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Carr W. “Hitler”, Liguori

 

L’impressione che Hitler suscitava negli ascoltatori

Hitler era perfettamente consapevole, più di quanto lo fosse la maggior parte degli uomini politici, che la civiltà è qualcosa di molto superficiale, che nella gente comune gli istinti primitivi sono molto vicini alla superficie, che questi istinti possono essere manipolati con più efficacia proprio nei raduni di massa, di sera, quando la resistenza mentale della gente è minore. È lo stesso Hitler che lo afferma, con significativa franchezza, in un passo molto noto di Mein Kampf:
Quando l’individuo esce dalla piccola officina o dalla grande fabbrica, dove si sente insignificante, e partecipa per la prima volta a un raduno di massa e ha migliaia e migliaia di persone della sua stessa opinione intorno a sé ... [quando] viene portato da tremila o quattromila altre persone in uno stato di intossicazione stimolante e di entusiasmo, quando il successo visibile e l’accordo di migliaia di persone gli confermano la giustezza della nuova dottrina e per la prima volta gli fanno dubitare delle sue convinzioni passate, allora soccombe al magico potere della suggestione. In ogni individuo si accumulano la volontà, le aspirazioni e anche il potere di migliaia di individui. L’uomo che al principio di un tale raduno è ancora nel dubbio e nell’incertezza, alla fine è più che mai convinto delle sue idee: è diventato l’anello di una catena.
Questo insieme di asserzioni dogmatiche, di ripetizioni, di pungente sarcasmo e di sollecitazioni emotive di solito raggiungeva lo scopo. Dopo circa due ore di discorso gli applausi diventavano più frequenti. Un contemporaneo riferisce che gli applausi sembravano provocare in Hitler un vero e proprio torrente di parole e il passaggio a toni sempre più alti. Egli, però, rimaneva sempre «freddo come il ghiaccio». Non si lasciava mai trascinare dall’entusiasmo che suscitava. Invitava il pubblico a tacere con un gesto e continuava tranquillamente a parlare, senza spostarsi di un millimetro, continuando a costruire tranquillamente la struttura piramidale del suo ragionamento, davanti agli occhi del pubblico, passando dal « pianissimo » al « fortissimo » e addirittura al «furioso ». Da questo punto di vista i suoi discorsi erano sempre preparati, mai spontanei. Ma quello che veramente contava ai fini del successo era la sua grande capacità di persuasione. Quando il mago finalmente li congedava, gli ascoltatori se ne andavano a casa — talvolta marciavano spalla a spalla fino al centro di Monaco cantando canzoni patriottiche e gridando slogan anti-semiti — ancora più convinti dei propri pregiudizi e ancora più entusiasti di un uomo che si identificava con le loro paure e con le loro aspirazioni, che prometteva, con tanta capacità di persuasione, la realizzazione dei loro più profondi desideri. Otto Strasser scrisse a questo proposito: « Le sue parole colpiscono l’obiettivo come una freccia; mette il dito sulla piaga di ognuno, libera il suo inconscio, mette a nudo le sue più riposte aspirazioni, dice quello che ognuno più desidera ascoltare.
Questo stato d’animo è perfettamente descritto dà un aristocratico russo-tedesco, rifugiato politico, poi membro del partito, che così ricorda il suo primo ascolto di un discorso di Hitler, nel 1926: «Il cuore mi batteva forte per l’attesa e la curiosità, mentte dal mio posto nella sala affollata aspettavo l’ingresso del nostro Hitler. Un uragano di applausi, prima lontano, nella strada, poi sempre più vicino, nel corridoio, annunciò l’arrivo del Fuhrer. Improvvisamente apparve Hitler; avanzò risolutamente verso il podio, con indosso un impermeabile ma senza cappello, e il pubblico andò in visibilio. Al termine del discorso non riuscivo più a vedere: avevo gli occhi pieni di lacrime e un nodo alla gola. Un urlo liberatorio, espressione del più genuino entusiasmo, accompagnò l’applauso fragoroso del pubblico e finalmente allentò l’insopportabile tensione. Mi guardai intorno cori discrezione e mi accorsi che le altre persone, uomini, donne e giovani, erano non meno emozionanti di me. Anche loro piangevano. Mi trovai in strada stordito ma immensamente felice. Finalmente non ero più solo. Intorno a me c’erano persone che provavano i miei stessi sentimenti, che si guardavano l’un l’altra estasiate, come se fossero fratelli, come se fossero un’unica famiglia una nuova, salda e felice comunità, in cui ognuno poteva leggere negli occhi degli altri un solenne giuramento di fedeltà ... Questa esperienza si ripeté molte volte negli anni seguenti e la mia fede diventò più forte e più profonda ». (P. Merkl, Political Violence under the Swastika: 581 Early Nazis, pp. 105-6).
Carr W. “Hitler”, Liguori, pag. 21

 

Hitler: la spiegazione della sinistra non è esaustiva

Ci sarebbero molte obiezioni da fare a questa reinterpretazione della storia tedesca. Alcune premesse sono discutibili, molte conclusioni sono piuttosto deboli. Tuttavia è una tesi abbastanza plausibile.
In breve, questi storici sostengono che nella Germania di Bismarck e di Guglielmo II le forze agrario-feudali, il cui potere politico in altri paesi era in declino conservarono il loro posto nella struttura sociale e politica tedesca per il ruolo determinante che svolsero nei processo di unificazione nazionale. La potenza di cui disponevano consentiva a queste forze di opporsi con successo alla domanda sempre più insistente di democrazia prodotta dalla rapida industrializzazione degli anni ottanta e novanta. Ne derivò uno stato di crisi latente: anacronistiche minacce di colpi di stato, per riportare indietro il paese, si susseguirono, come un filo rosso, nel periodo da Bismarck a Papen. Quando lo sviluppo di un movimento operaio di ispirazione marxista rese la lotta politica più aspra, gli agrari e gli industriali ricorsero, per conservare il potere, a un espediente dopo l’altro. Le campagne di Bismarck contro i socialisti e la chiesa cattolica, l’espansione coloniale, la potente flotta militare creata da Guglielmo Il e dall’ammiraglio von Tirpitz erano tutte finalizzate a una politica di «concentrazione nazionale», per ottenere l’adesione della classe media alla figura carismatica dell’imperatore, nel tentativo di evitare una polarizzazione pre-rivoluzionaria fra classe media e proletariato, da una parte, e complesso agrario-industriale dall’altra. Considerare la guerra del 1914 come un ultimo disperato tentativo della classe dominante tedesca di sottrarsi a una crisi interna senza soluzione è forse eccessivo ma una cosa è certa: nell’estate del 1914 il popolo tedesco aveva raggiunto un’unità mai prinla raggiunta. Appena gli eserciti tedeschi cominciarono la loro marcia verso ovest la frattura fra classe dominante e popolazione, che si era aggregata rsel tempo, ormai non esisteva più. La «guerra lampo» (Blitzbrieg) aveva prodotto una sia pur temporanea solidarietà nazionale.
In una Germania sconfitta e umiliata dal trattato di Versailles, in un paese in cui prima l’inflazione poi la defiazione avevano reso estremamente acuto il conflitto fra i privilegi della proprietà privata e la democrazia di massa, non dobbiamo stupirci se una classe media con poca fiducia nel sistema democratico dimostrò ancora una volta la sua preferenza per una politica basata su un miscuglio esplosivo di nazionalismo e di Blitzkrieg. Non è per pura coincidenza che nei circoli medio-borghesi emerse il culto del Fuhrer già durante la prima guerra mondiale, e cioè indipendentemente da Hitler (un aspetto, questo, che a mio giudizio meriterebbe uno studio più attento).
Il leader carismatico che parlava l’autentico linguaggio del 1914 e proponeva una politica antimarxista, antisemita ed espansionista, per raccogliere la classe media a difesa della proprietà privata, rappresentava «il punto d’incontro di tutti gli obiettivi politici ed economici e di tutte le ideologie presenti in Germania a partire dal 1866-71»
Carr W. “Hitler”, Liguori, pag. 28

 

Hitler abilissimo nel procrastinare decisioni difficili o nel prendere tempo. Il problema psicologico del suo esitare

Nel 1923, dopo la riorganizzazione del partito, Hitler continuò ad esercitare un grande influsso sullo stile e sui contenuti della propaganda nazista. Un contemporaneo osservò acutamente: «Il contributo intellettuale che Hitler ha dato al suo movimento è modesto; ciò che soprattutto ha dato al partito è il temperamento, la dedizione senza limiti dell’agitatore e lo stile della propaganda ».
Hitler fu un animale politico di prim’ordine: astuto come una volpe, capace di ordire intrighi di proporzioni machiavelliche, straordinariamente abile nell’orientarsi nei labirinti della politica, abilissimo nel procrastinare decisioni difficili o nel prendere tempo, per dare modo alle sue sensibili antenne politiche di scoprire il punto debole dell’avversario o la formula più adatta per evitare un confronto indesiderato. Ogni leader politico deve possedere in qualche misura questi requisiti se vuole sopravvivere alla lotta per il potere. Se Hitler non fosse stato un genio della politica il flssiparo Partito Nazista si sarebbe spaccato in più di un’occasione. Ciò non vuol dire, però, che Hitler non commettesse mai errori: il putsch del 1923 e la sua inflessibile, ostinata intransigenza alla fine del 1932 sono solo i primi esempi che vengono in mente, ma non gli unici.
Carr W. “Hitler”, Liguori, pag. 32

 

I difetti di Hitler: sospettoso, litigioso, collerico

I biografi di Hitler hanno cercato qualche volta di sorvolare sui difetti che sembravano non andare troppo d’accordo con il suo successo politico. Ma tutti quelli che lo conoscevano bene sapevano che l’idolo delle folle di Monaco nella vita privata era un paranooco: era sospettoso, litigioso, collerico, insofferente della più piccola critica. «Idiota », « stupido » e « imbecille » erano gli epiteti che più facilmente gli uscivano di bocca ogni volta che qualcuno osava mettere in discussione le sue opinioni. E quelli fra i suoi collaboratori che furono tanto incauti da opporsi alla sua volontà ben presto scoprirono di essere diventati l’oggetto di spregiudicate campagne diflamatorie. Solo subordinando la propria volontà alla sua i più stretti collaboratori di Hitler poterono sopravvivere a lungo. Ovviamente era difficile che tale comportamento gli procurasse un’ampia cerchia di alleati politici. E infatti nei primi tempi il suo modo di fare irritò molti compagni di partito.
 La verità è che nel temperamento di Hitler c’era molto dell’artista.
Il suo disprezzo della routine, la sua mancanza di puntualità, la sua riluttanza a prendere decisioni (a meno che non vi fosse costretto) mandavano in bestia i suoi collaboratori. L’abitudine di pronunciare lunghi, ripetitivi monologhi (anche nelle occasioni mondane) annoiava mortalmente le persone che, per loro sfortuna, erano costrette ad ascoltarlo.
Carr W. “Hitler”, Liguori, pag. 33

 

Scaricare sugli ebrei il risentimento e le frustrazioni di tante persone

L’antisemitismo dimostra quanta irrazionalità ci fosse alla base della filosofia nazista. Probabilmente la campagna antiebraica (operazione meramente distruttiva) suscitò nella base del partito molto più entusiasmo della creazione di una razza di superuomini (operazione di carattere positivo) e pare che questo valesse anche per Hitler. La creazione della razza superiore poteva anche essere realizzata dalle generazioni future, se queste l’avessero voluta; la presenza degli ebrei nelle città tedesche era invece un problema che impegnava immediatamente il partito. E poi si potevano scaricare sugli ebrei il risentimento e le frustrazioni di tante persone, che si erano rivolté al nazismo proprio perché deluse e frustrate.
Come fenomeno storico l’antisemitismo fiorì nell’oscuro sottobosco della società tedesca dal principio del XIX secolo fino agli ultimi giorni della Repubblica di Weimar. Come fenomeno politico (di minore durata) l’antisemitismo fece la sua prima comparsa in Austria e in Germania nell’ultimo quarto del XIX secolo, come conseguenza delle pressioni economiche e sociali provocate dalla modernizzazione di quelle società. Fu facile convincere artigiani, bottegai ed altri elementi piccolo-borghesi, spaventati dal declino del proprio status economico e sociale, che i responsabili delle loro disgrazie erano i finanzieri e gli usurai ebrei. Alla fine del XIX secolo, come abbiamo già detto questa forma di antisemitismo cominciò ad essere sostituita in Germania da una forma più virulenta, grazie allo zelo del circolo letterario che si raccoglieva intorno a Richard Wagner.
Carr W. “Hitler”, Liguori, pag. 174

 

In Mein Kamp Hitler racconta di essere diventato antisemita a Vienna, ma alcuni autori non danno molta importanza a questa dichiarazione e la considerano come una specie di licenza poetica. Suo padre era forse moderatamente antisemita. Molto probabilmente Hitler leggeva da giovane l’antisemita Linzer Eliegende Blàtter, ma a quel tempo il suo antisemitismo era piuttosto superficiale. Fu a Vienna che Hitler trovò una vera e propria ideologia dell’antisemitismo. Probabilmente la storia dell’incontro con un ebreo ortodosso nella città vecchia, che gli suggerì — così egli afferma — di Studiare seriamente la storia degli Ebrei, ha un significato allegorico.
Che cosa fece di Hitler un fanatico antisemita? Non possiamo escludere che nella sua conversione ci fosse un po’ di opportunismo politico: a Vienna Hitler poté seguire da vicino le attività antisemite di Karl Lueger, sindaco della città e fondatore del Partito Cristiano Socialista. Ma probabilmente gli influssi letterari furono assai più importanti per un lettore vorace e disordinato come Hitler.
Non abbiamo elementi sufficienti per convalidare l’ipotesi di Wilhelm Daim, secondo il quale « l’uomo da cui derivò tutta l’energia di Hitler» fu il sedicente Lanz von Liebenfels, un ex monaco, un personaggio pittoresco e un po’ squilibrato, ma è innegabile che le pubblicazioni di Liebenfels, soprattutto la rivista Ostara. Zeitschrift fur die Blonden, violentemente razzista e antisemita, erano proprio il tipo di stampa che Hitler leggeva a Vienna in quel periodo. Sfogliando le pagine di questa rivista, che aveva una tiratura di circa 10.000 copie, Hitler entrò in contatto con un mondo crepuscolare e misterioso, popolato di eroi ariani impegnati in una lotta titanica e mortale contro oscure forze che volevano la loro distruzione. Liebenfels esponeva la svastica sugli spalti del suo castello (comprato con i soldi di un industriale suo ammiratore) e auspicava un nuovo ordine razziale nel quale fossero proibiti i matrimoni fra ariani e non ariani. Nei suoi scritti Liebenfels non esitava a proporre la castrazione e perfino lo sterminio in massa degli inferiori. Uno scrittore molto autorevole ha recentemente affermato che Liebenfels fu molto importante per Hitler, perché gli «fece capire in quali direzioni poteva trovare le risposte più convincenti » ai suoi problemi personali.
Carr W. “Hitler”, Liguori, pag. 175

 

Hitler avrebbe avuto una nonna ebrea. Trasformare il villaggio di Dollersheim (dove era seppellita sua nonna) in un poligono di tiro

Un’altra teoria merita qualche considerazione: Hitler avrebbe avuto una nonna ebrea per parte di madre. Ampie indagini in tal senso non hanno fornito la più piccola prova di questa parentela (ma non è detto che non se ne possano trovare in futuro). Se dobbiamo fidarci della testimonianza di Hans Frank, pare che il tentativo di ricatto di suo nipote Patrick Hitler (individuo assai poco raccomandabile) lo preoccupò notevolmente, tanto che ordinò alla Gestapo di fare un’indagine molto accurata.
Il fatto che la Gestapo non riuscì a trovare nessuna prova di questa parentela non liberò Hitler dal sospetto di avere un quarto di sangue ebreo. Alcuni episodi, per esempio l’ordine (1938) di trasformare il villaggio di Dollersheim (dove era seppellita sua nonna) in un poligono di tiro e la convinzione, più volte espressa in privato, che gli ebrei avessero infettato il sangue germanico, proverebbero che Hitler era effettivamente preoccupato.

Da quanto è stato detto finora si può ricavare l’impressione che ci si preoccupi solo delle cause dell’antisemitismo di Hitler. Ma non è così. Èvero che l’antisemitismo ebbe una grande importanza come componente della visione del mondo di Hitler, ma è anche vero che l’antisemitismo, ‘il darwinismo ‘sociale e l’espansione verso Est non ebbero nella sua filosofia politica una collocazione fissa, determinata una volta per tutte già prima che egli si desse ‘alla vita politica attiva e mai più modificata. ~ vero esattamente il contrario, almeno per l’antisemitismo.
È naturale che nei primi anni venti Hitler, per affermarsi come oratore politico, sfruttasse moltissimo l’antisemitismo, perché questo era molto diffuso fra la gente. Quando, dopo il 1924, le condizioni di vita del popolo tedesco migliorarono, l’antisemitismo declinò rapidamente. La nuova situazione trovò immediato riscontro nei discorsi degli ultimi anni venti, nei quali Hitler parlò più di spazio vitale e di filosofia dello stato che di ebrei ~ Questo dipese anche dal nuovo ruolo esercitato da Hitler nel Partito Nazista. Quando decise di indossare i panni del « re-filosofo », Hitler cercò di elevare il tono e il contenuto del suo messaggio e abbandonò gradualmente la tecnica del Trornmler, che aveva per scopo la mobilitazione delle masse ‘per I azione immediata, e sfruttava ogni possibile motivo d’i insoddisfazione. Quando, nei primi anni Trenta, il partito nazista diventò un partito nazionale, Hitler non fece nulla per tisuscitare lo spauracchio degli ebrei. Il nemico più pericoloso era ora il marxismo: al centro dei suoi discorsi non c’era più l’antisemitismo, ma l’appello all’orgoglio nazionale.
Erano, questi di Hitler, semplici espedienti? Hitler sceglieva istintivamente gli argomenti che più gli permettessero di realizzare i suoi obiettivi immediati? O il rozzo antisemitismo dei primi anni cominciava finalmente a trasformarsi? E se furono semplici espedienti, ebbe questo diverso atteggiamento effetti duraturi sul suo antisemitismo?
Carr W. “Hitler”, Liguori, pag. 186

 

Binion dà dell’espansione verso est una spiegazione molto diversa. Egli parte dalla convinzione che possa stabilirsi una sorta di rapporto psichico fra il trauma collettivo del popolo tedesco, colpito da una sconfitta alla quale non era preparato, e il trauma personale della madre di Hitler, che trenta anni prima aveva perduto tre figli nello spazio di pochi mesi. La morte di Gustav (agosto 1887), di Otto (probabilmente novembre 1887) e di Ida (febbraio 1888) avrebbe provocato disturbi psichici in qualsiasi madre. Come meravigliarsi, dunque, se questa donna fu estremamente indulgente con Adolf, nato nell’aprile del 1889, e se la paura di perderlo «si trasmise al figlio attraverso l’allattamento»?
Binion afferma che questa esperienza pre-edipica acquistò un significato per Hitler solo nel 1918, quando il popolo tedesco subì il trauma della sconfitta, quando per effetto della guerra ‘l’esperienza personale di un uomo confluì nell’esperienza collettiva di un intero popolo. Nel 1924 facendo dell’espansione verso oriente l’obiettivo principale della futura politica estera nazista — concluse Binion — Hitler si proponeva di soddisfare il desiderio di rivincita dei Tedeschi, trasformando la Germania in una potenza mondiale, e contemporaneamente di vendicare la madre, che aveva temuto di perderlo così come aveva perso gli altri figli. In altri termini, la ricerca dello spazio vitale (Lebensraum) aveva un doppio scopo: soddisfare il desiderio di vendetta del popolo tedesco e garantirsi una sicura fonte di risorse alimentari. Accettando nel 1922 la tesi di Rosenberg, secondo il quale la Russia era controllata dal « bolscevismo ebraico », la sete di conquista di Hitler si fondeva con quello che Binion considera l’elemento decisivo della situazione: il suo desiderio di vendetta nei confronti degli « avvelenatori ebrei » della madre.
Ma questa spiegazione non è molto convincente. Molti psichiatri escludono che l’esperienza traumatica di una madre possa trasmettersi al figlio attraverso l’allattamento. Ma il problema grosso è un altro: può un intero ‘popolo reagire a un trauma con ‘la stessa volontà di rivincita con cui reagisce un individuo? Non si può fare a meno di osservare che l’equazione spazio vitale spazio alimentare, per quanto affascinante, non è sufficientemente provata. Va detto, però, che se le conclusioni di Binon sono inaccettabili, il suo tentativo di stabilire un rapporto fra fenomeni individuali e collettivi rappresenta uno dei filoni di ricerca più interessanti degli ultimi
anni nel campo della psicoterapia.
Carr W. “Hitler”, Liguori, pag. 187

 

Nel secondo capitolo abbiamo detto che se è difficile mettere in dubbio la volontà dei nazisti di trasformare il più rapidamente possibile gli ebrei tedeschi in una specie di casta degli intoccabili, è ‘altrettanto difficile affermare che Hitler e i suoi seguaci meditassero lo sterminio fisico degli ebrei europei fin dal 1933. Lo stesso vale per la questione Lebensraum. I nazisti non fecero mistero della loro volontà di espansione verso est ma questo non vuol dire che Hitler o altri esponenti nazisti sapessero in anticipo come raggiungere questo obiettivo, né che esso fosse ininterrottamente, dal 1924 al 1945, al centro dei loro pensieri, né infine che i motivi addotti pubblicamente nei comizi fossero poi quelli determinanti.
Il periodo in cui il Lebensraum diventò il tema più frequente dei comizi di Hitler, fino a sostituire per importanza l’antisemitismo, fu la seconda metà degli anni venti. Gli argomenti di Hitler erano di solito pseudoeconomici. Egli partiva dalla pura e semplice considerazione che la Germania non era in grado, nei suoi confini attuali, di nutrire una popolazione di 74 milioni di individui, che per di più aumentava di 900.000 unità all’anno. Hitler respingeva il controllo delle nascite come mezzo per ridurre la pressione demografica, perché credeva che esso avrebbe privato la Germania delle sue migliori intelligenze — tali erano secondo lui il quarto, il quinto, il sesto, ‘il settimo e il nono figlio — e avrebbe permesso ‘agli individui deboli e non produttivi di sopravvivere. Neppure l’emigrazione era accettabile, perché avrebbe privato la razza germanica dei suoi elementi migliori. La colonizzazione interna appariva un metodo migliore, ma solo entro certi limiti, perché l’incremento della produzione agricola sarebbe stato presto vanificato dall’incremento della domanda. La soluzione, apparentemente più ovvia, di esportare una maggiore quantità di beni per importare una maggiore quantità di prodotti alimentari era resa impraticabile dalla grave depressione economica mondiale. E poi non era opportuno, dal punto di vista militare, che la Germania dipendesse troppo da altri paesi; questa dipendenza poteva diventare pericolosa in caso di guerra. Partendo da questi discutibili presupposti Hitler arrivava alla conclusione gli stava veramente a cuore: « Se volete alimentare il popoio tedesco — affermava —non potete fare a meno della forza. Senza il ricorso alla forza non riuscirete mai a dare al popolo tedesco la terra che gli spetta in virtù della sua potenza, del suo numero e della pigrizia dei suoi vicini » n Era questo, secondo Hitler, l’unico modo per assicurare ‘alla Germania prodotti alimentari, terra coltivabile per la sua popolazione eccedente e mercati per la sua industria. In realtà, finché la Germania fu attanagliata dalla crisi economica, il Lebensraurn scomparve quasi del tutto dai discorsi di Hitler e fu sostituito da qualcosa di più complesso, che prevedeva la creazione di un vasto mercato dominato dalla Germania e comprendente l’Europa centrale e sud-orientale. Nei primi anni trenta questo progetto era molto popolare negli ambienti industriali e commerciali tedeschi.
Merita di essere riferita la tesi secondo la quale il vero obiettivo dei nazisti non era la conquista dello « spazio vitale » ad oriente, per alleggerire la pressione demografica, ma la revisione del trattato di Versailles e l’estensione del controllo commerciale e politico tedesco all’Europa centrale e sud-orientale, per creare un sistema economico chiuso capace di assicurare alla Germania materie prime e prodotti alimentari riducendo la sua dipendenza dalle importazioni. Anche quando il ritmo della politica estera tedesca subì un’accelerazione nel 1937-8 Hitler, riprendendo l’argomento del Lebensraum, parlò della necessità di risolvere il problema entro il 1943-5, e non fece alcun riferimento alla Russia (l’unico paese che disponeva di ampi territori inutilizzati) ma solo alla necessità di annettere al più presto l’Austria e la Cecoslovacchia. Sembra quasi che lo « spazio vitale »avesse per il partito nazista e per il suo leader un valore meramente simbolico, che fosse una sorta di «metafora ideologica».  Questo mistico obiettivo volkisch, verso il quale sembravano dirigersi tutti gli sforzi della Germania, in realtà serviva a giustificare, sui piano dei principi, il ritmo frenetico di una politica estera che mirava a obiettivi sostanzialmente diversi. Naturalmente bisogna stare attenti a non esagerare. Il Lebensraum e l’economia continentale non erano affatto incompatibili. Al contrario, una volta scoppiata la guerra, il controllo delle materie prime e dei prodotti alimentari russi si rivelò alla fine indispensabile, quando ci si rese conto delle difficoltà che incontrava la realizzazione dell’economia continentale.
È molto significativo che i nazisti non elaborarono mai un vero e proprio piano di ricolonizzazione della Russia. Si sarebbero comportati diversamente se il problema della sovrappopolazione fosse stato veramente così grave come volevano far credere. E quando, dopo l’invasione dell’a Russia, i nazisti si misero a cercare agricoltori da inviare in oriente, solo poche centinaia di tedeschi si dichiararono disposti a ritornare alla terra, che per decenni molti di loro avevano abbandonato senza rimpianti. Il progetto di n’colonizzazione era arcaico e assurdo già ‘nella sua fase di ‘elaborazione; alla fine degli anni Trenta la ripresa economica incoraggiò ulteriormente l’abbandono dei campi. Niente rivela i termini esatti della situazione quanto gli appelli che i nazisti rivolsero agli agricoltori scandinavi e olandesi perché intraprendessero il Draag nach Osten che non aveva entusiasmato gli agricoltori tedeschi.
Neppure il trasferimento degli slavi, pianificato dai nazisti fra il 1941 e il 1943, era in effetti compatibile con le promesse fatte in passato da Hitler agli industriali tedeschi, che avevano bisogno di nuovi, indispensabili mercati nell’Europa orientale. Se la maggior parte della ‘popolazione slava fosse stata realmente trasferita al di là degli Urali, come avrebbero potuto i residui 14 milioni di slavi e i 7 milioni di coloni tedeschi assorbire costosi prodotti industriali tedeschi in cambio di prodotti alimentari e materie prime a buon mercato?
In realtà questi progetti rimasero allo stato teorico. I territori orientali furono selvaggiamente sfruttati per sostenere lo sforzo bellico tedesco. Gli impianti industriali russi destinati allo smantellamento, secondo il piano di de-industrializzazione dei territori orientali, furono riparati e fatti funzionare per conto dei tedeschi. Le grandi imprese tedesche furono coinvolte nello sfruttamento organizzato e spietato dei territori conquistati. E gli slavi non furono affatto trasferiti ad oriente; al contrario, alcuni milioni di lavoratori furono costretti a trasferirsi in Germania e a lavorare per l’industria tedesca.
Se da una parte si è indotti a pensare che la conquista dello « spazio vitale » per la propria popolazione eccedente in pratica non era nient’altro che una classica operazione coloniale, d’altra parte lo zelo fanatico con cui Himmler e le SS lavorarono nei territori conquistati — con la piena approvazione di Hitler — fa pensare che se la Germania avesse vinto la guerra il programma di ripopolamento, abbandonato precipitosamente dopo Stalingrado, sarebbe ripreso.
Carr W. “Hitler”, Liguori, pag. 190

 

Prima di dare inizio a un esame delle varie teorie sulla malattia mentale di Hitler, occorre riflettere sui limiti entro i quali la psicanalisi può essere accettata. Gli psichiatri non sono in grado di indicare la causa di qualsiasi comportamento di un paziente. Erich Erikson lo ha detto molto chiaramente, a proposito di un caso affidato alle sue cure:
«Noi non possiamo fare a meno di pensare che il significato di un elemento (item) «collocabile» in uno dei tre processi [somatico, psicologico e sociale] è codeterminato dai significato che esso assume rispetto agli altri due processi. L’elemento di un processo acquista rilievo nel dare e nel ricevere significato dagli elementi degli altri processi ... della catastrofe descritta ... Noi non conosciamo alcuna «causa». Troviamo invece in tutti e tre i processi una convergenza di specifiche intolleranze, che rendono la catastrofe retrospettivamente intellegibile, retrospettivamente probabile. Tale plausibilità non ci consente di procedere all’indietro alla ricerca di una causa. Ci consente solo di percepire un continuum, sui quale la catastrofe ha segnato un evento decisivo, che ora proietta indietro la sua ombra su quegli elementi che sembrano averlo causato »

Perciò, la psichiatria può offrire a noi storici solo una spiegazione supplementare, qualcosa con cui arricchire i dati in nostro possesso, ma in nessun caso può darci un’unica causa dei fenomeni che stiamo osservando. La «triplice contabilità» («triple hook-keeping») con cui Erikson cerca di capire il paziente non è diversa dalla «contabilità multipla» («multiple book-keeping») con cui nel primo capitolo si cercava di calcolare la maggiore o minore probabilità di «equazioni» storiche sempre mutevoli.

 

La maggior parte degli psichiatri che hanno scritto su Hitler dà molta importanza a quel delicato rapporto madre-padre-bambino che Freud chiamò complesso di Edipo e che raggiunge la sua massima intensità fra i tre e i sei anni. La nostra conoscenza della situazione familiare di Hitler è limitatissima e ciò rende estremamente difficile — per non dire impossibile — qualsiasi indagine seria sulla fase epidica e pre-edipica di Hitler. Comunque, dai dati in nostro possesso sappiamo che Hitler ebbe una madre superprotettiva e un padre poco sensibile e molto autoritario. Una situazione, questa, abbastanza comune nei paesi di lingua tedesca alla fine del secolo scorso. Avendone molta soggezione, il giovane Hitler manifestava assai poco i suoi sentimenti nei confronti del padre — che, a causa del suo pensionamento anticipato, aveva con il figlio rapporti più frequenti di quelli che avevano di solito i padri della sua età ma è molto probabile che provasse per lui una profonda antipatia. Erich Erikson ha esaminato il modo in cui Hitler descrive la vita familiare in Mein Kamp ed è arrivato alla convinzione che, quale che fosse il comportamento del padre nei confronti della moglie, il figlio lo vedeva come un comportamento brutale. Questo è molto importante per capire la sua psicologia. Quanto alla madre, i dati a nostra disposizione fanno pensare che Hitler le fosse molto affezionato. La sua morte, nel 1907, fu un’esperienza traumatica per il diciottenne Hitler, come ricordava qualche anno più tardi il medico di famiglia. Negli anni seguenti Hitler parlò sempre con affetto di sua madre. Ed è significativo che negli appartamenti di Berlino e di Monaco e nel Berghof erano le fotografie della madre ad essere sempre in vista, non quelle del padre.
Quello che più interessa gli storici è il possibile rapporto fra un complesso edipico irrisolto e il fatto che Hitler fosse estremamente aggressivo e vendicativo nei confronti dei suoi avversari politici. L’ipotesi è questa:
il senso di colpa provocato dal desiderio inconscio di un rapporto incestuoso con la madre, da una parte, e la paura di «essere castrato» dal padre produssero in Hitler un profondo senso di inadeguatezza e di insicurezza (con forti implicazioni sessuali) che non riuscì mai a superare. Se, come affermano questi psichiatri, Hitler era veramente affetto da perversioni sessuali, queste dovettero rendere ancora più acuto il suo senso di insicurezza. Lo stesso effetto dovette provocare la mancanza di un testicolo, rivelata dall’autopsia che i russi fecero nell’aprile del 1945 sui resti trovati nel giardino della Cancelleria.
Le conseguenze pratiche furono due. In primo luogo, Hitler fece grossi sforzi per eliminare tutto ciò che era debole ed effeminato nella sua personalità e per identificarsi con un nuovo, virile superego: il condottiero spietato e sicuro di sè. L’esperienza clinica dimostra che i pazienti affetti da un profondo senso di insicurezza tendono a proiettare sulle persone che li circondano il risentimento che essi provano nei confronti di un genitore o di entrambi i genitori, ritenuti responsabili della propria condizione. Se pensiamo a Hitler, ciò significa che la violenza con cui, da adolescente come da adulto, aggrediva chiunque gli si opponesse potrebbe spiegarsi con l’esistenza di un profondo senso di colpa, per le sue limitate capacità sessuali, e di un desiderio di vendicare la madre per i maltrattamenti subiti dal padre.
Il grande affetto per la madre potrebbe anche aver prodotto in Hitler effetti psicologici più positivi. Invece di vedere la sua carriera politica come qualcosa di negativo, una sorta di tentativo di vendicare la madre la si potrebbe vedere come un tentativo di ricreare quella simbiosi madre-figlio a cui non seppe mai rinunciare. Prima nella comunità rassicurante dell’esercito, poi in quella del partito nazista, Hitler potè isolarsi dalla realtà, come in un protettivo bozzolo materno, e realizzare, dopo un’adolescenza tempestosa, il suo desiderio infantile di onnipotenza e di invincibilità. Anche il mistico rapporto che amava stabilire con la folla può essere considerato un continuo tentativo di rinnovare questa simbiosi. Torneremo di nuovo su quest’aspetto interessante della personalità di Hitler. Su un’altra cosa è opportuno riflettere: sul piacere e sul senso di sicurezza che, per sua stessa ammissione, sembrava procurargli il contatto con i giovani.
La spiegazione che del fenomeno Hitler ha dato Erich Fromm è molto diversa. Secondo questo autore Hitler era un uomo dominato da una cieca volontà distruttiva, pronto a distruggere tutto quello che incontrava sul suo cammino. Di fronte all’apparente contraddizione fra una normale vita familiare — Fromm non crede all’odio di Hitler per il padre e le crudeltà degli anni seguenti, Fromm cerca una spiegazione nella fase pre-edipica dello sviluppo di Hitler. Egli sostiene che Hitler non amò mai veramente sua madre, ma rimase prigioniero di una sorta di freddo narcisismo. Per Hitler la madre non era una persona da amare teneramente, ma una dea da placare, la dea impersonale della creazione e della distruzione che minacciava di divorano.
Non avendo mai veramente amato sua madre, Hitler non fu mai capace di accettare la realtà così com’era. Questo spiega la sua insofferenza per l’autorità e perché da ragazzo, di fronte ai suoi insuccessi scolastici, si rifugiava in un mondo fantastico per potersi ancora sentire invincibile. Il tragico è che, malgrado gli insuccessi del periodo viennese, che avrebbero costretto chiunque ad accettare la realtà, Hitler non maturò. Al contrario decise di vendicarsi di tutti coloro che lo avevano umiliato (secondo lui) e di provare al mondo che la sua immagine narcisistica non era fantastica ma reale. Dopo la prima guerra mondiale, grazie a una serie di circostanze storiche favorevoli — ma grazie anche al suo notevole talento Hitler riuscì finalmente a realizzare le sue ambizioni e a costringere la realtà a venirgli incontro, almeno temporaneamente.
Ma i dati storici non sembrano confermare la tesi centrale di Fromm. Come abbiamo già detto, pare definitivamente accertato che il padre di Hitler non fosse un uomo molto sensibile, un padre amorevolmente autoritario, preoccupato che il figlio « facesse le cose per bene ». Quanto alla madre, i dati che abbiamo fanno pensare a un rapporto intensissimo, per nulla disturbato dalla nascita del fratello Edmund nel 1894. Fromm afferma che quando alla fine del 1907 la madre si ammalò, Hitler invece di ritornare a Linz ad assisterla rimase a Vienna, dove studiava belle arti. Questo proverebbe senz ‘ombra di dubbio il suo narcisismo ma recentemente si è scoperto che questa versione di fatti è falsa: Hitler tornò a casa e assistè la madre nelle sue ultime settimane di vita, dando prova di un’esemplare devozione filiale.
Quando Fromm afferma che Hitler era «affetto da necrofilia» ed era mosso da «una cieca volontà di distruzione» è molto più convincente. Hitler era indubbiamente un individuo molto freddo, incapace di compassione, insensibile ai sentimenti altrui, estremamente egocentrico e sadico (ambiva, cioè, a sottoporre gli altri al suo dominio). Ed è innegabile che Hitler fu personalmente responsabile del programma di eutanasia del 1939 — che seguì con molto interesse, curandone anche i particolari e quindi dell’eliminazione fisica di vecchi e di malati mentali, nonché della «liquidazione» della classe dirigente polacca nel 1939, dello sterminio degli ebrei e dell’ordine di distruzione degli impianti industriali tedeschi (marzo 1945) per impedire che cadessero in mano al nemico.
Cercare di spiegare questi episodi partendo dalle convinzioni personali di Hitler, e cioè che la storia umana trova spiegazione nella lotta biologica per la sopravvivenza e nella crudeltà della natura, non è del tutto soddisfacente. Molti condivisero queste rozze teorie ma pochi con la stessa convinzione e la stessa tenacia di Hitler. Indubbiamente il fascino di Hitler, la sua cortesia, la sua simpatia e il suo autocontrollo (che però scomparivano ogni volta che, per ragioni politiche, gli faceva comodo) erano abbastanza autentici e rappresentavano un’altra faccia della sua personalità, che sarebbe ingiusto sottovalutare. Ma forse aveva ragione Speer nell’affermare che queste qualità erano « solo esteriori e avevano l’ovvia funzione di mascherare la sua vera natura e i tratti dominanti della sua personalità». Potremmo concludere dicendo che nel comportamento di Hitler erano spesso presenti elementi di malvagità e di autodistruzione e che questi erano parte integrante della sua personalità; ma che essi possano darci la chiave per comprendere la personalità di Hitler, come suggerisce Fromm, è abbastanza improbabile.
Sono sempre più numerosi gli psichiatri convinti che i rapporti fami liari svolgono un ruolo importantissimo nella genesi delle malattie mentali, anche se non tutti arrivano a credere, come fa Robert Laing, che i malati di mente non sono altro che le vittime di una situazione familiare, nel senso che la famiglia « sceglie » uno dei suoi membri, il più debole, e ne fa un « capro espiatorio » istituzionalizzato.
Recentemente Helm Stierlin, uno psichiatra di Heidelberg che si è occupato a lungo dei problemi dell’adolescenza in America e in Germania, ha avanzato un’ipotesi nuova per spiegare il comportamento di Hitler; questi viene considerato un « delegato » al quale viene assegnato il « compito» di soddisfare le esigenze psicologiche e le ambizioni di uno dei genitori: non quelle del padre, che era una figura troppo minacciosa per ispirare l’affetto del figlio adolescente, che non si sentiva abbastanza protetto da lui, ma quello della madre, della gentile e modesta Klara Plòzl.
Di quali « compiti » si trattava? In primo luogo, Klara si aspettava che Adolf la rassicurasse continuamente sul fatto di essere una buona madre: per questo Adolf doveva essere un figlio dipendente e viziato. In secondo luogo, con il suo affetto Adolf doveva aiutarla a dimenticare una vecchia colpa: una relazione prematrimoniale quasi incestuosa, un rapporto intimo con uno zio, che aveva abusato di lei mentre la sua seconda moglie giaceva agonizzante in un letto. Al giovane Hitler chiedeva inoltre di aiutarla a superare il trauma della perdita dei suoi tre figli, avvenuta in brevissimo tempo nel 1888-9. In terzo luogo Klara si aspettava che Adolf, affermandosi, le desse le soddisfazioni che il marito Alois non le aveva mai dato. Infine Klara si aspettava che Adolf la spalleggiasse contro il marito; in altre parole, che egli assumesse il ruolo di vendicatore nei confronti del padre.
Secondo Stierlin i problemi di Hitler derivavano più dall’impossibilità di eseguire questi compiti che da un complesso edipico non risolto. Il conflitto fra l’imperativo morale su cui era basata la delega e il desiderio di vivere la propria vita, naturale in un adolescente; l’impossibilità di rimanere nello stesso tempo dipendente dalla madre, per realizzare i primi due «compiti», e di diventare indipendente da lei, per realizzare le sue segrete ambizioni, provocarono in Hitler un inconscio senso di colpa. L’esperienza dimostra che gli schizofrenici cercano di risolvere questa tensione interiore in vari modi. Talvolta fanno fallire i loro stessi tentativi di realizzare gli obiettivi paterni o materni (come fece Hitler, secondo Stierlin, quando decise di andar male a scuola o di non farsi ammettere all’Accademia di Belle Arti di Vienna), oppure attribuiscono ad altri il fallimento dei loro tentativi (come sembra facesse di solito Hitler da ragazzo). Un terzo meccanismo psicologico per superare il senso di colpa è quello che Stierlin definisce « riconciliazione eroica », un espediente che consentì a Hitler nel primo dopoguerra di arrivare rapidamente al successo finale. Hitler sostituì alla devozione per la madre morta la dedizione alla patria; questa, potendo essere manipolata più facilmente di una persona, gli consentì di risolvere il suo conflitto interiore. La simbiosi fra leadership e patria consentì a Hitler di acquistare nuove energie, la profonda convinzione di avere una missione da compiere e un senso di onnipotenza. Grazie a una continua dedizione alla nuova causa ma anche perché, non lo si dimentichi, possedeva un talento non comune — Hitler riuscì a eseguire i « compiti » assegnatigli dalla madre. L’attività politica gli permise di diventare un uomo famoso, come desiderava sua madre; distruggendo i nemici della Germania vendicò i torti subiti da lei.
Questa diagnosi è molto diversa da quelle di Langer e di Brosse, ma le conseguenze pratiche, alle quali lo storico è soprattutto interessato, non Sono diverse. Ancora una volta Hitler ci appare come un uomo costretto a fare cose che per temperamento non era in grado di fare. Sfruttato dai genitori, come tutti i « delegati », Hitler fu costretto a portare il fardello della vergogna e del senso di colpa della madre. Per riuscire nel suo intento Hitler dovette reprimere questi sentimenti ed essere narcisista e spietato, dedicandosi anima e corpo alla politica e servendosi di questa per imporre al mondo la sua visione della realtà. Stierlin lo descrive come un uomo prigioniero di una sorta di circolo vizioso vergogna-colpa: se le crudeltà commesse mettevano in difficoltà « l’uomo forte », i complessi di colpa residui lo spingevano a compiere crudeltà ancora maggiori, solo per provare la sua virilità. Per autogiustificarsi Hitler era obbligato a deformare sempre di più la realtà; solo la sconfitta militare lo costrinse a riconoscere che non c’erano più possibilità di manovra.
Nelle persone come Hitler lo sviluppo psichico appare seriamente distorto: viene ritardato l’acquisto della capacità di amare mentre si rafforzano l’aggressività e il desiderio di affermazione. Sappiamo che Hitler viveva in stato di perenne tensione. vero lo abbiamo già detto — che in privato era una persona piacevole e perfino divertente, ma fuori del suo ambiente Hitler stava sempre sulla difensiva, evitava ogni spontaneità nei rapporti con gli altri pur di non esporsi alla critica. Non amava ballare, nuotare o cavalcare, come il suo collega italiano, che invece amava dar prova di efficienza fisica. Più di una volta Hitler fu vicino al collasso psichico: nel 1923, quando la sua carriera politica fu bruscamente interrotta; nel 1931, quando morì la nipote Geli Raubal; nel 1934, quando fece assassinare Rohm e i suoi complici, e infine nel 1945.
Quale che sia il giudizio che gli psichiatri danno della sofisticata analisi di Stierlin — egli stesso ammette che i dati su cui si basa la sua teoria sono talvolta piuttosto scarsi — possiamo senz’altro affermare che l’adolescenza fu un periodo importantissimo per lo sviluppo della personalità di Hitler. Secondo Erikson quello di Hitler potrebbe essere considerato non come un caso di «delegazione» materna ma come un semplice caso di crisi adolescenziale. Ogni adolescente passa attraverso una «moratoria psicosociale», attraverso un periodo, cioè, in cui cerca dolorosamente di scoprire la propria identità, di scoprire un ruolo che possa soddisfano e procurargli la stima delle persone che lo circondano. Se non riesce a superare questa crisi l’adolescente avrà certamente gravi problemi psicologici. Ed èappunto quello che accadde a Hitler. Citiamo Erikson: Hitler rimase «un perfetto adolescente, che aveva scelto una carriera che non poteva dargli né la felicità, né la tranquillità piccolo-borghese, né la pace spirituale».
I dati che abbiamo confermano che Hitler ebbe la sua peggiore crisi di identità fra i 18 e i 20 anni. Nel settembre del 1907 non riuscì a superare gli esami di ammissione all’Accademia di Belle Arti di Vienna. Due mesi dopo morì la madre. Interrotti bruscamente i rapporti con i parenti, si trasferì definitivamente a Vienna e si rimise a studiate, anche se in modo disordinato, con la speranza di essere ammesso all’Accademia. La sua seconda bocciatura, nell’ottobre del 1908, lo costrinse a rinunciare definitivamente al suo sogno di adolescente: diventare un grande artista. Era un progetto che stava molto a cuore alla madre, fin dal momento in cui il giovane Hitler aveva abbandonato la Realschule.
Non abbiamo praticamente alcuna informazione sul periodo autunno 1908 - novembre 1909, ma molti indizi fanno pensate che la crisi di identità di Hitler si aggravò. Ricerche recenti hanno escluso che Hitler fosse in questo periodo completamente al verde, come ebbe a dichiarare più tardi; tuttavia, avendo consumato gran parte dell’eredità materna e dipendendo interamente dalla sua pensione di orfano (che era riuscito ad ottenere malgrado non frequentasse regolarmente una scuola), riteniamo che in quel periodo avesse qualche problema economico. L’accumularsi di una serie di delusioni influì notevolmente sulla personalità del giovane Hitler. Probabilmente Hitler tentò disperatamente di trovare lavoro. Non ne abbiamo la certezza assoluta, ma è probabile che per un certo periodo lavorò in un cantiere edile, dove ebbe modo di scontrarsi con gli operai socialisti (lo ricorderà lui stesso più tardi). Un altro duro colpo fu la chiamata alle armi, nell’autunno del 1909. La sua avversione per gli Asburgo era già tale che tentò in ogni modo di sottrarsi al servizio militare. Cambiò casa tre volte in tre mesi per evitare l’arresto. Di una cosa siamo sicuri: la situazione migliorò nel novembre del 1909, quando Hitler incoflttò nel pensionato Meidhinger una specie di vagabondo: Reinhold Hanisch.
Se dobbiamo credere a Hanisch — questa fonte va usata con molta cautela — è allora che Hitler cominciò a riprendersi. Scrisse alla zia Johanna chiedendole del danaro (che arrivò puntualmente) e decise, per consiglio di Hanisch, di diventate un artista commerciale. Nei tre anni seguenti, avendo Hanisch come intermediario (fino all’estate del 1910, quando i due litigarono e si separarono), Hitler si guadagnò da vivere con questa attività, lavorando spesso molto intensamente e prendendo alloggio in un rispettabile pensionato maschile della Meldemann Strasse. Questo non vuoi dire che Hitler avesse superato la sua crisi di identità. La speranza di diventare un grande artista era ormai svanita del tutto. Vagando senza meta nella grande metropoli, Hitler, che apparteneva a una famiglia entrata nella classe borghese da appena una generazione, conobbe per la prima volta un mondo al quale si sentiva estraneo. Questa esperienza lasciò profonde tracce sulla sua psiche. Hitler non cessò mai di disprezzare quel « rispettabile» mondo borghese dal quale gli sembrava di essere stato respinto proprio nel momento in cui avrebbe più avuto bisogno della sua protezione. Hitler era inoltre convinto che c’erano delle « forze oscure »che strumentalizzavano le masse ed erano responsabili del suo fallimento personale, della « confusione dei ruoli » e del continuo declino di tutto ciò che era germanico nella parte austriaca della Doppia Monarchia asburgica. In questo senso, dunque, Hitler continuò a comportarsi come un adolescente, anche se il suo modo di vivere era diventato, almeno in superficie, più regolare.
In passato gli psichiatri non hanno dato molta importanza al trauma che Hitler subì durante la prima guerra mondiale, forse perché ritenevano che lo sviluppo della personalità fosse già completo all’età di cinque o sei anni. Ma, osserva Erich Fromm, se è vero che le tendenze di un individuo sono determinate fin dalla nascita da fattori genetici, è anche vero che un’esperienza successiva, purché molto intensa( più uno è vecchio, più intensa deve essere questa esperienza), può produrre trasformazioni notevoli della sua personalità
Carr W. “Hitler”, Liguori, pag. 227

 

Un uomo malato?

Il giudizio di uno dei medici di Hitler (1945), secondo il quale « la prima guerra mondiale trasformò un artista ... in un uomo d’azione » esprime molto bene la situazione. Dopo aver condotto per anni una vita disordinata, bohémienne, Hitler si abituò immediatamente alla disciplina militare. Sui campi di battaglia delle Fiandre scopri una nuova identità. Finalmente la vita poteva essere vissuta eroicamente, a livello wagneriano. Improvvisamente il mondo fantastico dell’adolescenza diventò un mondo reale, nel quale si potevano compiere atti di valore per la patria (o per la madre-patria?). Hitler era un soldato modello: freddo e impavido sotto il fuoco nemico, disciplinato, sempre pronto a portare messaggi da una parte all’altra (era la staffetta del reggimento). Non c’è da meravigliarsi, dunque, se fu decorato al valore: nell’agosto del 1918 si guadagnò una Croce di Ferro di prima classe. Per la prima volta dopo la morte della madre Hitler poté apprezzare la sicurezza di una vita ordinata, all’interno di un’organizzazione onnicomprensiva. Ed era, per di più, un’organizzazione che si proponeva la distruzione dei nemici della Germania: in quattro anni di guerra gli istinti aggressivi di Hitler, più o meno repressi in tempo di pace, ebbero modo di liberarsi e di porsi al servizio della nazione.
Malgrado questo Hitler rimase fondamentalmente un adolescente. Una conferma verrebbe dal fatto che non riuscì mai a farsi promuovere. É sorprendente che un soldato così coraggioso e disciplinato non andasse più in là del grado di caporale (che gli fu conferito nel novembre del 1918). É stato detto che era indispensabile al quartier generale del reggimento ma questa spiegazione non è convincente; i cimiteri militari sono pieni di uomini simili. É più probabile — come affermò in seguito il comandante della sua compagnia che gli ufficiali superiori considerassero il futuro «Fùhrer» inadatto al comando. Tutte le testimonianze concordano sul fatto che il soldato Hitler era un individuo piuttosto isolato e marginale, un uomo privo di saldi legami familiari, che andava raramente in licenza, che se ne stava spesso seduto in trincea tutto pensieroso e qualche volta faceva dei discorsi ai compagni sulla dimensione cosmica della guerra, riversando su di loro un fiume di idee strane e immature; un uomo per il quale i compagni provavano rispetto ma non simpatia; un uomo non facile da trattare. Per queste ragioni fu giudicato inadatto al comando.
Neppure quando alla maggior parte dei soldati vennero meno l’idealismo e l’entusiasmo iniziali, sostituiti dal cinismo tipico di ogni guerra di logoramento, Hitler maturò. Dando prova di un incorreggibile ottimismo, Hitler conservò fino all’ultimo giorno di guerra un’incrollabile fede nella vittoria, sottovalutando ogni segno di stanchezza e di sfiducia (che, con tipico atteggiamento, si affrettò ad attribuire agli « ebrei corruttori del popolo ») e si mantenne incrollabilmente fedele all’imperatore e alla patria. In un uomo simile il trauma improvviso della sconfitta non poteva non provocare una grave crisi personale.
Abbiamo accennato poco fa allo stato di nera disperazione in cui Hitler si trovava nel novembre del 1918. Quando fu dimesso dall’ospedale di Pasewalk non aveva ancora risolto la sua crisi di identità. Fino al giugno (forse fino al settembre) del 1919 Hitler, incapace di affrontare la realtà, visse alla giornata, senza prospettive, come gli era già accaduto nel periodo settembre 1908 - dicembre 1909. Privo di amici e di lavoro, tutto quello che la vita sembrava offrirgli da borghese era un’esistenza grigia, solitaria, mediocre, mentre i puri ideali del 1914 venivano calpestati dai « rivoluzionari rossi ». La soluzione di questa sua seconda crisi personale cominciò a profilarsi non nel novembre del 1919 quando decise, come lui stesso racconta, di darsi alla politica — ma nel giugno dello stesso anno, quando le autorità militari gli affidarono dei « compiti politici ». Fu inviato in un campo militare per parlare ai reduci sospetti di simpatie rivoluzionarie e subito rivelò non comuni capacità oratorie. A settembre la sua fama di oratore era cresciuta a tal punto da indurre il suo comandante a consultano su questioni politiche. Per questa sua capacità Hitler fu inviato come osservatore a una riunione del piccolo Partito dei Lavoratori Tedeschi. Hitler avrebbe certamente abbandonato la riunione, dopo il noioso discorso di apertura di Gottfried Feder, noto esponente della destra, se uno dei partecipanti al dibattito non avesse espresso un parere contrario e non gli avesse consentito di intervenire. Il caloroso intervento di Hitler impressionò favorevolmente Anton Drexler, fondatore del partito, e l’esecutivo lo invitò a iscriversi al partito. Se non si fosse iscritto a questo partito Hitler si sarebbe certamente iscritto a un altro partito di estrema destra. La fase dell’incertezza era ormai finita. Hitler si diede anima e corpo alla politica, con lo stesso entusiasmo con cui si era dato alla vita militare. La consapevolezza di aver trovato la soluzione del suo problema personale Hitler dovette averla al più tardi nell’ottobre del 1919, quando ebbe la possibilità di fare un breve discorso in occasione della prima manifestazione pubblica del suo partito. Per la prima volta ebbe la certezza di poter dominare un pubblico di una certa dimensione. Aveva trovato nell’oratoria politica uno strumento perfetto per scaricare l’aggressività che aveva dovuto reprimere dopo la fine della guerra.
Questa volta la soluzione della crisi personale di Hitler non derivò dall’incontro casuale con un individuo, ma dal nuovo clima dominante nella Germania postbellica, dove parti consistenti della media e della piccola borghesia soprattutto i giovani — guardavano con ostilità e diffidenza alla repubblica e la consideravano responsabile di tutti i mali della Germania. In questa atmosfera di esaltazione la figura anacronistica dell’excombattente acquistò una vitalità e un prestigio impensabili in una società più omogenea, come quella inglese o francese, dove, malgrado i problemi del dopoguerra, l’unità nazionale era anche unità sociale. I vizi e le virtù del campo di battaglia, che avevano consentito ai soldati di sentirsi uniti in una specie di massoneria militare, indipendentemente dalla classe sociale o dalle idee religiose, e di dedicare le proprie energie alla distruzione dei nemici della patria, furono trasferiti immediatamente nella vita politica dagli estremisti di destra, spesso gente senz’alcuna esperienza di guerra ~ In nessun gruppo la legge della giungla, che aveva dominato sul campo di battaglia, fu applicata come nel Partito Nazista. Gli scontri che insanguinarono Monaco nei primi anni venti e innumerevoli altre città dieci anni dopo non furono il sottoprodotto accidentale di una società in preda al disordine (anche se lo stato generale di disordine incoraggiò il ricorso alla violenza) ma la conseguenza naturale e inevitabile della sete di violenza dei giovani ex-combattenti e dei «guardiani della vittoria» (per usare un’espressione felice di Merkl) riversatisi nel partito. In loro compagnia Hitler provò di nuovo le emozioni e le soddisfazioni che aveva provato da soldato. Le fantasie dell’adolescenza e del campo di battaglia furono da lui rivissute all’interno di una specie di società alternativa, di un mondo irreale, strutturato secondo un modello militare, dominato da valori morali tipicamente militari, profondamente ostile ai comuni valori borghesi, totalmente votato alla distruzione di tutto ciò che era espressione della democrazia di Weimar.
Carr W. “Hitler”, Liguori, pag. 228

 

Le 600 biografie di altrettanti membri del Partito Nazista

Le 600 biografie di altrettanti membri del Partito Nazista — elaborate nel 1934 dal sociologo americano Theodore Abel, con la collaborazione del partito —- rimangono ancora oggi un esempio importante di microstoria, perché consentono, caso piuttosto raro, di conoscere le ragioni che spinsero individui rispettabili all’adesione al nazismo, non quelle di un piccolo gruppo di assassini squilibrati. L’accurata analisi di Peter Merkl, che si è servito di tecniche di «cross tabulation» e di un computer, ha rivelato allo storico elementi di grande interesse sulla base del partito nazista.
Il fatto che gli iscritti appartenessero a diverse generazioni (alcuni si erano formati prima della guerra, altri durante la guerra, altri dopo la guerra), la loro diversa estrazione sociale e la loro diversa reazione allo «shock culturale» della sconfitte impedirono che si affermasse un unico tipo di «nazista», ma produssero una straordinaria varietà di comportamenti e di motivazioni ideologiche.
Merkl divide gli iscritti dei campione di Abel (la maggior parte dei quali era entrata nel partito dopo il 1.925) in tre categorie: i marciatori (M), i combattenti (F) e i propagandisti (P).
I marciatori-propagandisti (MP) appaiono come i più anziani e i meno capaci di prender parte attiva alla lotta politica. Erano dei fanatici missionari, profondamente antisemiti, legati al romanticismo nord-germanico, ma — particolare piuttosto interessante — non molto inclini al culto della personalità di Hitler. I marciatoricombattenti (MF), gli e irresponsabili dal grilletto facile», gente «priva di esperienze di socializzazione infantile» —- per usare le espressioni di Merkl — appartenevano alla generazione postbellica.
A giudicare dai loro curricola, erano dei paranoici e dei sadici, amanti della violenza fine a se stessa. Dopo il 1933 la presenza di questi iscritti cominciò ad essere imbarazzante per un partito che cercava di apparire rispettabile. Gli iscritti ideali, nei quali erano presenti tutte le qualità che potevano desiderarsi in un nazista, erano del tipo marciatore-combattente-propagandista (MFP). Il tipico esponente di questa categoria apparteneva a famiglia povera, aveva cominciato a lavorare prima dei 14 anni, viveva in città, tendeva spostarsi verso strati sociali superiori al suo, ma era frustrato e amareggiato per gli ostacoli che incontrava, per le umiliazioni e le mortificazioni (vere o presunte) impostegli dagli appartenenti alle classi superiori; era antisemita e militarista; era notevolmente più intelligente dei MF e di solito trascinava tutta la famiglia nel partito. Sarebbe forse azzardato, sulla base dei dati forniti da Abel-Merkl, parlare di e personalità modali » (modal pensonalities) ma è verso questa definizione che ci orientiamo.
Particolarmente interessante è l’osservazione di Merkl, secondo la quale il 70% degli appartenenti al campione di Abel che avevano incarichi nel partito erano paranoici. Anche quelli che occupavano posti di rilievo nelle SA e nelle SS, distinguendosi per la loro crudeltà, appartenevano alla stessa categoria. I dati relativi all’infanzia, occasionalmente presenti in singole biografie, rivelano che questi individui o erano orfani o avevano avuto genitori molto autoritari. Ancora una volta veniva sottolineata l’importanza che hanno, per le successive scelte politiche, le esperienze infantili e in particolare la mancanza di socializzazione.
Siamo arrivati alla fine della nostra fatica e ci rimangono ancora molti dubbi sul rapporto fra paranoia ed esercizio del potere. Avevano questi paranoici leader nazisti bisogno dello stimolo della lotta per tenere in piedi la loro personalità vacillante? O erano semplicemente delle persone che cercavano disperatamente di compensare con il potere la loro decadenza sociale (esperienza comune, secondo Merkl, a molti di loro)? Possiamo dire che gli individui che hanno meno socializzato da bambini sono meno capaci di superare i traumi della guerra e le loro conseguenze, sicché sono costretti a odiare, a lottare per il resto della loro vita e a tollerare solo chi si comporta come loro?
Non essendo uno psicologo professionista, Merkl non ha tentato di classificare i membri del campione di Abel in «tipi», perché i dati di cui disponeva non gli consentivano una classificazione obiettiva delle personalità. Ciò non esclude, ovviamente, che si possa ricavare di più dalle biografie di Abel. Questa ricerca potrebbe inoltre avvalersi delle centinaia di autobiografie scritte nel 1936 dalla e «vecchia guardia» del partito, su richiesta della direzione, oggi depositate presso gli archivi federali di Coblenza.
Perché solo costruendo un ampio quadro, il più ampio possibile, delle strutture mentali di coloro che furono attratti dal nazismo cominceremo a capire che molte delle caratteristiche più importanti della personalità di Hitler — aggressività, odio paranoico per gli avversari, adesione totale ad assurde ideologie — erano comuni a migliaia di militanti. Il successo di Hitler, indubbiamente favorito dalla crescita del Nazionalsocialismo negli anni venti, si spiega anche con il fatto che la sua patologia personale coincise con le aspirazioni della parte meno sana della società tedesca.
Carr W. “Hitler”, Liguori, pag. 250

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