca d’oro » degli ebrei in Spagna

Passiamo ora dalla principale fonte araba sulla conversione - Masudi e i suoi compilatori - alla principale fonte ebraica. Si tratta della cosiddetta « Corrispondenza cazara »: uno scambio di lettere in ebraico tra Hasdai Ibn Shaprut, il primo ministro ebreo del califfo di Cordova, e Giuseppe, re dei cazari o, piuttosto, tra i loro rispettivi scribi. L’autenticità del carteggio è stata oggetto di controversia, ma viene oggi generalmente accettata, con qualche riserva per le fantasie di copisti più recenti.
Lo scambio di lettere sembra avvenisse dopo il 954 e prima del 961, che era pressappoco l’epoca nella quale scriveva Masudi. Per valutarne tutto il significato occorre dire qualcosa sulla personalità di Hasdai Ibn Shaprut, che è forse il personaggio più brillante dell’« epoca d’oro » (XXIII secolo) degli ebrei in Spagna.
Nel 929 Abd-al-Rahman III, membro della dinastia omayyade, riuscì a unificare tutti i possedimenti mori nella parte meridionale e centrale della penisola iberica sotto il suo governo, e fondò il califfato occidentale. La sua capitale, Cordova, divenne la gloria della Spagna araba, e un centro focale della cultura europea con una biblioteca di 400.000 volumi classificati. Hasdai, nato nel 910 a Cordova da una famiglia dell’aristocrazia ebraica, attirò l’attenzione del califfo in un primo tempo come medico, con alcune notevoli guarigioni al suo attivo. Abd-al-Rahman lo nominò medico di corte e si fidava a tal punto del suo giudizio che Hasdai venne chiamato dapprima a mettere in ordine le finanze dello stato e poi a svolgere il ruolo di ministro degli esteri e di negoziatore diplomatico nei complessi rapporti del nuovo califfato con Bisanzio, con l’imperatore di Germania Ottone, con la Castiglia, la Navarra, l’Aragona e con altri regni cristiani della Spagna settentrionale. Hasdai fu un vero uomo universale secoli prima del Rinascimento; un uomo che, in mezzo agli affari di stato, trovava il tempo di tradurre in arabo libri di medicina, di corrispondere con i sapienti rabbini di Baghdad e di fungere da mecenate per i poeti e i letterati ebrei.
Egli era ovviamente un ebreo illuminato, e tuttavia devoto, che si serviva dei suoi contatti diplomatici per raccogliere informazioni sulle comunità ebraiche disperse nelle varie parti del mondo e per intervenire in loro favore ogni volta che gli era possibile. Ebbe a preoccuparsi in particolare delle persecuzioni degli ebrei nell’impero bizantino ai tempi di Romano. Fortunatamente egli disponeva di una notevole influenza alla corte bizantina, che aveva un interesse vitale a procurarsi la benevola neutralità di Cordova nel corso delle campagne bizantine contro i musulmani dell’est. Hasdai, che conduceva i negoziati, sfruttò questa opportunità per intercedere in favore degli ebrei bizantini con apparente successo.
Secondo il suo stesso racconto, Hasdai sentì parlare per la prima volta dell’esistenza di un regno ebraico indipendente da alcuni mercanti provenienti da Khurasan, in Persia; ma aveva dei dubbi sulla veridicità del loro racconto. Più tardi indagò presso i membri di una missione diplomatica bizantina a Cordova e costoro confermarono il racconto dei mercanti con l’aggiunta di un considerevole numero di dettagli relativi al regno cazaro, ivi compreso il nome (Giuseppe) del sovrano in carica. Sulla base di ciò Hasdai decise di inviare corrieri con una lettera al re Giuseppe.
Koestler A., “La tredicesima tribu’”, Utet, pag. 49

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