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Ogni giorno, per arrivare all’università, dovevo attraversare il villaggio di Jobra. Avevo notato che ai confini del campus c’erano appezzamenti di terreno non coltivati, e chiesi al mio collega Latifee, che conosceva bene il villaggio, se sapeva come mai quei campi non venissero sfruttati per colture invernali. Per non limitarci alle congetture, proposi inoltre di recarci insieme al villaggio, a parlare con la gente e a cercare di chiarire direttamente il mistero.
La spiegazione infatti fu presto trovata: mancava l’acqua per irrigare.
Mi sentii subito investito della responsabilità di fare qualcosa. Era scandaloso che attorno all’università ci fossero dei campi in quelle condizioni di degrado. Se l’università è depositaria del sapere, perché non dimostrarne l’utilità, perché non fare in modo che di questo sapere possano profittare anche i vicini? Credo fermamente che l’università non debba essere una torre d’avorio, dove pochi intellettuali si ingegnano a raggiungere vette sempre più alte di conoscenza, senza mai condividerla con il mondo che preme ai suoi confini.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 61
La carestia del 1974 sembrava non avere mai fine, e col suo prolungarsi cresceva la mia inquietudine. Alla fine, non potendone più, andai a trovare il preside della mia università.
Abul Fazal era una figura di spicco, romanziere e sociologo, persona di grande esperienza che molti indicavano come la coscienza della nazione.
Mi accolse informandosi gentilmente: "Oh, Yunus, che cosa posso fare per lei?"
Un ragazzo entrò con le tazze del tè. Le pale del ventilatore giravano lentamente sopra le nostre teste, le zanzare facevano sentire il loro insistente ronzio.
"Migliaia di persone stanno morendo di fame, e tutto il mondo ha paura di dirlo."
Il vecchio Abul Fazal annuì: "E lei cosa propone?"
"Nessuno ha il coraggio di levarsi per denunciare ciò che accade. Ho pensato di rivolgermi a lei perché so che la gente la rispetta... molti ritengono che lei rappresenti la coscienza
della nazione."
"Cosa vorrebbe che facessi?"
"Dovrebbe fare una dichiarazione alla stampa, un appello ai cittadini e alle autorità del paese affinché impieghino ogni mezzo in loro potere per far cessare la carestia. Sono certo che tutti gli insegnanti del campus sottoscriveranno l’appello, se lei ne sarà il promotore."
"Pensa che la cosa potrà essere utile in qualche modo?"
"Penso che potrebbe contribuire a suscitare l’attenzione della gente."
"D’accordo," concluse Abul Fazal bevendo un sorso di tè. "Lei, Yunus, scriverà la petizione e io la firmerò."
"Ma è lei lo scrittore, chi saprebbe farlo meglio di lei?" mi permisi di insistere con un sorriso.
"No, Yunus. Lei conosce bene l’argomento, e poiché le sta a cuore saprà trovare le parole più adatte."
"Ma io sono professore di economia, non m’intendo di lettere. E se questo dev’essere uno squillo di tromba, un appello alla nazione..."
Ma Abul Fazal fu irremovibile. Più gli andavo ripetendo che lui era l’uomo ideale per svegliare la gente e chiamarla concretamente all’azione, più egli era convinto che dovessi essere io a scrivere l’appello. Insistette così tanto che alla fine non ebbi alternative e promisi di tentarne la stesura.
Quella sera scrissi a mano su un foglio una prima bozza e gliela portai. Dopo un’attenta lettura, Abul Fazal allungò la mano per prendere la stilografica e domandò: "Dove devo firmare?".
Lo guardai stupefatto: "Forse però ho usato parole un po’ forti... Forse lei vuole cambiare qualcosa, oppure suggerire altre idee..."
"Va bene così, è perfetta," dichiarò, e appose immediatamente la sua firma.
Il nostro appello suscitò una serie di reazioni a catena. Altre petizioni furono lanciate da enti pubblici e università che fino a quel momento non si erano mai mobilitati contro la carestia.
Da quel giorno mi dedicai a disimparare la teoria e a prendere lezione dalla realtà. Per trovarla non dovevo andare lontano: la realtà era ovunque, bastava uscire dall’aula.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 64
Avvicinandomi alla realtà del villaggio, l’esperienza di Jobra è stata determinante nel focalizzare il mio interesse sui poveri senza terra.
Dicevo allora che ogniqualvolta un programma di lotta contro la povertà integra al proprio interno i non poveri, i poveri saranno emarginati da coloro che versano in condizioni migliori.
Ricordando la legge di Gresham, sarà saggio tener presente, negli organismi preposti allo sviluppo, che se in un progetto si mescolano i poveri e i non poveri, i non poveri finiranno per escludere i poveri, e i meno poveri per escludere i più poveri, in una dinamica che potrà perpetuarsi all’infinito a meno che non si adottino misure preventive fin dall’inizio.
Se non si avrà questa accortezza, accadrà che, in nome dei poveri, saranno i non poveri a raccogliere tutti i benefici.
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È noto che i contadini tendono ad essere conservatori, è proprio il legame con la terra che conferisce loro quel tratto di staticità e di chiusura; ma avevo sempre pensato che i senza terra fossero più dinamici, più mobili, più aperti alle idee nuove, che la loro condizione di estrema povertà li spingesse a battersi anche sfidando le convenzioni sociali.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 73
Era incredibile che una persona fosse costretta a vivere in perenne schiavitù perché non riusciva a procurarsi i pochi centesimi che le servivano per rendersi indipendente nel suo lavoro.
Dovevo escogitare un sistema migliore, un sistema istituzionale, per aiutare la gente a procurarsi denaro in caso di bisogno. Ma quale? Sembrandomi l’idea più semplice, decisi di rivolgermi a una banca. In fondo è proprio il mestiere delle banche, quello di prestare denaro...
La banca governativa Janata è una delle più importanti del paese. L’agenzia di Jobra si trova proprio all’uscita del campus. Entrando, il banco si trova subito sulla destra, mentre il direttore siede nell’angolo in fondo a sinistra, confortato dalla presenza di un grande ventilatore da soffitto.
Mi dirigo verso la sua scrivania, dalla quale mi saluta cortesemente invitandomi premurosamente a sedere.
"Cosa posso fare per lei?"
Il commesso d’ufficio arriva con il tè e i biscotti. Intanto, comincio a spiegare il motivo della mia visita:
"Vorrei che effettuaste dei prestiti ai poveri di Jobra. Si tratterebbe di una somma irrisoria. L’ho già fatto io stesso, ho prestato 27 dollari a quarantadue persone; ma c’è molta altra gente che per poter lavorare ha bisogno di denaro: denaro per le materie prime, per le scorte..."
"Quali materie prime?" Il funzionario appare disorientato, come se gli stessi proponendo un nuovo gioco, di cui non conosce le regole. Mi lascia parlare perché ha rispetto di me come capo di un dipartimento universitario, ma è chiaramente sconcertato.
"Beh, ecco... alcuni fabbricano sgabelli di bambù, altri intrecciano stuoie o sono conducenti di risciò... Se potessero avere prestiti da una banca ai tassi commerciali, riuscirebbero a vendere liberamente le loro merci sul mercato e a trarne un profitto sufficiente per vivere in modo dignitoso."
"E probabile."
"Così come stanno le cose, invece, sono obbligati a lavorare tutta la vita come schiavi, senza mai riuscire a sottrarsi al giogo dei grossisti paikari, che prestano loro il denaro a tassi da strozzinaggio."
"Sì, conosco il problema degli usurai."
"Perciò sono venuto da lei per chiederle di concedere prestiti a quelle persone."
Il direttore rimane un attimo a bocca aperta, poi si riprende e dice con aria divertita: "Questa è una cosa che non posso fare".
"E perché?"
"Mah... dunque..." borbotta, non sapendo da quale obiezione cominciare, "innanzitutto quella somma irrisoria di cui dice che avrebbero bisogno non coprirebbe neanche i costi di tutta la pratica, e la banca non sta certo a perdere tempo con simili inezie."
"Inezie? Per i poveri sono somme importanti."
"Poi, tutta quella gente è analfabeta. Non sarebbero neanche capaci di riempire i formulari."
"In un paese in cui il 75 per cento della gente non sa né leggere né scrivere, l’obbligo di compilare dei moduli è ridicolo."
"Tutte le banche del paese adottano questa regola."
"Certo. E questo è molto significativo, non le pare?"
"Anche quando una persona porta del denaro per versarlo le chiediamo di segnare la cifra su un modulo."
"E perché?"
"Come, `perché?’..."
"Com’è che una banca non può prendere il denaro ed emettere una ricevuta che dice: «ricevo la somma tale dal signor tale»? Perché dev’essere il cliente a scrivere, e non può farlo la banca?"
"Ma come si può mandare avanti una banca avendo a che fare con gente che non sa né leggere né scrivere?"
"È semplice: in cambio dei contanti che riceve, la banca emette una ricevuta."
"E cosa succede quando uno vuole prelevare?"
"Non so... ma un modo semplice ci dev’essere: la persona potrebbe presentare la ricevuta di versamento al cassiere, e quello darle indietro il denaro. Tutto ciò che riguarda la contabilità è di competenza della banca."
Il direttore scuote la testa, sopraffatto.
"Mi sembra che il vostro sistema bancario sia fatto apposta per escludere gli illetterati."
Adesso il direttore di filiale sembra irritato: "Professore, far funzionare una banca non è così semplice come lei crede".
"Può darsi, però sono sicuro che non è neanche così complicato come lei vuol far credere che sia."
"Guardi, la verità è che in qualunque banca, in qualunque parte del mondo, chi vuole un prestito deve riempire delle carte."
"Va bene," dico io, concordando sul dato di fatto. "Allora posso incaricare qualcuno dei miei studenti di riempire i moduli al loro posto; questo non dovrebbe creare problemi."
"Lei non capisce: noi non possiamo assolutamente concedere prestiti a persone che non posseggono nulla."
"Perché?"
Io cerco di mantenermi corretto. Il nostro scambio ha un che di surreale: dal sorriso che ha sulla faccia, il direttore sembra voler dire che sa che lo sto prendendo in giro. E davvero la conversazione è ridicola, anzi, assurda oltre ogni dire, ma io lo guardo in tutta serietà.
"Perché non offrono garanzie," dichiara infine il direttore, chiedendosi se sono stupido davvero o faccio finta, ma pensando con questo di porre fine alla discussione.
Perché avete bisogno di una garanzia, non vi basta riavere il denaro?"
"È proprio perché vogliamo indietro il denaro che chiediamo una dimostrazione di solvibilità."
"Questa è l’assurdità più completa. I più poveri dei poveri lavorano dodici ore al giorno; per guadagnarsi da mangiare devono vendere i loro prodotti. Non c’è ragione perché non vi rimborsino, soprattutto se vogliono un altro prestito che consenta loro di resistere un giorno di più. È la miglior garanzia che possiate mai avere: la loro vita!"
"Lei è un idealista, signore," sospira il direttore, "lei passa troppo tempo sui libri."
"Ma se siete sicuri che il prestito sarà rimborsato, perché avete bisogno di garanzie?"
"Perché questa è la regola."
"Allora soltanto chi ha da offrire garanzie può farsi prestare denaro."
"È così."
"È una regola stupida che fa sì che si presti denaro solo ai ricchi."
"Non sono io che faccio le regole, è la banca."
"Comunque, io penso che le regole dovrebbero essere cambiate."
"A ogni modo noi, qui, non possiamo concedere prestiti." "Davvero?"
"Sì, l’agenzia riceve soltanto i depositi dell’università e dei docenti."
"Credevo che le banche funzionassero principalmente grazie alle attività creditizie."
"I prestiti possono essere concessi solo dalla sede centrale. Noi siamo qui per raccegliere i depositi dell’università e del suo personale. Il prestito alla Fattoria dei tre terzi è stato un’eccezione autorizzata dai servizi centrali."
"Intende dire che se io venissi a chiederle un prestito lei non potrebbe dar corso alla mia domanda?"
"Esattamente," dice ridendo. E evidente che non si divertiva così da molto tempo.
"Così, quando noi nelle nostre aule insegniamo che le banche prestano denaro, diciamo una bugia?"
"Ho solo detto che per un prestito deve rivolgersi alla sede centrale; sta a loro decidere in un senso o nell’altro."
"Se ho ben capito, è meglio che parli con i suoi superiori."
"Sì, sarebbe una buona idea."
Mentre finisco la mia tazza di tè e mi preparo per uscire, il direttore dell’agenzia dichiara: "So che lei non abbandonerà facilmente la partita, ma per quello che so del sistema bancario, posso dirle con sicurezza che il suo progetto non riuscirà a decollare".
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 76
Negli anni ho avuto modo di imparare molte cose sul modo in cui i ricchi vedono i poveri. Un elenco dei miti e degli stereotipi ricorrenti nei discorsi di persone che mai hanno lavorato con i poveri ma ne parlano con assoluta certezza includerebbe i seguenti postulati:
- I poveri devono ricevere un addestramento specifico prima di poter intraprendere qualsiasi attività produttrice di reddito;
- Il credito, da solo, non serve a niente: dev’essere necessariamente accompagnato da istruzione, tecnologia, una rete di distribuzione e di trasporti;
- I poveri non sanno fare economia; consumano subito tutto quello che possono perché i loro bisogni sono pressanti;
- I poveri non sono capaci di lavorare in gruppo;
- La povertà cronica ha un effetto deleterio sullo spirito e le aspirazioni dei poveri: un uccello che ha trascorso tutta la vita in una gabbia, quando gli si apre lo sportello non ha desiderio di volare;
- Le donne delle fasce più povere non hanno nessun tipo di competenza, perciò è inutile cercare di inserirle nei progetti;
- I poveri sono troppo affamati e disperati per prendere decisioni razionali;
- I poveri hanno una visione molto ristretta della vita, e non sono interessati a nulla che potrebbe portarvi un cambiamento;
- La religione e il costume hanno così grande influenza sui poveri (e specialmente sulle donne povere) da paralizzare completamente la loro libertà d’azione;
- Nelle realtà rurali le strutture di potere sono troppo potenti e radicate perché un programma di credito possa avere successo;
- Il credito ai poveri è controrivoluzionario: uccide nei poveri lo spirito di ribellione inducendoli ad accettare la realtà esistente;
- Il credito è un modo intelligente per sobillare i poveri contro i ricchi e distruggere l’ordine sociale vigente;
- Le donne non riusciranno a conservare i soldi del prestito o i proventi del proprio lavoro: i mariti le tortureranno a morte, se necessario, per estorcere loro il denaro;
- I poveri amano accudire i padroni, piuttosto che prendersi cura di se stessi;
- Il credito ai poveri è controproducente: impone il peso dei debiti sulle fragili spalle del povero, che per tentare di ripagarli peggiorerà sempre più la propria condizione;
- Incoraggiare i poveri a intraprendere un’attività indipendente provocherà carenza di manodopera salariata. Di conseguenza i salari saliranno alle stelle, aumenteranno i costi di produzione, si creerà inflazione e la produttività in campo agricolo ne risulterà compromessa;
- L’estensione del credito alle donne sconvolgerà il ruolo tradizionale della donna all’interno della famiglia, e la sua relazione con l’uomo;
- Il credito può essere momentaneamente di aiuto ma non è risolutivo sul lungo termine e non porta a un’equa riorganizzazione della società;
...e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 78
Voglio gettare un po’ di panico in questo assurdo sistema
Durante il colloquio negli uffici regionali della Banca Janata, il signor Howladar mi dice: "I governi sono fatti per aiutare i più poveri. Ora, se lei trova nel villaggio una persona benestante che sia disposta a farsi garante per il beneficiario del prestito, io penso che in quel caso la banca potrebbe rinunciare a chiedere a quest’ultimo una garanzia".
L’idea può sembrare allettante, ma riflettendoci mi sembra che presenti alcuni gravi inconvenienti.
"Non mi sembra fattibile. Come possiamo essere certi che il garante non si approfitterà della persona a cui fornisce la copertura? Potrebbe accadere che sia proprio il garante a instaurare un rapporto di sfruttamento..."
La mia obiezione fa cadere il silenzio. I colloqui che ho avuto in questi giorni con i banchieri mi fanno chiaramente capire che non sto solamente mettendo in discussione la Banca Janata, ma il sistema bancario nel suo complesso.
"Potrei propormi io come garante?" suggerisco alla fine.
"Lei in prima persona?"
"Sì. Accettereste che sia io a garantire tutti i prestiti?"
Il direttore regionale sorride.
"A quanto ammonterebbe complessivamente la somma?"
Per darmi un margine di errore e qualche possibilità di manovra, rispondo: "In tutto probabilmente non più di 10.000 taki (300 dollari)".
"D’accordo."
Frugando tra le carte che ha sulla scrivania continua a far sì con la testa. Alle sue spalle un ammasso polveroso di vecchi documenti contenuti in cartelline celesti si leva in colonne pericolanti fino ai davanzali delle finestre.
I ventilatori a soffitto spostano l’aria facendo volare ogni foglio che non sia trattenuto da un fermacarte. Sul tavolo del direttore i documenti si agitano al soffio della brezza, ma restano saldamente ancorati in attesa di una sua decisione.
"Allora: accettiamo che lei faccia da garante fino a concorrenza di questa somma. La avverto però che non potrà andare oltre."
"Affare fatto."
Ci scambiamo una stretta di mano. Poi voglio precisare:
"Se però uno dei beneficiari non rimborsa, non interverrò per coprire il suo debito."
Il direttore regionale mi guarda con espressione di disagio; non capisce perché io debba continuare a creare problemi.
"Essendo lei il garante, potremmo obbligarla a pagare."
"E come mi obblighereste?"
"Potremmo intentare una causa."
"Bene. Sarei curioso di vedere."
Un garante che non garantisce! Ormai, il direttore ha l’aria di pensare che io sia pazzo. Ma è proprio questo il mio scopo: voglio gettare un po’ di panico in questo assurdo sistema.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 79
Per questo, se volevo parlare con una donna del villaggio, non andavo di certo a bussare alla sua porta. Piuttosto, mi mettevo in uno spiazzo tra le case, in modo da essere visibile e che tutti potessero osservare il mio comportamento. Mi mettevo lì e aspettavo. Soprattutto volevo che capissero che rispettavo la loro privacy e le loro regole di decenza.
Non chiedevo una sedia né altre dimostrazioni di riguardo. I paesani sono abituati a inchinarsi davanti alle autorità, ma io non volevo che tra la banca e i suoi clienti si creasse un rapporto di distanza. Stavo in piedi in quello spazio aperto e chiacchieravo nel modo più informale, spiegando che cosa cercavamo di fare. Scherzavo volentieri, perché l’umorismo è sempre un buon mezzo per stabilire un contatto con la gente.
Mi viene spontaneo essere affettuoso con i bambini, e anche ai miei collaboratori raccomandavo di essere gentili, perché è il modo migliore per conquistare il cuore di una madre. Inoltre, quando andavamo nel villaggio consigliavo ai collaboratori e agli studenti di non indossare abiti costosi.
Di solito mi facevo accompagnare da una delle mie studentesse o da una bambina del villaggio. La portavoce entrava nelle case, segnalava la mia presenza, ed esponeva le cose per mio conto. È così che ho presentato inizialmente la nostra proposta di credito. Poi usciva, mi riportava le domande che le donne eventualmente ponevano, io rispondevo, e lei tornava dentro. Alle volte, faceva la spola su e giù per più di un’ora, senza che io riuscissi a convincere quelle donne celate a fidarsi del progetto Grameen.
Se in capo a un’ora non avevo concluso, generalmente me ne andavo; ma tornavo alla carica il giorno dopo, sempre aiutato dalla mia messaggera. Perdevamo molto tempo nel far ripetere alla bambina quello che io avevo detto e le domande poste dalle donne; ma spesso succedeva che non riuscisse ad afferrare esattamente le mie idee, o i problemi sollevati da loro. Alla fine, magari, venivo ancora congedato e invitato a non
ripresentarmi. Oppure i mariti, irritati, mi prendevano da parte. Immagino che il fatto di avere a che fare con uno stimato capo di dipartimento li lasciasse tranquilli circa i motivi della mia presenza; ma sempre richiedevano che il prestito fosse concesso a loro, invece che alle mogli.
Un giorno, mentre ero seduto in uno di quegli spiazzi tra le case, il cielo si rannuvolò, e siccome era tempo di monsoni, cominciò a cadere una pioggia torrenziale. Le donne mi mandarono un ombrello perché potessi ripararmi. Dal canto mio, quindi, non ero troppo fradicio, ma la bambina che faceva la spola si trovò presto bagnata fino alle ossa. Le donne ne ebbero compassione:
"Che il professore si accomodi qui accanto," disse una di loro, "non c’è nessuno. Così la bambina non si bagnerà."
Per la prima volta venivo invitato a entrare in una casa.
Un corridoio e un tramezzo di bambù dividevano la stanza dal resto della casa, e ogni volta che la mia intermediaria andava a raggiungere le donne udivo frammenti di quello che dicevano, ma non chiaramente, perché le voci giungevano attutite. E quando la bambina tornava a riferirmi le risposte, le donne si affollavano contro la parete di bambù per ascoltare. Non era il modo ideale di comunicare, ma certo era meglio che essere fuori sotto la pioggia.
Dopo aver parlamentato una ventina di minuti in quel modo, le donne al di là della parete cominciarono ad alzare la voce, e a scavalcare la mia aiutante indirizzandomi direttamente commenti e risposte nel dialetto di Chittagong. A mano a mano che i miei occhi si abituavano all’oscurità, vedevo le loro sagome stagliarsi controluce attraverso i listelli di bambù. La mia buona conoscenza del loro dialetto giocò indubbiamente a mio favore.
Molte delle loro domande erano uguali a quelle degli uomini:
"Perché dobbiamo per forza essere un gruppo?"
"Perché non posso avere subito un prestito personale?"
Erano almeno venticinque le donne che mi fissavano attraverso le fessure del tramezzo.
A forza di appoggiarsi contro il tramezzo, le donne finirono col farne cadere una parte, e da un momento all’altro si trovarono con me nella stanza. Alcune nascondevano il viso dietro al velo, altre ridacchiavano ed erano troppo timide per guardarmi; tuttavia riprendemmo il discorso, finalmente senza bisogno di intermediari. Fu quella la prima volta che parlai con le donne di Jobra in una delle loro case.
"Noi abbiamo paura di fare quello che lei dice, signore," disse una coprendosi il volto con un lembo del sari.
"I soldi li ha sempre avuti in mano mio marito," obiettò un’altra voltandomi la schiena perché non la vedessi in viso.
"Il prestito, lo dia a mio marito. Io non ho mai toccato un soldo in vita mia e mi sta bene così," dichiarò una terza.
"Io non saprei cosa farci, con quei soldi," disse una donna che mi sedeva accanto ma stava bene attenta a evitare i miei occhi.
"Ah, no! Abbiamo già avuto abbastanza fastidi per i pagamenti della dote, non vogliamo altri scontri con i nostri mariti," affermò una vecchia. "Professore, lei deve capire che per noi sarebbero soltanto altri guai."
Erano chiari, in quella situazione, gli effetti schiaccianti della povertà. Perennemente umiliati all’esterno, i mariti avevano solo le mogli sulle quali sfogare le loro frustrazioni: perciò le donne potevano essere insultate, picchiate, ripudiate, trattate come animali. La violenza coniugale costituiva un problema in tutte le famiglie, e nessuna delle donne aveva il coraggio di intromettersi in un ambito - quello del denaro - che tradizionalmente era appannaggio degli uomini.
Le obiezioni erano sempre le stesse, e io le avevo sentite tante volte che ormai avevo pronte le risposte. Ma convincere le donne rimaneva ugualmente difficile: per la prima volta si trovavano di fronte un’istituzione, per loro tutto era nuovo e fonte di paura.
Combattere la paura fu il compito più difficile, e molte e molte volte dovemmo ritornare sull’argomento.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 95
Esempi
Con il nostro lavoro in Bangladesh abbiamo toccato due milioni di vite. Eccone una.
Hajeera Begum è nata nel 1959 a Kirati Kapasia, nel Monohardi, una zona della provincia di Dhaka. Suo padre, un bracciante agricolo che provvedeva faticosamente al sostentamento di sei figlie, la diede in sposa a un cieco per il fatto che questi non chiedeva la dote. Quando l’abbiamo conosciuta, Hajeera e suo marito sopravvivevano con quel poco che lei guadagnava con le pulizie a domicilio, ma quello scarso reddito non bastava a dare da mangiare regolarmente ai tre figli. Hajeera chiese dunque al marito il permesso di aderire a Grameen, ma questi, avendo inteso dire che si trattava di un’organizzazione cristiana mirante a distruggere l’Islam, minacciò la moglie di ripudiarla nel caso vi si fosse immischiata.
Senza dir niente a nessuno, Hajeera andò nel villaggio vicino per partecipare alle riunioni informative nelle quali gli impiegati di Grameen illustravano i principi della banca.
La prima volta che i membri del gruppo si sottoposero all’esame orale volto a verificare la loro conoscenza delle regole di Grameen, Hajeera era così agitata che non riuscì a rispondere alle domande.
"Per tutta la vita mi ero sentita ripetere che ero una buona a nulla," ci confidò tempo dopo. "I miei genitori dicevano che, essendo femmina, ero una disgrazia per loro, e che la mia famiglia non avrebbe potuto pagarmi la dote. Spesso ho sentito mia madre dire che avrebbe dovuto uccidermi alla nascita. Non credevo di meritare un prestito; non pensavo di essere capace di rimborsarlo."
Senza il sostegno degli altri membri del gruppo, Hajeera avrebbe rinunciato. Quando ricevette un prestito di 2000 taka (50 dollari) non poté trattenere le lacrime. Il gruppo la convinse a utilizzare il prestito per comprare un vitello da ingrasso e del riso da decorticare. Quando suo padre le portò il vitello, il marito fu talmente entusiasta da dimenticare che aveva minacciato di ripudiarla.
A distanza di un anno, Hajeera aveva rimborsato il primo prestito e ne aveva preso un secondo per affittare un terreno sul quale piantò sessanta banani. Con il resto del denaro, acquistò un secondo vitello. Oggi possiede un campo di riso gravato da ipoteca, nonché capre, polli e anatre.
"Adesso facciamo tre pasti al giorno," dice Hajeera, "e i bambini mangiano finché hanno fame. Possiamo perfino concederci della carne, una volta alla settimana. Ho intenzione di far studiare i miei figli, e di mandarli anche all’università, perché non voglio che abbiano un destino infelice come il mio. Vuole sapere cosa penso di Grameen? Per me Grameen è come una madre. Anzi, non è come una madre, è mia madre; perché io con Grameen sono letteralmente rinata!"
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 97
Un giorno chiesi a Nurjahan di recarsi nella città di Comilla con due giovani impiegate della banca per presentare Grameen all’interno di un festival culturale. Non avevo provveduto a farle accompagnare da un uomo perché il tragitto tra Chittagong e Comilla non è né lungo né pericoloso. Da parte mia non c’era mancanza di riguardo, ma solo il desiderio che le mie collaboratrici imparassero a cavarsela da sole. Non c’è nulla di meglio per dare sicurezza a un giovane che metterlo in condizione di superare delle difficoltà; inoltre ritenevo che lo stereotipo della donna incapace di fare da sola un breve viaggio fosse una di quelle idee preconcette che Grameen si era prefissa di combattere.
Invece Nurjahan era molto arrabbiata che non avessi incaricato un uomo di assisterla provvedendo a tutti i dettagli del viaggio. Provò a telefonare a un collega per chiedergli di accompagnarla, ma questi era impegnato e quindi le toccò rassegnarsi. Pregò Allah di darle il coraggio, e per la prima volta nella vita affrontò un viaggio con la sola compagnia di altre donne. A Comilla il suo ottimo intervento fu largamente apprezzato.
Oggi Nurjahan si sposta disinvoltamente senza problemi. È uno dei tre direttori generali della Banca Grameen e, in qualità di responsabile del nostro servizio formazione, aiuta centinaia di giovani, futuri impiegati della banca, a conquistare la propria autonomia.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 102
Agli inizi, nel gennaio 1977, non avevamo nessuna idea di come gestire una banca dei poveri. Dovevamo imparare tutto da zero.
Il mio metodo fu quello di osservare come gli altri gestivano i loro istituti e di trarre insegnamento dai loro errori.
Le banche tradizionali e le cooperative di credito chiedevano sempre il rimborso in un’unica tratta. Ma l’obbligo di effettuare un unico versamento alla fine del periodo di credito fa sì che il debitore sia psicologicamente restio a separarsi da una somma di una certa entità; quindi cerca di rinviare il più possibile la data di rimborso, facendo contemporaneamente salire l’importo del debito. Alla fine, magari, decide di non pagare.
Risolvetti di fare esattamente il contrario: le quote di rimborso sarebbero state così basse che il cliente non si sarebbe neanche accorto di pagarle; mi sembrava un buon modo per superare il blocco psicologico rappresentato dal fatto di "doversi separare dal denaro".
Un’altra delle nostre idee è stata quella di costituire un fondo di riserva per aiutare i clienti in caso di emergenza. Il 5 per cento dell’ammontare di ogni prestito veniva automaticamente versato su quello che noi chiamavamo il Fondo di gruppo. I membri del gruppo dovevano inoltre depositarvi due taka a settimana.
Per esaltare le capacità organizzative e offrire occasioni di autonomia più complesse, abbiamo inoltre pensato di istituire un organismo, o "centro", che riunisse più gruppi, fino a otto. Periodicamente i "centri" si riuniscono nel villaggio in presenza di un impiegato della banca, di solito al mattino presto per non interferire con le esigenze lavorative di ognuno. Nel corso di quelle riunioni, per esempio settimanali, i membri effettuano i rimborsi, depositano somme sui conti di risparmio, discutono le nuove richieste di credito e qualsiasi altro argomento di loro interesse. Se un gruppo ha problemi con un membro che non può far fronte ai suoi impegni, il centro può aiutare a trovare una soluzione.
Il passaggio di denaro e la negoziazione dei crediti sono sempre avvenuti nella trasparenza, perché crediamo che tale modo di procedere riduca i rischi di corruzione e offra agli utenti maggiore possibilità di prendere decisioni in prima persona. I responsabili eletti dal gruppo (un presidente e un segretario) e quelli eletti dal centro (un direttore e un vicedirettore) restano in carica un anno e non sono rieleggibili.
I tre obiettivi da perseguire sono: l’autonomia del gruppo, la riduzione del lavoro per gli impiegati della banca, l’attuazione di un forte programma di risparmi.
L’esistenza di un Fondo di gruppo fornisce agli utenti un’esperienza di gestione finanziaria.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 106
Grameen ha sempre puntato alla massima semplicità di funzionamento. Oggi siamo arrivati a perfezionare un meccanismo di rimborso che può essere compreso immediatamente dalla stragrande maggioranza degli utenti:
- prestito con scadenza a un anno;
- tratte settimanali di identico importo;
- inizio dei pagamenti dopo una settimana dalla concessione del prestito;
- tasso d’interesse del 20 per cento;
- quota di rimborso: 2 per cento a settimana per cinquanta settimane;
- quota d’interesse: 2 taka a settimana per un prestito di 1000 taka.
Inoltre, se vogliamo riuscire, dobbiamo puntare sulla fiducia.
Fin dal primissimo giorno abbiamo stabilito che il nostro sistema avrebbe fatto a meno di polizia e tribunali. Noi partiamo dal principio che dobbiamo essere capaci di far marciare autonomamente i nostri affari; altrimenti faremmo meglio a lasciar perdere la banca e a cercarci un altro mestiere. A tutt’oggi, per recuperare i nostri crediti, non ci siamo mai serviti di avvocati, né di altre figure professionali esterne alla banca. ’
Nella stessa logica, non esistono da noi atti giuridici tra la banca e il cliente. Noi stabiliamo rapporti con le persone, non con i documenti. Il nostro legame riposa sulla fiducia, e il successo o il fallimento della nostra iniziativa dipendono dalla forza del rapporto personale con l’utente.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 106
Tentammo l’esperimento del recupero settimanale, dove ogni quota rappresentava il 2 per cento del capitale.
Sul piano psicologico, nulla è più importante che accumulare fiducia: se una persona riesce per tre mesi di fila a versare la propria quota settimanale, si sentirà incoraggiata a pagare anche il resto, perché un quarto è già stato pagato e ne restano solo tre quarti. Quando poi arriva a metà strada è esultante: oramai il più è stato fatto. In un anno, capitale e interessi sono interamente rimborsati. I nostri debitori non stentano a pagare, perché le piccole quote non incidono molto su di loro; anzi, hanno una funzione rassicurante.
D’altra parte, se qualcuno non è in grado di far fronte ai suoi debiti ce ne accorgiamo immediatamente. Non c’è bisogno di aspettare finché sparisca, o finché la sua situazione economica sia così compromessa da non poterla raddrizzare.
Il meccanismo di rimborso di Grameen non è stato concepito soltanto per aiutare i clienti e rafforzare la loro determinazione, ma anche per aumentare le probabilità di recuperare i fondi della banca.
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Ecco l’elenco delle "Sedici risoluzioni", con le quali Grameen si integra attivamente nelle realtà d’intervento, proponendo ai suoi membri uno scopo e uno stile di vita.
1. Rispetteremo e applicheremo i quattro principi della Banca Grameen: disciplina, unità, coraggio e impegno costante in tutti gli ambiti della nostra esistenza.
2. Porteremo la prosperità nelle nostre famiglie.
3. Non vivremo in case diroccate. Ripareremo le nostre case e cercheremo quanto prima di costruirne di nuove.
4. Coltiveremo ortaggi tutto l’anno. Molti ne mangeremo, e venderemo quello che ci resta.
5. Durante il periodo del trapianto, metteremo a dimora quanti più gei mogli possibile.
6. Faremo in modo di non avere troppi figli. Limiteremo le nostre spese. Ci cureremo della nostra salute.
7. Educheremo i nostri figli, e lavoreremo per aver modo di provvedere alla loro istruzione.
8. Sorveglieremo la pulizia dei nostri figli e dell’ambiente in cui viviamo.
9. Costruiremo e useremo le fosse biologiche.
10. Berremo l’acqua dei pozzi profondi. Se non ne avremo la bolliremo o la disinfetteremo con l’allume.
11. Non chiederemo una dote per il matrimonio di nostro figlio, né pagheremo una dote per il matrimonio di nostra figlia. Faremo sì che i nostri centri non siano afflitti da questa calamità. Rifiuteremo la pratica del matrimonio tra bambini.
12. Non commetteremo ingiustizie e ci opporremo a che altri le commettano.
13. Investiremo collettivamente al fine di aumentare i nostri redditi.
14. Saremo sempre pronti ad aiutarci reciprocamente. Se qualcuno è in difficoltà ci mobiliteremo in suo aiuto.
15. Se apprendiamo che in un centro si contravviene alla disciplina, interverremo personalmente per ristabilirla.
16. Introdurremo l’esercizio fisico in tutti i nostri centri. Parteciperemo collettivamente agli incontri organizzati.
Inoltre, ogni agenzia di Grameen emette le proprie disposizioni in base alle situazioni locali.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 112
Che le donne possano accedere al credito è una novità assoluta per il Bangladesh; molti sostengono che si tratti di una vera e propria rivoluzione sociale.
Inizialmente ci furono comunque degli errori. A causa di una preparazione insufficiente, il nostro programma di credito suscitò enormi tensioni tra mogli e mariti. Piano piano, però, capimmo come fare. Si trattava di muoversi con molta delicatezza affinché le donne "non rischiassero il matrimonio per via dei soldi, e non rischiassero i soldi per via del matrimonio".
Ancora una volta i gruppi giocarono un ruolo importante nell’inventare soluzioni collettive e nell’incoraggiare strategie personali. I mariti furono invitati
a partecipare al dialogo con la banca. E se individualmente alcuni avevano con le mogli un atteggiamento tirannico, una volta chiamati dalla banca a discutere come parti di un gruppo più ampio di mariti, divenivano senz’altro molto più ragionevoli e comprensivi.
Il rapporto tra moglie e marito attraversa una prova del fuoco quando nasce l’esigenza di ottenere un prestito per la casa. Il prestito per la casa viene concesso solo se l’aspirante ha già ricevuto, e rimborsato nei debiti termini, tre prestiti di un anno a supporto dell’attività lavorativa. Inoltre il marito deve sottoscrivere un atto che assegna alla moglie la proprietà del terreno su cui dovrà sorgere la casa. A giudizio di molti mariti una simile pretesa è davvero eccessiva. Tuttavia per Grameen è una condizione imprescindibile, e alla fine non resta che accettare.
Grameen ha concesso a tutt’oggi 400.000 prestiti per la casa, e in ognuno dei casi la proprietà del terreno è stata intestata alla moglie.
Al di là dell’intervento operato istituzionalmente dalla banca, è grazie all’esistenza dei gruppi che siamo riusciti a raggiungere questo obiettivo. Il gruppo mette in campo preziose energie supplementari, e a volte svolge informalmente opera di consulenza matrimoniale.
Ne ho avuto la percezione nel 1983, quando ancora lavoravo per costruire la rete Grameen nel Tangail. Dopo avere assistito a una riunione del centro, camminavo da solo lungo la strada di un villaggio, diretto alla nostra filiale. A poca distanza procedeva un uomo giovane, sulla trentina, che mi salutò. Dopo averlo ricambiato proseguimmo affiancati.
"Lei fa parte di Grameen?" mi domandò.
"Sì," risposi, "come lo sa?"
"L’ho vista andare alla riunione del centro. Anche mia moglie fa parte del gruppo."
Questo risvegliò il mio interesse, cambiando istantaneamente il tenore del nostro rapporto.
L’uomo si chiamava Joynal e faceva il bracciante. Sua moglie Farida era entrata in Grameen da otto mesi. I due avevano una bambina di cinque anni.
"Farida si dà da fare moltissimo per ripagare in tempo le quote settimanali. Finora non ne ha mancata neanche una."
"Lei era d’accordo che entrasse in questa organizzazione?"
"Sì... All’inizio non sapevo se faceva bene o male. Poi c’erano altre donne che provavano, e siccome lei insisteva alla fine le ho dato il permesso."
"E adesso è contento della sua scelta? O guardando indietro preferirebbe che non ne avesse fatto niente?"
"No, no, sono contento che sia entrata. Si lamentava sempre che non avevamo abbastanza da mangiare; adesso non si lamenta più, abbiamo cibo sufficiente per tutti e tre."
Per me udire quelle parole era come passare un esame a pieni voti. Ero davvero compiaciuto che le cose andassero bene. Per un po’ io e Joynal proseguimmo senza parlare.
Poi, la lunga pausa di silenzio fu interrotta da Joynal, che disse in tono deprecativo:
"Però c’è una cosa. Prima, ogni tanto, mi andava di picchiare mia moglie. Ma l’ultima volta che l’ho fatto ho passato dei guai: le donne del suo gruppo sono venute da me a litigare. Questo non mi sta bene. Come pensano di avere il diritto di alzare la voce con me? Con mia moglie posso fare come mi pare. Prima, quando la picchiavo, nessuno diceva niente, non gliene importava niente a nessuno. Adesso non sarà più così. Le donne hanno minacciato che la prossima volta mi faranno vedere i sorci verdi."
Cercai di consolare Joynal:
"Beh, può darsi che sia il caso che lei lasci in pace sua moglie. Dopotutto anche lei sta facendo uno sforzo e ha bisogno di essere sostenuta. Trovi qualche altro modo per sfogare i suoi nervi."
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 114
Quando oggi qualcuno mi chiede: "Come le sono venute tutte quelle idee innovative? Lei non ha una formazione specifica, come ha fatto a inventare Grameen?," io rispondo: "Abbiamo guardato come funzionano le altre banche e abbiamo fatto il contrario".
La gente pensa che si tratti di una battuta, invece, in un certo senso, è la verità.
Le banche convenzionali chiedono ai clienti di recarsi nei loro uffici. Per un povero - e per giunta analfabeta - un ufficio è un luogo minaccioso, terrificante. È un modo ulteriore per interporre una distanza. Quindi abbiamo pensato che dovessimo essere noi ad andare nelle case. Tutto il sistema Grameen si basa sul principio che non devono essere i clienti ad andare in banca, ma la banca ad andare dai clienti, e questo fin dall’inizio.
Non si tratta di una trovata promozionale ma di un aspetto determinante della nostra politica commerciale. Nelle agenzie della Banca Grameen in Bangladesh non c’è mai coda agli sportelli. Ci potrà essere, eccezionalmente, qualcuno che lavora; ma originariamente, in tutte le nostre sedi, affiggevamo l’avviso: "La presenza in ufficio di qualsiasi membro del personale è da considerarsi una violazione delle regole della Banca Grameen".
A quella vista, i nostri nuovi assunti erano soliti manifestare sconcerto:
"Ma allora... dove dovremmo andare, se non qui?"
"Andate dove volete. Sdraiatevi a dormire sotto un albero, andate a chiacchierare davanti a un baracchino del tè, ma non fatevi vedere in ufficio."
Qualcuno si lamentava: "Ma il personale ha bisogno di venire in ufficio: per fare i conti, depositare i soldi..."
"Allora indicate un orario di apertura. In quell’orario, soprassiederemo; ma al di fuori di quello andrete incontro a provvedimenti. Non vi paghiamo per stare in ufficio, ma per andare in mezzo alla gente."
Noi ci differenziamo dalle banche convenzionali su quasi tutti i punti. Per esempio, una banca commerciale convenzionale studia i bilanci e fonda le sue decisioni su criteri quali il rapporto debito/interesse, la redditività, il valore attuale netto, i piani di rimborso.
Per una banca commerciale la scala di riferimento è la seguente: 1) il mercato, la domanda e l’offerta; 2) il prodotto; 3) il cliente. Gli impiegati lasciano raramente l’ufficio e passano le giornate a studiare i numeri e le percentuali, ad analizzare i costi e i rapporti; a valutare la solvibilità dei clienti e i loro giustificativi di garanzia.
A Grameen tutto questo non accade, anzi è formalmente vietato. I nostri clienti non devono dimostrare quanto sono ricchi, quanto hanno risparmiato, bensì quanto sono poveri, quanto sono realmente privi di risorse.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 116
Il rendiconto annuale di Grameen, a differenza di quello delle banche convenzionali, riporta un elenco di piccole attività economiche, di cui talune alquanto insolite, che rappresentano per i nostri membri utili fonti di autosostentamento.
Grameen non si preoccupa di influenzare l’orientamento dei clienti riguardo alle attività da intraprendere. I prestiti sono investiti nelle categorie più diverse; ne registriamo annualmente oltre cinquecento: dalla rilegatura alla riparazione di pneumatici alla fabbricazione di cosmetici, giocattoli, profumi, zanzariere, nastri per capelli, candele, scarpe, conserve, pane, trapunte, barche, orologi, ombrelli, bibite, spezie, olio di senape, petardi, e così via.
All’inizio della pratica, la banca commerciale si accerta se il prestito è coperto da una garanzia. Poi si dimentica completamente del cliente. Tornerà a ricordarsene qualora il debito non venga rimborsato.
Mediante visite domiciliari settimanali e mensili, Grameen verifica continuamente lo stato di salute finanziaria dei clienti, accertandosi che siano in grado di pagare e che tutta la famiglia benefici dei vantaggi del credito.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 117
Nei paesi in via di sviluppo vi sono banche che hanno percentuali di rimborso vergognose. Per esempio, la Bangladesh Industrial Development Bank, di proprietà del governo, ha una percentuale di rimborso di circa il 10 per cento.
Una volta, durante una conversazione, dissi a un amico, che era presidente di quella banca:
"Certo, definirvi una banca è piuttosto difficile..."
"Che cosa intendi dire?"
"Da dodici anni la percentuale di rimborso dei vostri prestiti è meno del 10 per cento. Come può un banchiere che si rispetti continuare a prestare milioni di dollari a ricchi clienti che non si preoccupano mai di rimborsare?"
"Beh, sono stati tempi duri per l’economia, un sacco di nuove imprese sono fallite. È difficile far decollare nuove industrie in un paese come il nostro."
"Dovresti togliere l’insegna “Bangladesh Industrial Development Bank” dalla facciata della vostra sede e sostituirla con un’altra che dice: `Istituto di carità per i ricchi’."
Il mio amico la prese sul ridere, ma io continuai a stuzzicarlo:
"Davvero non ti secca continuare a foraggiare gente ricca, quando sai già che sono soldi regalati?"
"Sì, non è una bella cosa."
Accennando con la testa un gesto di sconforto, continuai: "I banchieri continuano a ripetermi che la garanzia è indispensabile. In realtà la garanzia non serve affatto a tutelare gli interessi della banca, serve a tenerne lontana la povera gente".
Aprii un giornale e gli mostrai l’elenco, pubblicato di recente, dei ricchi che non pagavano i debiti con le banche: tutte le maggiori famiglie vi erano rappresentate. Il mio amic annuì: la situazione era ben nota.
"Vuoi che ti dica come gestirei l’Industrial Development Bank se ne fossi io il responsabile?" domandai.
"Chiameresti degli avvocati ancora più costosi per promuovere cause che durerebbero anni e resterebbero sempre inconcluse per vizi di forma," mi canzonò.
"Niente affatto. Semplificherei tutta la procedura: prenderei un mucchio di soldi, li metterei su un elicottero e volerei per tutto il paese gettandone a bracciate dal finestrino. Il giorno dopo emetterei un bel comunicato, alla radio e su tutti i giornali, annunciando che la pioggia di denaro era inviata dall’Industrial Development Bank, e se qualcuno aveva raccolto il denaro era cortesemente pregato di restituirlo entro tale data, aumentato degli interessi. Infine aggiungerei: `E vi preghiamo vivamente di farne buon uso’."
Il mio discorso fu accolto da una risata. Ma io parlavo seriamente.
"Scommetto che usando il mio metodo avresti una percentuale di recupero molto più alta del 10 per cento. E la banca risparmierebbe le spese di valutazione preventive, il salario degli impiegati, dei tecnici, dei progettisti, degli avvocati... tutto sarebbe risparmiato! Non avreste tutte le scartoffie, e pochissime spese generali: giusto il costo dell’elicottero e dei comunicati."
Questa ironica proposta allude al diverso atteggiamento che le istituzioni adottano nei confronti dei ricchi e nei confronti dei poveri. Nel nostro paese, invece di rimborsare i loro debiti, i ricchi implorano: "Le nostre industrie sono malate, bisogna aiutarle. Per favore, dateci più denaro!". Addirittura sono arrivati al punto di formare un’Associazione degli insolventi, che tutela i loro diritti e difende i loro interessi...!
E dato che gli insolventi sono i loro amici, i loro parenti, i loro sostenitori politici, i loro finanziatori - in breve, la spina dorsale della classe dirigente - i responsabili del governo esitano a metterli tutti in galera. Senz’altro non esiterebbero se fossero poveri e privi d’influenza.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 119
Nel novembre del 1982 i membri della Banca Grameen erano arrivati a 28.000, di cui 11.000 erano donne. Come avevamo fatto a compiere un balzo così grande, dai cinquecento membri del 1979? Muovendoci, all’inizio, con estrema prudenza.
A ogni nuova partenza Grameen è solita procedere lentamente, senza fretta. Ritengo che questa sia una condizione importante per la riuscita del lavoro. Da un lato non vogliamo urtare le persone alimentandone l’ostilità o la diffidenza; dall’altro crediamo sia meglio andare con prudenza e far bene le cose piuttosto che commettere errori per eccessiva precipitazione.
Nel primo anno di vita nessuna agenzia dovrebbe cercare di attirare più di un centinaio di clienti. Solo quando i primi cento prestiti sono rientrati interamente e senza inconvenienti si può cominciare a pensare che il lavoro sia stato impostato nel modo giusto (in genere occorrono due anni per scoprire eventuali difetti strutturali in un programma).
Il funzionario inviato da Grameen, generalmente accompagnato da un vice (un praticante al quale si prevede di affidare in futuro la creazione di una nuova filiale) arriva nel villaggio dove si intende impiantare un’agenzia. È molto importante che questo funzionario e il suo vice non abbiano un ufficio, né un posto dove abitare, né contatti stabiliti in precedenza. Essi arrivano senza conoscere nessuno e senza nessuna presentazione. Il loro primo compito è quello di familiarizzarsi con la zona e di rilevarne le caratteristiche in modo dettagliato.
In un primo momento gli abitanti del villaggio guarderanno con perplessità ai due nuovi arrivati, che hanno così poco bagaglio e nessuna idea di dove passare la notte.
Il motivo di questo modo di agire è che vogliamo distinguerci il più possibile dai personaggi ufficiali, che, quando arrivano nei villaggi, sono accolti con premurosa deferenza dalle autorità locali, le quali hanno provveduto in anticipo a predisporre per loro un comodo alloggio e un lauto banchetto nelle case dei ricchi. Grameen vuole farsi portatrice di idee e di pratiche nuove, e tiene a mostrare la sua diversità fin dall’inizio.
Il nostro funzionario e il suo vice dovranno cercarsi pertanto una stanza a pagamento, e la loro sistemazione dovrà essere tra le più sobrie: preferibilmente in un ostello, o in un ospizio pubblico, o anche in una casa abbandonata. Rifiuteranno gli inviti a pranzo dei notabili spiegando che è contro le regole di Grameen. Il loro cibo sarà così spartano da far meraviglia persino agli abitanti del villaggio.
All’inizio nessuno crederà che si tratti davvero di funzionari di una banca. Come fa una banca a non avere né ufficio né personale? E come mai il funzionario di una banca vive come un lavorante a giornata, cucinandosi da solo i propri pasti?
In capo a pochi giorni gli abitanti del villaggio apprendo- ’ no che i due stranieri arrivati di recente sono persone istruite e titolari di laurea. Spesso sono i maestri delle scuole locali ad apprezzarli per primi nel loro giusto valore. I maestri non sono mai laureati, e stentano a credere che una persona in possesso di una laurea decida spontaneamente di andarsi a seppellire in un misero villaggio di povera gente, che si adatti a macinare ogni giorno chilometri e chilometri a piedi e a vivere in una stamberga, rinunciando alla bella casa, al bell’ufficio, insomma a tutte le prerogative del suo status.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 140
Se per gestire un’agenzia occorrono cinque persone, consigliamo di prenderne dieci da addestrare, e di selezionare gradualmente le cinque migliori sulla base delle prestazioni fornite nel corso dell’addestramento.
Il lavoro in una banca dei poveri è un lavoro altamente specializzato, e dev’essere riconosciuto come tale. Questo è vero a ogni livello, da quello della pianificazione a quello della presa di contatto con i clienti. Se si ammette che la banca dei poveri sia una struttura del tutto originale, è ovvio che anche il suo personale dovrà essere di un genere affatto nuovo.
Che cosa differenzia un impiegato o un funzionario di Grameen da altri giovani, oltre al fatto di essere disposto a lavorare in condizioni difficili?
La nostra formazione è semplice ma molto rigorosa. E semplice perché essenzialmente consiste in una autoformazione: non esistono libri, non esiste materiale da leggere; ci sembra che nei villaggi del Bangladesh ci siano per i giovani più cose da imparare sulla vita di quante se ne possano trovare nelle pagine di qualsiasi libro.
Chiunque sia in possesso di una laurea - non importa in quale disciplina - conseguita con una buona media a tutti gli esami di fine corso, e abbia un’età non superiore ai ventisette anni, può fare domanda come direttore di una delle nostre agenzie.
Agli annunci che pubblichiamo sui giornali nazionali rispondono sempre molti candidati. Ci dispiace di non poterli ammettere tutti ai corsi di formazione; almeno la metà di quelli che ci scrivono farebbero un’ottima riuscita come funzionari di Grameen. Ma dato che le nostre strutture possono ospitare un numero limitato di persone, siamo costretti a selezionarli prima attraverso i colloqui.
I candidati prescelti sono invitati a presentarsi al nostro istituto di formazione, dove un seminario di due giorni li informerà sulle fasi del loro addestramento; poi vengono smistati nelle varie agenzie, alle quali resteranno aggregati per sei mesi. Prima della partenza i responsabili dell’istituto si raccomandano: "Osservate attentamente ogni cosa. Quando l’addestramento sarà finito, avrete il compito di costruire una vostra agenzia, che dovrà essere in tutto e per tutto migliore di quella che avete appena lasciato".
Così i candidati scoprono da soli cos’è Grameen osservando nel concreto il funzionamento di un’agenzia. Durante quel periodo sono invitati a formulare critiche, a proporre modifiche o miglioramenti dei metodi di lavoro e a presentarle a altri candidati quando, dopo due mesi, si riuniranno per una verifica all’istituto di formazione presso i nostri uffici di Dhaka.
In quegli incontri bimestrali, che durano una settimana, i praticanti portano un soffio d’aria fresca e hanno sempre molte acute osservazioni da fare.
Mentre noi, la vecchia guardia rintanata negli uffici, ci culliamo nell’autocompiacimento per l’ottimo lavoro che svolgiamo, i ragazzi di ritorno dal campo ci riportano ogni sorta di cose terribili. Arrivano e raccontano a tutti come le nostre regole sacre e inviolabili vengano quotidianamente violate; come l’organizzazione che immaginavamo perfetta stia andando rovinosamente in frantumi. Arrivano con l’idea di modificare molte cose, e propongono azioni repressive contro chi trasgredisce le regole. E noi vecchie cariatidi dobbiamo tenerci ben saldi, aggrappandoci all’ultima relazione, all’ultimo profilo analitico, a qualunque cosa ci capiti sottomano, per non farci travolgere dall’assalto.
Nella libera discussione che segue, e che noi sollecitiamo vivamente, molti spigoli vengono smussati; resta il fatto, tuttavia, che alcune delle critiche contengono elementi di verità. Anche se rassicurati nell’insieme, mandiamo tutte le informazioni al nostro ufficio di valutazione e di controllo, perché riservi una maggiore attenzione a quei problemi e ne sorvegli di tanto in tanto l’evoluzione.
Non solo noi siamo aperti alla diversità di stile e opinione, ma anzi la incoraggiamo. Non ci sarebbe innovazione senza un clima di tolleranza, diversità e curiosità. In un contesto troppo rigido, non c’è posto per la creatività.
Alcune pratiche adottate da Grameen su scala nazionale sono state sperimentate prima dai nostri giovani funzionari nelle situazioni locali. È il caso, in particolare: 1) della riunione annuale di atletica organizzata da ogni agenzia per i figli dei suoi membri; 2) dei festeggiamenti annuali nella data di fondazione dell’agenzia; 3) degli esercizi ginnici.
In un primo tempo, molti all’interno di Grameen - e io ero tra quelli - pensavano che gli esercizi ginnici fossero un’attività un po’ troppo militaresca, e che alla maggioranza dei membri non sarebbe piaciuta. Invece scoprimmo che i membri della nostra componente maschile si riunivano già spontaneamente ogni settimana in uno spazio aperto per esercitarsi ed esibirsi assieme ad altri membri provenienti da vari centri e agenzie: sentivano che l’attività sportiva li aiutava a rafforzare la determinazione e l’attività l’autodisciplina migliorandone l’impegno anche in altri ambiti della vita. Perciò decidemmo di estendere la pratica a tutti i nostri centri.
In generale, i giovani e le giovani del Bangladesh hanno molto senso di responsabilità sociale. Gli studenti sono sempre stati all’avanguardia dei movimenti sociali e politici. Hanno partecipato in prima linea alla nostra Guerra di liberazione e ancora oggi si sacrificano generosamente a sostegno delle cause nazionali.
Grameen offre a questi giovani la possibilità di esercitare pienamente il proprio senso di responsabilità, con l’appoggio di una struttura flessibile e tollerante.
A differenza del personale delle altre banche, i nostri funzionari si pongono soprattutto come insegnanti. E lo sono nel senso che insegnano ai propri clienti a sviluppare appieno il proprio potenziale, a scoprire i propri punti di forza, ad ampliare i propri orizzonti e le proprie capacità in modi fino a quel momento inediti. Noi diamo ai nostri funzionari la possibilità di utilizzare tutto il sapere, la fantasia e l’esperienza di cui dispongono per diventare autentici insegnanti. Fare il direttore in una nostra agenzia è un’avventura, una sfida personale.
Io sono insegnante per scelta. Molti quadri dirigenti di Grameen sono stati miei studenti all’università di Chittagong, e sono lieto che mi considerino più come un professore che come un capo. Nel lavoro bisogna mantenere un rapporto formale con il proprio capo, mentre con l’insegnante c’è più scioltezza, il rapporto ha un’impronta più di intesa spirituale.
Con l’insegnante si può parlare liberamente dei propri problemi e delle proprie debolezze, si possono ammettere i propri errori senza paura di incorrere in sanzioni.
Un funzionario, per sentirsi tale, ha bisogno di un ufficio, di un telefono, di una scrivania; senza questi accessori si sente smarrito. Il funzionario di Grameen può fare a meno di tutto questo, perché la sua natura è e rimane quella di un insegnante.
I semplici impiegati, invece, in genere non sono laureati; è sufficiente che abbiano un diploma di avviamento al lavoro. Se entrassero nella pubblica amministrazione potrebbero diventare tirocinanti o fattorini, situandosi al gradino più basso della gerarchia.
Ogni anno riceviamo, per questo tipo di mansioni, migliaia di domande di lavoro. Purtroppo possiamo accoglierne soltanto una su dieci. Dico purtroppo perché ritengo che il 75 per cento dei giovani che si presentano ai colloqui farebbero una buona riuscita. È un peccato che non si possa assumerli
tutti e metterli a fare qualcosa che valga la pena di essere fatto. Molti di loro hanno un estremo bisogno di lavorare, e in Bangladesh cercare lavoro può essere un’esperienza costosa e mortificante.
Quasi tutte le aziende, infatti, richiedono ai candidati un deposito non rimborsabile a copertura dei costi di selezione. Esistono organizzazioni fantasma che pubblicano false richieste di lavoro solo per estorcere denaro ai candidati. Con Grameen si può avere l’impiego senza necessità di distribuire tangenti. In Bangladesh una tangente per un posto di lavoro equivale a una cifra che va da due a venti volte il salario mensile previsto per quella mansione. E succede perfino che, in cambio del lavoro, il candidato debba sposare la figlia di qualcuno! Molti candidati non riescono a crederci quando diciamo loro che non chiediamo depositi preliminari, e che saranno selezionati soltanto sulla base del merito.
La stragrande maggioranza dei candidati che si presentano da noi per un colloquio (l’85 per cento dei ragazzi e il 97 per cento delle ragazze) viene a Dhaka per la prima volta. Per avere il denaro necessario per le spese di viaggio, spesso i genitori devono vendere il bestiame, gli alberi da frutto, le mucche, le capre, i monili, qualunque cosa in loro possesso. Almeno metà delle famiglie ha avuto in prestito il denaro, il più delle volte dagli usurai. Più della metà dei candidati arriva a Dhaka il giorno stesso del colloquio, perché in città non conoscono nessuno che li possa ospitare, e andare in una pensione o in un albergo risulterebbe troppo costoso. Circa un quarto dei candidati trascorre una notte alla stazione, perché a volte gli orari dei treni rendono impossibile evitare una notte a Dhaka.
Quasi tutti quelli che si presentano sono bravi ragazzi attaccati ai valori tradizionali. La maggior parte di loro prega cinque volte al giorno, come è d’obbligo per ogni buon musulmano. Lavorare con noi è faticoso, ma i nostri giovani lo apprezzano perché dà loro sicurezza, rispettabilità, fiducia in se stessi, e la possibilità di avere avanzamenti di carriera, o àl nostro interno, o eventualmente presso altre aziende.
In effetti, dopo avere lavorato con Grameen, le possibilità di carriera sono eccellenti. E tuttavia, per quanto i nostri stipendi siano al livello di quelli retribuiti dal governo, e inferiori a quelli delle banche commerciali e delle Ong, è raro che i nostri dipendenti si licenzino. Che cosa trovano, da noi, che li rende così affezionati? Probabilmente le nostre caratteristiche rispondono in modo soddisfacente alle loro aspirazioni personali.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 161
All’inizio il potere di nomina del direttore era prerogativa del Ministro delle Finanze. La mia proposta di emendamento – per cambiare le regole del potere di nomina - fu comunque inviata al ministero delle Finanze, che non le diede alcun seguito. Allora feci in modo di presentarla a un organo superiore composto da ministri, il comitato esecutivo del Consiglio economico nazionale, il quale raccomandò che la mia proposta fosse adottata.
Ma il segretario generale del ministero delle Finanze ignorò la raccomandazione. Quando sollevai con lui la questione, mi disse che il Consiglio non era il governo e che il ministero delle Finanze non era obbligato a tener conto delle sue indicazioni. Per me fu una lezione indimenticabile sul funzionamento della macchina di governo, l’ennesima dimostrazione di come i governanti siano sempre restii a cedere perfino una briciola del loro potere.
Continuai a bussare a tutte le porte, finché arrivai al presidente Ershad in persona, il quale ordinò al segretario generale delle Finanze di mettere la questione all’ordine del giorno del prossimo consiglio dei ministri. Ma, assieme ai documenti che illustravano la questione, il segretario fece avere al presidente il suo parere contrario. Nemmeno allora io rinunciai.
Esposi il mio caso al segretario del presidente, un burocrate di alto grado che era stato mio studente quando insegnavo matematica all’università di Boulder, nel Colorado, e che ancora mi chiamava "professore". Questi fece tutto il possibile per essermi utile. Organizzò una riunione di vertice sulla questione, invitando il vicepresidente, il governatore della Banca centrale, il ministro delle Finanze, il ministro della Pianificazione e me stesso, sotto la presidenza di Ershad.
Perorai la mia causa nel modo più convincente. Alla fine tutti si dichiararono disposti ad appoggiarmi, tranne il ministro delle Finanze, il quale fece presente che il governo rischiava di perdere qualsiasi possibilità di controllo sulla Banca Grameen; mentre invece era importante che, quando il professor Yunus non fosse più stato direttore generale, il governo potesse subentrarvi prendendo in mano le redini della banca.
Dopo altri tentativi di rinvio da parte del ministro delle Finanze, per nostra somma fortuna la proposta fu presentata in parlamento e ratificata proprio nell’ultima seduta prima che l’assemblea si sciogliesse e il governo Ershad fosse abbattuto da una sollevazione popolare.
In base alla nuova disposizione di legge, il direttore generale doveva essere nominato non più dal governo, bensì dal consiglio di amministrazione. Quando il consiglio, seguendo la procedura legale, mi nominò direttore generale, cessai di essere un funzionario di governo e divenni un dipendente della banca.
Ora Grameen era libera finalmente di scegliere il suo direttore - una persona che facesse gli interessi dei clienti - senza temere che il governo potesse tutt’a un tratto imporle un dirigente, più preoccupato di far bella figura con il partito al potere, o con qualche burocrate delle Finanze, che non dei risultati della banca.
Quell’emendamento fu d’importanza cruciale per Grameen, senza di esso eravamo esposti in ogni momento al rischio di una catastrofe. Ma c’è un altro emendamento importante per il futuro della banca, ed è quello relativo alla nomina del presidente del consiglio di amministrazione. Ancora oggi è il governo ad avere facoltà di nominare il presidente della nostra banca, che - lo ricordiamo - è privata: un passaggio inutile, e passibile di provocare complicazioni in futuro. Per di più, nel solito stile che caratterizza la burocrazia statale, l’incarico è valido solo "fino a nuovo ordine", il che dà un senso d’instabilità. Nel nostro consiglio di amministrazione il ruolo del presidente è molto importante, specie dal momento che su tredici membri nove sono di solito analfabeti; sono perciò dell’avviso che la disposizione debba essere emendata in questi termini: "Il presidente sarà eletto da parte dei membri del consiglio, tra cui il direttore generale".
Spero che gli amici di Grameen coglieranno l’urgenza di questo nuovo emendamento, che contiamo sia approvato prima di trovarci ad affrontare una crisi.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 173
Quando parliamo di esportare il modello Grameen in altri paesi, non intendiamo che lo si debba riprodurre tale e quale, ma che i caratteri essenziali della nostra formula siano applicati in contesti nazionali diversi con spirito pratico e innovativo. Ma i nostri emuli possono, se lo desiderano, inventare una loro versione delle "Sedici risoluzioni".
Invece un punto fondamentale è il tasso di recupero. Quali che siano le condizioni ambientali, si deve ricordare fin dall’inizio che se il tasso di recupero dei crediti non si avvicina al 100 per cento, per quanto promettente possa apparire l’esperienza, non è Grameen. Tutta la forza di Grameen deriva dalla sua quasi totale capacità di recupero. Il tasso di recupero non esprime soltanto la solvibilità del cliente, ma la determinazione e la disciplina che hanno reso possibile quel risultato.
Un altro elemento che nella trasposizione del modello non dovrebbe andare perduto è la giusta individuazione degli interlocutori. Il nostro consiglio è di iniziare l’esperimento con il 25 per cento più povero della popolazione, e di concentrarsi in particolare sulle donne più bisognose.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 177
Forse per gli europei Grameen è un concetto troppo estraneo, rimette in discussione troppe idee preconcette e modi di fare profondamente radicati nella mentalità della gente.
Nei paesi avanzati il problema più grande è quello di ovviare ai danni prodotti dallo stato assistenziale. Le organizzazioni tipo Grameen incontrano sempre lo stesso problema: i beneficiari di sussidio mensile dello stato appaiono non meno timidi e spaventati, di fronte all’offerta di un prestito per avviare un’attività lavorativa, delle donne dei nostri villaggi nascoste dal purdah. Molti fanno il calcolo di quello che perderebbero in denaro e assicurazioni sociali diventando lavoratori autonomi, e concludono che non ne vale la pena.
Alcuni tentano di portare avanti clandestinamente l’esperienza; ma con i controlli attualmente esistenti non è difficile essere scoperti, e l’immediata conseguenza è la perdita dei vantaggi assistenziali.
Molte persone non hanno mai ripagato i loro debiti. Menziono questi fallimenti perché da essi i nostri colleghi francesi hanno tratto a quel tempo la conclusione che al di fuori di un ambiente rurale, dove le persone si conoscono e si fidano l’una dell’altra, non fosse possibile creare solidarietà di gruppo; che nelle città dei paesi avanzati mancasse il tessuto sociale perché potesse realizzarsi l’effetto di mutuo condizionamento e sostegno: a madame Salima non importava se Leo pagava o no i propri debiti, così come a Leo non importava che Bernard mancasse ai propri impegni.
A mio avviso, si tratta delle difficoltà che si incontrano sempre a ogni nuovo inizio. A Jobra, dopo quattro anni, Grameen riuniva a malapena cinquecento persone, e molte di loro non riuscivano a pagare puntualmente le quote, o qualcuna abbandonava addirittura il programma. Non bisogna essere impazienti; i primi anni sono essenzialmente una fase di apprendistato, ed è facendo e sbagliando che si impara.
Malgrado le difficoltà incontrate nelle fasi iniziali, i programmi ispirati a Grameen si sono dimostrati efficaci in molte città del mondo, anche nei paesi avanzati. Quella del Woinen’s Self-Employment Project (wsEP) di Chicago è un’esperienza magnificamente riuscita. A Dhaka, la Shakti Foundation concede prestiti a 18.000 abitanti degli slum. A Manila la TSPI funziona ed è ben radicata.
In Francia, l’ADIE fondata da Maria Nowak ha concesso prestiti a 3200 piccole imprese avviate da disoccupati o beneficiari di pubblico sussidio: il 70 per cento di quelle piccole imprese esistono ancora a diciotto mesi dall’entrata in esercizio, situandosi così nella media francese delle nuove imprese finanziate con il credito convenzionale. Negli Stati Uniti i programmi di microcredito ispirati a Grameen sono più di cinquanta, molti dei quali procedono egregiamente.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 185
Rinuncia al nome/logo
“Dopo due ore di discorsi, quando è chiaro finalmente di cosa si tratta, la gente dice solitamente: «Ah, allora lei vuole dire che è un prestito sulla fiducia!». Quindi perché non chiamarlo direttamente The Good Faith Fund? Tu avresti obiezioni?".
"Assolutamente. Più è facile da capire e meglio è."
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 195
Quando andai a visitare il territorio dei cherokee, fui presentato a un gruppo di quindici-venti donne, che mi accolsero con facce impassibili. Illustrai come al solito le attività di Grameen, ma nessuna di loro mostrò il minimo interesse: tutte rimasero in silenzio, senza alcuna espressione su quei visi di pietra.
"Beh, la vostra reazione, qui, è molto più incoraggiante di quella che incontro di solito in Bangladesh," ricominciai. "Là le donne cercano attivamente di evitarmi; si tengono a distanza, mi gridano di andaiiiiene, dicono che non hanno bisogno dei miei soldi. Io e i miei colleghi dobbiamo rincorrerle per poterci parlare, e spesso rifiutano di ascoltarci. Voi almeno state lì sedute e mi ascoltate. Questo per me è già molto incoraggiante."
Nessuno rise.
"C’è qualcuna, di voi, che ha bisogno di soldi?"
Nessuna risposta, nessuna mano alzata, nessun battito di ciglia.
"Se voi non ne avete bisogno, conoscete magari un’amica, o una vicina, a cui dei soldi potrebbero far comodo?"
Dopo un lungo silenzio, una donna alzò la mano. "Sì, io ho una vicina, che, se avesse del denaro, penso che saprebbe come usarlo."
"E cosa ci farebbe?"
"Si comprerebbe un fornello su ruote per andare a vendere
i tacos."
"Sono buoni i suoi tacos?"
"Squisiti. Sono i migliori della zona."
"Va bene. La mandi da me, sono certo che potremo aiutarla. Nessun’altra ha una vicina o un’amica che ha bisogno di denaro?"
"Un momento... Vuole dire che se le mando la mia vicina lei le darà dei soldi così, senza bisogno di nessuna garanzia?"
"Sì."
Le cherokee rimasero ancora un poco a pensare. Infine, un’altra alzò la mano:
"So che a molti piacciono i cuccioli, da queste parti."
"Ah!"
"Potrei avere un prestito per allevare e vendere cani?"
"Se pensa che economicamente possa rendere, perché no? Deve valutare se i guadagni sarebbero tali da poterlo poi rimborsare."
"Per questo non c’è problema. So com’è il lavoro, a volte l’ho fatto per fare un favore a qualcuno."
"Quindi saprebbe già dove venderli..."
"Oh sì, non ci sarebbero difficoltà, ho già una discreta domanda."
"Quanto denaro le occorrerebbe?"
"Beh, non saprei... Dovrei comprare un canile, poi ci sarà l’avviamento, la pubblicità... Con il cibo per i cani e tutto dovrebbero bastarmi cinquecento dollari, per cominciare."
"Allora d’accordo, le presterò i cinquecento dollari."
"Come, d’accordo?! D’accordo così e nient’altro?"
"E nient’altro."
Tutte cominciarono a ridere, e vidi i loro occhi farsi più vivaci. Adesso altre alzavano la mano:
"Io ho un’idea: vorrei vendere delle piante in vaso." "Cosa le fa pensare di saper fare quel lavoro?"
"Io amo le piante. Ho il pollice verde, ogni cosa che tocco cresce bene."
"Lei possiede del terreno?"
"Qui, nel nostro territorio, non esiste la proprietà della terra.
La terra è a disposizione di chiunque ne voglia fare buon uso." "E pensa che troverebbe da vendere le sue piante?" "Io penso che potrei venderle facilmente."
Mentre stabilivamo la cifra di quel prestito vedevo che ormai nella stanza tutte avevano cominciato a sorridere, e le loro espressioni rivelavano un mulinare di idee che mai fino a
quel giorno avevano osato concepire.
Anche un uomo, che era rimasto in fondo alla stanza, alzò la mano e parlò:
"Su queste terre abbiamo coltivato il granoturco per decenni. Da un po’ di tempo, invece, abbiamo dato ai bianchi il permesso di usare i terreni al nostro posto. Io penso che sapremmo farlo meglio di loro, e in più potremmo ricavarne un profitto."
Mi dissi assolutamente d’accordo. La discussione affrontò quindi numerosi aspetti di dettaglio, e quando la riunione si concluse, tutti mi si fecero attorno rivolgendomi la preghiera che avevo già sentito tante volte: "Quando torna, Yunus? Porti il denaro la prossima volta".
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 196
Più il tempo passa e più sono convinto che le piaghe da me rilevate nelle banche del Bangladesh sono le stesse che affliggono il sistema bancario a livello mondiale. Nel 1990 ho scritto un articolo intitolato Forse c’è qualcosa che non va, nel quale sollevavo la questione che le banche commerciali americane non riconoscevano l’essere umano: "Il sistema che abbiamo creato non riconosce le persone. Solo le carte di credito sono accettate. Solo le patenti sono accettate. Le persone no. Sembra che per le persone sia inutile avere una faccia. Ormai si guarda sempre la patente, la carta di credito, il codice sanitario o fiscale. Ma se un documento vale più di una faccia, mi chiedo, quest’ultima, perché ce l’abbiamo".
Ho scoperto che in America incassare un assegno è diventato un affare serio. Senza patente e senza carta di credito, i poveri e i vecchi faticano perfino a incassare l’assegno dell’assistenza sociale!
Perciò, riguardo al trattamento verso i poveri, non vedo nessuna differenza tra le nostre banche e le banche americane.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 197
Nei ghetti di Chicago
Il progetto più difficile e controverso messo in atto è stato il Full Circle Fund (FCF), avviato nel 1988. Il progetto mirava a favorire lo sviluppo economico dei quartieri più svantaggiati, offrendo alle donne un capitale d’ínvestimento da 300 a 1500 dollari, a condizione che ognuna accettasse di riunire attorno a sé altre cinque donne convincendole della bontà della loro proposta di collaborazione. Nessuna garanzia era richiesta.
Nel 1988 Connie Evans e Susan Matteucci, che si autodefinivano "fan di Grameen", trascorsero da noi un lungo periodo osservando le attività dei responsabili di zona e accompagnando nel lavoro il nostro personale locale. Al ritorno negli Stati
Uniti applicarono punto per punto le nostre procedure, così che quando andai a Chìcago rimasi letteralmente sbalordito
nel vedere com’era stato organizzato il progetto: non avrei mai immaginato che il mio piccolo modello concepito per l’Asia del Sud potesse funzionare in un ambiente così moderno; in occasione di manifestazioni all’aperto come Black Expo o Ghana Fest, dovetti constatare che riscuoteva un indiscutibile successo. Ebbi qualche difficoltà ad abituarmi a certe cose: per esempio, è consuetudine di Grameen fatturare al cliente tutti i servizi forniti, anche se la somma è irrilevante; ebbene, a Chicago costava cinque dollari un corso nel quale si insegnava un metodo per cancellare presso le banche il proprio passato di indebitamento. In Bangladesh cinque dollari erano una fortuna, la metà di molti nostri prestiti. Quando chiesi a una dei partecipanti se la somma non fosse troppo alta, la donna mi rispose: "In fin dei conti ne vale la pena, se dopo puoi ottenere una carta di credito e un prestito immobiliare".
L’FCF iniziò le proprie attività a Englewood, un quartiere devastato dalla droga e dall’alcol. Quando ci andai, la realtà di quel luogo mi sconvolse; in fondo, da studente, ero rimasto quasi sempre nel campus, o comunque avevo evitato i quartieri malfamati. Ora mi sembrava che vivere ai margini di una società così opulenta fosse più difficile che vivere nelle campagne povere del mio paese, dove se non altro la natura è rigogliosa e dopo il monsone tutto cresce rapidamente.
Englewood è uno dei quartieri più poveri e degradati di Chicago, dove la violenza regna sovrana. Nel 1990 il tasso di disoccupazione era doppio della media cittadina, e il 50 per cento delle famiglie (di cui il 98 per cento nere) viveva al di sotto della soglia di povertà. Diecimila ragazzi appartenevano alle bande.
Nelle strade percepivo una paura che in Bangladesh non mi era mai capitato di provare. Le persone stavano rintanate nelle case, soprattutto gli anziani. Le aggressioni e i colpi sparati dalle auto erano così frequenti che in estate molti degli abitanti non osavano sedersi nel patio davanti a casa. Le strade erano piene di veicoli abbandonati; mi facevano pensare alle enormi navi da carico ancorate lungo la costa nei pressi di Chittagong, che migliaia di miei compatrioti dai piedi scalzi smantellavano per riutilizzarle pezzo a pezzo. Provai a instaurare un discorso, ma la gente non parlava dei propri bisogni, parlava solo degli arresti o dei morti ammazzati.
Tutto questo era molto lontano dall’America che conoscevo.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 201
Results, un gruppo di pressione popolare
Con l’aiuto del credito solidale, numerosi cittadini appartenenti alle fasce a reddito più basso potranno trasformare le loro attività illegali e sottocapitalizzate in attività legittime con le quali sfuggire alla miseria. Results, un gruppo di pressione popolare che riunisce più di quattrocento volontari, ha grandemente contribuito allo sradicamento della povertà intervenendo presso i legislatori americani. Nato su iniziativa di Sam Daley-Harris, un ex professore di musica di Miami, Results costituisce attualmente un’importante forza di cambiamento negli Stati Uniti e nei paesi avanzati.
All’estero si cominciava a parlare di noi. Il nostro impegno nell’ambito di progetti americani ci aveva fatto conoscere ai gruppi militanti degli Stati Uniti e ci aveva fatto guadagnare l’interesse della stampa. Fu allora che incontrai i volontari di Results. Results è nato dalla rivolta di Sam Daley-Harris di fronte al problema della fame nel mondo, una piaga che da sempre anelava a combattere senza trovare il modo di fare concretamente qualcosa.
Sam era arrivato alla conclusione che la democrazia americana stava attraversando una grossa crisi, e che i cittadini erano indifferenti al funzionamento dello stato: tra il 1978 e il 1979 un’indagine da lui condotta su un campione di settemila liceali rivelò che solo duecento conoscevano il nome del loro rappresentante al Congresso. Era dunque indispensabile aiutare i cittadini a trovare il modo di comunicare con il governo.
Per realizzare quell’obiettivo, Sam adottò la tattica sperimentata di inviare petizioni ai membri del Congresso e, con un gruppo di amici, perseverò per quattro anni nello sforzo di far pervenire i suoi messaggi al governo. Nel 1984, novantacinque volontari di venti stati indissero una conferenza a Washington: con quella performance Results si accreditava a buon diritto come rete di volontariato di dimensioni nazionali.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 203
La disoccupazione è una delle piaghe delle società moderne. Perfino le nazioni industrializzate si trovano nell’impossibilità di fornire a tutti un impiego.
Nel tentativo di creare occupazione, i governatori statunitensi e i presidenti europei tentano di attirare sul proprio territorio le grandi industrie offrendo sgravi fiscali e agevolazioni all’installazione degli impianti. Ma anche la presenza dell’industria non risolve completamente il problema; e, d’altra parte, i benefici sul piano occupazionale sono spesso trascurabili rispetto al danno ecologico di cui si rende responsabile con l’inquinamento dell’aria e dell’acqua e con la produzione di rifiuti nocivi. Per di più i profitti delle aziende straniere non restano nel paese che le ospita, ma vengono riconvogliati verso la casa madre e i proprietari del capitale.
Il lavoro indipendente non presenta nessuno di questi inconvenienti. Certo non è appariscente come una fabbrica nuova di zecca, però i profitti che ne derivano restano dove sono stati prodotti; e in genere le aziende sono troppo piccole per danneggiare gravemente l’ambiente. Inoltre restituisce alla persona una più ampia possibilità di incidere sul proprio destino.
In confronto al lavoro salariato, il lavoro indipendente presenta i seguenti vantaggi:
1. Gli orari sono flessibili e possono essere adattati alle esigenze familiari. Si può quindi decidere di lavorare a tempo pieno, oppure, in caso di necessità, di ridurre l’orario; o addirittura di sospendere temporaneamente l’attività per dedicarsi a un lavoro salariato.
2. Il lavoro indipendente conviene particolarmente a chi conosce la realtà della strada e possiede qualità pratiche invece che un sapere specialistico o libresco. Ciò significa che i poveri e gli analfabeti possono sfruttare i loro punti di forza anziché subire lo svantaggio delle loro debolezze.
3. Può trasformare un hobby in un impiego remunerativo.
4. Permette di lavorare a chi non riesce ad adattarsi ai rapporti gerarchici.
5. Offre la possibilità di sfuggire alla dipendenza dagli aiuti sociali, non per diventare schiavi salariati, ma per aprire un negozio o un piccolo laboratorio artigianale.
6. Può aiutare coloro che, pur avendo un lavoro, continuano a essere poveri.
7. Può offrire a un lavoratore licenziato il sostegno morale necessario per non cadere nella depressione e nell’isolamento.
8. Permette di guadagnarsi da vivere a chi non trova lavoro a causa della discriminazione razziale.
9. Creare un posto di lavoro indipendente costa mediamente alla comunità dieci, venti, cento volte meno di quanto costerebbe un impiego salariato.
10. Permette a un povero isolato di riacquistare progressivamente fiducia in se stesso.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 208
Per sradicare la povertà è necessario adottare misure più incisive e globali di quelle necessarie per la semplice creazione di posti di lavoro. Non è il lavoro che salva i poveri, ma il capitale legato al lavoro. Nella maggioranza dei casi, potendo disporre del capitale, si elimina la povertà con un costo minimo o nullo per i contribuenti.
Propongo che il sussidio di assistenza, invece di essere elargito con un assegno mensile, venga versato in un’unica soluzione a coloro che vogliano intraprendere un’attività indipendente. Nel Regno Unito l’Enterprise Allowance Scheme ha contribuito all’avviamento di 88.000 aziende, di cui l’86 per cento sono ancora attive dopo tre anni.
Naturalmente il lavoro autonomo ha i suoi limiti, ma in molti casi è l’unico modo per risollevare le sorti di coloro che il sistema economico non vuole assorbire e che i contribuenti non vogliono mantenere a proprie spese.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 208
Esempio: dal voler comprare una macchina per cucire al premio in Belgio
Prendiamo l’esempio di Manzira Khatoon, trentanove anni, nata nel villaggio di Outakhin Noadeeari, provincia di Chapainoabganj, dove risiede tuttora.
Dopo aver frequentato diligentemente la scuola, Manzira andò sposa a diciassette anni. In seguito suo padre ebbe un rovescio di fortuna, e le spese per sostenere una lunga causa di fallimento lo costrinsero a spogliarsi di tutte le sue terre. Suo marito perse il lavoro, e dopo la nascita del terzo figlio abbandonò la famiglia per sposare un’altra donna. Manzira deperì al punto di non poter allattare il figlio neonato. Il padre era ridotto in miseria e, avendo già diciassette bocche da sfamare, non voleva riaccoglierla in famiglia con i suoi figli. Manzira guadagnava un po’ di soldi come donna delle pulizie, e faceva tirocinio gratuito presso una sarta. Ma il piccolo Rubel, già debole per mancanza di cibo, si ammalò di dissenteria e in capo a ventiquattr’ore morì La madre ne fu talmente addolorata che le occorsero sei mesi per riprendersi e rimettersi a cercare un lavoro.
Infine trovò occupazione presso una sarta, ma la paga era appena sufficiente per sfamarsi. Il sogno di Manzira era quello di comprare una macchina per cucire e mettersi a lavorare per conto proprio.
Nel 1989 sentì parlare di Grameen, e chiese a suo padre di assumere informazioni sul modo di partecipare al progetto. Oggi, grazie ai nostri prestiti, Manzira possiede un terreno con venti alberi di guayava, e ha affittato un altro lotto dove coltiva del riso ad alto rendimento. La sua casa, con pareti di mattoni e tetto di lamiera, è stata finanziata da Grameen. I prestiti, attualmente, le servono soprattutto per comperare le stoffe, da cui ricava indumenti che vende direttamente da casa.
"Il giorno in cui ho potuto cominciare a costruirmi la casa, è stato il più bel giorno della mia vita. Quello che la mia famiglia non è stata in grado di darmi, Grameen me l’ha dato."
La quota di rimborso settimanale dei suoi debiti ammonta a 4,20 dollari, che riesce a pagare con facilità. "Per anni non ho avuto da mangiare a sufficienza; adesso riesco perfino a Provvedere ai miei vecchi."
Nel 1990 Manzira è stata eletta dalle sue compagne a rappresentare la zona di Rajshahi-Rangpur nel consiglio di amministrazione della Banca Grameen. In quella veste, nel 1989, ha ricevuto dalle mani di re Baldovino del Belgio un premio assegnato alla banca per le sue attività. La cerimonia, in cui Manzira si è comportata da perfetto direttore di banca, è descritta nell’ottimo libro di David Bornstein su Grameen, dal titolo The Price of a Dream.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 209
Sono profondamente convinto che fare l’elemosina ai poveri non sia un gesto risolutivo; significa soltanto ignorare i loro problemi e farli volutamente incancrenire. Un povero in buona salute non vuole né ha bisogno di elemosina. Dargli un sussidio significa aumentare la sua miseria, uccidendone lo spirito d’inìziativa e togliendogli il rispetto di se stesso.
Non sono i poveri a creare la povertà, bensì le strutture sociali e le politiche da esse adottate. Se si modificano le strutture, come stiamo facendo in Bangladesh, la vita dei poveri ne sarà dì conseguenza modificata. L’esperienza ci ha dimostrato che, con l’aiuto di un capitale finanziario anche limitato, i poveri sono capaci di produrre profondi cambiamenti nella loro vita.
Ad alcuni servivano solo venti dollari, ad altrì cento o cinquecento. C’era chi acquìstava riso da decorticare, chi produceva riso soffiato, chi fabbricava ciotole di argilla, chi comperava bestiame. Ma di tutti i partecipanti ai programmi Grameen, nessuno - attenzione, esperti mondiali dello sviluppo! - nessuno ha avuto bisogno di una formazione speciale. O quella formazione l’avevano già ricevuta come parte del bagaglio di competenze domestiche, o l’avevano acquisita nel loro campo dì attività. Tutto quello che mancava loro era il capitale.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 213
Dove si colloca la filosofia di Grameen nel ventaglio delle ideologie politiche? A destra? A sinistra? Al centro?
Grameen auspica un minore intervento da parte dello stato, anzi, auspica che lo stato riduca al minimo la sua presenza; sostiene l’economia di mercato e promuove istituzioni che favoriscono la creazione di imprese. Quindi dev’essere di destra.
Grameen si batte per la conquista di obiettivi sociali: eliminare la povertà, fornire istruzione, assistenza sanitaria, opportunità di lavoro a tutti, pervenire alla parità dei sessi rafforzando il potere della donna, garantire il benessere degli anziani. Grameen sogna un mondo senza poveri e senza elemosine.
Grameen disapprova il quadro istituzionale esistente, e condanna le imprese basate sulla cupidigia. Vuole sconfiggerle sul piano della concorrenza creando aziende efficienti guidate dall’impegno sociale.
Grameen non crede nel liberismo selvaggio, e auspica un intervento sociale senza ingerenza dello stato nell’industria e nei servizi; chiede che l’azione dello stato consista unicamente nel varare misure che incoraggino le imprese a impegnarsi sul terreno sociale.
Queste caratteristiche tenderebbero a qualificare Grameen come un’organizzazione di sinistra.
La verità è che le posizioni di Grameen sono difficilmente classificabili con le tradizionali etichette politiche. A cavallo tra settore pubblico e privato, Grameen nega la sua adesione a entrambi, e opera per la creazione di un settore del tutto nuovo, che definisco "settore privato guidato dall’impegno sociale".
Chi sarà coinvolto in questo processo? Persone animate da una coscienza sociale. Nell’essere umano la coscienza sociale può essere una molla molto forte, anche più forte della cupidigia. Se queste persone, se queste aziende riusciranno a trovare spazio sul mercato, potranno con mezzi migliori affrontare i problemi sociali e operare per la pace, l’uguaglianza e la creatività. .
Il settore pubblico non è stato all’altezza dei suoi compiti, e malgrado i nostri sforzi è sempre meno vitale. La burocrazia generata dall’assistenzialismo, le protezioni economiche e politiche, la corruzione, la mancanza di trasparenza l’hanno messo completamente fuori gioco.
Dopo la morte del settore pubblico resta soltanto il settore privato fondato sulla cupidigia. Non è certo una prospettiva allettante. La concorrenza, per quanto agguerrita, non è sufficiente a sconfiggere l’avidità: se non altro dobbiamo ricordare che avidità e corruzione sono sempre state inclini ad allearsi.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 213