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Tuchmann B., “I cannoni d’Agosto”

La vittoria nella battaglia di Tannenberg

Man mano che divenne chiara l’entità del disastro patito dal nemico, i comandanti tedeschi capirono di aver vinto « una delle maggiori vittorie della storia » come scrisse Hoffmann nel suo diario. Si decise, a detta di Hoffmann su proposta di Hoffmann e a detta di Ludendorff su «mia proposta», di chiamare quella battaglia « battaglia di Tannenberg », per farne a distanza di secoli la rivincita della disfatta patita a Tannenberg dai Cavalieri Teutonici per opera dei lituani e dei polacchi.
Per Ludendorff era un secondo e maggiore trionfo dopo quello di Liegi, ma egli non potè rallegrarsene «a causa della tensione imposta ai miei nervi dall’incertezza su quello che avrebbe fatto l’armata di Rennenkampf». Comunque ora era in grado di andare contro Rennenkampf con maggiore fiducia, potendo contare sui due corpi d’armata che Moltke gli stava mandando dal fronte occidentale.
Il suo trionfo doveva molto ad altri: a Hoffmann che, traendo la conclusione giusta sia pure da premesse sbagliate, era stato sempre fermamente convinto che Rennenkampf non li avrebbe inseguiti e aveva concepito il piano e dettato gli ordini per portare a sud l’ottava armata ad affrontare Samsonov; a von Francois che sfidando gli ordini di Ludendorff aveva assicurato l’accerchiamento dell’ala sinistra di Samsonov; a Hindenburg che lo aveva aiutato a tenere a posto i suoi nervi in un momento critico. E finalmente e soprattutto ad un fattore che non era mai figurato nei piani germanici così minuziosamente preparati: la radio dei russi.
Tuchmann B., “I cannoni d’Agosto”, Garzanti, pag. 360

La radio non criptata dei russi permise la vittoria tedesca

Ludendorff aveva finito per dipendere dai messaggi che il suo personale regolarmente intercettava nel corso della giornata, decifrava se erano in cifra o semplicemente traduceva e gli trasmetteva ogni sera alle undici precise. Se per caso ritardavano Ludendorff si agitava, e andava in persona nell’ufficio dei telegrafisti del comando a sentire che cosa stava succedendo. Hoffmann riconobbe che quei messaggi intercettati erano stati i veri vincitori di Tannenberg: «Avevamo un alleato,» scrisse, «che era il nemico. Conoscevamo sempre i piani del nemico.»
Tuchmann B., “I cannoni d’Agosto”, Garzanti, pag. 360

Qui il feldmaresciallo dormì durante la battaglia

Ma per il pubblico il salvatore della Prussia Orientale era il comandante nominale, Hindenburg. L’anziano generale stanato dalla riserva con la sua vecchia uniforme blu venne trasformato dalla vittoria in un titano. Il trionfo ottenuto nella Prussia Orientale, vantato ed esaltato anche oltre le sue vere proporzioni, consolidò il mito di Hindenburg in Germania. Nemmeno la malizia sapiente di Hoffmann riuscì a scalfirlo. Quando, come capo di stato maggiore sul fronte orientale nel seguito della guerra, portava dei visitatori a vedere il campo di battaglia di Tannenberg, Hoffmann era solito dire: «Qui il feldmaresciallo dormì prima della battaglia; qui dormì dopo la battaglia; qui dormì durante la battaglia.»
Tuchmann B., “I cannoni d’Agosto”, Garzanti, pag. 361

La grande vittoria sul fronte galiziano contro gli austriaci

In Russia il disastro non colpì subito l’attenzione pubblica che in quel momento era troppo assorbita dalla grande vittoria ottenuta nel contempo sul fronte galiziano contro gli austriaci. Anche più importante, almeno nelle cifre, della vittoria germanica a Tannenberg, questa ebbe sul nemico austriaco un effetto pari a quello di Tannenberg sui russi. In una serie di scontri avvenuti fra il 26 agosto e il 10 settembre e che culminarono nella battaglia di Leopoli, i russi inflissero agli austriaci la perdita di 250.000 uomini, fecero 100.000 prigionieri, costrinsero il nemico ad una ritirata che durò diciotto giorni e coprì 240 chilometri, e compì una mutilazione dell’Esercito austro-ungarico impoverendolo soprattutto di ufficiali addestrati al comando, da cui esso non si sarebbe più risollevato. Ma se inflisse una grave ferita all’Austria, non compensò le perdite e non sanò gli effetti di Tannenberg. La seconda armata russa non esisteva più, il generale Samsonov era morto e dei cinque comandanti dei suoi corpi d’armata due erano stati catturati e tre destituiti per incompetenza.
Tuchmann B., “I cannoni d’Agosto”, Garzanti, pag. 361

Che fine fece Dreyfus

Gallieni - nominato  «governatore militare e comandante delle armate di Parigi» - si buttò con accanimento ai preparativi di difesa, senza perdere tempo o concedere misericordia agli obiettori e agli incerti, alla debolezza e all’inettitudine. Come Joffre, liquidava tutti gli incompetenti e il giorno che entrò in carica silurò un generale del Genio, e un altro lo silurò di lì a due giorni. Tutti gli abitanti della banlieue, «anche i più vecchi e i meno idonei», furono costretti al lavoro col piccone e con la vanga. Venne emesso un ordine di 10.000 vanghe e picconi con un termine di consegna di ventiquattr’ore, e prima di sera la consegna fu completata. Lo stesso giorno Gallieni ordinò 10.000 coltelli a serramanico, e l’addetto agli approvvigionamenti disse che era impossibile procurarli perchè erano proibiti dalla legge. «Ragione di più.» gli disse Gallieni guardandolo freddamente al di sopra degli occhiali a pincenez; e i coltelli vennero procurati.
II 29 agosto venne posta sotto l’autorità di Gallieni un’area tutto intorno a Parigi per un raggio di oltre trenta chilometri: giungeva a Melun a sud e a Dammartin e a Pontoise a nord. Furono fatti preparativi per minare i ponti nella zona; quelli classificati come opere d’arte e «monumenti nazionali» ebbero un presidio speciale, per assicurare che non venissero distrutti se non al momento di estrema necessità. Furono barricati tutti gli accessi alla città, comprese le gallerie delle fognature. Vennero organizzati i fornai, i macellai e gli erbivendoli, e il bestiame fu portato a pascolare nel Bois de Boulogne. Per costituire rapidamente una riserva di munizioni Gallieni requisì «tutti i mezzi di trasporto che si potevano trovare» compresi i tassì di Parigi, che dovevano presto diventare immortali. Nominato ufficiale di stato maggiore per l’artiglieria del campo trincerato era un uomo già entrato nella storia, l’ex capitano ed ora maggiore Alfred Dreyfus, reintegrato nel servizio attivo a cinquantacinque anni.
Tuchmann B., “I cannoni d’Agosto”, Garzanti, pag. 439

Fucilazioni in Belgio 1

L’esercito belga in ritirata faceva saltare binari e ponti, e disturbava l’afflusso delle munizioni, dei viveri, dei medicinali, della posta, insomma tutto il sistema dei rifornimenti, e sottraeva degli uomini ai reparti avanzati in quanto obbligava a lasciarne di guardia alle comunicazioni in retrovia. Anche la popolazione bloccava le strade e, quel che era peggio, tagliava i cavi del telefono e del telegrafo intralciando le comunicazioni tra il fronte e il Quartier generale tedesco, ed anche tra armata e armata e tra i corpi d’armata. Questa «guerriglia estremamente aggressiva», come la definì il generale tedesco Kluck, e più di tutto l’attività dei francs-tireurs che sparavano sui soldati tedeschi esasperavano lui e gli altri comandanti tedeschi. Sappiamo da Kluck stesso che fin da quando la sua armata entrò nel Belgio egli trovò necessario prendere delle misure di «severa, spietata rappresaglia», come «la fucilazione di individui e l’incendio delle loro case» contro gli attacchi «proditori» da parte della popolazione. La prima armata procedeva lasciando una scia di villaggi incendiati e di ostaggi uccisi. Il 19 agosto i tedeschi, varcata la Gette e scoperto che nella notte l’Esercito belga si era eclissato, sfogarono la loro rabbia su Aerschot - una borgata fra la Gette e Bruxelles. Fu il primo centro belga dove fu eseguita un’esecuzione in massa: vennero fucilati 150 abitanti.
Ma con l’andare del tempo il numero delle vittime di queste uccisioni in massa - come quelle che fece eseguire Biilow nelle Ardenne e a Tamines e quelle di Hausen che culminarono col massacro di 612 abitanti di Dinant - non fece che aumentare. Il metodo seguito consisteva nel riunire gli abitanti nella piazza principale, di solito le donne da una parte e gli uomini dall’altra, poi si sceglieva una persona ogni dieci o una ogni due, oppure tutti i membri di un gruppo, a seconda dell’estro dell’ufficiale che dirigeva l’operazione, e venivano condotti fino a un campo vicino o a un tratto di terreno sgombro dietro la stazione e fucilati. Ancora oggi in molte città del Belgio ci sono dei cimiteri dove innumerevoli lapidi portano scolpito un nome, la data del 1914 e le parole: «Fusillè par les Allemands».
Come Kluck, anche il generale von Hausen, comandante della terza armata, decise che la «perfida» condotta dei belgi, «che moltiplicava gli ostacoli» sul suo sentiero, esigeva delle rappresaglie «della massima severità, ed eseguite senza esitare un istante». Tali rappresaglie dovevano includere «l’arresto, come ostaggi, di notabili come i grossi proprietari, i sindaci e i preti, l’incendio di case e fattorie e l’esecuzione di quanti venivano colti a compiere atti di ostilità». L’armata di Hausen era fatta di sassoni, e « sassone » in Belgio divenne sinonimo di « barbaro ». Hausen non si capacitava dell’a ostilità della popolazione ». Notare « a che punto ci odiano » non finiva di sorprenderlo. Si laméntava amaramente del contegno della famiglia d’Eggrèmont nel cui splendido castello (con quaranta stanze, giardini, serre, scuderie per cinquanta cavalli) prese alloggio per una notte. Il vecchio conte si aggirava per casa « coi pugni serrati nelle tasche »; i suoi due figli non comparvero a pranzo la sera; il conte giunse a pranzo già cominciato e non disse una parola, rifiutandosi persino di rispondere alle domande, e continuò a comportarsi in questo modo spiacevole anche dopo che Von Hausen magnanimamente ebbe proibito alla sua polizia militare di confiscare la collezione di armi cinesi e giapponesi che il conte d’Eggremont aveva messo insieme durante gli anni in cui aveva servito come diplomatico in Oriente. Fu un’esperienza veramente spiacevole.

Salvo casi particolari, la campagna di rappresaglie dei tedeschi non era la spontanea risposta a provocazioni da parte belga. Era stata preparata da tempo con la solita meticolosità con la quale i tedeschi si preparano a tutte le evenienze ed aveva lo scopo preciso di risparmiare tempo e uomini intimorendo i belgi fin dall’inizio. Far presto era necessario: ed era necessario entrare in Francia col maggior numero di battaglioni possibile. La resistenza belga che obbligava a lasciare indietro delle truppe intralciava tale programma. I tedeschi avevano fatto stampare in anticipo i proclami alla popolazione belga. Appena entravano in una città o in un borgo, i muri diventavano bianchi - come per una pestilenza biblica - per i manifesti che venivano incollati su ogni casa allo scopo di ammonire la popolazione a non commettere atti di « ostilità ». La pena di morte era comminata ai civili che sparavano sui soldati, ma anche per una quantità di atti meno rilevanti: a Chiunque si porti a meno di duecento metri da un aeroplano o dalla base di un pallone sarà fucilato immediatamente. » Gli abitanti di una casa dove si fossero trovate nascoste delle armi sarebbero stati fucilati. Gli abitanti di una casa dove si fossero trovati nascosti dei soldati belgi sarebbero stati mandati ai lavori forzati «perpetui» in Germania. I villaggi dove si fossero commessi atti di «ostilità» ai soldati tedeschi «saranno incendiati». Se un atto del genere si fosse verificato «a metà strada tra due villaggi, lo stesso trattamento verrà usato agli abitanti di tutt’e due i villaggi».
II periodo con cui tutti questi proclami si concludevano era: «I seguenti principi verranno applicati a tutti gli atti di ostilità: le punizioni saranno eseguite senza misericordia; l’intera
comunità sarà chiamata a rispondere degli atti dei suoi membri; si ricorrerà al prelievo di ostaggi in gran numero.» Questa applicazione del principio della responsabilità collettiva, che era stato esplicitamente condannato dalla Convenzione dell’Aia, scandalizzò un’umanità che nel 1914 credeva ancora al progresso umano.
Kluck si lamentava perchè i metodi adottati - chissà come mai - «tardavano a porre rimedio al male». La popolazione belga persisteva a dimostrare ai tedeschi la più implacabile ostilità. «E questo perfido comportamento della popolazione sottraeva una quantità di energie al nostro Esercito.» Le rappresaglie si intensificarono e si aggravarono. Le nubi di fumo dei villaggi incendiati, le strade ostruite da cittadini in fuga, le fucilazioni dei sindaci e borgomastri prelevati come ostaggi: tutto ciò veniva descritto al mondo intero dalla legione di corrispondenti americani, alleati e di numerosi paesi neutrali che, tenuti lontano dal resto del fronte da Joffre e da Kitchener, erano piovuti nel Belgio fin dal primo giorno di guerra. Notevoli come maestri della descrizione vivace erano quelli del gruppo americano di cui facevano parte Richard Harding Davis inviato di una catena di giornali, Will Irwin del Collier’s, Irwin Cobb del Saturday Evening Post, Harry Hansen del Chicago Daily News, John T. McCutcheon del Chicago Tribune e molti altri. Avevano ottenuto delle credenziali dal comando dell’Esercito tedesco e ne seguivano i passi. Descrivevano lo scempio delle case saccheggiate, i villaggi anneriti dal fumo dove non era rimasto altro segno di vita che un gatto silenzioso su una soglia sconvolta, le strade cosparse di frantumi di bottiglie e vetri di finestre, i muggiti di dolore delle mucche che nessuno mungeva, le file interminabili dei profughi coi loro fagotti e i carretti e le carriole e gli ombrelli sotto cui dormivano sul ciglio della strada nelle notti di pioggia, i campi di grano maturo che nessuno mieteva.
Tuchmann B., “I cannoni d’Agosto”, Garzanti, pag. 300

Fucilazioni in Belgio 2

Ciò che accadde nel Belgio e la riprovazione generale contro i Tedeschi
Quanto avvenne nel Belgio era il prodotto della teoria tedesca del terrore. Clausewitz aveva indicato nel terrore un metodo appropriato per abbreviare la guerra: infatti la sua teoria era basata sulla necessità di rendere la guerra breve, brusca e decisiva. La popolazione civile non doveva essere risparmiata dalla guerra, ma doveva sentirne la pressione e costretta, dalle misure più severe, a spingere i suoi capi a fare la pace. Dato che la guerra ha come scopo il disarmo del nemico, diceva Clausewitz, « noi lo dobbiamo porre in una situazione in cui continuare la guerra lo avvilisce più che una resa ». Questo dettame apparentemente sensato veniva a quadrare con la teoria scientifica della guerra che era il risultato di un vivo sforzo intellettuale da parte dello stato maggiore tedesco per tutto il diciannovesimo secolo. Era già stato messo in atto nel 1870 quando, all’indomani di Sedan, era nata d’improvviso la resistenza francese. Allora, la ferocia delle rappresaglie tedesche - sotto la forma dell’esecuzione di prigionieri di guerra e di civili accusati di fare della guerriglia come francs-tireurs - aveva stupito un mondo che era già a bocca aperta per la meravigliosa vittoria conseguita dalla Prussia in sei settimane. Il mondo si era accorto d’un tratto della bestia che era sotto la pelle di ogni tedesco. Il 1870 aveva portato la prova chiara che in realtà terrorizzando una popolazione se ne approfondisce l’odio, se ne stimola la resistenza e in ultima analisi si prolunga la guerra; ma i tedeschi rimasero ancorati al terrorismo. Come disse Shaw, i tedeschi sono una nazione che disprezza il buon senso.
Il 23 agosto vennero affissi per Liegi dei manifesti firmati dal generale von Bulow in cui si diceva che la popolazione di Andenne, una borgata sulla Mosa presso Namur, aveva aggredito le truppe tedesche nel modo più «proditorio», e di conseguenza «da me autorizzato, il generale che comanda queste truppe ha ordinato di distruggere Andenne col fuoco e ha fatto fucilare 110 persone». Gli abitanti di Liegi ne venivano appunto informati perchè sapessero che cosa li aspettava se si fossero comportati nello stesso modo.
La distruzione di Andenne e il massacro, che secondo i belgi fu di 211 persone, ebbero luogo tra il 20 e il 21 agosto durante la battaglia di Charleroi. Pungolati dai tempi stabiliti nel piano operativo, inceppati dal fatto che i belgi avevano fatto saltare ponti e ferrovie, i comandanti delle unità di Bulow eseguivano implacabili rappresaglie in ogni villaggio in cui entravano. A Seilles, di fronte ad Andenne al di là della Mosa, vennero uccisi 50 civili e le case furono saccheggiate e incendiate. A Tamines, presa il 21 agosto, il saccheggio cominciò quella stessa sera appena finita la battaglia e continuò tutta la notte e l’indomani. L’immancabile orgia di saccheggi autorizzati dagli ufficiali, accompagnati dall’alcool, scatenava gli istinti e metteva i soldati nello stato di eccitazione brutale calcolata per aumentare il terrore. Nella seconda giornata a Tamines circa 400 civili vennero ammassati sotto sorveglianza dinanzi alla chiesa, nella piazza principale, e un plotone si mise a sparare sistematicamente sul gruppo. Al termine della sparatoria quelli che non erano ancora morti vennero finiti a colpi di baionetta. Nel cimitero di Tamines ci sono 384 lapidi
con l’iscrizione: « 1914 - Fusillé par les allemands ».
Quando l’armata di Bulow ebbe preso Namur, una cittadina di 32.000 abitanti, vennero affissi dei manifesti in cui si diceva che si stavano prelevando dieci ostaggi per ogni strada, e se un civile avesse sparato a un tedesco gli ostaggi sarebbero stati fucilati. Prendere degli ostaggi, e fucilarli, era una pratica ordinaria come le requisizioni di viveri. Man mano che procedeva l’avanzata tedesca aumentava il numero degli ostaggi. Dapprima, quando le truppe di Von Kluck entravano in un centro abitato, si affiggevano dei manifesti con cui la popolazione era avvertita che sarebbero stati presi in ostaggio il borgomastro, il magistrato più alto in grado e il rappresentante politico del dipartimento, con l’immancabile precisazione della sorte che poteva loro toccare. Ben presto tre personaggi in vista non bastarono più, poi neppure una persona per ogni strada, e neppure dieci persone per ogni strada. Walter Bloem, un romanziere che serviva come ufficiale della riserva nell’armata di Von Kluck e la cui descrizione dell’avanzata su Parigi è un documento prezioso, racconta come nei villaggi dove il suo reparto veniva accantonato ogni notte «il maggiore von Kleist ordinava di prelevare da ogni casa un uomo o, se non c’erano uomini, una donna». Per qualche strano difetto nel sistema, più terrore si spargeva, più terrore pareva rendersi necessario.
Quando in un centro abitato veniva sparato un colpo sui tedeschi, gli ostaggi venivano giustiziati. Irwin Cobb, che accompagnava l’armata di Von Kluck, da una finestra vide due borghesi che venivano fatti passare tra due file di soldati tedeschi con le baionette inastate. Furono condotti dietro la stazione. Si udirono degli spari e vennero portate fuori due barelle con due corpi immobili nascosti ciascuno sotto una coperta, da cui uscivano solo le punte degli stivali. Sotto gli occhi di Cobb la cerimonia venne ripetuta altre due volte.
Visé, scena dei primi combattimenti sulla strada di Liegi il primo giorno dell’invasione, non fu distrutta da truppe fresche della battaglia ma da forze di occupazione sopraggiunte parecchio dopo. In seguito alla notizia che qualcuno aveva sparato su soldati tedeschi, il 23 agosto venne mandato a Visè un battaglione che era a Liegi. Quella notte si potevano udire gli spari fino a Eysden che si trova in Olanda proprio al di là del confine, ad otto chilometri da Visé. L’indomani Eysden fu invasa da 4000 fuggiaschi: l’intera popolazione di Visé tranne; coloro che erano stati fucilati e tranne 700 tra uomini e ragazzi che erano stati deportati in Germania per la mietitura.
Le deportazioni, che dovevano suscitare un vivissimo sdegno soprattutto negli Stati Uniti, cominciarono dunque in agosto.

A Dinant sulla Mosa il 23 agosto i sassoni del generale von Hausen si stavano battendo coi francesi in una delle fasi conclusive della battaglia di Charleroi. Hausen assistè personalmente alla «perfida» attività di civili belgi che ostacolavano la ricostruzione dei ponti: un comportamento questo «contrario alle norme internazionali». Le sue truppe si diedero a rastrellare «diverse centinaia» di ostaggi: uomini, donne e bambini. Cinquanta ne furono presi in chiesa, perchè era domenica. Il generale li vide «riuniti in un mucchio fitto, chi in piedi chi seduto o coricato, sorvegliati dai granatieri, coi visi che esprimevano la paura, l’estrema angoscia, l’ira concentrata, il desiderio di vendetta provocati da tutte le calamità che avevano sofferto». Uomo molto sensibile, Hausen sentì l’«indomabile ostilità» che emanava da quella gente. Hausen era troppo sensibile per raccontarci che cosa successe dei cittadini di Dinant. Vennero tenuti sulla piazza principale fino a sera, poi furono allineati in due file, le donne da una parte e gli uomini dall’altra, l’una inginocchiata di fronte all’altra. Due plotoni di esecuzione si portarono al centro della piazza, si disposero di fronte ai due gruppi e spararono finchè tutti i loro bersagli furono a terra. Seicentododici morti furono identificati e sepolti. Uno era Félix Fivet, di tre settimane.

Poi i sassoni vennero lasciati liberi di saccheggiare e bruciare. La cittadella medioevale appollaiata come un nido d’aquila sul rilievo della riva destra del fiume al di sopra della città che un tempo proteggeva. vide una ripetizione dei saccheggi medioevali. I sassoni lasciarono Dinant bruciata, sgretolata, vuotata di tutto, carbonizzata, insanguinata. «Profondamente scosso» alla vista della desolazione lasciata dalle sue truppe il generale von Hausen lasciò Dinant confortato dalla certezza che responsabile di quei mali era il governo belga «il quale approvava questo perfido combattimento di strada in strada, contrario alla legge internazionale».
I tedeschi erano ossessionati dalle violazioni del diritto internazionale. Riuscivano a dimenticarsi della violazione costituita dalla loro presenza in Belgio per accorgersi solo di quella commessa, a loro avviso, dai belgi che vi si opponevano. Con un sospiro di pazienza messa a dura prova il reverendo Wetterlé, delegato alsaziano al Reichstag, una volta confessò: «Per una mente formata alla scuola latina, la mentalità tedesca è difficile da capire.»
L’ossessione dei tedeschi aveva due temi: che la resistenza belga era illegale, e che era organizzata «dall’alto» cioè dal governo belga o dai borgomastri, dai preti, in genere dalle persone che si potevano ritenere situate «in alto». Messi insieme i due punti stabilivano il corollario che le rappresaglie tedesche erano giuste e legali e che non guardavano in faccia a nessuno. La fucilazione di un singolo ostaggio o il massacro di 612 uomini e la distruzione di una città, erano sempre da mettere a carico del governo belga. Era il ritornello che cantavano tutti i tedeschi, Hausen dopo Dinant come il Kaiser dopo Lovanio. Hausen protesta di continuo: la responsabilità «deve ricadere su coloro che hanno incitato la popolazione ad aggredire i tedeschi». Non c’è ombra di dubbio, insiste, che l’intera popolazione di Dinant come di altre regioni era «animata --- per ordine di chi? - da un solo desiderio: fermare l’avanzata dei tedeschi». Che quella gente fosse animata dal desiderio di fermare gli invasori senza che nessuno glielo avesse ordinato «dall’alto» gli riusciva inconcepibile.
Tuchmann B., “I cannoni d’Agosto”, Garzanti, pag. 370

Fucilazioni in Belgio 3

Il 25 agosto le forze belghe a Malines, sul limite del campo trincerato di Anversa, fecero un’improvvisa e vivace sortita contro la retroguardia dell’armata di Von Kluck sospingendola disordinatamente verso Lovanio. Nella confusione della ritirata un cavallo senza cavaliere entrato in città nella notte spaventò un altro cavallo che cercò di fuggire ma cadde con tutti i finimenti e rovesciò il carro. Partirono dei colpi di fucile, che fecero gridare a qualche soldato: «Die Franzosen sind da! Die Englànder sind da!» In seguito i tedeschi sostennero che i civili avevano sparato su di loro, o avevano sparato dai tetti come segnale alle forze belghe. I belgi sostenevano che erano stati i soldati tedeschi a spararsi tra loro nel buio. Per settimane e per mesi, anzi per anni, dopo l’episodio che aveva sbigottito il mondo, commissioni d’inchiesta e tribunali riesaminarono la sommossa, e le accuse dei tedeschi furono contraddette dalle controaccuse dei belgi. Chi avesse sparato e a chi, non fu mai stabilito e fu comunque irrilevante rispetto alle conseguenze che ne derivarono, perchè i tedeschi diedero fuoco a Lovanio non per punire pretesi misfatti da parte belga ma per dare un esempio che incutesse paura a tutti i loro nemici: un gesto della potenza tedesca davanti al mondo.
Il generale von Luttwitz, il nuovo governatore di Bruxelles, lo disse in chiare note l’indomani mattina. In una visita protocollare che gli fecero il rappresentante degli Stati Uniti e il rappresentante della Spagna, disse loro: «È successa una cosa orribile a Lovanio. II figlio del borgomastro ha sparato sul nostro generale e la popolazione ha aperto il fuoco sulla truppa.» Si interruppe, guardò i due visitatori, e riprese: « Ed ora naturalmente dobbiamo distruggere la città.» D
opo di allora Whitlock avrebbe riudito tante volte la storia di questo o quel generale tedesco ucciso dal figlio o qualche volta dalla figlia di un borgomastro, da chiedersi se i belgi non avessero allevato una razza speciale di figli di borgomastri, paragonabile alla setta degli Assassini in Siria.
Tuchmann B., “I cannoni d’Agosto”, Garzanti, pag. 374

Fucilazioni in Belgio 4. L’incendio di Lovanio

La notizia dell’incendio di Lovanio si era già diffusa. Profughi storditi e piangenti raccontavano di come era stato appiccato il fuoco strada per strada, e dell’atroce saccheggio, degli arresti senza fine, delle esecuzioni. Il 27 agosto Richard Harding Davis, il più noto tra i corrispondenti americani che si trovavano nel Belgio, raggiunse Lovanio in una tradotta militare. I tedeschi bloccarono il vagone in cui si trovava, ma l’incendio aveva raggiunto il Boulevard Tirlemont di fronte alla stazione e Davis potè vedere «le dritte e dense colonne di fuoco» che si innalzavano dalle case lungo la strada. I soldati tedeschi erano ubriachi e selvaggi. Uno mise la testa in un finestrino del vagone dove era chiuso un altro corrispondente, Arno Dosch, e urlò: «Tre città distrutte! Tre! Ma ne distruggeremo delle altre!»
Il 28 agosto Hugh Gibson, primo segretario della Legazione americana, accompagnato da colleghi svedesi e messicani andò a Lovanio a vedere con i suoi occhi. Le case, con i muri anneriti e le travi carbonizzate, bruciavano ancora; i selciati scottavano, dappertutto si camminava nella cenere. Si vedevano qua e là cavalli morti e uomini morti. Un vecchio, un civile con la barba bianca, giaceva supino al sole. Molti cadaveri, gonfi, evidentemente erano lì da parecchi giorni. Resti di mobilia, bottiglie, indumenti a brandelli, rottami di ogni genere, uno zoccolo di legno, erano sparsi dappertutto nella cenere. I soldati del IX corpo d’armata di riserva, alcuni ubriachi, alcuni agitati e a disagio, con gli occhi iniettati di sangue, scacciavano gli abitanti dalle ultime case, affinché, come spiegarono i soldati a Gibson, la distruzione di Lovaaio potesse essere completa. Andavano di casa in casa, abbattevano le porte, si riempivano le tasche di sigari e di quanto trovavano di prezioso, poi davano fuoco all’edificio. Poiché le case erano in gran parte di mattoni e di pietre il fuoco non si propagava da solo. Un ufficiale responsabile li sorvegliava con aria cupa fumando un sigaro. Era imbestialito contro i belgi e disse e ridisse a Gibson: «La cancelleremo dalla terra, non deve restare pietra su pietra! Kein Stein aufeinander! non una, vi assicuro. Impareranno a rispettare la Germania. Per generazioni, verranno qui a vedere quello che abbiamo fatto.»
Era la maniera tedesca di assicurarsi un posto nella storia.

A Bruxelles il rettore dell’università di Lovanio, monsignor de Becker - che era stato tratto in salvo grazie all’intervento deglì americani - descrisse l’incendio della biblioteca. Non se ne era salvato nulla, tutto era andato in cenere. Quando venne alla parola « bibliothèque » non riuscì a dirla; si fermò, ritentò, pronunciò la prima sillaba: « La bib… » ma, incapace di andare oltre, piegò la testa sul tavole e si mise a piangere.
Questa perdita, fatta oggetto di una pubblica protesta da parte del governo belga e di un comunicato ufficiale della Legazione americana, sollevò grida di scandalo in tutto il mondo mentre l’incendio divampava ancora.
Tuchmann B., “I cannoni d’Agosto”, Garzanti, pag. 375

Ministri e generali che non si vogliono dimettere

Il governo francese, poichè Messimy - un ministro della Guerra che «prevedeva una grave disfatta» - non era il più desiderabile dei ministri, accettò volentieri di sacrificarlo. Alle eliminazioni si sarebbe provveduto con tatto: a Messimy sarebbe stato richiesto di dimettersi per diventare ministro senza portafoglio. C’era poi da far dimettere il generale Michel, a cui si offriva una missione presso lo zar. Ma questi incarichi di consolazione non vennero accettati dalle vittime designate.
Michel sollevò una tempesta quando Messimy gli chiese di dimettersi. Protestò a gran voce e si impuntò a non volersene andare. Eccitandosi a sua volta Messimy gli urlò che se insisteva nel rifiuto avrebbe lasciato la stanza non per tornare nel suo ufficio agli Invalides ma per essere scortato alle carceri militari del Cherclie-Midi. Mentre le loro urla si sentivano fuori dell’ufficio, il generale Viviani, sopraggiunto per caso, calmò i litiganti e alla fine riuscì a convincere Michel a cedere.

L’indomani, era appena stato firmato il decreto che nominava Gallieni «governatore militare e comandante delle armate di Parigi» quando Poincaré e Viviani – presidente e primo ministro francese - chiesero a Messimy di dimettersi e fu la sua volta di sollevare una tempesta.
«Rifiuto di cedere il posto a Millerand, rifiuto di farvi il piacere di dimettermi, rifiuto di diventare un ministro senza portafoglio.»
Se dopo le «fatiche schiaccianti» che aveva sostenuto da un mese a quella parte intendevano sbarazzarsi di lui, si doveva dimettere tutto il governo; nel qual caso, disse, «ho un grado di ufficiale nell’Esercito e l’ordine di mobilitazione in tasca, e me ne andrò al fronte». Non ci fu verso di persuaderlo.
Dovette dare le dimissioni l’intero governo, per essere ricostituito l’indomani. Messimy ed altri quattro ministri vennero sostituiti. Messimy partì col grado di maggiore per prendere servizio nell’armata di Dubail, rimase al fronte fino al 1918 salendo fino al grado di generale di divisione.
Tuchmann B., “I cannoni d’Agosto”, Garzanti, pag. 413

Offensiva a oltranza. Quello che conta è lo spirito e il fegato delle truppe

La fede nel fervore francese, la coscienza del furor gallicus, permisero alla generazione francese cresciuta dopo il ’70 di ritrovare la fiducia in se stessa. Fu quell’ardore, che spiegava le sue bandiere, che dava fiato alle sue trombe, che armava i suoi soldati, che avrebbe guidato la Francia alla vittoria quando il giorno della revanche fosse arrivato.
Tradotto in termini militari l’elan vital di Bergson diventava la teoria dell’offensiva. E man mano che il concetto difensivo cedeva terreno alla strategia offensiva, gli strateghi francesi andavano spostando la loro attenzione dalla frontiera belga per orientarla verso la linea del Reno, in cerca di un punto di rottura. Per i tedeschi la via tortuosa che passava per le Fiandre conduceva a Parigi; per i francesi era una via che non portava in alcun luogo preciso. Potevano solo raggiungere Berlino per la via più diretta. Più lo stato maggiore francese si imbeveva del principio dell’offensiva, più tendeva a concentrare le sue forze nei punti. di possibile attacco e a distoglierle dalla frontiera belga.
All’origine della dottrina dell’offensiva era l’École Supérieure de Guerre, l’arca dei talenti strategici francesi, il cui direttore, il generale Ferdinand Foch, era il grande teorico militare del tempo. Il cervello di Foch funzionava come un cuore: aveva due valvole, una per pompare le forze dello spirito nella strategia e l’altra per farvi circolare il buon senso. Foch da un lato predicava una mistica della volontà, che troviamo espressa nel suo famoso aforisma: «La volontà di conquista è la prima condizione per vincere», o, in forma più sintetica: «La victoire, c’est la volonté »; e in quest’altro suo assioma: «Una battaglia vinta è una battaglia in cui non ci si confessa di essere stati battuti.»
Sul piano dei fatti, queste formule dovevano diventare il suo famoso ordine, dato sulla Marna, di attaccare quando la situazione rendeva conveniente ritirarsi. Ci sono dei suoi ufficiali che ricordano ancora di averlo sentito urlare: «All’attacco! All’attacco!», accompagnando l’ordine con larghi e impetuosi gesti e schizzando qua e là come se fosse azionato da una batteria.
In seguito gli chiesero perchè aveva voluto avanzare sulla Marna quando «tecnicamente» era ormai battuto; egli rispose: «Perchè? Non lo so. Per i miei uomini... perchè avevo una volontà... e poi, Dio era là.»
Benchè avesse studiato Clausewitz a fondo, Foch a differenza degli strateghi tedeschi non credeva nelle virtù di un irrevocabile piano di battaglia preparato in anticipo. Al contrario sosteneva la necessità di adattare continuamente i propri piani ed eventualmente improvvisare secondo le circostanze. « Le regole codificate, » diceva, « vanno bene nelle esercitazioni e nelle manovre, ma nell’ora del pericolo non servono a nulla... Bisogna imparare a pensare »: ossia ad applicare la propria iniziativa, a dare la precedenza all’imponderabile sul ponderabile, ad imprimere la propria volontà all’azione bellica.
Tuchmann B., “I cannoni d’Agosto”, Garzanti, pag. 47

Per quanto fosse un ottimo insegnante di tattica, ad entusiasmare i suoi scolari era la “mistique” della volontà di Foch. Nel 1908 Clemenceau, che meditava di dare la direzione della scuola di guerra a Foch, allora semplice professore, mandò un suo uomo di fiducia ad ascoltare qualche sua lezione. L’osservatore riferì sbalordito: «Questo ufficiale durante le sue lezioni tira in ballo delle questioni metafisiche così astruse che incretinisce gli allievi.» Clemenceau malgrado il rapporto diede de a Foch il posto che intendeva dargli.
I principi di Foch costituirono un’insidia per la Francia, non perchè erano troppo astrusi ma perchè incantavano troppo gli ascoltatori. Uno che li fece suoi con particolare fervore fu il colonnello Grandmaison, «ufficiale brillante ed entusiasta», che dirigeva il Troisième Bureau, ossia l’ufficio operazioni militari. Grandmaison brandiva davanti ad occhi incantati una « idea armata di spada » con la quale mostrava loro in quale modo la Francia potesse vincere la guerra. Il nocciolo della sua teoria era questo: offensive à outrance.
Solo l’offensiva ad oltranza poteva bilanciare l’idea di Clausewitz della battaglia decisiva che «sfruttata a fondo costituisce l’essenza della guerra» e che «una volta iniziata deve essere portata fino in fondo, senza riserve mentali, fino al limite della resistenza umana». Prendere l’iniziativa è la condizione sine qua non. I piani preordinati sulla base di un dogmatico giudizio di ciò che farà il nemico, sono prematuri. La libertà di azione si ottiene solo imponendo al nemico la propria volontà. «Le decisioni di un comandante devono tutte essere ispirate dalla volontà di prendere e di conservare l’iniziativa.» La difensiva dunque è trascurata, abbandonata, sconfessata; può solo trovare giustificazione, occasionalmente, nell’opportunità di «risparmiare le proprie forze in dati momenti allo scopo di aggiungere peso all’attacco».
L’influenza di queste teorie sullo stato maggiore fu profonda e durante i due anni che seguirono si tradusse nel testo dei nuovi « Regolamenti tattici operativi », e nel nuovo piano di guerra chiamato Piano 17 che fu adottato nel maggio del 1913. Pochi mesi dopo le conferenze di Grandmaison, il presidente della Repubblica, Fallières, dichiarò: «Solo l’offensiva è adatta al temperamento dei soldati francesi... Siamo decisi a marciare diritto contro il nemico, senza esitare.»
Il nuovo testo dei regolamenti tattici messo in vigore nell’ottobre 1913 e che doveva costituire la base dell’istruzione e impiego dell’Esercito francese si apriva con uno squillo di fanfara: « L’Esercito francese, rifacendosi alle sue tradizioni, accetta d’ora in poi come sua sola legge quella dell’offensiva.»
Seguivano otto comandamenti, nel cui enunciato risuonavano espressioni vibranti come: la « battaglia decisiva », « offensiva risoluta », « fiera tenacia », « spezzare la volontà dell’avversario », « azione inesorabilmente perseguita fino all’ultimo fine ». Nello sconfessare l’idea della difensiva, i regolamenti avevano il tono dell’enciclica in cui si bolla un’eresia. Dicevano: « Solo l’offensiva può fruttare un risultato positivo. » Il settimo comandamento (in corsivo nel testo) affermava:
« La battaglia è prima di tutto e sopra tutto una lotta spirituale. La sconfitta è inevitabile a partire dall’istante in cui cessa la speranza di conquista. Il successo non è di quello dei contendenti che ha patito meno danno ma di quello la cui volontà è più ferma, lo spirito più robusto. »
In nessun punto degli otto comandamenti si accennava al materiale bellico o alla potenza di fuoco.
II succo dei nuovi regolamenti tattici era reso bene dalla parola che diventò la gran favorita nel linguaggio degli ufficiali: cran, coraggio, o, meno elegantemente, fegato.
Tuchmann B., “I cannoni d’Agosto”, Garzanti, pag. 49

Entro la mattinata del 20 agosto in Lorena la prima armata del generale Dubail e la seconda del generale de Castelnau subirono delle gravi perdite essendo andate a urtare contro le difese approntate dai tedeschi a Sarrebourg e a Morhange. L’”offensive à outrance” fu subito bloccata dalle artiglierie pesanti, dai reticolati e dalle mitragliatrici della difesa. Nel prescrivere la tattica d’assalto il manuale ufficiale d’istruzione francese aveva calcolato che in venti secondi la linea della fanteria poteva, con una corsa precipitosa, avanzare di cinquanta metri prima che il nemico potesse imbracciare l’arma, puntare e sparare. Tutte queste « ginnastiche così faticosamente eseguite alle manovre », come commentò poi amaramente un soldato, sul campo di battaglia si rivelarono per le sinistre follie che erano. Con la mitragliatrice il nemico impiegava solo otto secondi a far fuoco, non venti. Inoltre il manuale aveva anche calcolato che gli shrapnel dei pezzi francesi da 75 avrebbero «neutralizzato» la difesa costringendo i tedeschi a tenere il capo abbassato e «sparare alle nuvole». In realtà, come lan Hamilton aveva ammonito avendone fatto l’esperienza nella guerra russo-giapponese, un nemico sottoposto al tiro degli shrapnel se è al riparo nelle trincee può continuare a sparare dalle feritoie sull’attaccante.
Malgrado i gravi colpi già subiti i comandanti delle due armate francesi ordinarono l’avanzata per il 20. Non coperte dall’artiglieria con fuoco di sbarramento, le truppe si gettarono contro le linee fortificate tedesche.
Quella stessa mattina ebbe inizio il contrattacco di Rupprecht. I tedeschi, attaccando irruppero nel territorio francese dove bastò che qualcuno gridasse «francs-tireurs!» e subito tutti si diedero freneticamente a saccheggiare, ammazzare e incendiare. Il 20 agosto nell’antica cittadina di Nomeny nella valle della Mosella tra Metz e Nancy furono fucilati o uccisi a colpi di baionetta cinquanta civili e le case già mezzo demolite dall’artiglieria furono incendiate per ordine del colonnello von Hannapel dell’8° reggimento bavarese.
Impegnata pesantemente su tutto il fronte, ora l’armata di Castelnau venne attaccata sul fianco sinistro da un distaccamento mento della guarnigione tedesca di Metz. Castelnau con la sinistra che stava cedendo e le riserve già interamente impegnate si rese conto che ogni speranza di avanzare era perduta, e fece cessare il fuoco.
La parola proibita, l’idea proibita, difensiva, si imponeva senza alternativa. È impossibile dire se in quel momento egli capì, come sostiene il più appassionato avversario del Piano 17, che il dovere dell’Esercito francese non era di attaccare, ma di difendere il suolo nazionale. Castelnau ordinò la ritirata generale verso la linea difensiva del Grand-Couronné perchè non poteva far altro.
Tuchmann B., “I cannoni d’Agosto”, Garzanti, pag. 305

Pantaloni rossi

Messimy come ministro della Guerra si mise d’impegno a preparare l’Esercito per l’offensiva; ma a sua volta dovette subire un’avvilente sconfitta: fallì nel progetto, che più gli stava a cuore, di riformare l’uniforme dei soldati. Gli inglesi dopo la guerra coi boeri avevano adottato il kaki; i tedeschi stavano per sostituire il loro blu scuro col grigio scuro; i francesi nel 1912 portavano ancora la giubba azzurra, il chepì rosso, i pantaloni rossi del 1830, cioè di quando i moschetti non sparavano a più di duecento passi e quindi gli avversari, dovendosi combattere a così poca distanza, non avevano modo nè motivo per mimetizzarsi. Messimy in una visita fatta al fronte balcanico nel 1912 aveva notato il vantaggio costituito per i bulgari dal colore terroso delle loro uniformi, e al suo ritorno era deciso di rendere meno vistosa la divisa francese. Ma la sua proposta di vestire i soldati in grigioazzurro o grigioverde sollevò un vespaio. L’Esercito era così orgogliosamente riluttante a cambiare i pantaloni rossi quanto lo era ad adottare pezzi di artiglieria pesante. Il prestigio dell’Esercito era ancora una volta considerato in gioco. I suoi campioni sostenevano che vestire i soldati francesi di un colore terreo e inglorioso era darla vinta ai dreyfusards e alla massoneria. L’Echo de Paris scrisse che privare «il nostro soldato di ogni nota di colore, di tutto quanto rende vivace il suo aspetto, significa violare contemporaneamente il buon gusto francese, la funzione stessa dell’Esercito».
Messimy aveva un bel ribattere che le due cose potevano anche non andare d’accordo: non riuscì a battere gli oppositori. In una seduta della Camera la tesi patriottica fu sostenuta dall’ex ministro della Guerra Étienne.
«Sopprimere i pantaloni rossi? Mai! Le pantalon rouge c’est la France!»
In seguito Messimy doveva scrivere: «Quell’attaccamento cieco e imbecille al colore più vistoso di tutti, avrebbe avuto delle dolorose conseguenze.»
Tuchmann B., “I cannoni d’Agosto”, Garzanti, pag. 53

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