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Si sono senza dubbio misconosciute le doti della pergamena, e soprattutto della sua forma perfezionata, il velino, una pelle molto fine, tratta dal vitello nato morto. All'epoca i vantaggi della carta erano molto meno evidenti rispetto ad oggi, soprattutto per tirature ancora limitate a cento o duecento esemplari. Il velino non potrebbe, per il suo spessore, venire paragonato alla nostra moderna carta india, ma è potuto servire a fare Bibbie, manoscritte o a stampa. Si era riusciti, grazie a operazioni di pomiciatura e levigatura, a renderlo molto fine e quasi perfettamente lucido, pur mantenendone le originarie qualità di relativa resistenza agli strappi, al fuoco e all'acqua. Ogni pelle presenta indubbiamente un lato più liscio dell'altro. Ma questo non vale anche per la carta, la cui superficie, soprattutto per quanto riguarda il suo utilizzo ai fini della stampa, risulta ineguale? Ancor oggi, per la stampa vi è un lato «buono» ed uno «cattivo». È anche da notare che l'inchiostro grasso costantemente impiegato per la stampa meccanica non era rigettato dalla pergamena, e comunque lo era meno di quello più liquido dei manoscritti. Infine, la pergamena e il velino non «bevevano». In breve, senza essere perfetti, questi supporti servivano egregiamente a produrre uno splendido prodotto finito. Il prezzo è senza dubbio divenuto l'elemento determinante della scelta. Nella stampa infatti il supporto costituisce un elemento di spesa molto forte. E variabile e rigorosamente proporzionale alla tiratura: maggiore è il numero di esemplari fabbricati, maggiore è il costo, mentre ad esempio la composizione, stabilito un tanto, viene ammortizzata in proporzione alla tiratura. Ora la carta, diffondendosi, ha visto diminuire in misura notevole i suoi costi di fabbricazione, mentre questo non poteva essere il caso della pergamena.
All'inizio, tuttavia, i prezzi erano abbastanza vicini da rendere possibile
una certa esitazione. Lucien Febvre e Henri Jean Martin hanno potuto scrivere:
«La differenza è certo apprezzabile, ma è lontana dal raggiungere l'importanza
che le si è talvolta attribuita». In Germania, il rapporto tra il prezzo della
carta e quello del velino, inizialmente di
Lo sfruttamento della pergamena metteva in pericolo il bestiame, comportava, come si è detto, un vero e proprio annientamento della soccida? Si è raccontato che nel 1324 una Vita dei Padri (Vitae Patrum), in un unico manoscritto inglese, avrebbe richiesto mille pelli. In realtà, un libro di 300 carte (150 fogli), nel formato in ottavo (circa cm 20 x 14) richiedeva solo una dozzina di pelli. Per una stampa di questo tipo, in duecento esemplari, sarebbero dunque occorse meno di duemilacinquecento pelli.
Aloys Ruppel ha dimostrato che un esemplare completo della B 42 (643 fogli di cm 42 x 62) era composto di centosettanta pelli. I trenta esemplari di questa Bibbia stampata su velino avevano dunque richiesto il sacrificio di cinquemila vitelli. E’ molto, agli occhi della sensibilità moderna. Era invece del tutto compatibile con l'allevamento di allora. Gli animali non fornivano soltanto la loro pelle. A parte i vitelli nati morti, il resto degli animali abbattuti per contribuire alla realizzazione della pergamena serviva anche, e quasi unicamente, a fornire carne. Non si è a conoscenza del fatto che la comparsa della carta abbia fatto diminuire il numero degli animali uccisi...
Bechtel G., “Gutenberg”, SEI, pag. 14
Gli argomenti dei primi libri stampati
La stampa serve inizialmente, occorre dirlo, a diffondere le opere che per trecento anni hanno più facilmente ostacolato il Rinascimento. Moltiplica all'infinito gli scolastici e i mistici. Se pure stampa Tacito, inonda le biblioteche di Duns Scoto e san Tommaso; pubblica e rende eterni i cento glossatori del Lombardo che giacevano nella polvere. Sommerse da barbari libri del Medioevo, tutti riesumati nello stesso tempo, le scuole subiscono una deplorevole recrudescenza di assurdità teologiche. Poco o niente in lingua volgare. I libri antichi si pubblicano con estrema lentezza. Si pensa a stampare Omero, Tacito, Aristotele, solo quaranta o cinquant'anni dopo la scoperta. Platone è per il secolo successivo. Pur pubblicandosi i testi dell'Antichità, ben altro si pubblica continuamente del Medioevo, soprattutto i suoi libri scolastici, le summae, i compendi, tutto quell'insegnamento fatto di sottigliezze, di manuali di confessori e di casi di coscienza.
Bechtel G., “Gutenberg”, SEI, pag. 69
Università, libri e copie
L'università di Parigi instaura dappertutto un sistema di fabbricazione e commercializzazione dei manoscritti necessari per seguire l'insegnamento, affidato a due funzionari responsabili: il librario (librarius) incaricato di vendere, e lo stazionario (stationnarius) incaricato di organizzare la produzione. Dozzine di artigiani, agli ordini di quest'ultimo, eseguiranno il lavoro. Si ricorderà solo brevemente questo sistema spesso descritto. Prima dell'inizio dell'anno, il professore consegna all'università l'opera che farà studiare nel proprio corso. Lo stazionario, che riunisce gli artigiani nella statio (l'equivalente dello scriptorium dei monasteri), ha il compito di rendere questo testo accessibile a tutti gli studenti interessati, sia trasmettendoglielo perché ne facciano una copia, sia permettendo loro di acquistarlo presso la vicina libreria. L'esemplare di base, rivisto e corretto dal professore, costituisce il modello di riferimento, l'exemplar. Per renderlo divisibile, non è rilegato. È solitamente conservato sotto forma di quaderni (peciae) composti in genere di otto pagine l'uno. Lo studente squattrinato, impossibilitato ad acquistare una copia, può prendere a prestito le peciae una per volta e ricopiarsele da solo, senza per questo immobilizzare tutto l'esemplare. Nella stazione, la medesima divisione permette a più copisti di ricopiare il libro, non tutto insieme, ma decine di volte lo stesso quaderno, che viene poi riunito agli altri dal libraio rivenditore di esemplari completi.
In realtà l'insieme del lavoro, non la sola copia, è diviso tra più artigiani. Il rubricatore fa iniziali rosse in serie. Intervengono di volta in volta il miniatore, per qualche manoscritto di pregio, poi il rilegatore. Sono tutti impiegati dell'università e vivono soggetti alla sua giurisdizione. Ma anche a prescindere dalla statio, c'è infine lo studente che prende gli appunti di alcuni corsi: assiste alla pronuntiatio (lezione) e la trasforma da sé in un semplice manoscritto, da dilettante, per così dire. L'anno successivo lo rivenderà a un suo collega.
Completano il sistema di commercializzazione nelle università una lista degli exemplares disponibili con il prezzo di affitto delle peciae e un catalogo delle opere offerte in vendita, ambedue obbligatori. Nonostante la crescita della domanda, questo sistema ha nel suo insieme risolto il problema che gli si era posto e in modo molto appropriato. Ben prima di Gutenberg, il libro di scuola viene abbondantemente moltiplicato.
Bechtel G., “Gutenberg”, SEI, pag. 77
Come si arriva alle invenzioni. L'esempio del telefono
L'inventore tecnico non riceve la grazia di un'illuminazione improvvisa. Non è il ventre delle forze economiche che partorisce mentre lui sogna. Prova un desiderio contemporaneamente alla società a cui appartiene e lavora a una soluzione L'invenzione è un lavoro, quello che Gorman e Carlson chiamano «un'operazione cognitiva» (cognitive process). L'invenzione deve essere concepita «come un processo nel quale gli inventori combinano idee e oggetti, o quelli che noi chiamiamo modelli intellettuali e rappresentazioni meccaniche» (mental model and mechanical rappresentation).
Questi concetti semplici hanno il vantaggio di potersi fruttuosamente applicare a ogni sorta d'innovazione passata. Gli autori ne hanno dato un brillante esempio analizzando l'invenzione del telefono, della fine del secolo scorso. Hanno mostrato come la prima idea, l'immagine che l'inventore si fa dell'invenzione da realizzare e poi la sua storia personale, con il suo proprio bagaglio tecnico, sono in ultima analisi decisive in caso di competizione. Il risultato dipende molto da questo duplice aspetto, la proiezione nei riguardi dello scopo da raggiungere e il confronto con un pacchetto forzatamente limitato di sussidi tecnici.
L'invenzione del telefono aveva messo in concorrenza due americani, Graham Bell, partito per primo, e Thomas Edison, il quale riuscì infine a vincere la partita apportando la miglioria decisiva. La ricerca di Bell venne naturalmente influenzata da tutto ciò che esisteva o che egli stesso aveva vissuto, soprattutto il fatto di aver insegnato a non udenti. In luogo di approfondire le possibilità elettriche, imperniò la propria ricerca sulle sue conoscenze nel campo dell'acustica. A partire da un'idea iniziale (mental model) di questo tipo, si sforzò di trasformare il suono della voce in corrente variabile, tecnica che aveva già avuto modo di sperimentare. Il suo patrimonio limitato di conoscenze (mechanical representation) lo conduceva verso un telefono a induzione, poco affidabile e complicato. Edison, invece, aveva già fatto numerose scoperte e nel concepire un modello intellettuale di microfono che non doveva niente all'acustíca, poté passare in rassegna nella sua memoria numerose possibilità tecniche. Le sperimentò ad una ad una in laboratorio, là dove lavorava come «inventore aziendale», cioè alla Western Union. Dovette modificare più volte la sua immagine mentale di partenza e seppe farlo a seconda dei risultati ottenuti, alla ricerca di un sistema di amplificazione. Mise finalmente a punto un telefono di qualità, fondato per l'emissione sul principio della resistenza variabile e non sull'induzione elettromagnetica. Fu il successo del professionista sul dilettante, che aveva saputo fare il primo passo, ma la cui riserva di soluzioni tecniche era troppo scarsa.
Ci pare che si potrebbe ugualmente ricordare l'ancor più sorprendente esempio dell'esordio dell'aviazione, per mostrare a che punto il «processo cognitivo» sia determinante. I19 ottobre i89o (ossia tredici anni prima dei fratelli Wright), nel parco del castello d'Armainvilliers, vicino a Parigi, l'ingegnere francese Clément Ader faceva decollare per alcuni metri il primo apparecchio più pesante dell'aria e ad autopropulsione. Non è tuttavia a lui che viene attribuita l'invenzione dell'aviazione nei manuali di storia. I suoi tentativi, intrapresi nel più grande segreto, furono invero contestati, ma senza che si sia mai veramente dubitato che Ader abbia almeno eseguito un «salto da pulce»: le tracce delle ruote erano scomparse per breve spazio dal terreno fangoso, dunque l'apparecchio era davvero decollato, se non aveva proprio volato. Ma Ader non poté produrre davanti a testimoni un vero, indiscutibile volo, di una certa durata, che coprisse una distanza misurabile senza toccare il suolo; né il suo prototipo né gli apparecchi che costruì in seguito erano destinati a svilupparsi.
Perché? Basta guardare il suo «avion» (aereo; ne ha anche inventato la parola), per comprendere ciò che aveva tentato di realizzare, quali erano stati i suoi modelli mentali. L'aveva battezzato Eolo e questo già ci riconduce al contesto mitologico. Si trattava della riproduzione in bambù e tela di un volatile, un pipistrello, sembra. L'immagine di partenza era dunque stata quella di un uccello. E, per farlo decollare, questo anziano ingegnere ferroviario aveva fabbricato un motore a vapore, composto di due cilindri verticali. La combinazione uccellomotore non aveva futuro, era una rícomposizione senza originalità; Ader era privo di rappresentazioni meccaniche. Non poteva funzionare.
I fratelli Wright, loro, non avevano complessi. Lavoravano come meccanici, con le mani nella morchia, a qualcosa di completamente nuovo. L'idea dell'uccello non li interessava. Fecero il loro «aereo» molto più pesante di quello di Ader, ma aggiunsero un motore a benzina di potenza notevole per l'epoca. Tra l'uccello-macchina a vapore e l'automobile con le ali, la combinazione vincente era evidente. Il 17 dicembre 1903 Wilbur e Orville Wright non realizzavano un salto da pulce di qualche secondo, ma quattro voli successivi, lasciando la terra, salendo ad una certa altitudine, atterrando. Sono a giusta ragione considerati gli inventori dell'aviazione.
Bechtel G., “Gutenberg”, SEI, pag. 87
Il buon affare delle rendite
In linea di principio, nel Medioevo un cristiano non ha il diritto di prestare denaro su interesse. Ora, coloro che dispongono di liquidità non sono ancora davvero entrati nell'era capitalista. Non sanno, almeno in Germania, investire e sono spesso rimasti ad un aspetto puramente monetario. Vorrebbero che il loro denaro fruttasse in modo inattivo. Questa pigra mentalità viene accentuata dal fatto che se il prestito su interesse non ha realtà legale, esiste di fatto. In particolare gli Ebrei, e anche alcuni Italiani, lo praticano abbastanza apertamente, con notevole guadagno e senza che i debitori in fondo vi trovino veramente da ridire. Tuttavia occasionalmente si ingaggiano nella Chiesa, anche ai più alti livelli, discussioni per tentar di padroneggiare questo sistema che favorisce solo «marginali». Si cerca come estendere la pratica ad altri beneficiari, agiati e buoni cattolici, senza attentare alla dottrina. Nell'attesa, in diverse città germaniche, i più scaltri hanno realizzato alcune formule che pervengono allo stesso risultato senza presentare il nome di prestito e senza esporsi alle sanzioni religiose. Hanno inventato la rendita vitalizia (Leibgedinge).
Al posto di investire il proprio denaro al 5%, che è proibito, si compra tramite un versamento alla città una rendita a nome del proprio figlio, che gli verrà versata per tutta la vita. L'interesse può allora essere più elevato (interesse teorico, non essendo la durata della vita conosciuta sin dall'inizio), perché non vi saranno rimborsi alla fine. Una disposizione prevede che se il figlio muore prima dei vent'anni, non vi saranno restituzioni e la città terrà tutto. La transazione non
' può dunque venire definita un prestito, ma di questo tuttavia si tratta. Il rischio del mancato rimborso prima dei vent'anni è annullato dal fatto che nessuno compra queste rendite per bambini di un anno, ma solamente per i giovani e gli adolescenti che, superata l'età critica della mortalità infantile, hanno tutte le possibilità di vivere e incassarle. Inoltre, queste rendite costituiscono un attivo negoziabile. Possono essere rivendute a una persona più giovane o più vecchia: un calcolo attuariale accorda l'importo della pensione in funzione dell'età del nuovo possessore. La municipalità fa fatica ad estinguerle. Tale assicurazione sulla vita sarebbe stata legittima in certe condizioni. Ma i patrizi di Magonza imponevano tassi elevatissimi. Facendo ciò, mostravano di essere uomini legati ad un mondo vecchio; con questi trucchi non manifestavano alcun dinamismo commerciale. Non organizzavano il lavoro, non acquisivano alcun reale plusvalore. Si limitavano ad attingere alle casse della città, che d'altronde amministravano male. La municipalità, la responsabilità della quale ricadeva in gran parte sui ricchi, trovava nell'affare un vantaggio immediato, perché incassava denaro contante. Ma tali somme non erano affatto acquisite. Lungi dallo spenderle, sarebbe occorso investirle - ma non era legale - o almeno predisporne la copertura per saldare più tardi i crediti così costituiti. Si spendeva invece tutto sul momento, non fosse altro che per pagare le rendite vitalizie già dovute.
Bechtel G., “Gutenberg”, SEI, pag. 101
Sappiamo con certezza che alla B 42 lavorarono sei compositori. Si è visto che i primi due cominciarono quasi insieme. Costoro furono sempre i migliori sia per la qualità del lavoro (soprattutto il primo) sia per la quantità (soprattutto il secondo, il solo a fare 140 fogli, ovvero 280 pagine). Vi si aggiunsero altri, il terzo forse a otto o dieci settimane dall'inizio, il quarto grossomodo il giorno in cui si decise di aumentare la tiratura, quando erano già stati composti e senza dubbio stampati 155 fogli. In seguito, quando furono pronti 391 fogli, si fecero entrare nel gruppo altri due compositori, ancora più facili da individuare perché non avevano alcuna esperienza, ignoravano le abitudini tipografiche della bottega, maneggiavano male il sistema di Gutenberg (soprattutto le lettere di legamento). La scarsa abilità fa riconoscere subito le loro pagine.
Non si finiva mai in misura giusta, dal momento che era impossibile prevedere
fin dall'inizio che un pacchetto di copie sarebbe terminato precisamente nel
basso del verso dell'ultimo foglio di un quaderno. Se il compositore vi stava
comodo, se gli rimanevano pochi paragrafi da comporre e molto spazio, si allargava,
rinunciava alle abbreviazioni, scriveva le parole con tutte le lettere e le
spaziava quanto
Bechtel G., “Gutenberg”, SEI, pag. 147
L'inchiostro, firma di Gutenberg
Perché Gutenberg non poté accontentarsi degli inchiostri già esistenti? I manoscritti e i primi libri Xilografici contemporanei alla B 42 utilizzavano un inchiostro bruno, a base d'acqua, che poteva avere una sua utilità per qualche pagina, non per tirature industriali. A Magonza si dovettero comprendere molto presto i difetti di questo prodotto, che per di più passava attraverso la carta macchiando variamente il verso. Se si guarda oggi a quello che venne impiegato si vede sulle pagine della B 42 un inchiostro molto nero, senza sbavature e molto brillante, che non ha niente a che vedere con quello che si trova
` nei vecchi manoscritti, anche su velino. La stampa aveva costretto a ricorrere a nuovi pigmenti. L'inchiostro utilizzato fu senza dubbio più denso e grasso, ma perciò più lungo a essiccare. Ci si è domandati a lungo quali ne fossero i componenti. La questione aveva l'aria di essere un poco secondaria; si sarebbe invece rivelata molto fruttuosa nella ricerca gutenberghiana.
Nel corso degli anni Ottanta un gruppo americano di fisici e storici, diretto
da R. N. Schwab presso il campus di Davis dell'Università della California,
propose un metodo d'analisi interamente nuovo, che permise di determinare la
composizione almeno parziale di questo inchiostro senza prelevare neppure il
minimo frammento." Questo procedimento consisteva nel bombardare un frammento
di pagina della B 42 con un flusso di protoni accelerati in un ciclotrone. Al
momento della collisione tra queste particelle e gli elementi della pagina questi
emettevano raggi x e elettroni. L'intensità della radiazione era variabile a
seconda degli elementi incontrati: questi venivano allora identificati da un
detector collegato a un computer, a condizione che il loro peso atomico fosse
uguale o superiore a quello del sodio. Questa tecnica, chiamata dagli utilizzatori
« Proton Milliprobe Analysis », venne applicata successivamente su punti vergini
e su punti a inchiostro della Bibbia. Per sottrazione dei primi risultati ai
secondi, si ottenne la composizione parziale dell'ínchiostro utilizzato a Magonza
per
Quale fu la sorpresa degli studiosi alla scoperta di questi risultati! Se il carbone che ci si aspettava di trovare (a ragione del nerofumo, frequente componente degli inchiostri antichi) non poteva essere rivelato a causa del peso atomico troppo basso, si notava, insieme a tracce di zolfo, la presenza di tre metalli. Il titanio era il più sorprendente di tutti, perché questo elemento è stato scoperto solo nel 1791 e venne utilizzato come pigmento solo alla fine del xix secolo. Come aveva fatto Gutenberg a conoscerlo, o quanto meno a osservare che uno dei suoi elementi era utile per la stabilità dell'inchiostro? Il rame, presente in quantità consistenti, doveva provenire dall'impiego del vetriolo blu, già nel xiv secolo mescolato alla noce di galla per dare un nero profondo. La presenza di piombo, infine, non era meno interessante. Rivelava il probabile uso di biacca (o bianco di piombo), un essiccante ben conosciuto dai pittori, che aveva potuto far guadagnare ore preziose ai primi tipografi.
Questo inchiostro tanto speciale sembra più avvicinarsi ai colori dei pittori che a quelli degli altri tipografi conosciuti all'epoca. Il processo di fabbricazione, malgrado le indicazioni fornite dall'analisi americana, rimane sconosciuta. Olio di lino, noce di galla, trementina, vernice, ambra, solfato di rame erano mescolati al vetriolo blu e alla biacca? Non si sa. Si ebbe senza dubbio un po' di tutto ciò nei vasi d'inchiostro di Gutenberg, ma s'ignora in quale quantità. Rimane anche del tutto misteriosa l'origine di una ricetta tanto complessa da non assomigliare per niente a quelle conosciute dell'epoca.
Un'altra sorpresa viene dalla variazione costante della composizione di questo inchiostro. Cambia da un foglio all'altro della Bibbia e persino dal recto al verso. Questa «formula della casa» sembra essere stata aggiustata e modificata molto spesso. A partire da una base, si dovevano aggiungere certi ingredienti a seconda del bisogno. Ma quale bisogno? La questione è tutta qui. Si teneva conto del tempo, della stagione, del calore ambientale? Essendo il colore ottenuto sempre lo stesso, la variante osservata non riguarda il colore. Probabilmente si aggiungeva più o meno essiccante, per favorire l'essiccazione nei giorni in cui l'umidità dell'aria era particolarmente elevata.
Bechtel G., “Gutenberg”, SEI, pag. 355
Gli argomenti dei primi testi stampati
Essi pubblicano preghiere e ricette di larga diffusione, così come vere e proprie piccole macchine da guerra quali brevi papali, libelli, scottanti opuscoli legati alla difesa della fede o di determinati interessi politici. Ecco ciò che ci si preoccupa di diffondere, ben più delle poesie di Orazio. Il manoscritto non poteva essere un mezzo conveniente, perché troppo caro e soprattutto troppo carico di autorità e pomposità. La crescente insubordinazione, le libertà che già s'intravedevano e anche qualche sospetto d'individualismo, esigevano nuovi vettori.
I mezzi che progressivamente si vennero riunendo per far fronte al problema
comprendevano del denaro disponibile per forti investimenti non immediatamente
produttivi e alcuni progressi nel campo della metallurgia. Questi si produssero
a partire dalla fine del xiv e dagli inizi del xv secolo in una regione ben
precisa,
Anche il denaro era necessario. La stampa richiedeva grandi finanziamenti, le macchine costavano più care delle tavole degli incisori su legno. Il costo elevato della tipografia forse ritardò un'invenzione che in teoria avrebbe anche potuto prodursi almeno una ventina di anni prima. La tipografia è inseparabile dalla corrente capitalista o piuttosto precapitalista che dopo l'Italia stava toccando le regioni tedesche: questa corrente l'ha fatta nascere, la farà vivere e arricchire.
Bechtel G., “Gutenberg”, SEI, pag. 452
Il primo inventore della tipografia fu realmente Gutenberg
Nel contesto sociotecnico considerato, quello di un rinnovamento a macchia d'olio e di progressi a catena, si situa Johann Gensfleisch detto Gutenberg, cittadino di Magonza, che seppe mettere insieme desideri e mezzi della sua epoca per arrivare alla tipografia. Si è potuto mostrare con buona certezza che ne fu l'inventore.
Una cosa è certa; ebbe l'idea di partenza da cui doveva nascere la stampa a caratteri mobili.
L'invenzione richiese del tempo.
Quando l'invenzione completa, operativa, venne realizzata, intorno al 1450, Gutenberg aveva allora una cinquantina d'anni. Vi lavorava da circa quindici anni. L'inventore ha operato a lungo in una stessa direzione, ma toccando ambiti diversi. Cercava in primo luogo di fabbricare oggetti in serie, pietre incise o levigate, specchi per i pellegrini, un giorno libri, o piuttosto testi, modo appena un po' più particolare degli altri di riproduzione meccanica.
Il sistema era semplice da enunciare: a partire da un prototipo, bisognava lavorare in serie, grazie a stampi di riproduzione, caratteri per la stampa indipendenti gli uni dagli altri e suscettibili di essere utilizzati di nuovo. La realizzazione materiale era meno semplice. Non si fece tutta in una volta, come per miracolo. Occorsero mesi e anni perché non vi era un solo problema da risolvere, ma una moltitudine. Gli uomini nascono lentamente, soprattutto gli inventori, perché raramente lavorano nel genio. Inventare un sistema meccanico non è comporre un bel sonetto. Dopo una breve intuizione, Gutenberg dovette lavorare su una quantità di pezzi, penando, con le mani nell'inchiostro e nella morchia.
L'invenzione è infatti composita. Gutenberg non ha inventato la stampa, anche solo occidentale. Prima di lui, si stampavano già incisioni, didascalie d'illustrazioni, forse libretti, ma con un inchiostro di cattiva qualità, caratteri irregolari, da un solo lato dei fogli, senza un torchio efficace, con tavole più o meno rozze, altezze nella carta variabili. Il tutto dava stampe di mediocre fattura, lente, in piccola quantità. Occorreva riprendere tutto ciò alla luce della nuova intuizione e con l'applicazione di mezzi metallici. Si sarebbe praticata una scomposizione del testo in lettere, seguita da una ricomposizione in caratteri mobili. Questi due stadi (tre, se si aggiunge la stampa propriamente detta) presupponevano la realizzazione di centinaia di tipi, oltre a punzoni, matrici, stampi regolabili per i caratteri, vantaggi, forme, casse, torchi. Bisognava fabbricare anche un buon inchiostro, brillante, che non penetrasse attraverso la carta. Un'apparecchiatura da tipografo, molto complessa, è in fondo quasi paragonabíle a un'automobile, per la costruzione della quale ci vuole un'idea di base, una struttura, il rodaggio di centinaia o migliaia di pezzi... e del carburante. E un insieme meccanico, che funziona solo se ogni parte è a punto. Le innovazioni tecniche, per geniali che siano, in primo luogo concentrano altri procedimenti e altre invenzioni.
Gutenberg non ha lavorato da solo
Per un'opera simile, dove molteplici sistemi richiedevano numerosi adattamenti e invenzioni «connesse e congiunte» non poteva bastare un uomo solo. Gutenberg si è dunque circondato per anni di persone che potevano aiutarlo, fonditori, orafi, finanziatori, calligrafi, artisti, specialisti del libro e anche latinisti e religiosi. Da ciò è nata l'inutile disputa sulla paternità dell'invenzione.
Vista da lontano, in una prospettiva senza tempo, la tipografia ha molti autori, perché non ha mai cessato di evolversi e non era realmente perfezionata se non quando si è cominciato ad abbandonarla, almeno nella sua forma primitiva, cioè tra gli anni i95o-i96o, con la comparsa delle fotocompositrici (senza nessuna fusione di tipi) e dell'offset a buon mercato (stampa con un rullo di caucciù e non più di piombo). Seguendo questa prospettiva, che scavalca tranquillamente cinque secoli, bisognerebbe citare accanto a Gutenberg qualche centinaio di persone come padri dell'invenzione, quali Aldo Manuzio (corsivo, r5oi), i Didot che, tra gli altri apporti, modificarono i caratteri (rottura con il carattere romano, 1781 circa). Vi sono anche tutti coloro che perfezionarono il sistema meccanico: Lord Stanhope (primo torchio moderno, i795), Richard March Hoe (torchio a cilindro, 1844) e soprattutto Ottmar Mergenthaler (prima linotype, che fabbrica righeblocco, 1884). La genealogia sarebbe interminabile.
Bechtel G., “Gutenberg”, SEI, pag. 435