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Reader J., “Africa biografia di un continente”

I reperti di Laetoli e dell’Etiopia dimostrarono in modo definitivo che i primi ominidi a noi noti, certamente già bipedi 3,7 milioni di anni fa, avevano un encefalo di dimensioni assai ridotte. E per di più non usavano strumenti di pietra. Nei giacimenti di Laetoli non se ne trovò neppure uno. I primi utensili noti, provenienti da siti etiopi e dal lago Turkana in Kenia, risalgono a circa 2,4 milioni di anni fa. Ciò non significa che quei primi ominidi non usassero bastoni, pietre e ossa nelle loro attività quotidiane o che non combattessero fra loro, ma dimostra che per almeno 1,3 milioni di anni i nostri antenati, bipedi e dal cervello piccolo, vissero senza fabbricare utensili di pietra.
Così, dopo più di un secolo di supposizioni, i fatti sostituivano la teoria e il legame fra bipedismo, produzione di utensili e dimensioni dell’encefalo venne spezzato. Lungi dall’essersi sviluppati nello stesso tempo, legati dal nesso di causa ed effetto, i tre processi evolutivi erano avvenuti separatamente, in un esteso lasso di tempo: il bipedismo ha preceduto la produzione di utensili in pietra di almeno 1,2 milioni di anni e gli ominidi hanno fabbricato utensili per almeno 700.000 anni prima che si manifestasse un sostanziale aumento nelle dimensioni del loro cervello. Una volta spezzato il nesso, la teoria onnicomprensiva cadeva, ma lasciava il posto a tre interrogativi separati: perché un cervello più grande? perché utensili in pietra? perché un’andatura bipede?

Il bipedismo dell’uomo è unico, forse proprio perché è un sistema di locomozione così inefficiente. Topi, scoiattoli, pony e gazzelle se la cavano molto meglio, e i cani ancora di più. Considerazioni fisiologiche escludono che la scelta di spostarsi abitualmente su due gambe sia stata graduale, segnata da stadi intermedi. Nessun antenato dell’uomo avrebbe potuto fare uso regolare ed efficace di entrambi i sistemi. L’uno o l’altro doveva predominare fin dall’inizio.
Una transizione così repentina da quattro a due zampe implica una pressione selettiva molto intensa. Le osservazioni pratiche condotte dagli ecologi del Serengeti Research Institute in Tanzania fanno però ritenere che l’incentivo più probabile al bipedismo dovette essere la possibilità di sfruttare una nicchia vacante nell’ecosistema.
L’ambiente della savana è caratterizzato dagli immensi branchi di erbivori, come gnu e zebre, che vi pascolano e dalla loro migrazione annuale dal Serengeti al Mara e viceversa, fenomeno che coinvolge milioni di capi ed è una delle meraviglie della natura. Nel loro itinerario annuale gli erbivori sono esposti agli agguati di predatori e «spazzini» - leoni, ghepardi, leopardi, licaoni e iene - che hanno cibo a volontà quando i branchi entrano nei loro territori e attraversano periodi di penuria una volta che questi se ne sono andati.
I branchi coprono dai 10 ai 20 chilometri al giorno. I carnivori, cacciatori o spazzini, non possono però seguirli perché hanno piccoli che crescono lentamente e non sono in grado di stare al passo con gli adulti. I carnivori in età riproduttiva sono perciò sedentari e territoriali. Eppure, se riuscissero a spostarsi con gli erbivori, disporrebbero tutto l’anno di carne in abbondanza: non solo quella degli animali predati, ma anche quella dei capi che muoiono di morte naturale.
Quasi il 70 per cento delle carcasse trovate dai ricercatori nel Serengeti non erano infatti il risultato di aggressioni ma di morti naturali. Ogni giorno ce n’era almeno una in un raggio di 5 chilometri dal percorso del branco. Gli avvoltoi sanno individuarle, tuttavia faticano a lacerare la pelle di quelle intatte. Proprio queste riserve di cibo dovettero costituire la nicchia vacante che un ominide bipede, in grado di seguire le mandrie di erbivori migratori, avrebbe potuto occupare. I ricercatori che seguirono a piedi le migrazioni negli anni Settanta si imbatterono in grandi quantità di carne sul loro cammino e non dovettero affrontare alcun grave conflitto con predatori e divoratori di carogne.
Secondo i dati paleontologici la situazione non doveva essere molto diversa nel momento cruciale in cui i nostri antenati acquisirono l’andatura bipede. Sebbene la competizione e la minaccia di estinzione possano aver allontanato i progenitori dell’umanità dalla loro terra di origine, per gli ecologi è stato l’accesso a una nuova, ricca e costante provvista di cibo a spingere gli ominidi al bipedismo. Lo sfruttamento della nuova nicchia favorì infatti gli individui che, grazie alla citata predisposizione per la stazione eretta, riuscivano a camminare su due gambe.
L’ominide ancestrale si era avviato sulla strada dell’umanità, ma la via intrapresa non risulta affatto predeterminata. Si trattò solo di una risposta alle condizioni ambientali: alcuni individui trassero vantaggio da una risorsa fino ad allora non sfruttata e la selezione naturale favorì l’evoluzione del bipedismo. La svolta non necessitò di alcuna preventiva innovazione sociale, come l’abitudine a una base stabile e l’estendersi della ricettività femminile, né portò con sé lo sviluppo di altri attributi umani. L’implicazione di fondo dell’ipotesi migratoria è semplicemente questa: i primi rappresentanti del genere umano erano nomadi.
Reader J., “Africa biografia di un continente”, Mondadori, pag. 61

Una scheggia di roccia può tagliare come un’affilata lama d’acciaio. La prima, deliberata produzione di un tagliente su un ciotolo costituisce l’alba della tecnologia e l’inizio di una tendenza che raggiungerà il suo culmine nella moderna società industriale. Tutto cominciò in Africa, tanto tempo fa. I più antichi utensili rinvenuti in Etiopia e in Africa orientale hanno circa 2,4 milioni di anni (come minimo), ma questi reperti divengono comuni nei siti africani a partire da circa 2 milioni di anni fa.
Può stupire che degli ominidi ancestrali bipedi siano riusciti a sopravvivere per più di un milione di anni senza l’ausilio di utensili di pietra.
Qualcosa comunque dovette succedere. Forse uno sbalzo climatico determinò un aumento della competizione sfociato nello sviluppo di nuove specie e nell’estinzione di altre. Per esempio, in quel periodo diminuirono le specie di iena esistenti, fatto che potrebbe aver accresciuto il numero di carcasse disponibili per gli ominidi, tanto da incoraggiare l’uso di utensili per rompere le ossa contenenti il midollo e fare a pezzi la carne.
Noi oggi consumiamo carne in quantità e siamo quindi propensi a pensare che la caccia fosse lo scopo primario degli strumenti di pietra. Invece il loro aspetto non riflette un brusco cambiamento nelle tecniche di acquisizione del cibo, quanto piuttosto un mutamento nei metodi di preparazione. Gli strumenti in pietra erano di certo usati per spolpare le carcasse, ma anche per produrre altri strumenti, come i bastoni da scavo, oppure per rendere commestibili alimenti vegetali, come noci e tuberi.»
In sostanza gli utensili in pietra consentirono agli ominidi di fare con le mani ciò che altri animali facevano con i denti: è questo il loro fondamentale contributo alla storia dell’evoluzione umana. 1 gracili ominidi li usarono come denti esterni. Mentre i carnivori squarciavano e spolpavano le carcasse con le fauci e il robustus masticava laboriosamente quintali e quintali di vegetali con scarso valore nutritivo, i nostri progenitori gracili, tramite una pietra, scarnificavano le carcasse, spezzavano le ossa e riducevano i vegetali in poltiglia.
Reader J., “Africa biografia di un continente”, Mondadori, pag. 67

Nulla era arbitrario nel prosesso di fabbricazione. L’asse più lungo, il bordo tagliente, la punta e la simmetria delle curve non erano frutto del caso, ma venivano imposti alla pietra. E solo confrontando di continuo l’oggetto in lavorazione con un’immagine mentale del prodotto finito si poteva realizzarlo.
La capacità di visualizzare oggetti che ancora non esistono è il marchio distintivo della cultura umana e si chiama «immaginazione». Combinata con i ricordi del passato e l’esperienza del presente, permette di formulare piani per il futuro, prossimo e lontano.
Nell’Homo erectus la capacità di immaginare l’utensile finito e di fabbricarlo (e non si trattava solo di asce a mano) si accompagnava alla tendenza a ricercare e utilizzare pietre specifiche. Per l’Homo habilis la fonte di materia prima non distava mai più di 4 chilometri, mentre le ricerche condotte nella gola di Olduvai hanno dimostrato che, circa 900.000 anni fa, l’Homo erectus produceva utensili con materiale trovato a più di 8 chilometri di distanza. Pietre diverse hanno proprietà diverse ed è probabile che venissero scelte in base all’uso cui l’utensile era destinato.
Forse il materiale grezzo non veniva trasportato per l’intera distanza dai membri di un singolo gruppo; anzi, lo schema di distribuzione sembra suggerire che avesse luogo qualche forma di baratto fra i gruppi accampati nei pressi delle varie fonti di materiale. Una specie di «commercio» della materia prima, operante in Africa più di mezzo milione di anni prima della sua comparsa attestata dall’archeologia in Europa.
Circa 200.000 anni fa l’ascia a mano, tipica della tecnologia dei bifacciali, fu soppiantata da utensili ricavati da schegge più piccole: raschietti e, soprattutto, lame. Presenti per qualche tempo insieme con i bifacciali dell’Homo erectus, i nuovi utensili divennero predominanti intorno a 130.000 anni fa, assumendo una forma che costituisce uno straordinario progresso nella tecnica litica. I più caratteristici sono lame lunghe e strette che venivano staccate da un blocco accuratamente predisposto (secondo la tecnica levalloisiana), ma tutti i nuovi strumenti indicano un grado più elevato di consapevolezza tecnologica e l’impiego di tecniche preesistenti adattate a una nuova percezione dei bisogni. Si producevano ancora bifacciali del tipo «ascia a mano», benché più piccoli, triangolari o a forma di cuore, con bordi finemente scheggiati, tali da far pensare che fossero impiegati per sagomare il legno. C’erano sottili schegge di pietra, usate forse per perforare le pelli, raschietti e lame a un solo filo ideali per il taglio: il nuovo corredo di utensili è decisamente più raffinato. È come se l’occhio della mente si fosse spinto oltre gli imperativi primari della sopravvivenza, scoprendo una moltitudine di bisogni secondari. Gli animali non erano più solo una fonte di cibo, ma fornivano pelli per coprirsi o da trasformare in sacche; la corteccia degli alberi dava fibre per fabbricare lacci ritorti e resina per fissare le lame di pietra ai manici di legno.
Circa 400.000 anni fa comparve una variante dell’Homo erectus, nel complesso assai simile, ma con una configurazione del cranio che denota un significativo accrescimento della massa encefalica. Il suo cervello occupa mediamente 1250 centimetri cubi, valore che si avvicina a quelli attuali, tanto da meritargli il nome di «Homo sapiens arcaico». E mentre l’Homo erectus scompare intorno a 200.000 anni fa, l’evoluzione dell’uomo, ormai così ben avviata dall’Homo sapiens arcaico, prosegue con un terzo ominide, che fa la sua comparsa intorno ai 130.000 anni fa.
Lo scheletro del nuovo venuto è alto e longilineo, il mento sporge in avanti, il volto è arretrato al di sotto del cranio, la fronte è alta ma le arcate sopracciliari non sono molto sporgenti e il cervello misura da 1200 a 1700 centimetri cubi, collocandosi comodamente all’interno dei parametri attuali. La parentela è innegabile. Si tratta della prima prova della nostra presenza sulla terra: è la nascita dell’uomo anatomicamente moderno, l’Homo sapiens sapiens. Ed è questa la specie che, a partire dalla capacità innovativa grazie a cui l’Homo erectus trasformava un’immagine mentale in realtà tangibile, porterà avanti la catena evolutiva dei primati.
Reader J., “Africa biografia di un continente”, Mondadori, pag. 75

Gli studiosi sono giunti alla conclusione che l’intera popolazione del mondo moderno discende da un gruppo relativamente piccolo di individui che lasciò l’Africa intorno a 100.000 anni fa. Grazie a ulteriori estrapolazioni sono giunti ad affermare che l’essere umano moderno è comparso in Africa tra 140.000 e 290.000 anni fa.
I genetisti sostengono inoltre che tutti gli esseri umani viventi portano in sé il DNA mitocondriale di un’unica donna africana vissuta più di 10.000 generazioni fa. Ciò non significa che costei fosse l’unica donna del pianeta (l’Eva dei creazionisti), ma solo che il suo DNA mitocondriale è quello divenuto dominante via via che altre linee materne scomparivano col succedersi delle generazioni (non tutte le madri generano figlie alle quali trasmettere e far trasmettere il DNA). Dopo circa 10.000 generazioni tutti i lignaggi materni tranne uno si saranno estinti, cosicché l’intera progenie porta in sé il DNA mitocondriale di una singola linea originaria femminile. La «nostra madre comune», come i genetisti hanno definito questa lontana antenata, è diventata ben presto famosa come l’«Eva africana».
La ricerca genetica ha quindi confermato in modo convincente l’ipotesi formulata da Bràuer sulla base dei dati fossili. I risultati sono stati però contestati da esperti di statistica, che hanno individuato delle inesattezze nelle procedure di calcolo impiegate nella teoria dell’origine africana. Le obiezioni, pur mettendo in luce l’inadeguatezza del metodo statistico, non invalidano i risultati, e la maggiore diversità genetica degli africani rimane inconfutabile. Anzi, la scoperta ha trovato ulteriore conferma nel 1991 grazie a un’altra ricerca a livello mondiale condotta da un’équipe di genetisti delle università di Stanford e Yale sotto la direzione di Luca Cavalli-Sforza.
Cavalli-Sforza e i suoi collaboratori hanno analizzato una serie diversa di dati del DNA, concludendo tuttavia che «il risultato è esattamente quello che ci si aspetterebbe se, nell’albero filogenetico umano, la separazione dell’Africa fosse la prima e la più antica». Hanno inoltre scoperto che la distribuzione dei geni nelle popolazioni umane segue in misura sorprendente quella delle lingue. L’albero genetico che ricostruisce la storia evolutiva di 42 popolazioni di tutto il mondo somiglia molto da vicino allo schema delle loro parentele linguistiche: le variazioni linguistiche più recenti, come quelle affermatesi nelle isole del Pacifico, per esempio, ricalcano con grande esattezza il grado di differenziazione genetica. In entrambi i campi, genetico e linguistico, le differenze maggiori, e quindi più antiche, si riscontrano fra i gruppi africani e il resto della popolazione mondiale.
Fossili, geni e lingue suggeriscono che l’uomo attuale ha avuto origine in Africa in un non lontano passato. Il mondo intero è stato popolato dai discendenti di uno o più gruppi di nomadi che lasciarono l’Africa in un tempo relativamente recente. Secondo calcoli condotti in base alla presenza o assenza di determinate caratteristiche nel DNA, il numero dei migranti fu quasi certamente ridottissimo: forse non più di 50 individui in un periodo di 70 anni, o non più di 500 in 200 anni. In ogni caso si trattò di «un gruppo sorprendentemente piccolo per costituire il primo nucleo dei progenitori di tutta l’umanità non africana». Naturalmente, gli uomini erano numerosi in Africa, ma fuori del continente « è probabile che fossero molto rari, quasi al limite dell’estinzione... ».
Reader J., “Africa biografia di un continente”, Mondadori, pag. 87

La vegetazione non subisce passivamente l’azione degli animali

Flora e fauna si sono evolute insieme. La crescita dell’erba, per esempio, rappresenta una specifica risposta evolutiva al pascolo4 e ne viene stimolata.5 Le erbe soggette a uno sfruttamento moderato producono un quantitativo doppio di materiale commestibile rispetto ad altre, della stessa specie, che non vengano brucate.
Alcune specie riescono a mantenere un livello ottimale di produzione in condizioni che un allevatore di bestiame dei climi temperati definirebbe di eccessivo sfruttamento. La kyilina nervosa, per esempio, se spuntata quotidianamente, fa registrare un aumento giornaliero di 1 1,6 grammi per metro quadrato. Non si conoscono altre specie che, sottoposte a un simile trattamento, siano in grado di garantire un tale ritmo di crescita.6 Questa caratteristica della Kvllirla si è certo evoluta nel corso di un lungo periodo di intensa attività da parte degli erbivori. Alcune piante della savana hanno portato all’estremo questo adattamento, tanto che la loro stessa esistenza è condizionata dalla presenza di animali al pascolo: in loro assenza spariscono.
La Andropogon greenwavi, per esempio, rappresenta di solito più del 50 per cento della vegetazione di savana brucata dagli erbivori. Quando i ricercatori recintarono alcune zone per proteggerle dagli animali, all’interno dei recinti la proporzione di Andropogon greenwcryi scese rapidamente: via via che cresceva senza essere brucata, veniva soffocata da altre specie, finché scomparve completamente. Quest’erba, che costituiva il 56 per cento della vegetazione fuori dei recinti, si ridusse a zero al loro interno.
Reader J., “Africa biografia di un continente”, Mondadori, pag. 95

 

Come strumento di coesione sociale il linguaggio presenta evidenti vantaggi rispetto al grooming: si può parlare mentre ci si sposta o mentre si è impegnati in altre attività; ci si può rivolgere a più persone e perfino risolvere dispute sulla divisione delle prede. Ma se davvero il linguaggio si sviluppò per consentire l’allargamento del gruppo, la sua maggiore efficacia dovrebbe corrispondere al rapporto fra le dimensioni dei gruppi umani e quelle dei gruppi di primati. Dunbar proseguì le ricerche in questa direzione.
Se i gruppi umani sono in media di 148 individui e quelli degli scimpanzé di circa 55, il linguaggio dovrebbe risultare 148/55 (Cioè 2,7) volte più efficiente della pulizia come elemento di coesione. Poiché nella pulizia la relazione è di 1 a i, il linguaggio dovrebbe funzionare con un rapporto di i a 2,7. Il numero di uomini impegnati in una conversazione dovrebbero perciò essere in media di 3,7 individui (un parlante più 2,7 ascoltatori). Le osservazioni di Dunbar confermano queste deduzioni. I gruppi di conversazione da lui osservati consistevano in media di 3,4 individui, con una marcata tendenza, quando le persone impegnate nella conversazione erano più di quattro, a scindersi in gruppi più piccoli. Anche il nostro apparato uditivo sembra imporre un limite alle dimensioni di un gruppo impegnato a conversare: quando più di cinque persone parlano fra loro, gli interlocutori sono costretti a formare un cerchio, il cui diametro supera la distanza che consente a ognuno di udire chiaramente tutti gli altri.
Quindi, non solo il linguaggio, ma le sue stesse caratteristiche sembrano strettamente correlate alle dimensioni che garantiscono la coesione del gruppo.
Dunbar estese le sue osservazioni agli argomenti affrontati nelle conversazioni e riscontrò che i rapporti sociali e le esperienze personali occupano circa il 70 per cento del tempo impiegato a parlare. Circa la metà delle conversazioni ruota intorno a persone che non sono presenti. Sarà pure pettegolezzo, ma questo interesse per le relazioni umane e per lo scambio di informazioni su persone assenti è di importanza vitale secondo Dunbar, in quanto consente agli esseri umani di coordinare efficacemente i rapporti entro gruppi estesi e dispersi.
Reader J., “Africa biografia di un continente”, Mondadori, pag. 102

 

 

 

 

PAROLE
Gli adattamenti che promossero l’evoluzione e la sopravvivenza dell’uomo in Africa ne favorirono anche l’espressione verbale. Il linguaggio ebbe importanti conseguenze sociali per l’umanità. I caratteri più antichi di tutte le lingue del mondo sono individuabili nelle lingue africane attuali.
Wrangham analizzò il comportamento degli scimpanzé di Gombe, concentrandosi in particolare sui rapporti fra il cibo e l’organizzazione sociale. Scoprì così che la formazione dei gruppi e il comportamento degli individui dipendono in larga misura dalla disponibilità di cibo. Osservò inoltre che la convinzione diffusa che le società degli scimpanzé siano caratterizzate da un ordine stabile e da interazioni giocose trova conferma solo nei gruppi ben nutriti e a loro agio. In situazioni diverse, gli scimpanzé sono molto meno socievoli. In effetti, la dimensione e l’estensione dei gruppi non mirano ad assicurare mutui vantaggi a tutti, ma variano a seconda della quantità e della distribuzione delle risorse sul territorio. Quando il cibo scarseggia il comportamento degli individui è teso solo a procurarselo: in altre parole, l’egoismo prevale.
Dopo la pubblicazione della tesi e di vari articoli sui primati antropomorfi, Wrangham fu invitato a collaborare con un’équipe di Harvard che studiava l’ecologia e il comportamento dei pigmei munti della foresta pluviale di Ituri, nello Zaire orientale.
Wrangham portò nella ricerca il punto di vista dello zoologo, osservando la raccolta di cibo e i comportamenti sociali delle bande di mbuti così come aveva fatto con i gruppi di scimpanzé nella foresta di Gombe. Non intendeva condurre uno studio comparativo (i pigmei non somigliano alle scimmie più di altri popoli, semplicemente vivono nello stesso ambiente degli scimpanzé), ma non poté fare a meno di notare somiglianze e differenze di comportamento significative fra i due gruppi. Le analogie erano in gran parte dovute alla necessità di procurarsi il cibo nella foresta. Le differenze, invece, erano di un altro ordine e non derivavano, come si potrebbe supporre, dalle diverse connotazioni fisiche, bensì dalla caratteristica distintiva dell’uomo: il linguaggio.
La capacità di comunicare con la parola influenzava molti aspetti del comportamento degli mbuti. E, cosa ancora più significativa, limitava la tendenza degli individui, così evidente fra gli scimpanzé, a perseguire interessi egoistici, creando una rete di obblighi reciproci cui nessuno poteva sottrarsi, se non a caro prezzo.
L’importante ruolo del linguaggio balzò agli occhi di Wrangham quando un gruppo di cacciatori uccise un elefante. Un evento del genere non capitava tutti i giorni e la voce si sparse velocemente. Ben presto intorno all’animale abbattuto si raccolse una folla venuta da accampamenti vicini e lontani. L’eccitazione era intensa, tanto da far temere un’esplosione di violenza prima che l’animale fosse del tutto scuoiato e smembrato. In termini di agitazione e di chiasso, la scena ricordava molto da vicino situazioni analoghe che Wrangham aveva osservato fra gli scimpanzé. I cacciatori si davano da fare febbrilmente intorno alla carcassa, incalzati da folti capannelli di spettatori, alcuni dei quali li spingevano, gesticolando e urlando, mentre altri vagavano di gruppo in gruppo, afferrando i presenti chi per un braccio, chi per. una spalla, chiedendo attenzione e vociando. Il clamore era enorme, ma in mezzo a tutta quella confusione si capiva che erano in corso delle trattative: ai cacciatori e a coloro che avevano diritto a una parte della carcassa si chiedeva di onorare i doveri di parentela e di cedere razioni di carne ai membri della famiglia. Vecchi debiti furono così saldati e nuovi crediti accordati. Le discussioni si trascinarono per ore, rinforzando indubbiamente un’antica rete di obblighi reciproci fondamentale per l’ordine sociale nella regione. Osserva Wrangham:
«In una situazione simile gli scimpanzé avrebbero fatto ricorso alla violenza. Avrebbero gridato e strepitato e alla fine la carne sarebbe stata divisa solo in base alla forza fisica, dopo risse e combattimenti fra gli individui in competizione. Anche gli mbuti litigavano, ma le tendenze aggressive venivano smorzate grazie all’intervento di altri individui. Si poteva discutere, appellandosi a eventi del passato o a comportamenti futuri. Si trovavano accordi. Parlare serviva a limitare gli scontri.»
Reader J., “Africa biografia di un continente”, Mondadori, pag. 97

 

La glaciazione di Wurm
Quanto di preciso le temperature fossero scese non noto (secondo alcune stime si trattò di un calo tra gli 8 e gli 11°C rispetto al media attuale), ma gli effetti generali sono largamente documentati.
Le temperature minime e quindi la massima estensione dei ghiacci furono registrate 18.000 anni fa circa. I ghiacciai coprirono gran parte del Nord  America e dell’Europa, nonché le montagne di Asia, Australia, Nuova Zelanda, Sudamerica e Africa meridionale. Lo spessore dei ghiacci continentali era in media di 1500 metri, ma si raggiunsero anche i 5000 metri, con un peso tale da abbassare le terre sottostanti di oltre 1.000 metri. Quando le temperature raggiunsero i livelli più bassi, un terzo dell’intera superficie mondiale (contro meno di un ottavo oggi) e una buona metà della superficie degli oceani erano coperti dal ghiaccio. Il volume dell’acqua immobilizzata nel ghiaccio superò i 63 milioni di chilometri cubi (quasi due volte e mezzo il totale odierno di circa 26 milioni di chilometri cubi), e il livello delle acque marine scese perciò di 130 metri.
Gli effetti locali della glaciazione variarono a seconda della latitudine e, a causa degli scarti temporali dovuti alla circolazione atmosferica e oceanica, in alcune regioni si manifestarono più tardi; tuttavia nessuna parte del globo fu risparmiata.
In Africa l’abbassamento delle temperature e la diminuzione delle precipitazioni sconvolsero tutti gli ambienti, dal deserto alla foresta pluviale tropicale. Oltre a una maggiore aridità, i mutamenti nella circolazione atmosferica instaurarono un regime di venti violenti nella regione del Sahara, suscitando immense tempeste di sabbia che dal deserto centrale trasportarono grandi nubi di polvere fino all’Atlantico (si sono ritrovate sabbie provenienti dal Sahara in campioni di roccia prelevati in mezzo all’oceano). Il Sahara stesso avanzò di 500 chilometri lungo tutta la fascia meridionale, dal Senegal a ovest, fino al limitare degli altipiani etiopici a est.
Il lago Ciad scomparve e l’avanzare delle dune bloccò il corso del Senegal, dell’alto Niger, del Logone-Chari e perfino del Nilo a nord di Khartum. La siccità fu tale che l’acqua smise di fluire dall’irriguo bacino superiore del Nilo: il fiume sparì letteralmente nel nulla. Il lago Vittoria si prosciugò quasi completamente e le sponde del Tanganica (il più profondo del mondo) e del Malawi scesero di almeno 400 metri al di sotto dei livelli dei nostri giorni.
La linea costiera dell’Africa si abbassò di circa 130 metri rispetto all’attuale, tanto che la punta estrema del continente, nel periodo di massima glaciazione, arrivava 100 chilometri più a sud di oggi. Con l’estendersi della calotta antartica, la temperatura della già fredda corrente del Benguela, che lambisce da sud a nord la costa atlantica africana, si abbassò ancora di più. Di conseguenza, scese anche la temperatura dell’oceano, fino alla foce del Congo, e l’evaporazione diminuì del 70 per cento: i venti marini normalmente umidi apportarono aria molto più asciutta e perciò minori precipitazioni nelle regioni interne dell’Africa occidentale. Il vento di sudovest, proveniente dall’Atlantico, che attualmente porta le piogge sull’Africa tropicale e occidentale, scomparve. Più a sud, il volume medio delle precipitazioni si ridusse a metà della quota odierna e una siccità ancora maggiore colpì le già aride regioni della Namibia e del Kalahari.
Reader J., “Africa biografia di un continente”, Mondadori, pag. 125

 

Teff
Tra le piante endemiche dell’Etiopia, alcune si sono rivelate molto utili: il caffè è l’esempio più noto. Ma è il teff (Eragrostis teff o ahyssinica) il cereale che contribuì maggiormente allo sviluppo storico della regione. Certamente è stato il primo a essere coltivato sull’altopiano, nella regione dove sorse la civiltà di Aksum.
Ancora oggi in Etiopia il teff occupa molti più ettari di ogni altro cereale e per secoli è stato una pianta esclusivamente locale. Non ci sono prove che sia mai stato coltivato nell’Arabia meridionale, per esempio, e ciò fa pensare che fosse già domestico sull’altopiano etiopico settentrionale prima dell’VIII secolo a.C., quando cominciò a farsi sentire l’influenza del regno di Saba. È probabile, invece, che il frumento e l’orzo siano stati introdotti in Etiopia dall’Arabia meridionale più o meno in quel periodo, insieme all’aratro e alle tecniche di terrazzamento e di irrigazione. Tuttavia le nuove piante, pur offrendo possibilità inaspettate e consentendo di incrementare la produzione agricola complessiva, non hanno mai soppiantato il teff come cereale di base, per la semplice ragione che quest’ultimo si era evoluto sul posto ed era il più adatto alle condizioni ambientali.
Le distese di teff che dominano il paesaggio dell’Etiopia settentrionale dopo la stagione umida sembrano campi di foraggio ondeggianti al vento più che distese di cereali a poche settimane dalla mietitura. La pianta è sottile e delicata e produce grani minuti, più piccoli di una capocchia di spillo. Ce ne vogliono circa 150 per eguagliare il volume di un chicco di grano e due milioni e mezzo per fare un chilogrammo. Qualità e dimensioni sono però cose diverse. Quanto a valori nutritivi il teff è superiore a tutti gli altri cereali coltivati in Etiopia. Ha un contenuto in carboidrati e proteine pari e talvolta superiore a quello del mais, del sorgo, del frumento e dell’orzo, senza contare che la composizione dei suoi amminoacidi è più adatta alle esigenze dietetiche dell’uomo. In particolare, è ricco degli amminoacidi essenziali che il nostro organismo non riesce a sintetizzare e che quindi deve assumere con la dieta: una singola porzione giornaliera di teff ne fornisce a sufficienza per sopravvivere anche senza un ulteriore apporto di proteine, mentre due porzioni al giorno sono sufficienti per mantenersi in buona salute.
Durante le periodiche e ricorrenti siccità e carestie che hanno devastato l’Etiopia nel XIX e XX secolo, il teff si è rivelato fondamentale, non tanto per i suoi valori nutritivi, quanto per la sua capacità di dare un raccolto anche quando gli altri cereali non fruttificano. La resa per ettaro è molto più bassa (in media 910 chilogrammi) rispetto a quella del mais (1740 chilogrammi), del sorgo (1130) chilogrammi), del grano (1130 chilogrammi) e dell’orzo (1180 chilogrammi), ma il teff si è molto meglio adattato alle condizioni climatiche della regione: ogni fiore impollinato giunge a maturazione anche in assenza di piogge. In caso di siccità, gli altri cereali coltivati in Etiopia non producono frutti (il mais) o ne producono in quantità molto scarsa (l’orzo e il grano).
Reader J., “Africa biografia di un continente”, Mondadori, pag. 181

 

Le origini del cammello non sono africane e neppure arabe, come si potrebbe supporre, ma nordamericane. I resti fossili di una creatura delle dimensioni di un coniglio ritrovati in sedimenti di So milioni di anni fa nell’America settentrionale sono stati attribuiti a un progenitore della famiglia dei cammelli. Circa 2 milioni di anni fa i discendenti di questi minuscoli antenati, attraversato lo Stretto di Bering, si sparsero in tutte le regioni semiaride dell’Asia e del Medio Oriente (un altro ramo della famiglia si diffuse nell’America meridionale, dando vita al lama e all’alpaca). Delle due specie di cammello oggi note, quello della Battriana, con il suo spesso vello e le due gobbe, è perfettamente adattato ai deserti temperati dell’Asia centrale, dove l’inverno può essere molto rigido; mentre il dromedario, che ha una sola gobba, è ben adattato al caldo estremo dei deserti meridionali.
Il dromedario selvatico fu domesticato nell’Arabia meridionale non meno di 400o anni fa. In grado di trasportare il doppio del carico di un bue a una velocità pari a due volte quella dei bovini, attraverso terreni impraticabili per ogni veicolo su ruote, presto soppiantò il carro trainato da buoi nei trasporti su lunga distanza in tutto il Medio Oriente,26 e certamente si era già affermato nel sud dell’Arabia quando i sovrani del regno di Saba estesero il loro dominio oltre il Mar Rosso nell’ VItI secolo a.C. (vedi cap. XX).
Un pezzo di fune di pelo di cammello lunga 92 centimetri, risalente al 60o a.C. circa, fu rinvenuta negli anni Venti negli scavi della regione di AlFayyum nell’Egitto settentrionale; e sterco fossile di cammello, risalente ad almeno il 770 a.C., è stato trovato a Qasr Ibrim, nell’alta valle del Nilo, negli anni Ottanta. Le ipotesi che se ne possono trarre sono assai fragili, ma I’orientamento cronologico da sud a nord di questi indizi sembra confermare la convinzione diffusa che il cammello si sia spostato in Africa dalla sua culla di domesticazione nell’Arabia meridionale direttamente attraverso il Mar Rosso. Dapprima si stabilì nel Corno d’Africa e poi si diffuse nel continente attraverso il Sahel e le zone marginali del Sahara, a ovest verso l’Atlantico e a nord verso la valle del Nilo.
La resistenza del cammello è leggendaria. Lawrence d’Arabia raccontava di un cammello capace di trasportare il suo cavaliere per 45o chilometri in 39 ore senza fermarsi: e di un altro che copriva quasi 230 chilometri dall’alba al trarnonto, riposava il giorno dopo e il terzo giorno era già in grado di tornare indietro. Aggiungeva che, pur essendo questi casi eccezionali, il cammello medio poteva mantenere un’andatura costante di circa 6 chilometri l’ora per sedici ore al giorno e per dieci o dodici giorni (coprendo in tutto dai 960 ai 1152 chilometri), e che poteva percorrere fino a 2500 chilometri in un mese. Quando il cammello era forte, dice Lawrence, era il cavaliere a cedere per primo.
In termini fisiologici il cammello è forse la creatura più resistente sulla terra. Può bere oltre 100 litri di acqua in una sola volta e poi farne a meno anche per nove giorni. Questo significa che può camminare fino a quattro giorni e mezzo di distanza dalla fonte di acqua più vicina. Quindi il raggio entro cui può procurarsi il cibo si estende a più di 400 chilometri. I cammelli sopportano la mancanza di acqua perché tollerano il calore senza sudare. La loro temperatura corporea varia in ragione della temperatura dell’ambiente, salendo dai 36°C del mattino fino ai 41 o 42°C delle ore più calde della giornata. Inoltre, hanno reni superefficienti e non necessitano di grandi quantità di acqua per eliminare le scorie dall’organismo; in condizioni di scarsa idratazione l’urina del cammello diventa talmente densa da assumere una consistenza viscosa.
Ciò che accade con l’acqua, accade anche con il cibo. I cammelli possono mangiare moltissimo quando hanno cibo in abbondanza e sopravvivere con niente quando non ne hanno. Un sistema enzimatico particolare permette loro di adeguarsi rapidamente agli sbalzi nel regime alimentare. Solo il maiale riesce a trasformare gli eccessi alimentari in grasso con la stessa efficienza del cammello. E quando viene il momento di sfruttare le riserve accumulate, nessun animale batte il cammello. Gli altri ruminanti, per spezzare le molecole di grasso, devono usare gli amminoacidi (che compongono le proteine) e così, quando sono costretti a digiunare, consumano tessuto muscolare insieme a quello adiposo. Invece, il sistema enzimatico del cammello può farne a meno e l’animale arriva a esaurire le sue riserve di grasso senza perdite di tessuto muscolare o di efficienza. Bovini, ovini e altri ruminanti possono sopravvivere con un terzo della loro normale dieta di mantenimento; i cammelli riescono a sopravvivere senza mangiare nulla.
L’unico ostacolo allo sfruttamento umano del cammello è stata la sua riluttanza a fare figli. I cammelli si riproducono lentamente. Lasciati a se stessi, formano popolazioni poco numerose ma stabili. Il cammello è un perfetto esempio di organismo superbamente adattato a mantenersi in numero ridotto, benché costante, in un ambiente ostile. Le
femmine raggiungono la maturità sessuale a cinque anni e poiché la gestazione dura almeno tredici mesi e gli accoppiamenti avvengono solo in primavera, l’intervallo minimo fra le nascite è di due anni, se tutto va bene.
Le femmine di cammello ovulano solo dopo il rapporto, giacché il processo è innescato da un fattore presente nel seme maschile. Purtroppo l’inclinazione del maschio alla copula si risveglia solo una volta all’anno e per un tempo brevissimo. Inoltre, i cammelli domestici non sembrano molto predisposti all’atto. II rapporto avviene mentre la femmina sta in posizione seduta, con le zampe ripiegate sotto di sé. Benché eccitato dalla vicinanza di una femmina in calore, il maschio manca dell’istinto che dovrebbe guidarlo verso l’orifizio appropriato e quindi deve essere aiutato. Gli esperti suggeriscono che solo questo intervento umano abbia salvato il cammello dall’estinzione da quando la specie è stata domesticata. Altri dicono invece che i cammelli sono solo dei grandi scansafatiche e che, visto che c’è spesso qualcuno disposto a dare discretamente una mano, perché mai il cammello dovrebbe dire di no?
In Africa orientale e in tutta la fascia del Sahel, dalla Somalia al Senegal, i cammelli hanno consentito ai pastori nomadi di sfruttare regioni aride dove i bovini non sarebbero sopravvissuti, allargando la rete di interazioni tra società basate sulla coltivazione, la pastorizia e la lavorazione del ferro. In Africa occidentale, ai margini del Sahara, il cammello diede impulso a commerci che rivoluzionarono la struttura stessa della società.
Si ritiene che a introdurre il cammello sulle vie commerciali sahariane siano stati i progenitori di lingua berbera degli attuali tuareg, in un periodo imprecisato fra il Il e il V secolo d.C. Fino ad allora l’uso delle piste era stato assai limitato, a causa della difficoltà di nutrire e abbeverare gli animali da soma che si spostavano fra le oasi. L’avvento del cammello estese sia il volume sia il raggio dei commerci.
Reader J., “Africa biografia di un continente”, Mondadori, pag. 233

 

Con che merci si acquistavano schiavi in Africa nei secoli scorsi

I cauri: le monete africane
Nel 1602 un marinaio racconta:
“Re e grandi signori possiedono case costruite apposta per ospitare queste conchiglie e le considerano parte del loro tesoro. Tutti i mercanti di altre regioni dell’India ne prendono una grande quantità [alle Maldive] per portarle in Bengala ... Quando arrivai a Malé [la capitale delle Maldive] per la prima volta, c’era una nave all’ancora proveniente da Cochin, una città dei portoghesi, con un carico di 400 tonnellate; il capitano e i mercanti erano [mezzosangue], gli altri erano indiani cristianizzati, tutti erano vestiti alla maniera portoghese, ed erano venuti unicamente per caricare queste conchiglie per il mercato bengalese. Davano 20 barili di riso per una partita di conchiglie...”
La superficie di terra emersa delle Maldive è di 298 chilometri quadrati (la popolazione era di 240.000 abitanti nel 1993). Le derrate di riso e altri beni che i portoghesi davano in cambio delle conchiglie permettevano agli isolani di sopravvivere in luoghi altrimenti inabitabili. I cauri crescevano da soli. Con le maree primaverili la gente di interi villaggi entrava fino alla vita nelle lagune e raccoglieva le conchiglie, attaccate a decine ai coralli, alle alghe e ai resti gettati a riva dall’oceano. Cinquanta persone potevano metterne insieme più di 50 chilogrammi al giorno. Poi i cauri vivi venivano sepolti in pozzi poco profondi per diverse settimane e quindi lavati in acqua di mare per rimuovere la materia organica rimasta al loro interno, e in acqua dolce per ridar loro colore e lucentezza. Dopo il secondo lavaggio le conchiglie erano bianche e pulite come «moneta appena uscita dalla zecca».
Un contratto stipulato nel 1515 consentì ai mercanti portoghesi di spedire ogni anno ventiquattro navi di cauri dalle Maldive all’Africa occidentale. Da allora e per quasi tutto il XVI secolo, furono i portoghesi a dominare il mercato. Le Compagnie delle Indie Orientali, sia olandesi sia britanniche, cominciarono ad acquistare cauri alle Maldive nei primi anni del secolo seguente e, con il declino del controllo lusitano sull’oceano Indiano, divennero le principali fornitrici di cauri usati nella tratta degli schiavi durante il Settecento, secolo in cui l’importazione delle conchiglie in Africa occidentale toccò una media di 110 tonnellate all’anno.
I cauri giungevano in Africa occidentale dall’Europa, giacché durante il viaggio di ritorno i venti spingevano le navi al largo nell’Atlantico, ed era impossibile fare scalo sulla costa occidentale africana viaggiando verso nord. I mercanti di schiavi compravano quindi i cauri sui mercati di Londra e di Amsterdam, dove la loro quotazione determinava indirettamente il valore degli schiavi che sarebbero stati trasportati attraverso I’Atlantico.
I cauri erano già usati come moneta in una vasta area geografica più di un secolo prima che gli schiavi venissero inviati in gran numero nelle Americhe, ma l’espandersi della tratta nel XVIII secolo fu senza dubbio la principale ragione per cui l’importazione di cauri raggiunse in quel periodo livelli da record. Il 52 per cento della tratta atlantica ebbe luogo nel Settecento, quando l’Africa esportava una media di circa 61.000 schiavi all’anno. A quel tempo, il continente importava più di 11.000 tonnellate di cauri: l’equivalente di oltre 10 miliardi di conchiglie. Intorno al 1710 uno schiavo poteva essere comprato con 40-50.000 cauri; intorno al 1760 il prezzo era salito a 80.000 cauri e appena dieci anni dopo i mercanti pagavano dai 160.000 ai 176.000 cauri per schiavo. Poiché 176.000 cauri pesano circa 2 quintali, dalla vendita di un solo portatore si ricavava il carico di cauri di otto portatori.
Sebbene il prezzo di uno schiavo fosse espresso in cauri, questi rappresentavano solo una parte del pagamento reale, che per il resto veniva corrisposto sotto forma di un «assortimento» di merci. Sulla Costa degli Schiavi la Royal Africa Company imponeva che le conchiglie coprissero almeno la metà dell’importo, benché si arrivasse a un terzo o anche meno nel corso del XVIII secolo.
Il predominio dei cauri nella tratta fu perlopiù ristretto alla Costa degli Schiavi, un arco di terra di 1.000 chilometri dall’estuario del fiume Volta al delta del Niger, che comprendeva porti importanti come Ouidah, Lagos e Benin. Altrove altri mezzi di scambio divennero l’unità di conto dei traffici.
Sull’isola di Plantain e lungo la Sierra Leone, per esempio, John Newton trattava in verghe. Le verghe in questione erano di ferro e un dato numero ne veniva consegnato in cambio di ogni maschio adulto. Intorno al 1750, però, ai tempi delle tre spedizioni di Newton, gli schiavi venivano venduti a un prezzo che poteva giungere alle 80 verghe, ma queste ultime costituivano solo una parte dell’importo. L’«assortimento», comprendente tessuti, metallo lavorato, manufatti, armi da fuoco e altre merci, il cui corrispettivo era espresso in verghe, andava a completare la somma necessaria per l’acquisto di uno schiavo. Le transazioni comportavano quindi una serie di complicate trattative in cui i mercanti africani, pur non sapendo né leggere né scrivere, si dimostravano molto abili.
Le complessità del baratto erano accresciute dall’imprevedibilità delle richieste africane. Gli assortimenti potevano cambiare da un viaggio all’altro e da porto a porto. Descrivendo il mercato sulla costa della Sierra Leone intorno al 1780, un capitano osservò: «La consuetudine segue il capriccio, assegnando a ogni provincia dell’Africa un assortimento diverso di beni». Inoltre, «.., quel che un anno furoreggiava, l’anno dopo, con ogni probabilità. veniva respinto col massimo sdegno» scrisse un altro, mentre un terzo concludeva esasperato: «Potresti morire di fame in un posto con partite di merci che basterebbero a comprare interi regni in un altro».
Sulla Costa d’Oro, dove i traffici d’oro e di schiavi erano cominciati simultaneamente ai primi del Cinquecento, allorché i portoghesi scambiavano gli schiavi del Benin con l’oro degli akan, una grossolana equivalenza fra l’oncia d’oro (28,35 grammi) e un maschio adulto costituì la base di quella che divenne nota come «oncia trade», un’unità monetaria fittizia. All’inizio del XVIII secolo, quando la Costa d’Oro cominciò a esportare più schiavi che oro, l’oncia trade fu suddivisa in 16 angels o ackies: uno schiavo era valutato 4 once trade e l’oro non figurava nella transazione. I libri contabili mostrano che nel 1714 due schiavi maschi furono acquistati per un assortimento composto da 14 fucili, 60 libbre di polvere da sparo, 40 libbre di rame, una lunghezza di stoffa e due quarti di barile (80 litri) di sego, il tutto valutato 7 once trade e 4 ackies.

Intorno al 1770, sulla Costa d’Oro, le quotazioni degli schiavi erano di 9 once e 15 ackies per un maschio di prima qualità e 2 once in meno per una donna di qualità equivalente.24 Benché i prezzi facessero riferimento alle once d’oro, il commercio si era però invertito: mentre all’inizio i portoghesi barattavano gli schiavi con l’oro, ora i mercanti erano costretti a offrire oro in cambio di schiavi. Il flusso aureo dall’interno era cessato, probabilmente perché gli asante, che controllavano le miniere, usavano il metallo nell’ambito della loro economia. Prima del 1740 con un’oncia trade si poteva ancora comprare un’oncia d’oro. Tuttavia, già nel 1770 i mercanti di schiavi europei erano costretti a dare oro in qualunque transazione, al saggio di due once trade per un’oncia d’oro: e il prezzo degli schiavi subì un’impennata.
Una testimonianza della complessità delle trattative condotte dai mercanti di schiavi africani sulla Costa d’Oro è conservata nell’elenco delle transazioni di Richard Miles, un agente della Company of Merchants (succeduta alla scomparsa Royal Africa Company nel 1750) in servizio sulla costa dal dicembre 1772 all’aprile 1780. In quegli otto anni Miles acquistò 2352 schiavi per conto dei trafficanti inglesi e tenne una contabilità scrupolosa di ogni baratto, registrando gli assortimenti più svariati, composti complessivamente da più di 148.000 voci. L’oro compare nel 96,3 per cento delle transazioni concluse da Miles presso le stazioni da lui controllate lungo la costa, insieme a una stupefacente quantità di altri beni.
Gli elenchi dimostrano che Miles era un abile commerciante, oltre che un contabile meticoloso. Sarebbe stato capace di vendere qualunque cosa e di ricavarci un utile. Uno degli scambi comprendeva una mucca, un altro un cappello, ma in genere gli assortimenti erano scelti da un elenco di 75 articoli, fra cui 36 varietà di tessuti misti di cotone e seta indiani; lane, cotone e lino europei, ferro non lavorato, piombo, rame, ottone e peltro, pistole e polvere da sparo, bacili, catene, lucchetti, coltelli, padelle e boccali di metallo, pipe, tabacco, brandy e rum. Il 16 gennaio 1779 Miles annotò un tipico assortimento richiesto per uno schiavo maschio di prima qualità del prezzo di 8 once trade: i balla di tabacco per 2 once, i oncia d’oro per 2 once trade, un neganpaut o bejatepant (tessuto indiano di cotone e seta) per 1 oncia, 2 pezze da 8 ackies di tela comune (per 1 oncia), 2 anchors (un’unità di misura dell’epoca) di rum per 1 oncia, più un quarto di barile di polvere da sparo da 8 ackies e una scatola di pipe da 8 ackies per l’oncia restante.
Gli elenchi sono affascinanti per i particolari che forniscono non solo sulle strategie commerciali europee, ma anche su quelle africane, particolari che compaiono raramente in altri documenti sulla tratta degli schiavi e mai in forma così esauriente. Richard Miles annotò il nome di tutti i venditori dai quali acquistò schiavi negli otto anni di servizio sulla Costa d’Oro. 1 2352 elementi acquistati furono il risultato di i3o8 baratti, con una media di due schiavi per baratto. Le transazioni avvennero con non meno di 295 individui, solo undici dei quali erano così assidui da essere considerati fornitori abituali. Circa la metà dei baratti avvenivano con sconosciuti o con persone che cedettero a Miles in totale non più di cinque schiavi ciascuna.
Gli storici tendono spesso a considerare l’attività di fornitura degli schiavi prerogativa esclusiva di un ceto africano ricco e potente. Questo poteva essere vero per stati come I’Asante, il Dahomey e il Benin, ed era certamente vero che le famiglie che controllavano i porti si arricchivano chiedendo a ogni nave un pagamento in merci di valore variabile dai cinquanta ai cento schiavi solamente per il permesso di commerciae; tuttavia i dati contenuti nelle liste di Miles indicano che piccoli trafficanti e singoli individui facevano affluire un significativo numero di schiavi sulla Costa d’Oro. Senza dubbio alcuni di coloro che vendevano uomini a Miles erano membri di un gruppo dominante, ma in grande maggioranza si trattava di trafficanti di scarsa levatura o occasionali e perfino di privati che arrotondavano i guadagni di altre attività comprando e rivendendo uno o due schiavi ogni tanto.
Sembra quasi che chiunque ne avesse i mezzi comprasse uno o più schiavi, appena si presentava l’occasione, tenendoli poi sotto mano in attesa di rivenderli. Ed è lecito supporre che la stessa pratica fosse comune in gran parte delle aree interessate dalla tratta. Anche il resoconto di John Newton sui suoi vagabondaggi lungo la costa della Sierra Leone per sei mesi o più, comprando schiavi a due o tre per volta, confermerebbe questa tesi, corroborata da molte altre narrazioni di spedizioni negriere.
Gli africani che vendevano schiavi ai mercanti europei lasciarono pochissime testimonianze delle loro attività (non c’è da stupirsene, dal momento che in maggioranza erano illetterati). Una rara eccezione conferma tuttavia l’ipotesi che la vendita di pochi schiavi per volta da parte di numerosi piccoli trafficanti e semplici privati costituisse un aspetto significativo della tratta. Antera Duke, che vendette piccole partite di schiavi alle navi che gettavano l’ancora a Old Calabar, nella Nigeria orientale, teneva un diario su un giornale di bordo che gli era stato dato da un ufficiale di un vascello negriero, Il diario riporta brevi resoconti giornalieri delle sue attività fra il 1785 e il 1788. Fu trovato nell’Ottocento da un missionario e portato in Scozia, dove estesi brani del personalissirno inglese pidgin in cui era redatto furono trascritti e «tradotti» in forma più comprensibile. L’originale andò distrutto in un bombardamento durante la seconda guerra mondiale, ma la trascrizione è sopravvissuta. La sua riscoperta e pubblicazione, nel 1956 fu salutata come «uno straordinario evento storiografico».
Antera Duke apparteneva all’etnia efik che occupava le isole e l’entroterra dell’estuario del fiume Cross, nei pressi dell’odierna frontiera fra la Nigeria e il Camerun. Oggi l’etnia è una minoranza fra gli abitanti dello stato nigeriano del Cross, con capitale Calabar. Nel XVIII secolo gli efik fornirono un gran numero di schiavi alla tratta atlantica, attingendoli dalle risorse umane di un gruppo di piccole città fluviali noto come Old Calabar. Il nome eflk deriva dalla radice verbale fik, che nell’idioma locale significa «opprimere».
Antera Duke vendeva schiavi da una ventina di anni quando cominciò a tenere il suo diario nel 1785. Il suo nome figura fra quelli di trenta mercanti africani che avevano rifornito una nave di Liverpool, la Dobson. Nel 1769 la nave aveva imbarcato un carico di schiavi a Old Calabar, dove era rimasta all’ancora per quasi sei mesi. L’acquisto di 566 schiavi effettuato nel periodo è descritto con meticolosità nel registro contabile della nave (conservato in un’oscura collezione di documenti inglese).
La contabilità della Dobson registra 328 vendite distinte, a una media di circa undici schiavi per fornitore e di meno di due schiavi per transazione. In realtà gli schiavi venivano venduti perlopiù singolarmente, oppure a due o tre per volta; le vendite più cospicue furono di sei schiavi per volta. Poiché i fornitori africani furono circa trenta, ciascuno vendette in media diciannove schiavi. Alcuni non ne vendettero più di cinque, ma in genere non vi erano grandi differenze fra il numero di schiavi venduti dall’uno o dall’altro. Antera Duke si presentò poche volte nei sei mesi in cui la Dobson rimase in porto. Una volta in luglio, due volte in agosto, tre in settembre e tre in ottobre, quattro volte in novembre, una volta in dicembre, per un totale di quattordici occasioni. Vendette 37 schiavi: 16 uomini, is donne, 4 ragazzi e 2 ragazze. I prezzi degli schiavi a Old Calabar erano espressi in verghe di rame o coppers e andavano da 65 a 120 coppers per schiavo (pagati in pistole e polvere da sparo, arnesi e suppellettili in metallo, alcolici e tessuti). Dalle sue vendite alla Dobson Antera Duke aveva ricavato 4.400 coppers.
Nel 1875, quando cominciò a tenere il suo diario, Antera Duke era diventato abbastanza ricco e prestigioso da farsi costruire una casa con materiali importati da Liverpool e da invitare a cena i capitani delle navi negriere. Fra il 1785 e il 1788 prende nota di più di venti vascelli partiti da Old Calabar, per un totale di 7000 schiavi deportati. «All’imbrunire il capitano Tatam è partito con 396 schiavi» scrive il 27 giugno 1785; «il capitano Fairweather è andato via con 440 schiavi» riporta il 20 marzo 1786; e il 16 luglio 1787: «la nave del capitano Aspinal parte con 328 schiavi». Il contributo di Duke a questi carichi è menzionato di rado; egli scrive talvolta di accordi presi con certi capitani per la fornitura di schiavi e annota che un parente o un agente è arrivato dall’interno con uno o due prigionieri, ma il tema prevalente del suo diario sono le vicende politiche e i rituali degli efik. Antera Duke parla più spesso dei sacrifici umani cui ha presenziato che degli schiavi che ha venduto.
Gli efik credevano in un dio supremo, nel potere degli antenati e di altri esseri soprannaturali, nella magia, nella reincarnazione e nella stregoneria. La giustizia consuetudinaria faceva ricorso alla tortura e alla pena capitale, mentre i sacrifici umani servivano per placare l’ira degli dei e per accompagnare nell’aldilà i defunti di rango. Gli schiavi erano vittime sacrificali e la loro soppressione è menzionata da Antera Duke con assoluto candore. Nel luglio 1786, quando fu sepolto un rispettabile membro dell’élite etik, «nove uomini e donne andarono con lui» riferisce Duke. La veglia funebre si tenne quattro mesi dopo:
“Le 4 del mattino circa. Mi alzai; pioveva forte, così andai alla casa delle assemblee e trovai tutti gli uomini lì. Ci preparammo a tagliare le teste e alle 5 del mattino cominciammo a tagliare le teste degli schiavi, 50 teste in un giorno. Io portai 29 casse di brandy e is ceste di roba da mangiare e si fece festa in tutti i cortili della città.”
Due giorni dopo:
“Vidi arrivare Jack Bakassey con una schiava da decapitare in onore di mio padre e mandai il mio Yeilow Hogan Abasi [un membro della famiglia] al mercato. Tutti gli uomini mangiarono a casa di Egbo Young. Avemmo notizia di una nuova nave. Caddero altre tre teste.”
Nel luglio 1787:
“Vedemmo Robin Tom, King John e Otto Ditto Tom; King John li aveva invitati a festeggiare in onore di Duke e di mio padre e della madre di Egbo Young; tagliarono quindi la testa di una donna per Duke e sette uomini di Bar Room dovevano essere decapitati per mio padre. Così suonarono per tutta la notte.”
Il diario di Antera Duke documenta una straordinaria doppia vita: un giorno poteva partecipare al sacrificio rituale di schiavi e il giorno dopo, con altrettanta disinvoltura e sfoggiando «pantaloni da bianco», poteva prendere il tè e parlare d’affari con i capitani delle navi di Liverpool. Non si percepisce alcun imbarazzo nell’innocente prosa del suo diario. Antera Duke non rappresenta il conflitto fra due culture, ma il combinarsi di due atteggiamenti morali orribilmente compatibili, per quanto indipendenti. La schiavitù era un fenomeno antico nella società africana. Gli europei procuravano merci in cambio di schiavi. A entrambe le parti l’affare sembrava equo e onesto, ed entrambe ne traevano profitto. C’era però un prezzo e avrebbe finito per pagarlo l’Africa.
Reader J., “Africa biografia di un continente”, Mondadori, pag. 341

 

Ambizioni imperiali di Leopoldo II del Belgio: ovunque in cerca di una terra

Leopoldo II del Belgio diede inizio all’espansione coloniale di fine Ottocento. Mentre Francia, Gran Bretagna, Portogallo e Germania creavano le loro colonie, Leopoldo II si autoproclamò re dello Stato libero del Congo. Il caucciù, che assicurò a lui e al Belgio grandi ricchezze e impose ai congolesi condizioni di vita drammatiche.
Se si potesse attribuire a un singolo individuo la responsabilità della corsa ai territori e alle risorse dell’Africa scatenatasi alla fine dell’Ottocento, questi sarebbe senz’altro Leopoldo II, re dei belgi. Sebbene il Belgio fosse così piccolo da stare due volte nella superficie del lago Vittoria (lasciando ancora spazio per le isole Canarie), era secondo soltanto alla Gran Bretagna nello sviluppo industriale e la sua famiglia regnante aveva accumulato ricchezze tali da sovvenzionare iniziative che avrebbero deciso il destino di un continente. Agendo esclusivamente nel proprio interesse. Leopoldo spinse le potenze europee, grandi (Francia, Germania e Gran Bretagna) e piccole (Portogallo, Olanda, Spagna e Italia), a rendere esplicite le loro mire imperiali, riuscendo nel contempo a garantire a se stesso una vasta porzione dell’Africa centrale.
Nel novembre 1877 il re belga scrisse: «Dobbiamo accaparrarci una fetta di questo “magnifìque gateau africani”». Nel maggio 1885 aveva ottenuto il riconoscimento internazionale del suo Stato libero del Congo: 2,5 milioni di chilometri quadrati nel bacino del Congo, con 2700 chilometri di corsi d’acqua navigabili e un’infinità di risorse, tra cui avorio, palme da olio, caucciù, legname, rame e, elemento non meno cruciale, una popolazione di circa io milioni di abitanti, il cui lavoro sarebbe stato sfruttato ai fini dello sviluppo economico della regione.
Leopoldo fu il sovrano assoluto dello Stato libero del Congo. Infatti, il parlamento belga aveva accondisceso al suo desiderio di diventare re di uno stato straniero, a condizione che il Belgio non venisse coinvolto nell’affare. La realizzazione del nuovo stato fu un’impresa privata del re, finanziata con il suo patrimonio personale. Leopoldo ne plasmò l’amministrazione e fu il principale beneficiario dei profitti ottenuti.
La creazione dello Stato libero del Congo da parte di Leopoldo, senza alcun aiuto del suo paese e in competizione con rivali assai più potenti, è stata descritta come «un fatto straordinario, spiegabile solo in virtù della sua forza di volontà, perseveranza, immaginazione, intelligenza e abilità nei negoziati». Altri giudizi furono meno lusinghieri. Leopoldo fu chiamato “The King Incorporated” (Il re S.p.A.) ed ebbe ben pochi rivali nelle arti oscure della diplomazia internazionale e della finanza. Le sue imprese furono dominate da una visione imperialistica che oltrepassava quella di tutti i suoi contemporanei. La sua immaginazione «sfugge a un’analisi razionale ... se fosse morto nel 1875 sarebbe ricordato come un visionario che aveva perso il contatto con la realtà, un monarca irrazionale che si lanciava in affari immobiliari destinati a non dare alcun frutto».
Ma Leopoldo visse fino al 1909 e più di ogni altro è responsabile del ritratto dell’Africa che Joseph Conrad fissò nell’immaginario collettivo con il suo romanzo Cuore di tenebra (1902). In un crudo saggio sulle esplorazioni, Conrad descrisse le attività dello Stato libero del Congo di Leopoldo come «la più vile corsa al saccheggio che mai abbia sfigurato la storia dell’umana coscienza».
Leopoldo II, nato nel 1835, era stato contagiato dai germi dell’ambizione imperiale da suo padre, nei primi e impressionabili anni della sua infanzia. Leopoldo I aveva regnato su una nazione che aveva conosciuto una rapida industrializzazione e che, nel 1845, era la più densamente popolata d’Europa. Nelle Fiandre un abitante su tre viveva di carità e ciò diffondeva il timore di disordini sociali. Come soluzione ai problemi demografici Leopoldo I aveva proposto l’emigrazione su vasta scala. Alcuni belgi erano già partiti per gli Stati Uniti, ma Leopoldo aveva in mente una colonia con una lingua comune, saldi legami economici e politici con la madrepatria e in grado di ospitare un gran numero dei suoi sudditi.
II governo belga non condivideva l’entusiasmo del re per le colonie, quindi Leopoldo si vide costretto a perseguire le sue ambizioni per conto proprio. Giunse a un abboccamento con il sultano della Turchia proponendo l’acquisto di Creta. Quando i negoziati fallirono, si informò sulla possibilità di acquistare Cuba, ma ne fu diffidato dal governo britannico. Il Texas gli offrì due vasti territori in cambio di un prestito di 7 milioni di dollari, ma il governo degli Stati Uniti impedì l’affare, sostenendo che la transazione avrebbe costituito un’interferenza inammissibile negli affari americani. Leopoldo fu inoltre informato che ben presto gli stati dell’Unione avrebbero proceduto all’annessione del Texas.
Nel 1858, il re apprese che la Danimarca sarebbe stata disposta a vendere le isole Faer Oer, ma la notizia si rivelò infondata. Si interessò in seguito alcune isole caraibiche, a regioni dell’America centromeridionale e perfino dell’Africa. Durante il regno di Leopoldo i furono in tutto cinquantuno i tentativi compiuti per trovare una colonia. Nessuno però riuscì.
Suo figlio Leopoldo II del Belgio (Bruxelles 9 aprile 1835 - ivi 17 dicembre 1909) fu re del Belgio dal 10 dicembre 1865 fino alla sua morte.
Leopoldo Il sposò le mire colonialistiche di suo padre quando ancora era erede al trono con il titolo di duca di Brabante. Nel 1861 propose l’acquisto di una parte del Borneo, allora possesso degli olandesi, che desideravano venderlo perché «finanziariamente non redditizio»; attrassero il suo interesse anche il Sarawak e le isole del Pacifico che a suo parere «sarebbero state molto adatte a un penitenziario». Vennero prese in considerazione le Figi e le Salomone, poi una provincia dell’Argentina e una piccola isola alla confluenza fra l’Uruguay e il Paranà. «Chi è il proprietario di quest’isola? Sarebbe possibile comprarla?» si informò. «Vi si potrebbe impiantare un porto libero sotto la protezione morale del re dei belgi.»
Leopoldo Il perseguì l’idea di una colonia belga con calcolato, per non dire demoniaco, vigore. L’Estremo Oriente e i commerci con la Cina erano in quel periodo i suoi principali obiettivi. Quando tutte le proposte di ferrovie, imprese minerarie e concessioni commerciali furono respinte dai cinesi, Leopoldo decise che le Filippine avrebbero potuto costituire un’ottima base per le sue operazioni e nel 1870 si offrì di comprare l’arcipelago dalla Spagna. La Spagna era disposta a venderglielo, Leopoldo però non riuscì a fornire tutte le garanzie richieste dai banchieri. Il piano, giunto molto vicino a realizzarsi, fallì. Per breve tempo fu presa in considerazione la Nuova Guinea, poi l’attenzione di Leopoldo si rivolse al Tonchino, l’attuale Vietnam. Nel 1875 scrisse: «Il Tonchino andrebbe benissimo. La popolazione è densa ... e la gente molto amichevole. Un francese ... si è aggiudicato il controllo di non so quante città con un pugno di uomini». Seguirono negoziati segreti con il governo francese e nel 1878 parve che una porzione del Vietnam sarebbe stata ceduta al re dei belgi. Nel 188 i, tuttavia, il piano fu accantonato a causa di rivolgimenti politici in Francia.
Nel frattempo emersero i primi indizi di intenzioni colonialiste sull’Africa. All’inizio del 1875 un arbitrato internazionale aveva assegnato al Portogallo il controllo della Baia di Delagoa, sulla costa del Mozambico. Ciò privò la Repubblica del Transvaal dell’accesso al mare. II presidente Burghers si recò in Europa in cerca di capitali e soci per la costruzione di una ferrovia che collegasse il Transvaal alla Baia di Delagoa. Fece anche una puntata a Bruxelles, dove avviò trattative segrete con Leopoldo. Vennero mandati degli agenti nel Transvaal e aperto un consolato belga a Pretoria.
Leopoldo pensava di usare la ferrovia come primo passo verso l’acquisizione del Transvaal. I diamanti, scoperti di recente a Kimberley, facevano certamente parte dei suoi piani e la scoperta dell’oro nel decennio successivo gli avrebbe procurato inimmaginabili ricchezze. Ma anche questa volta le ambizioni colonialistiche di Leopoldo fallirono. Nel 1876 la repubblica boera in bancarotta fu annessa dagli inglesi alla Colonia del Capo.
Reader J., “Africa biografia di un continente”, Mondadori, pag. 451

 

Stanley e Livingstone
David Livingstone fu il missionario esploratore per eccellenza dell’era vittoriana. Irascibile e risoluto, fra il 184 i e il 1873 Livingstone attraversò in tutti i sensi l’Africa. Seguì il corso dello Zambesi, «trovò» le cascate Vittoria e fu testimone dello schiavismo al punto che le sue conferenze e i suoi scritti destarono le ire antischiaviste dell’Europa. Il nome di Livingstone era ormai così familiare al pubblico che, nel 187t, quando da mesi non se ne avevano più notizie, il «New York Herald» inviò in Africa il giornalista Henry Morton Stanley (emigrato dalla Gran Bretagna negli Stati Uniti all’età di diciassette anni), con il più semplice e insieme il più arduo degli incarichi: «Trovare Livingstone».
Stanley lo trovò a Ujiji, sul lago Tanganica, nel novembre dello stesso anno, conquistandosi un posto in tutti i dizionari delle citazioni con la celebre frase: Doctor Livingstone, I presume (Il dottor Livingstone, suppongo). In Europa il loro incontro rafforzò l’interesse popolare per l’Africa.
Reader J., “Africa biografia di un continente”, Mondadori, pag. 451

 

Si faceva stirare il quotidiano
Ogni mattina una copia del «Times» raggiungeva Leopoldo II, grazie al postale notturno per Dover, al battello a vapore per Ostenda e a un agente sull’espresso per Bruxelles, che si sporgeva a gettare il giornale (chiuso in un robusto cesto) dal treno che passava lungo il parco del palazzo reale a Laeken. Là veniva recuperato da un valletto in attesa e portato in tutta fretta a palazzo, dove un altro domestico ne stirava le pagine con un ferro a vapore prima di recapitarlo al tavolo della colazione del re.
Reader J., “Africa biografia di un continente”, Mondadori, pag. 451

 

La Conferenza geografica di Bruxelles si tenne a palazzo reale nel settembre 1876. Per tre giorni tredici belgi e ventiquattro fra esploratori, geografi, uomini politici, filantropi, missionari e affaristi provenienti da Inghilterra, Francia, Germania. Impero austroungarico, Italia e Russia godettero dell’ospitalità regale. La delegazione inglese trovò ad attenderla a Dover un battello a vapore; furono facilitate le formalità doganali in tutti i punti d’inelresso; carrozze di stato portarono i delegati a Bruxelles. A palazzo, gli ospiti furono tutti sistemati negli appartamenti reali. Sir Henry Rawlinson occupò una suite arredata in damasco, cremisi e oro. «Ogni cosa qui è cremisi, anche l’inchiostro e la carta igienica» riferì Rawlinson in una lettera alla moglie. «Mai, in nessun paese, è stata offerta un’ospitalità così sfarzosamente regale» annotò il barone von Richthofen, capo della delegazione tedesca.
All’arrivo i delegati vennero presentati al loro anfitrione nella sala del trono, illuminata da 7000 candele; ciascuno fu insignito della Croce di Leopoldo. Seguì un sontuoso banchetto. James Grani, che aveva accompagnato John Speke sul Nilo, trovò «ogni squisitezza» cucinata in modo superbo e una tale abbondanza di vini che dovette destreggiarsi fra otto diversi bicchieri. Un critico disse che l’accoglienza di Leopoldo non fu altro che un efficace mezzo per comprare il favore degli ospiti.

Sulla carta furono tracciate due linee attraverso l’Africa, una all’incirca lungo il Sahel e l’altra dalla costa atlantica a sud di Luanda fino al Mozambico, sull’oceano lndiano. La fascia compresa fra le due linee, mai inferiore a 2000 chilometri di larghezza, comprendeva l’intero bacino del Congo, il lago Niassa (ora lago Malawi), il lago Tanganica, il lago Vittoria, il corso superiore del Nilo. Questo, dichiarò la conferenza, era il teatro in cui l’Associazione internazionale africana avrebbe operato.
Leopoldo fu eletto presidente dell’Associazione. Date le circostanze non avrebbe potuto aspettarsi di meno né desiderare di più.

La Conferenza geografica di Bruxelles fu un grandissimo successo per Leopoldo Il e lo investì del ruolo di capo di una crociata umanitaria destinata a portare la civiltà in Africa. Furono creati comitati nazionali per la raccolta di fondi destinati all’Associazione in Belgie, Svizzera, Olanda. Francia, Spagna, Germania, Austria e Stati Uniti. Il governo britannico, invece, bloccò i piani della Royal Geographical Society per la formazione di un comitato nazionale in Inghilterra. Secondo il parere dei giuristi la repressione della tratta degli schiavi era compito dei governi, non di associazioni private, e la costruzione di avamposti in territori fino ad allora non assegnati avrebbe potuto sollevare problemi di diritto commerciale: inoltre i conflitti d’interesse che avrebbero potuto sorgere fra i membri dell’Associazione avrebbero rischiato di compromettere le relazioni internazionali. Leopoldo fece appello alla regina Vittoria, ma senza successo. La Gran Bretagna preferì tenersi fuori dall’Associazione. Leopoldo ne fu deluso. Eppure in questo modo gli veniva risparmiata l’attenzione di un cane da guardia che avrebbe potuto scoprire il lupo sotto la pelle d’agnello. In realtà il ritiro dell’Inghilterra rafforzò la Posizione del re quale forza indipendente nel movimento che avrebbe aperto le porte dell’Africa.

Nel settembre 1876, mentre Leopoldo e i suoi ospiti formulavano i loro piani per l’incivilimento dell’Africa, Henry Morton Stanley, l’uomo che aveva trovato Livingstone e le cui capacità avrebbero meritato l’attenzione e I’ospitalità del re, si stava inoltrando da solo nelle profondità del continente, a ovest del lago Tanganica, marciando con determinazione verso il corso superiore del fiume Congo. Stanley viaggiava sotto la bandiera rosso sangue del sultano di Zanzibar, simbolo di un’autorità che dava ai trafficanti di schiavi la facoltà di perseguire i propri interessi nel cuore del continente.
Quella di Stanley fu la più ambiziosa delle spedizioni mai intraprese in Africa: una traversata del continente in regioni equatoriali fino ad allora inesplorate, da Zanzibar alla foce del fiume Congo. Il finanziamento dell’impresa da parte del «New York Herald» e del « Daily Telegraph» di Londra fu favoloso quanto l’itinerario. II viaggio da costa a costa richiese 999 giorni, nel corso dei quali la spedizione coprì 11.000 chilometri via acqua e via terra, circumnavigando il lago Vittoria e il lago Tanganica e discendendo il fiume Congo per 2500 chilometri, dalla sua sorgente principale fino all’Atlantico. Fu un’impresa stupefacente, ma il prezzo fu terribile: nel corso della spedizione i tre compagni europei di Stanley, oltre a 173 africani, persero la vita.
Nel frattempo il re dei belgi stava mettendo a punto i suoi piani personali. Stanley aveva confermato che il Congo era navigabile dalla costa fin nel cuore del continente, proprio come il re aveva pensato. Leopoldo convocò Stanley nel giugno 1878 e discusse con lui senza impegno le linee generali del suo piano. Stanley a dicembre firmò un contratto di cinque anni con il re dei belgi; otto mesi dopo era di nuovo alla foce del Congo,
«…con la nuova missione di disseminare lungo le sue sponde degli insediamenti civilizzati, al fine di conquistarlo e di sottometterlo pacificamente, di riplasmarlo, in armonia con le idee moderne, in stati nazionali entro i cui confini ... la giustizia e la legge e l’ordine possano prevalere e dove l’assassinio e la mancanza di legge e il crudele baratto degli schiavi possano cessare per sempre...»
Leopoldo aveva raccomandato a Stanley di tenere segreti, fin dove possibile, i termini del loro accordo. Il progetto sarebbe stato presentato come parte della crociata di Leopoldo sotto gli auspici dell’Associazione internazionale africana. Ma Stanley non si lasciò ingannare: «Il re è un abile statista. È molto intelligente» annotò sul suo diario, ma
non è stato così franco da dirmi apertamente per che cosa stiamo lottando. Tuttavia è evidente che sotto la copertura di un’associazione internazionale egli spera di fare del bacino del Congo un possedimento belga.

Una settimana dopo l’approdo a punta Banana, alla foce del Congo, la spedizione di Stanley prese a risalire il fiume. L’esploratore descrive la prima parte del suo viaggio nell’opera in due volumi “Il Congo e la fondazione del nuovo libero stato”, pubblicata a Londra nel 1885: la piccola flotta che scivola sulle acque di un estuario largo 5 chilometri al ritmo dei tamtam, le foreste di mangrovie sulle rive, i corsi d’acqua secondari da cui compaiono all’improvviso le canoe degli indigeni, l’aria calda, umida, snervante. Lo stile di Stanley è pesante e sovraccarico, ma così è anche l’atmosfera sul Congo. La spedizione superò Boma, il più importante centro commerciale sul basso Congo, che Stanley aveva raggiunto due anni prima, allo stremo delle forze, al termine della sua traversata dell’Africa. Poi superò le basi aperte dai francesi, dagli olandesi e dai portoghesi sulla riva nord del fiume. In tutto furono quasi 200 chilometri di navigazione in acque calme fino a Vivi, ai piedi delle cascate Yellalla, la prima cateratta e il primo grande ostacolo all’impresa che Stanley si era impegnato a compiere.
A Vivi, 250 africani e quattordici capisquadra europei cominciarono subito a costruire una stazione commerciale, mentre Stanley intraprendeva il gigantesco compito di realizzare una strada e di trainare le imbarcazioni e l’attrezzatura pesante fino al sito designato per la stazione successiva, Isangila, 8o chilometri più a monte. La stazione di Vivi fu completata alla fine di gennaio del i 88o: un’ordinata successione di casette di legno, dipinte dentro e fuori, con stalle per i muli, un orto e strade verso il pontile. La stazione di Isangila fu completata un anno dopo. A quel punto Stanley aveva già perso sei europei e ventidue africani a causa delle malattie e della fatica. Lui e i suoi uomini avevano percorso 3700 chilometri, di cui solo 60 su strada, avevano costruito tre ponti, «riempito una dozzina di dislivelli e aperto un varco in due folte foreste di alberi giganteschi». Di fronte avevano 140 chilometri di fiume navigabile fino a Manyanga, il luogo scelto da Stanley per la stazione successiva. E Manyanga distava meno di 160 chilometri dal Malebo Pool (poi ribattezzato Stanley Pool), dove finivano le cateratte e il Congo diventava interamente navigabile. La stazione sul Malebo Pool sarebbe stata la chiave di volta dello sfruttamento economico dell’alto Congo.
Reader J., “Africa biografia di un continente”, Mondadori, pag. 457

 

Nella primavera del 1880, con l’occulto sostegno finanziario del governo, il comitato nazionale francese inviò nel Gabon una spedizione guidata dall’ufficiale di marina Pietro Savorgnan di Brazzà, un francese nato in Italia. Brazzà e i suoi uomini avrebbero risalito il corso del fiume Ogooué dal Gabon, già possedimento francese, fino alle sorgenti e di lì avrebbero compiuto le esplorazioni geografiche che le circostanze avrebbero permesso.
L’esplorazione francese fu presentata come una missione civilizzatrice generosamente avviata dal comitato francese dell’Associazione internazionale africana, sebbene il suo itinerario comprendesse una scorciatoia verso l’alto Congo, con ovvie implicazioni commerciali e coloniali nella regione. Delineando in una lettera gli obiettivi della sua spedizione, Brazzà aveva promesso di «issare sul Malebo Pool la bandiera francese prima che i belgi potessero issare la loro». La lettera fu intercettata da agenti di Leopoldo e presto Stanley ricevette un messaggio urgente: «Rivali che non possiamo, sottovalutare stanno cercando di precederci sull’alto Congo ... Non c’è tempo da perdere». Stanley rispose:
Non sto facendo una gara per arrivare primo al Malebo Pool, giacché sono stato in quei luoghi appena due anni e mezzo fa e non intendo visitarli di nuovo finché non potrò arrivarci con le mie 50 tonnellate di scorte, barche e altri beni.
Brazzà partì dalla costa del Gabon quattro mesi dopo Stanley ma, viaggiando più leggero, arrivò al Malebo Pool alla fine di agosto 1880, mentre l’inglese stava ancora lottando sulle cateratte a monte di Vivi, a più di 300 chilometri dalla meta. In quattro settimane di intensi negoziati con i capi locali Brazzà riuscì ad aggiudicarsi una striscia di territorio lunga circa 15 chilometri sulla sponda settentrionale del Pool (dove oggi si trova Brazzaville), diritti commerciali esclusivi e un trattato che imponeva il protettorato francese sulla regione.
Lasciando un piccolo contingente di marinai senegalesi a guardia della bandiera tricolore issata sulla capanna dal tetto di paglia che costituiva la nuova stazione francese, Brazzà discese il fiume verso la costa all’inizio di ottobre 1880. Lungo il percorso si fermò a far visita al campo di Stanley, dove lo informò della stazione da lui fondata sul Pool (ma non disse nulla del trattato appena concluso) e gli parlò delle enormi difficoltà che ancora lo aspettavano: ci avrebbe messo sei mesi solo per superare il vicino monte Ngoma, gli disse.
Usando la dinamite, Stanley riuscì ad aprirsi un varco nella montagna in quattro settimane. La stazione di Manyanga, a monte, fu completata nel giugno 1881 e di lì Stanley si mise in viaggio per il Malebo Pool.
L’esploratore sapeva meglio di ogni altro che il Pool apriva le porte al corso superiore del Congo e ai suoi 8.000 chilometri di corsi d’acqua navigabili. Nella sua precedente spedizione aveva disceso il fiume e conosceva le risorse cui il sistema poteva dare accesso e i profitti che si potevano trarre dalla popolazione locale (Stanley calcolò in seguito che solo per vestire gli abitanti del bacino del Congo ci sarebbero voluti 4 miliardi di metri di cotone, per il valore di 16 milioni di sterline): chiunque avesse controllato il pool, avrebbe controllato le ricchezze del bacino del Congo.
La capanna e l’asta della bandiera rabberciate e i guardiani male in arnese che costituivano la «stazione» francese non impressionarono Stanley, ma il trattato concluso da Brazzà fu un duro colpo. L’esploratore non riuscì a persuadere i capi locali a rescinderlo ed essi si rifiutarono anche di fornirgli i viveri da lui richiesti: andarsene o morire di fame, Stanley non aveva altra scelta. Per prudenza si ritirò sulla sponda sud dove, accettando le proposte di un capo rivale, acquisì una concessione simile a quella francese. La stazione costruita dai suoi uomini fu battezzata Léopoldville (oggi Kinshasa) e i commerci vennero avviati il 5 marzo 1882:
Ora le merci sono esposte nel magazzino. Alle inferriate delle finestre si accalcano i curiosi. L’immaginazione indigena verrà accesa dalla sfavillante esposizione di stoffe di tutti i colori, sete, rasi, nastri, monili a poco prezzo, posate, vasellame in ceramica e in vetro, fucili, spade, machete ... ecc. ecc. e si diffonderà la voce che le mie ricchezze superano ogni previsione! Chi si sarebbe aspettato un risultato simile tre mesi fa? Più di 5.000 sterline di merce sono state vendute prima di sera.

Poi, attenendosi all’ordine di Leopoldo di assicurarsi il più vasto territorio possibile senza perdere un minuto di tempo, Stanley ottenne dei trattati che avrebbero impedito lo sviluppo degli interessi commerciali francesi sul Pool e stabilì altre tre stazioni sull’alto Congo. La più lontana, quasi 2000 chilometri a monte del Pool, fu battezzata Stanleyville (l’attuale Kisangani).
L’esploratore fece ritorno in Europa nell’estate del 1884. In cinque anni aveva garantito a Leopoldo l’accesso alle risorse del bacino del Congo e ai territori dell’Africa centrale. Le stazioni e i battelli a vapore da lui messi in funzione si rivelarono subito remunerativi. I costi della spedizione erano stati però enormi: intorno alle 120.000 sterline, secondo alcune stime; mentre i costi di manutenzione più gli ulteriori investimenti necessari avrebbero raggiunto un ammontare non inferiore alle 60.00o sterline l’anno.42 Nel 1885 Leopoldo aveva già speso un totale di circa 11,5 milioni di franchi belgi (460.000 sterline) nella sua impresa congolese.
Reader J., “Africa biografia di un continente”, Mondadori, pag. 459

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