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                    Paciolla A., “Metafora e psicologia”

          La metafora come strumento cognitivo di costruzione

Ormai la metafora viene studiata non più come semplice struttura del linguaggio, ma soprattutto come una forma di pensiero, uno strumento cognitivo di costruzione e classificazione del reale, senza il quale sarebbe impossibile qualunque operazione concettuale.
La metafora è presente, dicono Lakoff e Johnson (1980), nel pensiero in primo luogo, nelle azioni e ovviamente nel linguaggio, spesso i gruppi naturali dispongono già di metafore che usano abitualmente nel loro linguaggio, in questo caso abbiamo quelle che vengono definite "metafore morte", come "il collo della bottiglia", la "gamba del tavolo". In altri casi, invece, le metafore propongono un accostamento inconsueto, una somiglianza non ovvia, "un piccolo enigma" la cui soluzione non è né scontata né impossibile.
Studiando il linguaggio di una determinata cultura, essi affermano di aver scoperto che la maggior parte del nostro normale sistema concettuale è di natura metaforica, ed hanno individuato in esso un mezzo per cominciare ad identificare le metafore condivise dai membri di quelle culture che ne guidano la percezione, il pensiero e le azioni.
Se partiamo dal presupposto che la metafora è uno strumento cognitivo di costruzione del reale, con cui gli individui classificano le proprie esperienze, ne consegue che attraverso un’attenta analisi delle metafore tipiche di una determinata cultura, "noi possiamo ricostruire una mappa del senso comune che regola in forma implicita l’agire ed il parlare quotidiano di quella cultura" o di quel gruppo, una mappa che raccoglie e integra tutte le immagini mentali e le disposizioni relazionali di sé e degli altri.
Secondo gli autori, infatti, le espressioni metaforiche che noi usiamo, sono connesse in modo sistematico ai concetti metaforici, per questo è possibile usare le espressioni metaforiche come spia sui processi metaforici che strutturano le nostre attività quotidiane.
Come scrive Bowlby (1980): "ogni situazione della nostra vita è interpretata attraverso i modelli rappresentazionali che abbiamo del mondo attorno a noi e di noi stessi. Le informazioni che raggiungono i nostri organi di senso vengono selezionate ed interpretate sulla base di questi modelli".
[Lakoff G., Johnson M., Metafora e vita quotidiana, Espresso Strumenti, Milano, 1982]
Paciolla A., “Metafora e psicologia”, Laurus Robuffo edizioni, pag. 40

          Le metafore usate dagli adolescenti

Le metafore usate dagli adolescenti vengono soprattutto dall’ambiente in cui si muovono, spesso le prendono a prestito dal repertorio della cultura di cui fanno parte (le cosiddette metafore morte), altre ancora le inventano "ex novo" usando il materiale simbolico del proprio ambiente. Per questo motivo esse riflettono stereotipi, valori, scopi, che i giovani si costruiscono crescendo dentro un determinato contesto o gruppo sociale.
A cosa servono? Aiutano ad interpretare il mondo sociale e fisico che li circonda, a comunicare, a dare un senso a ciò che accade, a fare previsioni, a sentirsi infine parte di quel gruppo di quel contesto sociale e culturale che con loro le condivide.
Un aspetto importante da segnalare, infatti, è che il linguaggio metaforico si presta particolarmente ad essere utilizzato dai giovani perché possiede, tra le tante, anche un’altra caratteristica. Cohen (1979) suggerisce che, uno dei motivi del ricorso umano alle metafore è la "coltivazione dell’intimità". In pratica, sapere di condividere una certa lingua e un certo bagaglio di conoscenze sul mondo contribuisce ad instaurare un’atma sfera d’intimità e di "fiducia reciproca". Il linguaggio metaforico agisce proprio in questo modo creando complicità tra i due interlocutori i quali si accordano nell’utilizzare un termine con un significato straordinario, che non gli è proprio, ma che essi condividono.
All’interno di un gruppo quindi l’uso di metafore può avere diverse funzioni. In primo luogo possono essere usate come segnale d’appartenenza, pertanto se un giovane usa un certo linguaggio si sente immediatamente parte del gruppo e gli altri lo considerano tale. Possono essere usate inoltre come elemento di "complicità" all’interno di un gruppo sociale, come strumento d’esclusione per coloro che non ne fanno parte. Infine possono essere considerate come forma ludica, come gioco.
Paciolla A., “Metafora e psicologia”, Laurus Robuffo edizioni, pag. 88

Si vuole poi rilevare l’irrilevanza costante della variabile retroterra socioculturale, definita utilizzando come indice il titolo di studio dei genitori. In pratica la scelta della metafora con cui i soggetti rappresentano i temi indicati, non sembra soggetta all’influenza del retroterra socioculturale della famiglia di provenienza. Questo risultato sembrerebbe essere in linea con quello che è stato definito "il secondo processo di separazione-individuazione", in cui l’adolescente si distacca dagli oggetti internalizzati per amare oggetti esterni ed extrafamiliari. La partecipazione degli adolescenti ad un gruppo di coetanei, la condivisione di un linguaggio diverso da quello comune, e di uno stesso modo di percepire la realtà che li circonda, giocano un ruolo di primo piano in questa fase evolutiva.
La fascia d’età interessata (14-20 anni circa) è quella caratterizzata, dal punto di vista linguistico, dal passaggio da un linguaggio infantile alla competenza linguistica "adulta" e, dal punto di vista psicologico, dalla costruzione dell’identità del sé con lo spostarsi dei modelli di riferimento e di comportamento dalla famiglia al gruppo dei coetanei. Probabilmente è per questi motivi che nel presente contesto i soggetti mostrano di condividere le metafore scelte con i propri coetanei, ma la loro scelta non sembra invece essere influenzata dal retroterra socioculturale della famiglia di provenienza.
Paciolla A., “Metafora e psicologia”, Laurus Robuffo edizioni, pag. 110

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