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È quindi necessario considerare la possibilità dell’utilizzazione del fuoco in Medio Oriente fin dall’interglaciale Mindel-Riss.
Le tracce di combustione e i focolari veri e propri divengono piú numerosi, nei giacimenti paleolitici, a partire dalla glaciazione di Riss. Al Riss inferiore si fanno risalire i focolari della grotta dell’Observatoire, nel principato di Monaco («focolare K»), del Pech-de-1’Azé II in Dordogna, del giacimento a cielo aperto di Cagny-la-Garenne, sulle rive della Somme. Non vi è alcun dubbio sull’origine umana di questi focolari: essi sono situati in suoli di insediamento intatti e hanno permesso di rilevare la presenza di cenere, carboni, ossa, pietre bruciate e talvolta persino tracce di rudimentali strutture. Cosí, nella grotta di Pech-de-1’Azé II, Bordes ha individuato tre tipi di focolari: quelli elementari, chiamati anche «focolari amorfi», situati direttamente sul suolo senza una precisa delimitazione se non, talvolta, alcune pietre disposte intorno all’area di combustione; i focolari pavimentati, ove la combustione avveniva su una superficie costituita da piccole lastre di pietra; e infine i focolari scavati che Bordes definisce «focolari a sfiatatoio» per la presenza di un ampio canaletto che prende origine dal focolare stesso. Tali precise differenziazioni, nonché la complessità delle strutture, testimoniano che a partire da quest’epoca si era raggiunta una perfetta padronanza nell’utilizzazione del fuoco.
Considerando il complesso delle testimonianze relative all’apparizione del fuoco, raccolte nei siti preistorici, è possibile mettere in luce due punti essenziali: i) per quanto concerne gli artefici delle industrie di ciottoli lavorati del Pleistocene inferiore, non esistono finora prove di una loro utilizzazione del fuoco; 2) non sembra che l’uso del fuoco si sia affermato in tutti i continenti alla stessa epoca, ché anzi le differenze sono dell’ordine di centinaia di migliaia di anni.
Perles C., “Preistoria del fuoco”, Einaudi, pag. 32
Si possono suddividere le nozioni sul fuoco nel Paleolitico in tre categorie: i fatti, che sono provati archeologicamente; le ipotesi, che si basano su indizi archeologici ma la cui interpretazione non è del tutto sicura; infine, le supposizioni, elaborate a partire da quanto si sa del Paleolitico da varie fonti, ma che non si fondano su alcun indizio archeologico.
Tra i fatti di cui possiamo essere sicuri, figura in primo luogo - particolare tutt’altro che trascurabile - la certezza che gli uomini preistorici hanno iniziato a utilizzare il fuoco in epoca molto remota, almeno dai tempi della glaciazione di Mindel. Sappiamo anche che il fuoco è stato tenuto acceso, praticamente fin dove risalgono le nostre conoscenze, in piccoli focolari ben delimitati, all’interno delle abitazioni, nelle grotte o all’aria aperta. Le soluzioni adottate per questi focolari manifestano prestissimo una notevole ingegnosità nel risolvere le varie difficoltà che si presentavano: scavo di catini, costruzione di ripari di pietra o d’osso, pavimentazione del suolo sotto i focolari, elevazione del focolare al di sopra di un suolo troppo bagnato, disposizione di un cordolo di pietre, continuo o discontinuo, attorno ai focolari. Questi focolari erano alimentati con vari tipi di legname, talora scelti in base alle loro qualità di combustione, oppure con ossa, che venivano fornite in abbondanza dalla caccia ai grandi mammiferi. Altri combustibili, come il carbone naturale, potevano essere utilizzati in via eccezionale quando erano disponibili nelle vicinanze dell’insediamento. Il fuoco era fonte di calore e di luce; grazie ad esso, era possibile raggiungere le parti piú remote delle grotte, ove vennero dipinti alcuni dei grandi affreschi del Paleolitico superiore. Se il focolare costituiva un centro di attività tecniche e domestiche all’interno dell’abitazione, forse proprio per la luce e il calore che forniva, il fuoco stesso è stato anch’esso utilizzato come « strumento»: sappiamo che aveva una funzione in determinate tecniche di lavorazione della pietra (per esempio, la lavorazione termica della selce), del legno e talvolta dell’osso, e che ha reso possibile la preparazione di vari coloranti a partire dalle ocre minerali allo stato grezzo. Infine, si è potuto constatare come il fuoco intervenisse talvolta in fenomeni che esulano dall’ambito puramente utilitario, per esempio nelle sepolture umane, sotto forma di cremazione piú o meno completa dei corpi.
Perles C., “Preistoria del fuoco”, Einaudi, pag. 199
Nei processi di diffusione delle idee, si insiste spesso sull’importanza del focolare: polo delle attività all’interno dell’abitazione, esso rappresenta quasi simbolicamente il luogo di riunione e di scambi, favorendo cosí l’elaborazione di un linguaggio nonché la strutturazione del gruppo.
Ma se il fuoco rappresenta un ausilio prezioso in numerosi campi, bisogna però notare che esso costituisce anche un vincolo permanente: la sorveglianza e le cure continue di cui necessita obbligano infatti alcuni membri del gruppo a restare accanto ad esso per provvedere ad alimentarlo e altri a partire alla ricerca di vegetali combustibili. Questi individui non possono dunque píú adempiere agli altri compiti loro affidati, e s’impone pertanto una nuova organizzazione del lavoro.
Sono queste altrettante testimonianze dell’importanza fondamentale che la comparsa del fuoco ha avuto nella vita e nello sviluppo dell’uomo: si pone cosí il problema dei rapporti tra il fuoco e i processi di ominizzazione.
Che cosa accadeva «prima», quando nessuno utilizzava ancora il fuoco? Colui che fabbricava utensili, ma non conosceva un sistema di illuminazione, non si riscaldava davanti a un focolare, non faceva cuocere la carne, era davvero un «uomo»? Non avevano ragione gli antichi a ritenere che non si possa parlare di uomo se non vi è perfetta padronanza del fuoco? In termini più scientifici, ciò equivale a interrogarsi sul problema dei rapporti tra il fuoco e l’ominizzazione, poiché il primo può essere considerato sia come « criterio » sia come «f attore » della seconda. In un momento in cui il progresso delle ricerche in ambito preistorico e paleontologico tende sempre più a ridurre 1’« abisso» che separa l’uomo dall’animale, in un momento in cui le differenze fra l’uno e l’altro appaiono per la maggior parte non piú di tipo qualitativo ma semplicemente quantitativo, il fuoco si pone invece come criterio assoluto dell’umanità. Nessun animale l’ha mai utilizzato, nessun animale è mai riuscito a produrlo: il possesso del fuoco è un fatto essenzialmente ed esclusivamente umano.
Ciò equivale a dire che in assenza di esso non si può parlare di uomini e che la sua presenza è un elemento sufficiente per definire l’appartenenza alla specie umana? A questa domanda non è possibile dare risposta, per lo meno non una risposta definitiva: tutto dipende, infatti, dal modo in cui ognuno intende i processi dell’omínizzazione e da dove ognuno fissa il limite al di là del quale è possibile parlare di Uomo. Se si ammette, secondo una concezione sempre piú diffusa, che l’utensile di pietra sia un elemento sufficiente per stabilire l’appartenenza di chi l’ha fabbricato alla specie umana, allora si può essere un uomo, certo molto primitivo ma pur sempre uomo, anche senza essere in possesso del fuoco. Ma, secondo un’altra posizione, recentemente illustrata da Piveteau nella sua opera Origine et destinée de l’homme, l’utensile primitivo, quello degli Australopitechi, sarebbe derivato da un pensiero puramente tecnico, insufficiente per poter considerare Homo il suo autore. L’utensile fabbricato diventa allora fattore dell’ominizzazione, e non piú criterio dell’umanità. In quest’ottica, lo stadio veramente umano viene raggiunto soltanto con l’avvento degli Arcantropi, dotati di un cervello piú voluminoso, di maggiori capacità manuali, in grado forse di esprimersi con un rudimentale linguaggio articolato e, almeno alcuni di essi, in possesso del fuoco. L’uomo appare dunque in concomitanza col fuoco, e non vi è fuoco senza uomo.
Perles C., “Preistoria del fuoco”, Einaudi, pag. 202